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Melusina e Morgana

Miti e leggende del Medioevo: Melusina e Morgana

Non è facile sintetizzare secoli e secoli di tradizioni orali, di consuetudini trasformate in leggende, di antropologismi che han creato i miti, di paesi che han creato leggende, di uomini che han creato storia, di donne divenute leggenda… Tutti sono stati e sono tutt’ora oggetto di studio. Innumerevoli libri son stati scritti. Innumerevoli storie da raccontare… e questa è un’altra storia…

Melusina è “dicotoma” prima e “trina” poi, la sua altra parte, il suo paredro, è Morgana, più famosa e temuta e più legata al ciclo bretone, ma suo complemento ed antitesi.

Melusina è “magia” donata ad un mortale, con uno scambio di promesse che finisce alla rottura di un patto con l’allontanamento della stessa, Morgana è “magia” ceduta in cambio di un’impresa ad un mortale che finisce per pagarla scomparendo con essa nel mondo ultraterreno.

Melusina è dunque, secondo la classificazione di Laurence Harf-Lancner, la fata amante portatrice di felicità, Morgana, è la fata che trascina nell’altro mondo il proprio amante o sposo umano, quindi fata dell’infelicità. Anche se poi, la felicità melusiniana, come già detto, non si libera completamente dal male originale e rimane sempre in bilico tra essere umano e animale diabolico.

Morgana, quindi, nonostante venga dalla stessa matrice di Melusina, (il nome significa “Nata dal Mare” e non a caso nel Roman de Melusine è la sorella di Presine, la madre di Melusina) è stata per questo quasi sempre vista con l’accezione negativa, rimando confinata nel mito, non scendendo a contorni più umani, identificabili in persone o luoghi, divenendo leggenda.

Morgana, per il mito arturiano è la sorellastra di re Artù, figlia di Igraine ed il suo primo marito duca di Cornovaglia, la fata, l’incantatrice per eccellenza, tanto da dare il proprio nome ad un effetto ottico che fa apparire le figure sospese. Come Melusina è molto discussa per la sua ambiguità, ora positiva, ora cupa ed oscura, comunque connessa all’energia lunare, portatrice di conoscenza in quanto herbaria, astronoma e astrologa, consigliera del re, ammaliante e seducente. Il medioevo maschio non poteva che considerarla diabolica, in senso assoluto, per i più.

La differenza sostanziale con Melusina è che Morgana non è “materna e dissodatrice” (J. Le Goff) Morgana è il potere, Morgana porta con se Artù ad Avalon alla fine, quindi vince, rendendosi così ancor più pericolosa agli occhi degli uomini, Melusina alla fine invece fugge disperata, divenendo una vittima, redimendosi e diventando più simile alle donne comuni.

Eppure e infatti, entrambe sono assimilabili al culto ancestrale della dea Madre, legate agli elementi naturali, portatrici di fecondità e prosperità.

Nonostante l’avvento del Cristianesimo abbia demonizzato i vecchi dei e contemporaneamente “cristianizzato” ove possibile le vecchie usanze, i riti più ancestrali, legati alla terra che scandisce ancora il tempo e la vita stessa del medioevo, finiscono per fondersi fra il sacro ed il profano, ma permangono profondi nell’essere dell’uomo e soprattutto della donna (figlia di Eva, portatrice di peccato) che in essi trova il rifugio nel quale essere se stessa e non solo il simbolo del male. Nella natura, le donne sono i primi medici non riconosciuti della storia (fino a Paracelso), conoscitrici delle erbe, e dei rimedi naturali, del cammino delle stelle e dell’andamento delle stagioni… “… Per questo motivo, per le religioni, la Donna è madre, nutrice e custode. Gli dei sono come gli uomini: nascono e muoiono con la donna. Regine, maghi di Persia, Circe maliarda, sublime Sibilla, non sono altro che il frutto di una metamorfosi: a colei che tramandò le virtù delle piante e il cammino delle stelle, che porgeva oracoli al mondo prostrato, mille anni dopo, le si dà la caccia come fosse una belva selvatica; è inseguita, umiliata, lapidata, piegata sui carboni ardenti…” (Cecilia D’Abrosca, antropologa culturale)

Melusina e Morgana, attraverso Circe, Diana, Sibilla, sono il frutto medievale della metamorfosi, due dei tre volti della triplice Dea, colei dalla quale sono nati tutti gli altri dei.

Le tre fasi della Luna, le tre Marie del culto cristiano, le tre fasi della donna, la fanciulla (la Vergine) la madre (Dea Madre propriamente detta), la anziana (la Strega).

Melusina è il volto medievale della Dea Madre, Morgana della Strega, l’Anziana che traghetta il mortale verso l’ultraterreno.

Ultraterreno che a Narni vanta una particolare incursione nel “terreno”, episodio alquanto singolare, scovato da Claudio Magnosi nel “Gran Dizionario Infernale, ossia Esposizione della Magia” libro ormai raro, edito a stampa nel 1870.

Si da per certo, in quanto “la verità è attesta dai leggendari, persone degne di fede, come ognuno sa” che nel secolo XI, una moltitudine di anime, tutte vestite di bianco, passassero sotto la città, viste da tutti, per andare alla “Nostra Donna di Farfa” ad espiare i peccati prima di poter ascendere al Paradiso…

Un miraggio collettivo dunque, una delle tante masnade Hellequin che Walter Map, chierico gallese alla corte di Enrico II Plantageneto, nel De nugis curialium (1182-1193), paragona, chiamandola familia Herlethingi, alla corte plantageneta, proponendosi di tracciarne un vero e proprio mito d’origine, avente fondamenta nelle origini celtiche della Gran Bretagna. Agli inizi del XIII secolo, anche Gervasio di Tilbury infatti, compone l’opera ”Otia imperialia” (1211), destinata sempre al diletto di Enrico II e comprendente una numerosa raccolta di mirabilia che attestano la presenza dell’esercito dei morti ovunque, dalla Catalogna alla Sicilia. Proprio da qui, a partire dal XII secolo, per influenza della cavalleria normanna, si diffonde in Italia la leggenda arturiana. Avalon, trova la sua trasposizione locale nell’Etna, sin dall’antichità considerato l’ingresso agli inferi e che, in epoca coeva, altri autori paragonavano al purgatorio. Ivi, la Caccia Selvaggia, la Masnada Hellequin, diviene “familia Arturi”.

Successivamente nel 1276, in una scena del “Jeu de la feuillée” di Adam de le Hale, messo in scena, non a caso, in occasione del Calendimaggio o di altra festa ciclica stagionale a carattere propiziatorio, è rappresentato il convito delle fate, ove un suono di campanelli annuncia l’approssimarsi della masnada di Arlecchino (che poi diverrà la maschera universalmente conosciuta)… Arriveranno fra gli altri, Croquesot il corriere-buffone e la fata Morgana seguita da altre due fate, Arsilla, buona e benefica, e Magloria, cattiva e dispettosa.

Morgana diviene quindi la trasfigurazione medievale della irlandese“Morrigan”, ossia “La Grande Regina”, Dea della morte che assume la forma di un corvo, e “Le Faye” (Il Fato), nonché della italica dea lunare Diana.

Diana, dea dei boschi, della caccia, è la dea principale (Diana Nemorense – 13 agosto) del ferragosto (Feriae Augusti), momento in cui si concentravano molte feste pagane come i Nemoralia o festa delle torce, i Portunalia, i Consualia, etc., che celebravano la fertilità della terra.

Anche dopo l’editto di Tessalonica, 380 d.C., che bandisce tutti gli dei ed i riti pagani, veniva invocata per proteggere le partorienti, per ottenere guarigioni e benedizioni, per invocare la fertilità dei campi la notte del 6 gennaio, nonostante fosse stata trasformata in vecchia megera e in signora delle streghe, lucifera figlia del demonio.

Nell’impossibilità di sopprimerla, la dea Diana trasmuta quindi, incorporandone tutta l’iconografia, la simbologia e i significati, in Maria, l’Assunta in Cielo.

Come Diana, Maria è vergine, come Diana, Maria è una rappresentazione lunare, come Diana, Maria è vergine-madre, e come Diana, Maria viene invocata per proteggere le partorienti, salvarsi, guarire…

A Narni il culto della Vergine Maria è il più sentito dopo quello del patrono Giovenale. Il Libro I Cap, XXVII – Statuta Illustrissimae Civitatis Narniae, De Festivitatibus Custiodendis, obbliga al rispetto di tutte le festività ad Ella dedicate, non solo, particolari onori le erano concessi, come la consegna di un palio alla chiesa di S. Maria Maggiore ma soprattutto una processione “cum ceri accesi”, alla vigilia della festa di mezzagosto. I ceri alla vigilia di San Giovenale, unico parallelo in tutte le festività narnesi, venivano consegnati spenti alla Chiesa, la cera era assai cara, ed oltre a costituire un simbolo di vassallaggio dei Castelli e di importanza delle corporazioni, avrebbero poi illuminato la Cattedrale. Perché lo sperpero allora di tale patrimonio per quest’altra importante festa?… La processione, non era vincolata alle rigide regole delle corporazioni, è lecito desumere vi partecipassero, in coda, distanti anche le donne, altrimenti escluse dalle cerimonie ufficiali delle Arti.

Probabilmente il ricordo ancestrale, forte, dei Nemoralia, dei tre giorni alle idi di agosto della Festa delle torce, in onore della dea lucifera Diana, (passando per le quattro feste del fuoco legate ai momenti stagionali e lunari della quali è sacerdotessa Morgana) è stato duro da scalzare, tanto da cristianizzarlo in un momento solenne ed importante, associandovi contemporaneamente il simbolico significato di protezione dai demoni che figure come Diana e Morgana ormai rappresentavano per antonomasia.

De palijs offerendi per commune infrascriptis ecclesijs

Item statuimus, quod Vicarius dictae civitatis ad honorem, et reverentiam Onnipotenti Dei, et gloriosissimae Mariae semper virginis matriseuis, et beatorum Iuvenalis martyris, et Cassij episcoporum, et aliorum sanctorum, et sanctarum Dei offerat, et offerri faciat infrascriptis ecclesijs videlicet ecclesiae beati Juvenalis in die festivitatis ipsius in mense maij unum pallium sericum.

Et unum aliud ecclesiae Sancta Mariae Majoris loci Fraci Praedicatorum in die festivitatis ipsius de mense augusti.

Et unum aliud ecclesiae Sancti Augustini loci Fratrum Heremitarum in die festivitatis ipsius.

Quae pallia sint valoris infrascriptae quantitatis, videlicet.

Pallium pro ecclesia Beati Juvenalis quatuor florenorum de auro, et alia residua tria valoria XII librarum cortonensium pro quolibet, et hoc fiat expensis dicti Communis de pecunia Camera narniensis, et camerarius dictae Camerae procuret ante tempus, quod ipsa pallia habantur.

Palii da offrire dal Comune alle chiese sottoelencate

Stabiliamo che il Vicario della Città, ad onore e reverenza di Dio Onnipotente, della gloriosissima Maria sempre Vergine sua madre, dei beati Vescovi Giovenale e Cassio, e degli altri Santi e Sante di Dio, offra e faccia offrire alle seguenti:
Alla chiesa del Beato Giovenale, nel giorno della festività dello stesso nel mese di maggio un palio in seta.
Un altro alla chiesa di Santa Maria Maggiore del convento dei frati minori, nel giorno della festività della stessa nel mese di agosto.
Un altro alla chiesa di S. Francesco del convento dei frati eremitani, nel giorno della festività dello stesso.

Questi pali siano del valore seguente:

Il palio per la chiesa del Beato Giovenale di quattro fiorini d’oro, e per le altre tre chiese del valore di 20 libbre cortonesi per ciascuno, e questo sia fatto a spese del Comune narnese, e il camerario della Camera provveda che si abbiano i medesimi palii prima del tempo.

Liber I, cap. CVIII Statuta illustrissimae civitatis Narniae

De honore fiendo ecclesiae virginis Mariae in festa ipsius de mense augustii

Item statuimus ad specialem reverentiam virginis glorosiae matris Christi, quod dominus Vicarius dictae civitatis teneantur, et debeat juramento in vigilia festivitatis ipsius virginis de mensis augusti ire apud ecclesiam ipsius virginis loci Fratrum Praedicaturum, et secum ducere consiliaros Concili populi, et Communis, qui consiliarij una cum ipso dominoVicario ire debeant ad ipsam ecclesiam quilibet cum unum cereo, vel candela in manu accensa, et omnes, et singuli artifices, seu de artibus dicta civitatis videlicet, quaelibet ars per se faciat, et deferat unum cerum, vel plures, et hominibus dictarum artium videbitur, qui cerei portantum accensi, ut alij singuli homines vadant cum candelis accensis cum alijs hominibus universaliter ad dicta ecclesiam, et ipsi ecclesiae offerant es illo cero in dicta ecclesia, et de ipsis artibus intelligantur esse judices, et medici, et notarij, et qui contrafacerint ire nolentes, solvant pro banno, dicta Camerae C solidus cortonenses.

Et haec omnia publice banniantur per ipsam civitatem, ne quis valeat ignorantiam allegare.

Adijcimus, quod mane sequenti die festivitatis, ipse domnus Vicario faciat deferri ad ipsam ecclesia pallium, de quo supra sit mentio in hoc statuto, et si in hoc fuerit negligens perdat de suo salario XXV libras cortonenses.

Adijcimus quod si aliquis religiosus esset ibi suspectus, ad petitionem officij tales suspecti debeant amoveri, quod si non fecerint perdant dictum pallium, et totumid, quod deberant accipere a communepro elemosyna vigores praesentis statuti.

Del rendere onore alla chiesa della Vergine Maria nella festa della stessa

Stabiliamo, per particolare riverenza della Vergine gloriosa madre di Cristo, che il Vicario della città debba e sia tenuto a recarsi, sotto giuramento, nella vigilia della festività della stessa Vergine nel mese di Agosto, presso la chiesa della stessa Vergine del convento dei frati predicatori, e condurre con sé i consiglieri del Consiglio del popolo e del Comune, e questi consiglieri, insieme al Vicario, debbano andare a quella chiesa ciascuno con un cero o con una candela accesa in mano, e tutti e ciascuno degli artigiani, o delle arti della città, vale a dire, qualsiasi arte, per proprio conto faccia e porti un cero, o più, se gli uomini delle dette arti lo riterranno opportuno; e questi ceri siano portati accesi, e gli altri uomini vadano isolati, con le candele accese, con gli altri uomini, tutti insieme in quella chiesa, a alla stessa chiesa li offrano in quella sera nella detta chiesa, e delle medesime arti siano intesi essere i giudici, i medici, e i notai.

Coloro che avranno trasgredito, non volendo andare, paghino per sanzione alla Camera 100 soldi cortonesi e tutte queste disposizioni siano bandite pubblicamente per la città, affinché nessuno possa addurre a discolpa l’ignoranza.

Aggiungiamo che, la mattina del giorno della festività, il Vicario faccia portare il palio nella chiesa, di cui si fa menzione in questo statuto, e se in questo sarà stato negligente, perda 25 libbre cortonesi del suo salario.

Aggiungiamo che, se vi fosse presente qualche religioso sospetto, a richiesta dell’ufficio, i tali sospetti debbano essere allontanati, e se non avranno fatto ciò, perdano il detto palio, e tutto quello che, in virtù del presente statuto, dovrebbero ricevere in elemosina dal Comune

Liber I, cap. CX Statuta illustrissimae civitatis Narniae

Una civitade posta dunque sotto la duplice protezione del Santo Patrono Giovenale e della Vergine Maria, (la cattedrale intra moenia, prima cattedrale di Narni era S. Maria Maggiore, sorta sul tempio di Minerva, altra divinità femminile) retaggio di una società fortemente legata alla Madre, verosimilmente matriarcale, proveniente da una cultura antecedente a quella romana, antichissima, che affonda le radici nel Paleolitico, dove il Vescovo Giovenale iniziò la sua opera di evangelizzazione, lottando contro le radicate credenze pagane che tanto facilmente tendono a sovrapporre miti e divinità. Dalla Dea Madre a Diana, tramite Morgana e da Diana a Maria Vergine.

Talmente forte il legame con la Dea, col terzo volto della Dea, la primigenia Madre terra, da conservarne intatti divinità e simboli, senza nemmeno cristianizzarne i nomi…

… ma anche questa è un’altra storia…

Patrizia Nannini

De Palio currendo in Festo Beati Juvenalis

Il palio l’altra corsa equestre del  medioevo narnese

Gli eventi tradizionali in onore del santo patrono

I capitoli IV e V  del primo libro degli Statuti narnesi indicano, rispettivamente, le modalità di effettuazione del Palio e della Corsa all’Anello, eventi che si tenevano tradizionalmente in onore del Santo Patrono Giovenale nel mese di Maggio.

Una riscrittura frutto delle Costituzioni Egidiane

E’ noto che la riscrittura degli Statuti Narnesi del 1371 è una conseguenza diretta del riordino legislativo che avvenne in tutto lo Stato Pontificio grazie alle cosiddette Costituzioni Egidiane, promulgate a Fano nel corso di un apposito parlamento, convocato il 29 aprile 1357, su ordine del cardinale Egidio Albornoz, legato e vicario generale dello Stato Pontificio, e su incarico del pontefice Innocenzo VI (1352-1362). Queste Constitutiones  (rimaste in vigore dal 1357 fino al 1816) fornivano, di fatto, un nuovo assetto legislativo all’intero Stato Pontificio, rivedendo le legislazioni precedenti, ponendo ordine all’enorme materiale a disposizione, ed eliminando  quelle ormai obsolete.

La struttura “autonoma” pre-Albornoziana

Dallo  studio dei documenti locali sappiamo infatti che un insieme di leggi e regolamenti “Comunali” doveva esistere da molti secoli; la presenza di strutture “autonome”, (che preannunciano la nascita di un vero e propio Comune) si fa risalire addirittura al 9° secolo:  nell’anno 846 – ad esempio –  la città doveva già disporre di proprie milizie regolari, visto che i soldati narnesi furono mandati in aiuto di Roma durante l’assedio dei Saraceni.

Altri documenti ci testimoniano poi dell’importanza della Diocesi di Narni già dal 10° secolo, visto che i Castelli del Comitatus narniensis erano legati al Capitolo della Cattedrale da rapporti  di tipo “feudale” in quanto pagavano tasse ed oneri  in misura diversa, secondo la loro grandezza.

Le autorità civili sembrano invece assestarsi in città più tardi, a partire dal 12° secolo, quando abbiano notizia dell’elezione dei boni homines, o consoli, ovvero le prime autorità locali elette dal popolo. E risale al 1143 il primo documento ufficiale di sottomissione di un castello (Miranda) tramite  il suo Comes (Transaricus) che “…conferma e sottomette alla potestà ed al dominio della città di Narni ed al suo popolo maggiore e minore..” le sue terre. Questo atto è trascritto in una pergamena ed è considerato la prima testimonianza dell’esistenza del Comune narnese, indipendente, autorizzato a stringere patti, alleanze, controllare dazi e pedaggi, ed accogliere donazioni da terze parti.

Dal 13° secolo (come testimonia il “Fondo diplomatico dell’archivio storico” di Narni) il Comune pubblica atti e decisioni che poi vengono trascritte in un “Liber Statutorum”.

Interessante – sotto questo punto di vista – è la trascrizione di alcune sentenze di condanna contro malfattori e criminali nello stesso Libro: nell’anno 1286 per una sentenza di condanna emessa dal “Comune e  popolo di Narni” contro un traditore della città si richiede esplicitamente che la sentenza “…venga trascritta nel libro degli statuti e in due grosse pergamene da affiggersi un nel Palazzo Comunale e l’altra nella Chiesa di San Giovenale…”.

Facciamo un po di ordine … o quasi

La revisione degli Statuti del 1371 quindi accorpa e sistema tutti i vecchi provvedimenti, spesso anche di carattere transitorio,  che sono stati emessi dal Comune a partire (almeno) dal 13° secolo, suddividendoli in tre libri: il primo elenca provvedimenti di varia natura, attinenti alla vita quotidiana, religiosa, all’urbanistica, ed all’economia;  il secondo è dedicato alle cause civili, ed  il terzo a quelle penali.

L’ordine in cui appaiono i diversi provvedimenti sembra casuale, per cui i primi due articoli del libro  I° si occupano dei Mugnai e dei mulini (una delle maggiori fonti di ricchezza del Comune), per  poi essere seguiti da un terzo capitolo che si occupa invece della riparazione delle strade cittadine. Da ciò si evince che  – almeno per ciò che riguarda il primo libro – le leggi non sembrano seguire un ordine stabilito (a parte alcuni punti in cui  due o tre capitoli consecutivi si occupano della stessa materia…) ed è quindi interessante che il 4° ed il 5° capitolo degli Statuti presentino subito le due gare equestri organizzate per la Festa del Santo Patrono Giovenale, prima ancora di elencare tutte le feste religiose da “preservare” (lista che appare invece molto più  avanti, ai capitoli 28 e 210) nel Comune.

Il Palio e la Corsa all’Anello sono tradizione antica

L’importanza della Corsa del Palio (capitolo 4) e dell’Anello (capitolo 5) è quindi palese: il legislatore / riordinatore delle leggi si premura di inserire subito la codifica delle due celebrazioni, con l’intento di “fissare” sulla carta un evento ormai tradizionale, dettandone per sempre regole e limiti.

Che Il Palio e l’Anello fossero i due eventi maggiori all’interno dei festeggiamenti narnesi è cosa nota da tempo, sebbene la prima testimonianza scritta (codificata, appunto) degli eventi risalga proprio alla stesura di questi Statuti, mentre precedentemente il rapporto tra il Comitatus ed il Santo è rappresentato esclusivamente dalla consegna dei Ceri. ( vedi foto )

In alcuni documenti risalenti al 13° secolo si citano infatti i castelli che devono rendere omaggio al Comune nel giorno di San Giovenale recando dei ceri alla tomba del Santo (un’usanza tipica in molte città italiane, retaggio di un simbolico atto di vassallaggio), come nel caso del castello di Tarano che nel 1283 si pone sotto la potestà di Narni, e promette di portare ogni anno, il 3 Maggio, 40 libre di cera nuova.

La faccia “civile” della Festa appare quindi ben codificata nei “nuovi” Statuti cittadini  solo a partire dal 1370. Eppure la regolamentazione delle due manifestazioni equestri indica implicitamente  – soprattutto nel capitolo dedicato alla Corsa all’anello – una tradizione più antica: nel 5° capitolo, il testo recita infatti: “…omnes volentes currere ad anulum, debeant stare ab angulo Ecclesae Sancti Salvati, infra versus Fontem et posto anulo in loco solito…”, quindil’anello viene messo “nel solito luogo” un fatto noto evidentemente a tutti, così che il legislatore non ritiene utile dare ulteriori spiegazioni.

Il Palio e le sue regole

Il Palio è essenzialmente una corsa di fantini, simile a centinaia di altre  che si tengono sul territorio italiano sin dall’alto Medioevo, e che non implica un richiamo “militare”, di addestramento alle armi come succede invece per l’Anello.

E’ una corsa libera, presumibilmente a pelo, in cui i concorrenti devono percorrere un certo tratto di strada (anche extra urbano) per giungere ad un luogo dove è stato fissato il Drappo, il Palio appunto, che sarà assegnato al primo cavaliere che riuscirà a portarselo via.

Anche in questo caso – così come per l’Anello – la comunità ebraica della città è obbligata a pagare per “sovvenzionare”  i divertimenti dei “gentili”: una tassa di soggiorno e permanenza a cui sono sottoposte più o meno tutte le comunità ebraiche nel medioevo in Italia.  Anche nella vicina Terni, ad esempio, gli ebrei sono tenuti  a pagare il Palio che si corre in città il Lunedì di Pasqua, come testimoniano i documenti redatti nel 1427. 

A Narni i patti tra la comunità ebraica ed il Comune sono parte integrante degli Statuti, ed il capitolo 142 del libro I° specifica anche la somma da pagare: 4 fiorini d’oro per l’acquisto del Palio e dell’anello.

La corsa al Palio è aperta a tutti, locali e forestieri (contrariamente a ciò che viene per l’Anello, i cui cavalieri devono anche appartenere ai 3 Terzieri cittadini), e l’unica condizione è quella di partecipare con un buon cavallo, escludendo quindi  ronzini, giumenti (cavalli da soma) o cavali da traino (“ad vecturam” secondo la dicitura originale).

Il Vicario, o il suo Socius Miles (l’ufficiale che affianca il Vicario nelle funzioni militari) dovranno recarsi insieme ai currentes presso la Chiesa di S.Andrea in Lagia, e qui l’ufficiale dovrà controllare che ci siano almeno due cavalieri, per far sì che la gara  sia valida, e quindi dovrà metterli in fila, uno dietro l’altro, pronti per la partenza.

Mentre la storia della Corsa all’anello  è stata oggetto di grande interesse nel tempo, intorno alla Corsa del Palio ci sono ancora alcune curiosità che non sono state completamente chiarite, nostra intenzione è proprio quella di proporre alcune spiegazioni plausibili e nuovi spunti di riflessione che riguardano anche l’evoluzione urbanistica della nostra città.

La Chiesa dimenticata lungo il fiume Lagia

La prima curiosità riguarda  proprio  il luogo di partenza della corsa: la chiesa di S.Andrea in Lagia; così  infatti recitano gli Statuti: “…Miles, seu socius Domini Vicarij […] accedere debeat ad Sanctum Andream in Lagia, cum volentibus ad palium currere, et ipsis adscriptis ibidem si fuerint saltem duo; ipsos citra et juxta Lagiam stare facet seriatim…”, quindi chiunque vorrà correre il Palio dovrà posizionarsi presso la Lagia (al di qua e presso la Lagia, secondo il testo) pronto per partire  verso Narni.

La chiesa di S. Andrea in Lagia all’epoca era posizionata lungo la Flaminia, ed il toponimo Lagia col tempo si è trasformato in Laia, il nome del lungo corso d’acqua che scorre lungo la Sabina per arrivare a Narni, dividendo la diocesi della Sabina da quella narnese.

Prima dell’ubicazione della chiesa è interessante notare che l’idronimo Lagia è un termine comune che indica spesso propio un corso d’acqua – cosa che ci è testimoniata anche dal volume “Sabina sagra e profana” di Francesco Paolo Sperandio, pubblicato nel 1790, e che raccoglie vari documenti inerenti la storia della Sabina nel corso dei secoli.

Qui, nella riproduzione di una breve  di Papa Clemente XII del 1708, nel chiarire i confini della regione, appare la seguente frase: “…terminum divisorium diocesis Sabinae, a diocesis Narniensis, esse quondam foveam seu fossa qui vulgariter dicitur la Laja…” (ringrazio Claudio Magnosi per la fonte storica).
Il termine latino fovea può essere tradotto come fossa, buca, ma anche antro (di una grotta), mentre il Du Cange suggerisce un’ulteriore significato al termine Lagia: semita, ovvero sentiero, viottolo, ma anche solco (del terreno).

Da tutto ciò si evince quindi la diruta chiesa di S. Andrea si trovava presso il torrente Lagia, e che questo toponimo può riferirsi sia ad una fossa che ad un corso (d’acqua o nel terreno in questo caso), ma dove era esattamente la chiesa?

Fino qualche anno fa’ – quando la vegetazione non aveva ancora modificato parte del territorio circostante  – i resti di un’arco di fattezze medievali erano ancora visibili proprio lungo il corso più accessibile del torrente, vicino la strada Flaminia. Oggi purtroppo la struttura sembra completamente occultata (o forse fagocitata) da altre costruzioni moderne, ma chi ha memoria può testimoniare della sua presenza, e quindi avvalorare la presenza della chiesa propio juxta Lagiam – come recitano gli statuti.

L’abitudine di ostacolare i fantini

A questo punto abbiamo stabilito – con una certa sicurezza – il punto di partenza del Palio: dalla chiesa di S.Andrea,  lungo la vecchia Strada consolare, i fantini corrono verso Narni, risalendo la strada principale, un percorso abbastanza aspro e sicuramente non breve: quasi tre chilometri risalendo la Flaminia – che all’epoca era probabilmente in sterrato e piena di impedimenticon gli spettatori assiepati lungo il percorso, pronti a  tifare o a cercare di ostacolare i fantini con ogni mezzo.

L’articolo degli statuti infatti mette in guardia gli eventuali “guastatori”:

…nullus de civitate Narniae, vel aliunde faciat aliquod impedimentum, seu obstaculum ad poena X librarum cortoniensium…”.

L’abitudine di ostacolare i fantini lungo il percorso era infatti pratica comune nelle feste popolari: anche nella corsa del Bravio di Terni (di cui abbiamo parlato sopra) c’è infatti un simile richiamo, quando si specifica che “nessun cittadino, di qualsiasi  condizione, sia abitante del comitato o anche forestiero e di qualsiasi sesso, osi o presuma dare o provocare qualche impedimento in qualsivoglia modo ai cavalli mentre corrono il bravio, sotto pene pecuniarie o personali…”.

Una volta giunti in città, il primo tra i currentes che riuscirà “toccare” il Palio, lo avrà come premio. Il fatto che il vincitore debba solo toccarlo è legato anche alla sua posizione: il Palio “…stare debeat supra Petronum, ubi est affixa catena, et qui primus attigerit, acque pervenerit ad ipsum Petronum ipsum Palium tradatur et detur per illum tenentem…”.

Due curiosità

Ora, due sono le curiosità che sorgono dalla lettura di questo brano, e la prima riguarda proprio la modalità di attribuzione del Palio: il primo cavaliere che pervenerit (ovvero giungerà) o attigerit (toccherà) il Palio lo avrà in premio. Questa procedura si ripete anche nei sopraccitati documenti ternani del 1427, anche  in quel caso infatti “..il bravio verrà concesso al cavallo che primo sarà arrivato col fantino sopra di lui e il cui fantino avrà toccato quello..”.  L’annotazione sul fantino che dovrà arrivare sul suo cavallo fa pensare che – come avviene ancora oggi a Siena – potevano esserci anche cavalli scossi, che avrebbero potuto arrivare prima degli altri, ma senza  ricevere il premio.

La seconda curiosità riguarda invece il termine Petromum: per molto tempo si è ipotizzato che questa parola indicasse genericamente una pietra, o un cumulo di pietre, su cui veniva issato il Palio. Sulla sua ubicazione in città non c’è mai stata un’ipotesi generalmente accettata, ma chiaro è che la linea dell’arrivo doveva trovarsi nel centro cittadino, come già accade in altre realtà simili (sempre per citare il caso di Terni la corsa finiva nella piazza delle Colonne “…sulla colonna dove viene misurato il grano..”, oggi Piazza del popolo).

Petronum la nostra ipotesi

Oggi proponiamo qui un’altra ipotesi: il termine Petronum  appare infatti in altri contesti urbani in Italia ed all’estero, spesso collegato ad un luogo dove si amministra la giustizia, un arcaismo che dal latino passa al Provenzale, e da qui torna nell’uso comune anche nell’Italia Comunale.

Come spesso accade per i vocaboli presenti negli Statuti del 1371, molti termini legali sono il frutto della contaminazione tra una radice tardo latina e la sua evoluzione nel volgare, per cui la lingua latina degli statuti redatti tra 13° e 14° secolo in Italia risente di questa necessità di arrivare ad un pubblico più ampio, non è ancora volgare (come sarà, invece, in parte dei più tardi statuti Ternani) ma non è più latino classico.

Ecco quindi che un termine come Petronum non è semplicemente traducibile come “cumulo di pietre”, ma si collega ad altre  tradizioni: nell’ambito francese medievale, ad esempio, il  termine Perron (proprio dal latino  petronus) indicava proprio la colonna presso cui i sovrani usavano ricevere  i loro vassalli, di norma posta di fronte al palazzo del potere, ed infatti di fronte a molti municipi c’era una simile colonna  dove si amministrava la giustizia, ovvero si leggevano le sentenze e si eseguivano le punizioni.

A  Liegi – ad esempio – il petronus (i.e. Perron) divenne il nome stesso di una scala sormontata da una colonna, presso cui venivano letti i decreti pubblici e si eseguivano alcune sentenze.

In altri luoghi, soprattutto nell’Italia subalpina, ed in ambito francofono, il perron era infatti una sorta di tribunale “open air”, municipale o comitale, presso cui si svolgeva parte dell’attività legislativa.

La particolarità del “Petronum” Narnese

La particolarità del petronun narnese però è anche la presenza di una “catena” (cit. “…ubi est affixa catena..”), sopra la suddetta colonna, e quindi – osservando le strutture presenti in Piazza dei Priori – l’occhio non può che cadere sulla “gogna”, la parte centrale del Palazzo dei Priori, dove sono ancora ben visibili i segni degli anelli per le catene ed addirittura i solchi lasciati nella pietra riconducibili alla posizione assunta dal condannato.

Tra l’altro la forma originaria della tipica gogna è quella di una colonna, a cui è fissato un collare di ferro per mezzo di una catena.

A questo punto possiamo ipotizzare che il petronum narnese, su cui viene issato il palio che i cavalieri dovranno toccare, non sia altro che il tronco di colonna che oggi si trova all’interno del loggiato di Palazzo dei Priori (forse spostato qui per preservarlo dalle intemperie del tempo, in un passato  più recente) proprio dietro la colonna centrale, e che – curiosamente – somiglia molto ad un cippo usato per le decapitazioni che oggi è  ospitato all’interno della cattedrale di Salerno (anche per questa informazione ringrazio Claudio Magnosi), e a sua volta analogo ad altri manufatti simili in Italia ed in Europa.

Ora abbiamo alcune certezze in più riguardo al Palio narnese, e con questo intervento speriamo di aver soddisfatto anche qualche curiosità, e  di averne stimolato altre, in relazione alla gara ed all’assetto urbano della città medievale nei suoi spazi comuni.

Tradizionale Offerta dei Ceri, presso la Cattedrale di Narni
Foto: Fabio Oddi

Fabio Ronci

Vino ed acqua di Feronia nella Mensa dei canonici

De cereis, l’offerta dei ceri

La cerimonia della consegna dei ceri, che il 2 maggio fa rivivere una pagina di storia narnese nel luogo e con le figure di un tempo, ricorda che fra i tributi che i soggetti dovevano per la festa di san Giovenale la cera rivestiva un ruolo importante. Tuttavia la reverenza verso il Capitolo dei canonici si manifestava anche in altri momenti del calendario liturgico, e con alcune modalità trascritte da Carlo Stefano Bocciarelli in “Cathedralis Narniensis Ecclesiae”, edita a Narni nel 1720; e da altri studi. Dai quali, tralasciando i versamenti in cassa, dai soldi agli oboli, dagli scudi ai “carolenos”, si può cogliere un aspetto meno noto della Mensa dei canonici, ovvero i beni e i frutti che ne costituivano il patrimonio, partendo da un testo che riguarda il pane.

Panectas, l’offerta del pane

panectas = pane
Pane che due volte l’anno la chiesa di san Lorenzo, “posita in Civitate Narniae prope Ecclesiam Cathedralem et muros canonicae”, della quale rimane soltanto la dizione sant’Alò in via del Campanile, doveva offrire al Capitolo della Cattedrale in numero di dodici pagnotte a Natale, ed altrettante a Pasqua, per un totale di 24 “panectas”.

La pratica di distribuire pani, non necessariamente legata a un’imposta, si riscontrava anche in altre chiese: a Roma san Biagio in via Giulia era “detto della Panetta, overo Pagnotta, perché nel giorno della festa si distribuisce il pane” (De Rossi, Ritratto di Roma, 1612). E accanto ai pani, nella Mensa del Capitolo canonicale, e in quella del vescovo, si potevano aggiungere dei pesci.

Pisces, l’offerta dei pesci

pisces = pesci
Che erano nella Mensa già nel 1227, quando papa Gregorio IX in una bolla rivolta ai canonici di Narni confermava il “redditum centum piscium, quem habetis in Castro Modii”.
Moggio, nella giurisdizione di Rieti e in diocesi di Narni, ogni anno per san Giovenale, o per l’Ascensione, doveva ossequiare la Cattedrale con “centum pisces”, ed altrove cento libbre di pesci. I quali, per facilitare il computo, non dovevano essere avvolti dalle foglie di salca, o salga, un’erba prossima al fiume Velino, utilizzata per tale scopo (Ceroni, Latina gens, 1939).

Circa la distribuzione si animò una lite tra il vescovo Raimondo Castelli e il Capitolo dei canonici, appianata intorno al 1662, quando “ebbe luogo una convenzione sulle cento libbre di pesce che il castel di Moggio deve contribuire annualmente, una parte al vescovo e due al capitolo”, come riassumeva Gaetano Moroni nel “Dizionario di erudizione storico ecclesiastica”, al 1857.

In un’ideale vicinanza tra i pani di san Lorenzo e i pesci di Moggio avrebbero trovato spazio la consistenza di un buon vino e la leggerezza di un’acqua che sfiorava il mito.

De bono vino, cum aqua de Feronia

E così accadeva: l”“Ecclesia parrocchialis S. Jacobi sita in dicta Civitate Narniae in suburbio”, il 25 luglio festa dell’Apostolo, oltre ad offrire cera e denaro, era invitata ad ospitare quattro canonici con quattro famigli e, “se piacerà”, a dissetarli con “de bono vino, cum aqua de Feronia”. E in un territorio con vigne e ricco di sorgenti, non povevano mancare un buon vino e quell’acqua che nella fonte di Feronia racconta un antichissimo culto, celebrato da poeti quali Pannonio e tramutato nel detto popolare “Chi beve l’acqua di Ferogna non parte più da Narni”, (Eroli, Miscellanea, 1858).

La perduta chiesa, che insisteva sull’attuale via XX Settembre, definita anche al titolo dei santi Filippo e Giacomo, condivideva con l’“Ecclesia S. Mariae de Visciano”, poi nota come santa Pudenziana, l’onere di ristorare una parte del Capitolo. Infatti anche quest’ultima chiesa, che possedeva alcuni vigneti già nel 1129 (Bolla di Onorio II), alla ricorrenza di santa Maria in agosto doveva invitare quattro canonici e altrettanti famigli, ma non era tenuta ad offrire loro vino ed acqua di qualità.

Additio

Dei tributi analizzati, scanditi nelle pergamene e confluiti nell’“Additio miscellanea” in “Cathedralis Narniensis Ecclesiae” del citato canonico Bocciarelli, ai nostri giorni si nutre una corretta memoria solo per i pesci di Moggio, evocati nel rito dei ceri alla Vigilia del Santo, a differenza del pane, del vino e dell’acqua di Feronia che cadevano in altre festività, legate a chiese non più esistenti.

Così nella diocesi di Narni, mentre in quella di Rieti, “certe regalie di alcuni Castrati in tempo di Carne, e di Pesci in tempo di Vigilie, e di Quaresima, e di certa quantità di Pane e di Vino”, rivolte ad alcuni conventi, nel 1438 avevano generato una lite tra quelle fraternite e diverse parrocchie, poi risolta dal “Dilecto filio Abbati Monasterij S. Angeli in Massa extra muros Narnien”, su incarico di papa Eugenio IV (L.Torelli, Secoli agostiniani, 1680).

Foto:
1. Google Street View
2. Fabio Oddi

Claudio Magnosi

In questa notte di mezza estate

Chi non conosce questa vecchia filastrocca?

“Seta moneta
le donne di Gaeta
che filano la seta
la seta e la bambace
a me non mi piace
mi piace San Giovanni
che batte le castagne
le batte forte forte
da far tremar le porte
le porte son d’argento…”

La memoria corre lontana e ci riporta a quando eravamo bambini e alle voci delle mamme e delle nonne che, cantandola, ci dondolavano sulle gambe.

Mamme e nonne non sapevano che ci stavano raccontando una delle storie più antiche del mondo. Perché ne parliamo proprio oggi?
Perché tra martedì 23 e mercoledì 24 giugno sarà la notte di San Giovanni.

La notte più magica dell’anno

Notte di magia e di girotondi, di anime inquiete e aspettative, durante la quale i frutti e le erbe diventano malefici o purificatori e tutto può accadere…è la notte del climax del tempo balsamico, per questo alcuni di noi prepareranno l’acqua odorosa per lavarsi e rigenerarsi l’indomani, altri saranno  impegnati  a cogliere i malli delle noci per preparare il Nocino migliore, mentre, i più superstiziosi metteranno una scopa di sagina fuori della porta di casa per evitare l’ingresso delle streghe…
questa è la notte più magica dell’anno!

Dal dio Giano a San Giovanni

La religione si fonde con la superstizione, insieme diventano tradizione, ma va bene così, sono tutti aspetti della nostra cultura che, attraverso i Santi Giovanni, il Battista (24 giugno) e l’Evangelista (27 dicembre) ha ancora bisogno di aprire le porte del Tempo per dar inizio al declino e all’ascesa del cammino solare.

Dall’alba dei tempi le chiavi delle porte erano appartenute a Giano, divinità infatti solare, che ha lasciato il compito di sorvegliare i “varchi solstiziali” a due santi speciali, quelli con la vicinanza fonetica più stringente.

Janus/Joannes, un binomio perfetto e necessario per accompagnare gli uomini dalla religione arcaico romana a quella cristiana in un mondo dove la vita, i ritmi e l’agricoltura erano dettati dalla stagionalità e dalla luce del sole.

Tutto questo a Narni era già tradizione almeno sette secoli fa, ce lo raccontano gli Statuti (Libro III, Cap.LXXXVII) “Nessuna persona nella festa del Beato Giovanni o in altra festa vada la corona”.

Gli elementi vegetali erano armi contro il Maligno

La corona non era di fiori ma di teste d’aglio, serviva ad allontanare il Maligno, aveva quindi la funzione di protezione contro il male ed il peccato ma serviva anche ad allontanare i dolori.

Se il divieto esisteva  è evidente che la pratica di festeggiare il santo così adornati doveva essere abbastanza diffusa e comune, ma da dove proveniva questa abitudine?

Difficile dire con certezza in quali tempi si sia formata questa mentalità magica e tra quali genti avesse più forza. Nei lunghi secoli dalla tarda antichità all’alto medioevo il territorio narnese, come tutta la penisola, aveva conosciuto una forte “carica sacrale” che la magia poi perderà nei secoli successivi. A portarla erano stati soprattutto i Longobardi, ce lo raccontano due singolari e suggestivi monumenti della loro cultura, gli editti di Rotari (643) e di Liutprano(712).

Nel secondo documento soprattutto si percepisce in modo più chiaro un’idea della magia legata d’istinto alla nozione di natura, di forza, di valore, di dominio lecito o illecito; un passo è illuminante: “Nessun campione presuma, accingendosi al combattimento, di avere con se erbe malefiche o altre cose simili, ma soltanto le armi convenienti..”.

Gli elementi vegetali della natura quindi sono considerati armi, dotate di forza e di capacità di agire, esattamente come l’aglio delle corone di San Giovanni…uno dei santi più cari proprio ai Longobardi..ma sono solo tracce, deboli, affascinanti del tempo.

Con il viso profumato dall’acqua odorosa o con un bicchierino di Nocino…Buon San Giovanni a tutti !

Eleonora Mancini

La leggenda di Melusina

Miti e leggende del Medioevo: Melusina

Elinas, re di Albania (Scozia, nell’antico gaelico), durante una battuta di caccia, si innamora della bellissima Presine.
I due si sposano ma alla condizione che l’uomo non assista al parto degli eventuali figli. Alla rottura del patto, Presine fugge in Avalon con le tre figlie: Melusina, Melior e Palestina, le quali, scoperto il tradimento paterno dopo anni, decidono di punirlo. Presine però ama ancora Elinas, quindi rinchiude Melior e Palestina e condanna Melusina a trasformarsi in serpente alato ogni sabato.
Melusina incontra Raimondino, figlio del conte di Forez e nipote del conte di Poitiers.

Nella storia ciclica che si ripete, i due si sposano scambiandosi una duplice promessa: lei porterà in dote ricchezza e una lunga e potente dinastia, lui non dovrà mai vederla di sabato. Entrambi onorano la parola, e solo dopo anni, spinto dalle maldicenze, Raimondino spia la donna scoprendo il suo segreto…  “Ah, très fausse serpente!“, le dice, e lei vola via disperata. Melusina tornerà segretamente a Lusignano solo di notte, per accudire i suoi figli più piccoli.

La tradizione orale

I miti e le leggende nascono entrambi dalla tradizione orale, acquistando forza e contemporaneamente perdendo configurazioni storiche e geografiche nel tempo, prima di assumere una forma scritta.

Il mito trae la sua ragion d’essere nelle figure divine che vi compiono azioni sovrannaturali, mantenendo pur sempre elementi di verità e religiosità, astraendosi dal contesto temporale.

La leggenda, invece, pur assumendo contorni sacrali e misteriosi rimane più legata al contesto spazio-temporale, nonché umano; parte da un fatto reale, poi passa di bocca in bocca, di paese in paese, assumendo via via connotazioni sempre più fantastiche, ma nelle quali ciascuno si può riconoscere.

Melusina è mito e leggenda insieme, “invenzione” squisitamente medievale.

Come mito, affonda le sue radici all’origine del tempo, associata al pesce, all’acqua fecondatrice inizio di vita ed al serpente, simbolo di fertilità, astuzia e conoscenza.

Da Babilonia alla Bibbia, dai rituali dionisiaci alle tribù indiane, il serpente, nelle società patriarcali, ha sempre accompagnato la donna sul sentiero del male, donandole la conoscenza.

Come leggenda, prende vita nell’alto medioevo, quando al mito si cominciano ad associare personaggi e luoghi, in Francia prima e specificamente poi, nel Poitou, legata ad una donna che è essa stessa leggenda, Aliénor d’Aquitaine.

La tradizione orale sulle fate, diviene in Francia prima che altrove, letteratura, raccogliendo caratteri sia dal miracoloso cristiano, che dal sovrannaturale magico demoniaco, dipingendo creature ora buone ora demoniache a seconda del messaggio che l’autore vuole comunicare.
Walter Map nel De nugis curialium e Gervasio di Tilbury, negli Otia Imperialia, dotti chierici alla corte aglo-normana del XII secolo, ne restituiscono l’accezione demoniaca, negativa, che con il crescere del cristianesimo accompagnerà queste figure fino all’associazione sistematica alla parola “strix”, strega.

Da Riccardo Cuor di Leone a Aliènor

Henri II d’Inghilterra, (secondo marito di Aliénor d’Aquitaine, che in lei ha sempre visto un altro capo di stato di altre vedute, quindi una nemica), come riferito dal chierico gallese Giraud de Berri, amava raccontare la leggenda della contessa d’Anjou, ulteriore versione della storia, sostenendo che i suoi stessi antenati venivano quindi dal demonio.
Non solo, nel romanzo in versi su Riccardo Cuor di Leone, in Inghilterra, si arriva ad identificare Aliènor con la contessa, demonizzandola.

Nel Poitou, invece, terra colta, patria di Aliénor, di cui ella è stata mecenate e grande duchessa, (non ha mai ceduto i suoi diritti sull’Aquitaine a nessuno), l’accezione è benevola e legata alla parola “fata”… Aliénor, la donna due volte regina, finisce per incarnare la leggenda, per la similitudine fra i racconti sulla fata e la sua stessa vita… entrambe bellissime, ammalianti, portano allo sposo una immensa dote, il potere e una progenie numerosa, ma entrambe finiscono per rivelarsi agli occhi dello sposo diverse da quello che sembravano.
I Lusignano, vassalli dei duchi di Aquitania, legano il proprio nome a questa leggenda, nella tradizione orale.

Jean d’Arras nel 1392 fa ancor di più, narra per Jean de Berry, discendente degli estinti Lusignano, la nascita della sua dinastia nel Roman de Melusine.

La fata ora ha un nome, e la leggenda di Melusina ormai consegnata alla storia.

Correrà veloce, di bocca in bocca, di paese in paese, arrivando anche a Narni, dove la suggestione è tale da chiamare col suo nome una località.

Le origini del toponimo “Caste Melusine”

Il toponimo “Caste Melusine” compare in un documento datato 19 febbraio 1532, redatto presso la residenza magnificorum dominorum priorum, attestante che, tali Hieronimus Philippi, Lucas alias Lucaresse Antonii del castello di Sant’Urbano, chiesero ai priori della città di Narni Gabrielus quondam Loduvici Fieschi, Marinangelus quondam Bernardini e Cardulus de Cardulis, la lettera patente scritta in carta bambacina con la quale i vecchi priori avevano concesso una bandita al castello di Sant’Urbano. La lettera si trovava presso i suddetti priori in carica nel 1532 e nell’ordinare al cancelliere comunale di produrne una copia dell’originale redatta nel 1520 apportarono delle aggiunte.

Il testo della lettera patente copiata e consegnata agli uomini di Sant’Urbano è riportata di seguito.

1520, Narni

I priori della città di Narni Iacubus Piermartini, Iohannes Baptista Francisci Iuliani, Virgilius Mascus, Felix Olivieri e il sindaco Robertus Pacis, concedono agli uomini di Sant’Urbano che ne avevano fatto richiesta, il permesso di fare una bandita nelle loro pertinenze per la conservazione degli animali dentro i seguenti confini: usque ad confinia et confines castri Vasciani comitatus eiusdem et Morrones seu monte a capite et via a pedem et castellum usque at collem Agliole e i aggiunta se intenda dicta bandita ultra dicti confini fino alli cataoni et le cose de Lario et fino alla valle Pergula et fino allo Morrone Pezuto et fino alla via che va a San Pancratio et fino allo piano delle Caste Melusine, rispettando i vecchi capitoli cioè : i buoi possono entrare nella bandita il giorno di San Francesco del mese di ottobre; le altre bestie vaccine e cavalline possono entrarvi il giorno di tutti i Santi, e in aggiunta, che un mese dopo la detta festa possano entrarvi le bestie pecorine e si paghino 6 quattrini per la capra e 5 per la percora; per il pascolo nella bandita si paghino 2 baiocchi per i buoi aratori, 4 per le vacche e 7 per le bestie cavalline; se le bestie verranno trovate a pascolare in tempo diverso da quello stabilito si paghino 8 baiocchi di giorno e il doppio di notte; i soldi ricavati dalle pene dovranno essere utilizzati per le riparazioni delle mura di Sant’Urbano; nessuno può tagliare la legna nella bandita e per e per tutte le denunce delle trasgressioni si deve dare piena fede al guardiano deputato.

Actum Narnie in Palatio solite residentie magnificorum dominorum priorum, de voluntate sopradictorum dominorum priorum.

Ego Michelangelus Ascani de Arronibus de Narnia publicus et imperiali auctoritate notarius et nunc cancellarius reformationum dicte magnifice communitatis Narnie, dictas supra patentas litteras quasi in toto laceratas cum suis predictis capitulis et additionibus premissis, iussu dictorum magnificorum dominorum priorum esidentiam ac etiam numeri cernite civium commune et consensu dicto die XIX mensis februarii et millesimo quingentesimo et trigesimo secundo currente et hic transcripti, copiavi et fideliter de originalibus ipsis exemplavi.

Testimoni: Antonius e Petrus Antonius di Collescipoli.

Non è facile sintetizzare secoli e secoli di tradizioni orali, di consuetudini trasformate in leggende, di antropologismi che han creato i miti, di paesi che han creato leggende, di uomini che han creato storia, di donne divenute leggenda… Tutti sono stati e sono tutt’ora oggetto di studio. Innumerevoli libri son stati scritti. Innumerevoli storie da raccontare…

Patrizia Nannini

In taberna quando sumus

Pensieri sparsi di un commensale all’osteria di Narni

Le hanno chiamate Hostarie. E passi. Entri e ti trovi in un medioevo palpabile, per quanto talvolta approssimativo. Ambienti che viaggiano, ormai, oltre i mille anni. Incannucciati e laterizi, mattoni di riuso e materiali di spoglio. Va bene. Siedi su rustici sgabelli. Fanciulla che si avvicina. Ha in mano carte: il mangiar del giorno. “Bianco o Rosso”, “Blu” rispondo “ragazza mia, se non so cosa mangerò, come faccio a dirti?”. E’ poco più che bambina, arrossisce leggermente compunta, mia moglie mi guarda alla verme. “Su, dai, portalo rosso che fa sangue”. Anche lei, giovane, sa che la diceria è una sciocchezza e sorride. Equilibrio ristabilito. “Voglio braciola e salsicce”. Lei “Vabbè, avrei optato per i fagioli con le cotiche ma tant’è…andiamo sul leggero.

Mangiamo sotto il livello di una chiesa Benedettina

Ha 1028 anni quest’anno. Un tizio donò un monastero che era lì e loro, i farfensi, ne fecero una chiesa-capolavoro. Il portale di destra, scanso equivoci, ci misero due aquile. Cornu evangeli. Il loro abate, Berardo Ascarello, aveva affermato, nel bel mezzo della lotta per le investiture, che la prima obbedienza si deve a Cesare e la seconda a Dio “Perché nel Vangelo sta scritto -Date a Cesare…e dopo è aggiunto -E date a Dio…quel che è di Dio”.Così l’abate fissò le precedenze e le raffigurò nel portale di sinistra (ma di destra per chi officiasse) della chiesa. Imperatore e “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Questi era in principio…” e non come da traduzione di Umberto Eco!

Arrivano le salsicce ma prima ascolto il vino

Brilla tremulo, vermiglio nella controluce dell’oscillante lampada. Riempie il gotto di terracotta. Traditoro quant’altri mai. Tiene un buon mezzo e sei portato a tirarlo giù di botto. Ma di botto in botto, poi le gambe reggono sempre peggio. C’è anche la braciola. Ancora soffrigge appena tolta della brace ardente. Mangi assorto: “Dove ti sei cacciato?” fa lei che sa bene come questa città rapisca troppo spesso la mia presenza.

C’è una cisterna nascosta in una chiesa sotterranea

E’ che sotto quella chiesa c’è una cisterna romana. In perfetta efficienza. Sta alla fine di una chiesa sotterranea, esattamente sotto la prima ma orientata in senso inverso, ove certe sere piovose non entra nessuno ed il silenzio ovatta. Te ne stai lì e senti gocciare. Lento. Prima, terza, sesta, nona, vespero e compieta. Poi, Prima et Secunda vigilia e….il monachello passava con la lucerna, nelle gelide notti invernali, per vedere se qualche giovane confratello continuasse il sonno. Trovava il miserello e gli passava la lucerna. Finito l’uffizio chi aveva in mano il lume rimaneva digiuno il giorno dopo. Al monastero si mangiava una sola volta al giorno. Quindi digiuno lunghissimo tranne se fosse stata estate, nella quale si mangiavano due pasti al giorno. Altri tempi!

Mai giocato a Filomena? Se sbagli bevi!

Arrivano nuovi commensali. L’hostaria si riempie. Ragazzi . Mangiano. Poi comincia un gioco per sbronze: si chiama Filomena. Intreccia prontezza di lingua e sveltezza di braccia. Se sbagli bevi. E più bevi, più ti sbagli. Finisce in sbornia com’è normale.

Bizzarri capitelli ammoniscono contro i peccati

La chiesa ha capitelli che ammoniscono contro il peccato. La gola è peccato. E, nell’ultimo capitello di destra, che sarebbe poi di sinistra per l’officiante, c’è un’intreccio di diavoli peccatori che promuove angoscia. Alla luce delle tremolanti candele sembrano serpenti vivi. Lato epistulae. Si può rimediare. La richiesta di perdono (in quanti modi, nei secoli, è mutata la confessione!) riguarda anche i peccati di gola. In quell’angolo oscuro di Narni avvengono anche peccati di carne. Gli angeli sorridono, le aquile girano la regale testa e i demoni bestemmiano; sanno che Dante ha detto bugia quando ha spedito loro Paolo e Francesca. Mai pervenuti, laggiù ma si sa, i fiorentini mentono per la gola.

Si esce e piove autunno. E pensi al volvere irresistibile delle stagioni. Quanti amici, quante gioie, quante storie hanno intrecciato le vicende sotto il portico animato dai leoni ormai smozzicati dall’uso. Sale lentamente una nebbia nell’anima. E fino a quando, fino a quando non svanirai anche tu nella presenza e nella memoria? Prima, terza, sesta, nona, vespero e compieta…

foto: Gianmarco Nevi

Bruno Marone

San Cassio e l’invenzione del Medioevo narnese

San Giovenale è il protettore di Narni.
San Cassio pure.

Giovenale è stato vescovo di Narni.
Anche San Cassio.

Giovenale non era narnese.
Forse neanche San Cassio.

Giovenale è un uomo del IV secolo,
San Cassio del VI.

Tra i due ci sono circa 180 anni, un tempo durante il quale il mondo dell’occidente romano è cambiato. E dopo ancora tante volte sarebbe cambiato. Nel tempo umbri, etruschi e sabini a due passi, romani, goti, bizantini, longobardi, franchi, pure i saraceni… tutti hanno lasciato qualcosa in questo fazzoletto di terra. Il mondo medievale è quello che oggi chiameremmo un melting pot, ne sono testimonianza i nomi che abbiamo dato alle cose, tutta la toponomastica che utilizziamo,  i santi che preghiamo oggi e quelli che gli antenati concittadini hanno venerato in passato, anche la cucina e le superstizioni appartengono alle stratificazioni sociali e culturali di cui noi oggi siamo il prodotto. E ci piace. Tanto. Talmente tanto che da più di 50 anni ripetiamo “li riti e li giochi” in onore di San Giovenale.

I giochi sicuramente no ma i riti, Cassio, li officiava quotidianamente presso la sepoltura del predecessore probabilmente anche monumentalizzandola  in occasione della sistemazione delle mura urbiche delle quali, in qualità di vescovo, per una legge emanata da Giustiniano nel  530, aveva la cura.
Cassio è un uomo di fede e di azione in città.

Giovenale è un santo dentro le mura e diventa un tutt’uno con la cinta di difesa, facendo scudo col suo corpo alla città stessa. L’immagine è potente e segue logiche e ideologie di derivazione bizantina e Cassio è probabilmente l’artefice di una operazione ideologica e culturale che ha determinato il futuro della comunità religiosa e civile narnese.

Prova ne è l’articolo degli statuti dove si riportano le modalità dello svolgimento dei festeggiamenti ancora nel XIV° secolo, prova ne è l’esistenza,  oggi, nel XXI° secolo, delle stesse pratiche. Ma oggi lo facciamo utilizzando un tempo altro, guardiamo Giovenale attraverso il filtro della nostra precedente “vita mediavale” e Narni ha un “medioevo tutto suo”, in parte fatto di ricerca storica, in parte frutto di fantasia, sperimentalismo, memorie personali e collettive, saperi esperti e improvvisazioni e tanto di più.

Come tre specchi che si guardano  VI° XIV° e XXI° secolo si riflettono a vicenda e rimbalzano le immagini all’infinito… anche in questo anno strano in cui tutto e diverso, dove piazze e vicoli hanno qualcosa di metafisico e tutto ci mancherà, dal vento che muove le bandiere all’odore della pizza dei forni.

Eppure il banditore è uscito. San Cassio sorride.

 

Eleonora Mancini

La pietra dei miracoli e l’acqua di San Giovenale

Da un’antica pietra nella Cattedrale di San Giovenale a Narni sgorgava un’acqua nota per fare incredibili miracoli.

Una scritta per indicare il “tumulo dei miracoli”

La scritta, “Ic est tumulus miraculorum”, che guardando da piazza Garibaldi appare in una pietra collocata al lato del portale della cattedrale, verso il campanile, è stata scolpita per indicare il “tumulo dei miracoli” interno alla chiesa, ovvero la tomba di San Giovenale immurata nella cinta urbana, quasi a costituirne le fondamenta.

L’epigrafe nascosta

E’ una epigrafe preceduta da una croce che sembra sostituire l’inespressa lettera “h” della prima parola; e che si osserva con difficoltà, per l’altezza e per la mancanza di contrasto nella parete. Per cui è poco nota, e l’evidenza si deve a Marco Bartolini, in “Relazione Corteo Fraporta” 2011; e a Quintilio Palozzi in “La cattedrale di Narni nell’anno Mille già esisteva”, del 2016.

La misteriosa sostanza rossa

Una iscrizione per additare quel sepolcro venerato dai fedeli e dal quale si riversava una sostanza liquida: una “sudoris aqua” che nel colore ricordava il sangue e che, raccolta con una spugna e conservata in un’ampolla, era applicata sugli infermi che confidavano in una guarigione. Come lo storpio Morico di origine irlandese il quale, di passaggio a Narni nel 1233, richiese il “licore” al custode Giacomo e al parroco Berardo, e dopo aver unto con il liquido la parte malata, subito recuperò l’uso delle gambe. E la guarigione avvenne alla presenza dell’incredulo Rufo, cittadino romano, e di alcuni narnesi, che furono testimoni di un evento codificato in un cartolario, poi trascritto negli “Acta Sanctorum”.

Tracce del liquido fino al 1600

Una traccia del liquido si avvertiva ancora nel 1642, quando su richiesta del vescovo Giampaolo Bocciarelli nella notte del 17 aprile fu riaperto il sepolcro del Santo, e tra lo stupore dei presenti “fu trovato fino all’altezza della superficie di esso corpo, tinto di colore sanguigno”, come si trae dalle “osservazioni” del narnese Paolo Mangonio, riprodotte da Ludovico Iacobilli nelle “Vite” alla nota “Hist. de duobus SS. Iuvenal, fol. 28”.

Utilizzato per allontanare terremoti e calamità

Il contenuto del rinvenimento fu poi incastonato nel nuovo deposito costruito sotto la Confessione, dove tuttora richiama i tanti prodigi verificati nel corso dei secoli, che il citato Iacobilli alla metà del Seicento riassumeva in “render a Ciechi il lume, a Sordi l’udito, a Zopi l’andare, a l’infermi la sanità, a vessati da spiriti maligni la liberazione col solo contatto di quel sacro corpo”. Un “corpo santo” pure invocato per allontanare quei mali che nel tempo hanno minacciato e che ancora affliggono la comunità, quali il terremoto del 1703 e la calamità che stiamo atraversando.

L’acqua di S. Giovenale, il Lago e i mercanti naufraghi

L’insegna che annunciava “il tumulo dei miracoli”, affacciata su una piazza che era detta del “Lago” per la conserva d’acqua che vi stazionava, racchiude una memoria in qualche modo veicolata dall’acqua: e venivano dal mare anche quei quaranta mercanti che, salvati da un naufragio per mediazione del Santo narnese, con generose offerte contribuirono alla costruzione della primitiva basilica, come dagli “Acta Sanctorum” e dalle altre fonti che raccontano la storia di san Giovenale, primo vescovo e patrono di Narni.

Claudio Magnosi

foto di: Nicholas Gemini e Claudio Magnosi (CC BY-SA 3.0)

Bestiario narnese

Spunti e riflessioni sul rapporto tra Narni e mondo animale nel Medioevo.

Partiamo da un dato di fatto: per l’uomo medievale l’unicorno ha lo stesso valore e la stessa credibilità del cane di casa. A noi, uomini e donne della modernità, sembrerà strano, ma per un lungo periodo (diciamo dall’antichità classica all’Illuminismo, a grandi linee..) il confine tra reale ed irreale nel mondo animale è piuttosto labile.

La possibilità che nelle favolose terre di “Prete Gianni” esistano unicorni, sirene, grifoni è ritenuta plausibile da chi vive la propria vita all’interno delle mura civiche, e che – al massimo – ascolta le storie narrate da viaggiatori e dai pellegrini che tornano con le loro ”mirabilia” dalla Terra Santa.

Non a caso “Il Milione” di Marco Polo viene spesso letto alla stregua di una enciclopedia veritiera  dai cittadini stanziali all’avida ricerca di novità provenienti da quei mondi lontani. Il viaggiatore Veneziano non li delude: a Giava vede alcuni rinoceronti. Si tratta di animali che lui non ha mai visto, salvo che, per analogia con altri animali noti, ne distingue il corpo, le quattro zampe, e il corno.

Siccome la sua cultura gli mette a disposizione la nozione di unicorno, come appunto di quadrupede con un corno sul muso, egli designa quegli animali come unicorni. Poi però, siccome è cronista onesto e puntiglioso, si affretta a dirci che questi unicorni sono abbastanza strani, dato che non sono bianchi e snelli ma hanno “pelo di bufali e piedi come leonfanti”, il corno è nero e sgraziato, la lingua spinosa, la testa simile a quella di un cinghiale: Ella è molto laida bestia a vedere: Non è, come si dice di qua, ch’ella si lasci prendere alla pulcella, ma è il contrario.” (Milione 143 – cit. da Umberto Eco).

Il mondo animale medievale si muove insomma tra questi poli opposti: quello della vicinanza, della quotidianità, per cui l’animale è parte integrante del sistema domestico e familiare, della stessa economia cittadina (per cui le strade in terra battuta delle città sono popolate di asini, galline, cavalli, mucche e maiali) e quello ideale, dove l’unicorno ed il grifone (non caso simbolo di Narni) viaggiano a braccetto appena fuori la  porta principale della città, oltre le mura, verso quei campi arati in cui si muovono i contadini rappresentati nell’allegoria del Buon Governo del Lorenzetti.

In città un posto speciale lo occupano i cosiddetti “porcelli di S. Antonio abate”, maiali legati al culto del Santo che sono liberi di scorrazzare tra vicoli e piazze senza timore di essere trafitti e trasformati in porchetta, uno status sociale che li pone quasi al livello delle vacche sacre in India!

La loro “intangibilità” è legata alla tradizione del Santo e dei suoi discepoli (i frati Antonini) che proteggono il popolo dal temutissimo herpes zoster, o fuoco di S. Antonio, creando ospedali a ridosso delle mura civiche, al fine di prendersi cura dei malati di questa – e successivamente anche di altre malattie contagiose.

I maiali rappresentano  originariamente proprio il primo sostentamento dei frati, e devono portare al collo una campanella per distinguerli dagli altri porci di città, che ovviamente non godranno della stessa protezione.

La loro fortuna passa ben presto anche nell’iconografia del Santo, il quale  verrà sempre  più spesso rappresentato con il maialino ai suoi piedi, come dimostrano molti affreschi medievali anche in Umbria, fino a far assurgere il Santo a protettore degli animali “tout-court”.

Nella Narni medievale gli Statuti riservano un capitolo speciale proprio a questi maiali: nel libro III° al capitolo 150 si legge infatti: “…considerando che la natura dei porci è di scavare, affinché essi non devastino vie e piazze, stabiliamo che il responsabile dei maiali di S. Antonio sia tenuto a mettere a questi un anello alle narici, e se qualche maiale sarà trovato senza anello, il responsabile sia punito con 20 soldi cortonesi. E di sopra quanto predetto, che il sig. Vicario trovi i colpevoli e li facia punire, e prenda i suddetti porci, e se entro due giorni non trovasse di chi fosse il porco lo faccia vendere..

Il maiale è sicuramente l’animale più utile e completo per l’economia della civitas medievale: quelli di S.Antonio fungono da “spazzini” delle strade, mangiando gli scarti e l’immondizia dei mercati, ma rappresentano – qui come un po’ in tutta l’Umbria – anche l’alimento principale delle famiglie allargate, per cui l’uccisione e la macellazione del maiale a Dicembre diventa un happening che coinvolge tutta la “vicinanza”, il Terziere, o la Parrocchia, ognuno con i suoi compiti e mansioni.

La presenza di una corporazione di macellai d’altronde è ben documentata anche nella toponomastica, per cui la stessa Via Marcellina richiama alla mente proprio il marcellus, ovvero il nome tardo latino del maiale, a testimonianza di botteghe di macelleria in zona.

Ancora gli Statuti comunali del 1371 regolano il mercato e la vendita delle carni di ogni tipo (dai maiali ai bovini, a varie tipologie di volatili che oggi noi escluderemmo da una dieta ideale..) ordinando la pulizia costante dei banchi e delle botteghe, per cui il Vicario doveva mandare i suoi notai a verificare tali condizioni igieniche due volte a settimana.

Le carni di bassa macellazione potevano essere vendute ma solo fuori porta; in città i banchi dove si vendevano le carni animali erano sempre sotto osservazione, anche per evitare che i macellai gonfiassero le carcasse appese ai ganci al fine di aumentarne il peso, mentre d’estate la vendita all’aperto di tale carne veniva limitata per evitare il fetore, e concessa solo di domenica e nei giorni festivi.

Fin qui il rapporto tra narnesi ed animali da mercato (per lo più morti quindi, sotto forma di carne) ma cosa sappiamo del rapporto tra uomo ed animale vivo? Le cronache – e la letteratura – ci testimoniano dello stretto rapporto tra uomo e cavallo ad esempio, per cui la caccia  (alta, nobile, come la falconeria di cui fu maestro Federico II, o bassa, spesso di frodo esercitata per pura sopravvivenza…) vede il connubio cacciatore – cavallo al centro dell’azione. Una sinergia utilitaristica che spesso si trasforma in vero affetto.

Se è vero che tutti gli animali sono sottoposti all’uomo per volere divino, è altrettanto vero che nemmeno gli animali possono essere considerati tutti sullo stesso piano. Secondo Giordano Ruffo, nobile addetto alle scuderie di Federico II e autore del “De Medicina Equorum”, un vero e proprio trattato di veterinaria, il cavallo rappresenta il più nobile tra tutti gli animali, perché “attraverso quello i principi, i magnati e i cavalieri possono essere distinti dai minores”. Non stupisce, perciò, che i trattati relativi alla cura degli animali riguardino principalmente questo vero e proprio status symbol del tempo.

Altra coppia indissolubile è quella rappresentata tra uomo e cane, che vanta già una lunga tradizione: basti pensare all’affetto del cane Argo verso Ulisse, ed alle tante fabulae che sorgono dalla cultura classica, laddove il cane è exemplum di fedeltà ed amore incondizionato. Un rapporto che sopravvive anche nel medioevo, e che si trasforma, se vogliamo, anche grazie all’azione del santo più ambientalista: il nostro conterraneo  San Francesco, che ammansendo il lupo lo  riporta ad una dimensione domestica, affiancandolo ad altri cani che già popolano le case dell’Umbria.

Gli Statuti narnesi dedicano particolare attenzione al rapporto tra  uomo ed animale, un’attenzione molto “moderna” che non ci attenderemmo da un mondo così violento, in cui la tortura e la pena capitale era spesso la regola e non l’eccezione. Eppure i legislatori sono consapevoli del fatto che gli animali domestici rappresentano una ricchezza per la stessa comunità, e chiunque li avesse  colpiti solo per collera veniva punito duramente.

Il capitolo 4 del III° libro recita infatti: “…se qualcuno abbia percosso qualche animale con armi da offesa, cioè coltello, spada e simili, e ne sia uscito sangue con conseguente morte, se bove, vacca, asino o somaro, paghi 15 soldi alla Camera e risarcisca il danneggiato. Se invero sia capra, becco, castro, cane o scrofa paghi 100 soldi e risarcisca  il danno.(…) Se abbia percosso un cavallo, un mulo o bestia da soma paghi 24 libbre e risarcisca il  danno. Se la morte non ne sia conseguita, ma non fossero più buoni a nulla, risarcisca comunque come detto..”.

Tali pene non i applicavano invece ai cani nel contado in quanto  – si suppone – questi erano molto numerosi fuori delle mura civiche.

Come si vede anche dai nostri Statuti quindi, l’utilità dell’animale è in primis la misura del suo valore puramente economico. All’interno di un’economia domestica  che vive anche di piccoli allevamenti privati, magari negli orti di vicinanza, la presenza degli animali è una costante, ed il valore è direttamente proporzionale alla loro utilità per costruire ricchezza familiare.

Un discorso a parte merita il gatto: l’animale più enigmatico e polisemico del medioevo, attributo immancabile delle streghe e del mondo demoniaco, ma invocato e ricercato per la sua abilità di cacciare i topi, che all’epoca erano untori portatori di peste, e quindi proprio per questo motivo una necessità nelle città sporche ed a rischio epidemico; i felini non hanno però goduto di buona fama nemmeno grazie a questa loro peculiarità.

Una delle ragioni forse è da ricercarsi nell’amore che invece lega il mondo islamico ed orientale in generale (basti pensare alla loro sacralità in Egitto) al gatto: secondo una leggenda popolare il profeta Maometto aveva costantemente al suo fianco una gatta chiamata Muezza, a cui voleva molto bene.

Muezza un giorno si addormentò sulla veste di Maometto e, giunta l’ora della preghiera, Maometto indeciso sul da farsi, per non svegliare la gatta, tagliò il pezzo di veste dove essa dormiva. Al ritorno di Maometto la gatta gli andò incontro e per ringraziarlo gli fece tante fusa.

Egli, lieto e contento di tale accoglienza, elargì doni per Muezza e i gatti a venire.

Ecco quindi che in un’Europa medievale, dove le Crociate alla riconquista della Terra Santa sono l’humus dell’epos cavalleresco, l’uomo tende a dimenticare l’eredità culturale che l’Islam ha invece lasciato in Italia (dai califfati in Sicilia all’attenzione di Federico II, dalla scoperta dei numeri primi alla scienza della navigazione) e rifiuta ogni ideale religioso che possa vagamente ricordare il mondo arabo, ormai relegato a minaccia “saracena” da rifiutare in toto.

Eppure una leggenda vuole che la Madonna stessa avesse un gatto, forse un soriano, perché nel manto di quest’ultimo vi sono striature a forma di M, come Maria. Il gatto, del resto, compare in molte opere d’arte a soggetto religioso e con diversi significati. Nel Medioevo il gatto fu spesso cacciato e ucciso perché associato alla malignità e al demoniaco, ma dal XIV secolo, dopo la peste nera diffusa in Europa attraverso le pulci dei topi, il gatto iniziò essere rivalutato.

Anche in questo caso quindi, il rapporto tra uomo ed animale domestico supera le ideologie e le superstizioni per sostanziarsi nella pura utilità, una costante della vita quotidiana nel medioevo.

Fabio Ronci

Gli statuti medievali narnesi

I Racconti delle Pergamene dedica il primo contributo al documento più noto della Narnia medievale: gli Statuta Illustrissimae Civitatis Narniae del 1371, gli statuti medievali di Narni.

GLI STATUTI NEI COMUNI DEL MEDIOEVO

Gli statuti furono tra le principali fonti del diritto dei Comuni sin dal Duecento. Andarono a razionalizzare, in una forma scritta, una serie di norme, consuetudini, azioni amministrative e giudiziarie, che regolavano la vita dei cittadini e dei forestieri. Fu proprio grazie a questo strumento che i comuni si rafforzarono come istituzione,  rivendicando autonomia e autorevolezza politica.

É interessante notare come in questo processo, il ceto dei giuristi, che in precedenza si era dimostrato diffidente verso un sistema normativo non esclusivamente legato alla tradizione del diritto, dal Duecento in avanti, si renda protagonista del rafforzamento di potere del Comune stesso, contribuendo ad armonizzare la nuova e più libera produzione statutaria, con i principi giuridici già esistenti.   

GLI STATUTI MEDIEVALI NARNESI

Il testo in latino degli statuti medievali narnesi, è stato  analizzato da valenti studiosi e docenti universitari per fornire i contenuti ai rievocatori narnesi. E successivamente, partecipando in qualità di giurati, nel valutare le ricostruzioni di ambienti, di rievocazioni e cortei storici dei tre Terzieri.

IL CONTESTO STORICO

Il 1371, data di redazione degli statuti, coincide con la costruzione della Rocca dell’Albornoz nell’ambito di quell’azione politica di affermazione del papato. L’obiettivo era quello di frenare la spinta autonomista comunale del secolo precedente, determinando di fatto una condizione di ritrovata stabilità.

LA SUDDIVISIONE IN TRE LIBRI

Gli statuti narnesi sono divisi in tre libri:

  • Il primo tratta diversi argomenti quali l’amministrazione pubblica, le competenze delle magistrature cittadine, le festività, le attività commerciali ed artigianali, la manutenzione delle vie e l’edilizia, il comportamento dei forestieri, le questioni economiche e le gabelle, i rapporti con i castelli;
  • il secondo tratta di giustizia civile;
  • il terzo di quella penale.

COSA CI DICONO GLI STATUTI DI NARNI

Per quanto riguarda la traduzione in italiano di seguito riportata, ci si basa principalmente sul lavoro del compianto concittadino Raffaello Bartolucci, che ci piace omaggiare anche in quest’occasione e sulla consulenza storica di Bruno Marone.

Libro I Cap.V De anulo argenteo currendo in festo beati Iuvenalis de mense maij

Stabiliamo che ad onore e reverenza del gloriosissimo Giovenale martire, patrono, governatore e difensore del popolo e del Comune della città, nel giorno della sua festività, che si celebra il terzo giorno del mese di maggio, si debba correre l’anello d’argento. Che sia del valore e stima di cento soldi cortonesi, e il palio, di cui è fatta menzione nel capitolo precedente, sia del valore di tre libbre d’oro, in questo modo:

il Vicario della città faccia annunciare pubblicamente per la città tre giorni prima della festa, una volta al giorno, che chiunque possieda un cavallo si debba preparare, come e dove riterrà opportuno, per correre l’anello e il palio in quel giorno, e che quelli che vogliono correre si debbano presentare nella piazza maggiore della città, e che a coloro che stanno lì si debba mandare a dire, che tutti quelli che vogliono correre all’anello, debbano stare dall’angolo della chiesa di San Salvato, all’interno verso la fontana, e, dopo che l’anello sia stato posto nel solito luogo, debbano correre uno dopo l’altro con l’asta o bordone, uno per volta, secondo la volontà del Vicario o dell’ufficiale presente, e al cavaliere, che correndo avrà lanciato la sua asta nell’anello, secondo il giudizio dello stesso Miles, si debba dare e assegnare l’anello in segno di vittoria e onore.

Tuttavia  ronzini da soma o giumente non possano correre ne conquistare l’anello.

Aggiunto questo che per primo a correre sia uno delle potestà delle brigate di Mezule, secondo a correre sia uno delle potestà di Fraporta, il terzo sia uno delle potestà del terziere di Santa Maria.

Alcune importanti considerazioni

In questo brano, tradotto dal capitolo originale degli statuti medievali narnesi, troviamo varie informazioni, alcune note, altre meno:

  • Il 3 maggio è la ricorrenza del patrono Giovenale ed intorno a quella data si svolgevano i festeggiamenti a lui dedicati. A Narni negli anni del basso medioevo, si utilizzava il denaro cortonese, che si ritrova nominato in numerevoli capitoli degli statuti stessi.
  • Due figure con alti compiti istituzionali citate nel testo sono il vicario ed il miles. Il primo era una sorta di governatore pro tempore della città, di nomina pontificia. Il secondo un uomo d’arme, ufficiale del vicario stesso, incaricato dell’ordine pubblico.
  • Sappiamo inoltre che tali competizioni, nelle quali, come accade oggi, occorreva molta destrezza, erano anche occasione per alcuni giovani cavalieri, di mantenere una solida preparazione militare, sempre utile alle milizie comunali.
  • Chi poteva disputare la gara, doveva quindi recarsi nella piazza maggiore della città e i binomi cavallo e cavaliere, partivano al galoppo dalla chiesa di San Salvato, oggi non più esistente,  nei pressi della fontana di piazza dei Priori. Viene specificato che giumente e cavalli da soma non potevano essere utilizzati, a ribadire il buon livello richiesto alla competizione.
  • Altra nota è che l’acquisto dell’anello d’argento che andava in premio al vincitore, era a carico della comunità ebraica narnese. È testimoniata in città la presenza di alcune famiglie di religione ebraica, che risiedevano nella zona tra Santa Maria Impensole e San Domenico e svolgevano attività di commercianti ed artigiani, vantando anche medici ed intellettuali. Gli ebrei erano obbligati a finanziare l’iniziativa. Si ritiene che fosse anche un modo per essere partecipi di un importante evento cittadino e vedersi più benevolmente consentita la legittimità delle loro attività economiche.

Marco Matticari