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Santa Maria Maggiore a Narni

Santa Maria Maggiore a Narni

Santa Maria Maggiore in mano all’Inquisizione Domenicana

Avete mai sentito parlare della Chiesa di Santa Maria Maggiore a Narni ?

Verso la fine del gennaio del 1304, da poco la gloriosa cattedrale di Narni, Santa Maria Maggiore
( ndr: oggi nota con il nome di Chiesa di San Domenico ), era transitata agli inquisitori domenicani.  Benedetto XI , succeduto a Bonifacio VIII che aveva subito lo sfregio di Anagni, invio’ al vescovo narnese, forse un tizio di nome Pietro, una nota che riassumiamo piuttosto brevemente.

La Nota di Benedetto XI al Vescovo di Narni

In buona sostanza, esauriti i convenevoli di rito, invitava il presule narnese, suo tramite, a destinare i beni che Santa Romana Chiesa aveva sottratto ad alcuni cittadini, rei “de heretica pravitate” al priore ed ai confratelli “ordine predicatorum”, suggerendogli di attivarsi con strumenti propri della sua carica se qualcuno si fosse opposto a quella sua, papale, disposizione.
Di quei pravi eretici cita anche i nomi: Citroncello di Angelo, Leonardo di Janne, Nicola di Toma, Maffeo di Seapine, Guido di Bartolomeo. I quali, tutti avevano case in prossimità della chiesa di Santa Maria Maggiore e gia’ sede dell’Inquisizione di cui i predetti cittadini avevano goduto le carezze.

L’inquisizione a Narni

Manco a dirlo sia il papa che il vescovo erano domenicani tutti tesi a consolidare nella città la loro inquisitoria presenza che prima con l’Inquisizione e poi col Sant’Uffizio, si protrarrà con alterne, testimoniate fortune,  fino alla fine del settecento.

Quel documento, piuttosto sbrigativo, ci passa alcune non secondarie informazioni.

  • La celerità, intanto, con cui i domenicani avevano provveduto ad espletare la loro inquisitoria funzione, fra l’essersi impadroniti della cattedrale di Narni e l’aver imbastito e portato a sentenza, ben cinque processi.
  • Il fatto che quella gloriosa chiesa, Santa Maria Maggiore, il cui splendore è testimoniato dall’epigrafe di facciata e la fatica della costruzione è ricordata in una scritta  interna e in una bellissima onciale sul talamone di base  del monumentale  ingresso, sia passata, senza colpo ferire, all’ordine dei predicatori in un momento in cui il papato era indubbiamente indebolito e il vescovo narnese era sotto inchiesta.

    La spiegazione ?

Forse risiede proprio in quei cinque così celeri e sbrigativi.
Forse la comunità narnese aveva problemi con l’eresia molto più pressanti di quanto siamo attualmente informati.


Santa Maria Maggiore a Narni

Di Croberto68 – Opera propria, Pubblico dominio

Bruno Marone  e Myriam Korman

Scopri tutti gli approfondimenti dei Racconti delle Pergamene

I canonici di Vienne

 

I CANONICI DI VIENNE
e il fuoco sacro a Narni

Il Fuoco e il Tau

Nel Tesoro della Cattedrale di Narni si conserva un busto d’argento di Sant’Antonio abate, ricollegabile alla omonima e perduta chiesa che sorgeva sulla piazza del Lago, oggi Garibaldi.

Un reliquiario del XVII secolo, esposto nel 1974 nella “Mostra di Arredi sacri delle Diocesi di Terni Narni Amelia”, curata da Mario D’Onofrio, sul quale compaiono la Fiamma e il Tau, ossia il ‘Fuoco Sacro’ e la lettera che identifica la Croce. Simboli che suggeriscono la consistenza dell’Ordine ospitaliero di sant’Antonio abate, detto di Vienne, e talvolta di Vienda, dalla città francese in cui era stato fondato nel 1070. Una ‘Religione’ riformata dopo oltre due secoli da papa Bonifacio VIII, e affidata a Canonici che seguivano la regola di sant’Agostino, e che si distinguevano per il Tau cucito sulle vesti.

 

I porci di sant’Antonio

Gli Antoniani di Vienne, che in seguito aprirono diversi ospizi in località di grande transito, come la piemontese Ranverso, furono anche definiti ‘Cavalieri del Fuoco Sacro’, in quanto esperti nel curare la malattia detta ‘Fuoco di sant’Antonio’, per cui avevano facoltà di accudire alcuni maiali tra le mura urbane, al fine di utilizzarne il lardo come medicamento. Ed è noto che tra le mura di Narni non potevano aggirarsi i maiali, ‘eccetto sei porci di Sant’Antonio’, ossia ‘Exceptis Porcis de Sancto Antonio in quantitatem VI’, come si legge negli Statuti del 1371, al 150 del Libro Terzo.

Tuttavia quegli animali dovevano essere muniti di un anello di ferro alle narici, per non devastare il manto stradale con il muso, e della regola ne rispondevano i custodi, passibili di una multa di venti soldi cortonesi.

 

La Precettoria

A dare evidenza ai ‘porci di sant’Antonio’, e ad avvalorare l’esistenza di un Ospedale, Precettoria o Casa, che di quell’uso poteva trarne un vantaggio, si cita una pergamena del 17 novembre 1399, in cui si porta come confine l’Ospedale di sant’Antonio, ossia un suo tenimento in località Alvanecte (Doc. 147 Arch. Capitolare di Narni).

Si ha quindi certezza che sul finire del Trecento a Narni esisteva una Casa ospitaliera antoniana, o Precettoria, retta dai Canonici di Vienne; e si aggiunge che la medesima era soggetta alla Precettoria generale di Firenze, come si ricava da una Lettera del 17 maggio 1412 dell’antipapa Giovanni XXIII, che intendeva appianare alcune questioni verificate in quegli anni di Scisma (Arch. Firenze).

La Casa di Narni, che si configurava nel complesso della chiesa del Lago, dipendeva pertanto da una Precettoria di maggior rilevanza, e a sua volta poteva essere a capo di altri ospizi esistenti nel circondario, come solitamente avveniva in quel sistema.

 

La Confraternita di Sant’Antonio

La Sede toscana diminuì di importanza verso i primi decenni del Cinquecento, e con essa si spegnevano le Precettorie collegate, e quella di Narni, tra le prime nell’elenco del ricordato Giovanni XXIII, era di certo tra le più importanti. E forse fu la sola a proseguire un percorso ricomponendosi in Confraternita, e tanto si desume dal manoscritto Brusoni (II, 1095. Bibl. Narni), che indica l’origine dell’Associazione al 15 aprile 1519, come da convalida, -confirmet et approbet-, di papa Leone X: quel Giovanni dei Medici che nel 1491 era Commendatario della Precettoria antoniana di Firenze (Manni), e poteva ben conoscere la realtà di Narni.

Dove, dalla Casa alla Confraternita si registrava una continuità di luogo e di beni, tra i quali la statua lignea dell’Abate, del 1475, e la tavola di san Giovenale, entrambi del senese Lorenzo di Pietro detto Vecchietta.

Non tutte le Precettorie scomparvero in quel periodo, e molte continuarono solo nella gestione dei patrimoni accumulati con offerte e lasciti. Mentre sulla loro decadenza poté incidere il peso di altri ospizi, come a Narni, dove predominava l”Hospitalis S. Iacobi’ (Statuti, I, 61 e vari), al quale era seguito l’Ospedale della Santissima Trinità, “deputato a curar infermi, ricever peregrini, viandanti, et a certo tempo si trova anco haver allevato li infanti esposti, et maritate alcune zitelle”, come riferiva nell’anno 1571 Pietro Lunel, vescovo di Gaeta e visitatore apostolico (Arch. Dioc.).

 

Segni di Devozione

Comunque sia stato, le rimanenti Case antoniane si protrassero fino al 16 dicembre 1775, quando papa Pio VI abolì l’Ordine, confluito con religiosi e proprietà in quello di Malta.

E della vasta rete di accoglienza che aveva attraversato l’Europa, insistendo anche su Narni, restava appena una memoria nel culto per il “Vertudioso Confessore Santo Antonio de Vienda” (Lauda di Assisi, sec. XIV, in AA-vv.), che essendo anche protettore di animali da tiro, da soma e da trasporto, coinvolgeva diversi strati sociali, dai bifolchi ai mercanti e naturalmente ai cavalieri, per i quali quei quadrupedi erano mezzi indispensabili per il lavoro e per gli spostamenti.

Tra i cavalieri, il Gattamelata, vissuto negli anni in cui operava la Precettoria narnese, si dichiarava devoto del “beatissimo sancto Antonio de Vienda” (Testamento, 1441). Una venerazione espressa anche dai pellegrini che andavano a Vienne, e tra loro Luca Panacta di Nepi, che il 7 aprile 1463, a scrittura del notaio Antonio Lotieri, procedeva “a lo viagio de sancto Antonio de Vienda, lo quale ad esso et ad noi faccia bona gratia et ad omne fedele christiano” (G. Levi, in A.S.R.S.P., VI, 1883).

 

Caffè e Spezieria

Sant’Antonio abate, o di Vienne, era celebrato il 17 gennaio, giorno in cui a Narni si procedeva alla benedizione degli animali, e dalla chiesa si snodava “il solenne e così detto strascino de’ travi”, rituale, forse associato al fuoco, del quale parlava Giovanni Eroli in una Lettera datata 1851 (L’Album, XXIII, 1857).

Inoltre, quasi a rapportarsi alle attività legate un tempo ai ‘porci di sant’Antonio’, si macellavano i maiali, la cui carne era “mangiata dai ‘festaroli’, dai canonici, dai ‘fratelloni’, dai padroni e anche da altri per divozione”, come annotava Gelindo Ceroni in “Castelli umbro sabini”, editi nel 1930.

Alla metà dell’Ottocento, quando Eroli scriveva sulla festa, i locali della chiesa erano già stati reinventati in un Caffè e in una Spezieria, o farmacia. Una trasformazione che attestava il declino della Fraternita, e concludeva l’avventura antoniana di Narni, della quale restano tracce nei documenti e quelle testimonianze d’Arte che oggi si trovano in Cattedrale, e che in origine erano nella chiesa del Lago, dove tutto è iniziato.

 

Claudio Magnosi

Leggi anche l’articolo su Capitolo della Cattedrale

Altre note:

-L.Torelli, Secoli agostiniani, 1678. -Doc. 147 in Le pergamene dell’archivio del Capitolo della Cattedrale di Narni (1047-1941) Regesti. C. Perissinotto, E .David, C. Carmi, V. Coronelli, -Sovrintendenza archivistica per l’Umbria, Perugia 2017.

-Arch. Dipl. di Firenze, Inv. 1913,79- I. Ruffino, Storia ospedaliera antoniana, Effatà 2006. -D. M. Manni, Delle Osservazioni, 1749 – G. Richa, Notizie istoriche delle chiese fiorentine, 1756.

 

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Igiene pubblica e pandemie nel Medioevo

Igiene pubblica e pandemie nel Medioevo

Assonanze fra pandemie del passato e del presente

Da quasi 2 anni ormai, siamo alle prese con una pandemia, causata da una malattia virale probabilmente partita in una remota regione dell’estremo Oriente, agevolata anche dalle precarie condizioni igieniche in cui vengono tenute alcune specie animali e propagatasi poi in tutto il mondo. Tante ci appaiono le assonanze tra il passato e la contemporaneità!

Come si diffondevano le pandemie nel Medioevo?

Una tale descrizione infatti l’avremmo potuta applicare ad eventi già accaduti nella storia dell’umanità, come attestato per esempio, sia nell’Alto che nel Basso Medioevo. La diffusione di queste epidemie era alimentata da vari fattori, quali ovviamente la presenza o meno di certi anticorpi nelle popolazioni, l’alimentazione, il clima, gli spostamenti di particolari categorie di persone come mercanti, pellegrini o uomini d’arme, le condizioni igieniche degli spazi abitativi, lavorativi ed aggregativi in genere.

Lo stesso termine latino virus indicava nel mondo antico una sorta di fluido velenoso e le parole epidemia e pandemia derivano dal greco classico e tramite il sostantivo demos, indicano un contagio esteso a larga parte del popolo. In effetti poi sembra che anche nel medioevo, nelle epidemie più conosciute, ci fosse un rilevante legame tra contagiosità e densità della  popolazione in determinati contesti e periodi.  Dopo l’anno mille, l’aumento demografico e degli scambi commerciali, la crescita delle realtà urbane, le stesse Crociate, portano con sé ovviamente maggiori occasioni di contatti più stretti e scambi tra le persone e di conseguenza maggiore possibilità di accelerare eventuali contagi. Contestualmente si moltiplicano le istituzioni assistenziali per i malati come i lebbrosari e gli ospedali, intitolati ai Santi che simbolicamente proteggevano da specifici malanni. Ne troviamo menzione in diverse fonti, cronache e componimenti del tempo, tra i quali celeberrimo è il Decamerone di Boccaccio, illustre testimonianza dei comportamenti delle popolazioni per salvarsi ed esorcizzare pericolosi contagi.

Il complottismo ai tempi delle pandemie, nel medioevo e non solo

Come spesso accade poi, assistere all’affermazione di un nemico subdolo ed ignoto, può condurre ad additare ed inventare senza prove dei colpevoli, a cercare fantomatici complotti per rassicurarci e dare un volto alle nostre paure; capri espiatori di allora per esempio, furono  spesso gli ebrei, accusati ingiustamente di spargere il contagio.

Il rapporto fra l’igiene pubblico e le pandemie nel medioevo

Ma non mancavano poi, già a quell’epoca, per la necessità di normare le varie attività umane, dei precetti ben chiari da seguire, che pur citando esplicitamente motivazioni di decoro nel limitare sgradevolezze alla vista ed aĺl’olfatto, risultavano utili anche a prevenire il diffondersi di varie pestilenze e pandemie nel medioevo. Ne abbiamo prova grazie anche alle numerose norme di “igiene pubblica” contenute negli Statuti di molte città.  Elenchiamone dunque alcune ricavate proprio dagli Statuti medievali della città di Narni, tramandati fino a noi grazie ad alcune copie successive e suddivisi in 3 libri.

Le norme che qui ci interessano si trovano soprattutto nel primo e nel terzo libro del codice, che semplificando, trattano rispettivamente di materia civile e penale e di conseguenza riportano i divieti e le relative sanzioni.

Ad esempio si stabilisce che nessuno getti sporcizia negli spazi tra le case e nelle pubbliche vie.  Inoltre le vie e le strade, sia della città che dei borghi limitrofi, dovevano essere tenute pulite a cura di coloro che vi abitavano nei pressi. Il giorno destinato a queste attività, era il sabato.

Diversi articoli si occupano delle fontane e dell’acquedotto. Per entrambi, il comune, esercita un particolare controllo, vista la loro importanza per la collettività.  Si trattava quindi di garantire la manutenzione dell’Acquedotto della Formina, realizzato in epoca romana ed in larga parte giunto fino ai nostri giorni, e delle fontane interne alla città ad esso collegate, che dovevano essere pulite almeno una volta al mese in inverno e due volte al mese d’estate. Ciò valeva pure per i fontanili situati in varie contrade del circondario narnese.  Era fatto specifico divieto di lasciare nei pressi delle fontane qualsiasi tipo di immondizia come anche di lavarci i panni o erbe e di immergervi barili o tinozze. Era vietato anche farci il bagno! Capitolo a parte era dedicato al Lacus, una sorta di bacino idrico che si trovava nell’attuale piazza  Garibaldi di Narni, che doveva essere periodicamente svuotato e ripulito a spese del comune e sul quale era severamente vietato gettare qualsiasi tipo di sporcizia. Pure le fogne erano oggetto di regolamentazione negli Statuti cittadini, laddove si ordina che siano adeguatamente coperte.

Attenzione è posta anche al controllo di alcuni particolari prodotti destinati alla vendita. Devono essere controllate le botteghe degli speziali affinché mantengano correttamente la loro preziosa merce e non vendano quella andata a male. A questo proposito erano normati e limitati anche i giorni destinati alla macellazione e vendita delle carni, soprattutto nei mesi più caldi; così come era vietato gettare scarti di animali nelle pubbliche strade e piazze ed era severamente proibito anche portare e vendere carni di animali malati, all’interno della città. I siti dove erano macellate e vendute le carni, dovevano essere tenuti accuratamente puliti ed erano soggetti a frequenti ispezioni delle autorità comunali. Un capitolo stabilisce inoltre che non si debbano tenere i maiali in giro per la città, ad eccezione dei porci di Sant’Antonio, in un numero di sei animali, che dovevano comunque essere trattati in modo compatibile con il decoro pubblico.

La gestione dei contagi

In tema di contagi, al terzo libro degli Statuti narnesi, vi è un capitolo che vieta ai lebbrosi di entrare e circolare in città, punendo anche i guardiani che ne avessero permesso l’ingresso, ad eccezione dei giorni delle principali festività religiose ( Natale, Pasqua, 3 maggio dedicato al patrono Giovenale, nelle feste mariane e in quella di tutti i Santi). Per loro il comune indicava un apposito ospedale e disponeva un contributo economico annuale, togliendogli però eventuali elemosine ricevute entrando illecitamente in città.

Un’ultima riflessione

Come sempre la storia è di grande insegnamento, se sappiamo coglierne le analogie col presente, perché i problemi di oggi potrebbero essere già stati affrontati in qualche forma nel passato e anche creduloni, approfittatori o divulgatori di false novelle, tornano ciclicamente a minare il benessere della comunità.

Marco Matticari


 

Bibliografia

  • Statuta Illustrissimae Civitatis Narniae
  • G. Cosmacini, L’arte lunga, storia della medicina,  Editori laterza 1997
  • M. Bariéty, C. Coury, Tra una peste e l’altra, in “Kos” ,n.33 1987
  • Chiara Frugoni, Paure medievali, epidemie, prodigi, fine del tempo. Il Mulino 2020

La Moneta Cortonese – Cortonese “Caput Monetae”

La Moneta Cortonese – Cortonese “Caput Monetae”

Nel “racconto” sulla circolazione monetaria a Narni, precedentemente inserito nelle uscite quindicinali delle Pergamene, abbiamo affrontato, tra l’altro, il Cortonese inteso come moneta. In questo nuovo proveremo, senza pretesa di essere esauriente, a capire perché questa moneta, nel periodo considerato, abbia goduto di tanta fortuna.

Gulielmino degli Uberti e la Zecca a Cortona

Dunque, sappiamo che il vescovo Guglielmino degli Uberti dovette aver installato una zecca in Cortona dopo aver sottomesso quel centro, (1258) tanto che ci giunge un documento del 1 ottobre 1262 con il quale il presule diffida i “dominis de moneta de Cortona” di coniare in quella zecca in assenza di un suo mandato. ( Guazzesi 1769. Scharf 2013)

Sappiamo, anche che la zecca coniò, per breve periodo, dal 1258 al 1289 e che le monete dette “cortonesi” vennero battute con “ legenda” di Arezzo, e con un numerario talmente basso, da far dire a Girolamo Mancini :
“ della moneta cortonese sono straordinariamente rari gli esemplari”.

 In alcuni atti cortonesi del 1272-1276, le cifre sono espresse nella valuta di “denariorum blancorum aretinorum qui volgo dicantur cortonenses”. In un contratto rogato nel dicembre 1283 dal notaio Orlando le monete vengono qualificate come “ libras bonorum denariorum alborum nunc usualium, qui dicuntur denari cortonensis”, dove  cortonensis sostituisce la parola  arretinos precedentemente cassata.    ( Stahl. Mancini. Montagano-Sozzi.)

Chiarito il tema della identificazione del cortonese, (vedi anche I Racconti delle Pergamene. N° 25) è bene identificare l’area monetaria dove la moneta esercitò il ruolo dominante. Per area monetaria si intende l’area geografica all’interno della quale, le specie monetarie prodotte da una determinata zecca, “dominavano” su tutte le altre monete circolanti nella regione.
La suddetta moneta guida avrebbe rappresentato una sorta di punto di riferimento per ogni altra moneta.
Questo implica di conseguenza un’attenzione per gli usi di una “moneta di conto” basati sulla moneta della zecca dominante, cui le diverse monete circolanti devono fare riferimento.

Ma quando una moneta si può definire dominante?  Ed il cortonese fu moneta dominante?

 Un lungo elenco di documenti, sembra accreditare la moneta cortonese come “caput moneta”. L’Alticozzi cita contratti stabiliti in moneta cortonese rogati a Castel del Piano 1268, a Montepulciano 1269, a Todi 1270. I capitoli conclusi nel 18 giugno 1269 fra Perugia e Orvieto menzionano soldi di denari cortonesi e nel maggio 1270 Orvieto prese in prestito lire 1232 di denari cortonesi. Luigi Fumi aggiunge che: “ la moneta cortonese dal 1260 al 1380 circa è adottata da quasi  tutte le città toscane e pontificie.

 Discorso a parte meritano gli statuti; infatti oltre a Narni, troviamo che, negli statuti dei comuni dell’Italia centrale molti usano il cortonese come moneta di riferimento, tra i quali, Castel del Piano, Montepulciano, Todi, Radicofani, Arcidosso, Chianciano, Città di Castello, Orvieto. A Foligno sono messi fuori corso nel 1322 e sostituiti con quelli di Perugia, così come ad Amelia nello statuto del 1346.

Ed è a questo punto che sorgono alcune perplessità sulla effettiva corrispondenza monetaria negli statuti alla reale portata economica del denaro cortonese.

 In molti documenti il denaro viene definito come buoni denari e cattivi denari ( mali piczioli, boni piczioli ) ;  per la differenza di intrinseco valore ( il valore del metallo contenuto nella moneta), vengono definiti, anche se con repentini spostamenti, buoni i denari di Siena, Lucca, Pisa, Firenze, Ravenna e Ancona. Vengono definiti cattivi i denari di Viterbo, Arezzo, Cortona, Santa Fiora, Volterra e Perugia.  (A. Rovelli).

I cattivi denari venivano, con delibere comunali, messi fuori dalla circolazione legale, perchè andavano a sostituire i buoni, che venivano tesaurizzati dai cittadini, in quanto coniati con maggior intrinseco di argento (legge di  Gresham, il cattivo denaro scaccia dalla circolazione il buono. Es. 500 lire d’argento e di carta) ma Cortona rimane sempre catalogata tra i cattivi denari. Se questo è vero, come può il denaro cortonese essere considerato di riferimento negli statuti comunali?

 I notai

La stesura degli statuti comunali veniva affidata, oltre che a “ boni homines” della città, ad un notaio;

 ……” uno di quei notai che girovagavano da una città all’altra come ufficiali, sia entro che fuori i confini dello Stato della Chiesa. E a cinquant’anni e un po’ di più, poteva dire di aver acquistato una bella esperienza. Aveva ricoperto incarichi di questo tipi nelle città marchigiane di Ancona, Jesi, Fano, Pesaro, Ascoli, Macerata, con le rispettive diocesi. In Romagna aveva servito sei mesi ogni volta a Rimini e Forlì, e aveva frequentato con il medesimo scopo o altro scopo, le città di Cesena, Forlimpopoli, Faenza. Era stato inoltre ufficiale nella provincia spoletana, precisamente a Spello, Montefalco, Bevagna, Foligno, ed in Toscana e nelle grandi città di Firenze e Siena. Aveva anche servito il re Roberto di Napoli, e per diciotto mesi a Manfredonia, Barletta, Bari, Trani, Napoli e altri luoghi”

(A. Luongo) .

 

……” I notai in rapido avvicendamento e spostamento da luogo a luogo (Gioacchino Volpe li paragonò ad uccelli migratori), ebbero verosimilmente una grande importanza nel plasmare il diritto statutario dei comuni del territorio ove operavano, proponendo modelli, suggerendo soluzioni altrove seguite, rappresentando istanze cittadine, mettendo il proprio bagaglio di conoscenza tecnica al servizio di locali organi deliberanti. Il loro ruolo può essere comunque valutato meglio considerandolo entro il tema, più generale, delle “influenze esterne” sui contenuti giuridici dello statuto. Vi sono d’altronde anche evidenti similitudini e in certi casi vere adozioni o “copiaticci”, in cui probabilmente giocarono un ruolo fondamentale i notai a servizio presso i comuni, in rapido spostamento da un luogo all’altro al termine del breve servizio di carica. 

( Alessandro Dani).

 

Chi erano dunque questi notai ?

Per noi tra molti, importante è Nicola di ser Marco, che faceva parte di una famiglia di notai. Il genitore, ser Marco Dovizi Alberghetti, fu console di Gubbio (1327, 1330, 1337 e 1342) e partecipò per otto volte alle commissioni straordinarie degli stessi decenni. La posizione di Marco consentì a due dei tre figli, Nicola e Francesco di diventare a loro volta notai. Il figlio di Nicola, Ghino o meglio Ser Ghino di ser Nicola di ser Marco, divenne notaio di fiducia del vescovo- rettore Gabriele Gabrielli, testimoniato dagli atti relativi alle trattative fra il vescovo e i fuoriusciti eugubini mediate dal comune di Perugia. Tra i registri giunti fino a noi, ser Ghino compare come “curie episcopali notari”. (Alberto Luongo).

 Lo stesso, ser Ghino di ser Nicola di ser Marco, che redasse in lingua latina gli statuti narnesi del 1371. (Giffoni- Mosca)

Può essere spiegato cosi, la presenza della moneta detta cortonese, nei tanti statuti medioevali?

 E se si quale fu lo statuto madre?

Domande a cui per ora non siamo in grado di dare risposta, ma poniamo invece ulteriori interrogativi.  Cosa circolava allora in Umbria?

Valore della moneta cortonese circolante

…..” Per l’oro, tutti i documenti sono espliciti: il fiorino costituiva la valuta comunemente accettata per i grossi pagamenti e come misura di valore per i beni importanti. Per la moneta d’argento, denari lucchesi, senesi, moneta di Ravenna, di Ancona e infine, e qui veniamo a un caso piuttosto singolare, i denari cortonesi, presenti non a Perugia, ma a Spoleto, come risulta soprattutto dagli statuti del 1296.

 Però la moneta di Cortona di questo periodo non esiste o almeno i pochissimi esemplari noti sono di autenticità molto dubbia, tanto da far pensare che come città non abbia mai battuto moneta.
Questione questa, ancora aperta, che necessita di ulteriori approfondimenti sui documenti e sulle collezioni numismatiche, che riguarda la circolazione monetaria in Umbria nel periodo comunale, “uno di quei casi di divergenza, tra documento scritto e documento moneta, tuttora insoluti.” (Francesco Pavini Rosati).

Che il ruolo della lira e del soldo cortonese, negli statuti, fosse invece solo semplice riferimento numerico delle monete effettivamente circolanti, è solo nostra ipotesi?  ……” i termini lira e soldo avevano un significato universalmente identico: ovunque, a Genova come a Milano, a Firenze come a Barcellona o a Marsiglia, essi significavano rispettivamente 240 e 12. I denari a cui facevano riferimento non erano gli stessi; ma il numero dei denari che essi rappresentavano era ovunque e sempre lo stesso…la gente usò sempre i termini lira e soldo per dire rispettivamente 240 volte e 12 volte la moneta di base effettiva, di solito cioè il denaro circolante.”  (Carlo M. Cipolla)

Che il denaro detto “cortonese” negli statuti abbia assolto, solo, questa funzione numerica?

 

Marco Carlini

 

 

Leggi anche:

Le armi medievali in uso a Narni

Le armi in uso nella Narni Medievale

Quando narni si liberò del dominio Pontificio?

Alcuni fanno risalire la prima organizzazione comunale narnese alla data del 1111 allor quando il pontefice Pasquale II scrive una lettera a Enrico V, da poco incoronato imperatore, lamentandosi dell’inobbedienza delle autorità e del popolo narnese.

Altri posticipano questa data al 1143, anno della donazione al comune di Narni, da parte del Conte Transarico di Miranda, di tutti i suoi possedimenti. Ma poiché nel documento della donazione si legge che altri castelli avevano fatto già atto di obbedienza e sottomissione alla città di Narni, come Perticara, Collescipoli e il Castello dell’Isola, si può dire che “la prima associazione giurata tra gruppi di cittadini”, possa, tranquillamente, essere retrodatata.

Da un’ulteriore documentazione, lo storico locale Bruno Marone, individua la nascita di questo potere : “in un documento del 1082, i boni homines de Civitate Narniae, vengono chiamati come testimoni nella ricomposizione di una lite patrimoniale tra Farfa ed un importante gruppo parentale “.

Dunque in quel periodo Narni divenne più autonoma, elevandosi poi a comune forte e potente ed estendendo il proprio dominio e la sua giurisdizione nelle località e territori vicini; ciò presuppone che Narni disponesse di un consistente apparato militare e burocratico.

Per conoscere quale fosse l’organizzazione militare del Comune Narnese abbiamo due strade, i documenti e la storiografia. Per la prima abbiamo molti spunti proprio negli statuti comunali del 1371, dove troviamo elenchi medievali di armi e normative varie, per la seconda possiamo avvalerci della prassi in uso nei comuni italiani.

Le armi medievali, in uso, vengono elencate su più capitoli degli Statuti

  • Al libro I° cap. XIV, si stabilisce che…” castellani, podestà, sergenti, torrieri siano muniti di “cervelliera, gorghiera, lancia, balestra, coltello de perhide, corsetto” .
  • Nel cap. XCV si obbliga che…” i Priori indaghino che, nella Camera del Comune, siano sempre disponibili, tra altro, 6000 quadrelli “.
  • Nel cap. CCLXIV si vieta di portare armi medievali in città e nei borghi, spada, stocco, quadrelletto, cavallotta, mandaria, roncola, coltello malizioso.
  • Nel libro III° cap. X, fra le pene, chi reca offesa armato di…. lancia, spiedo, clavarena di ferro, mazza di ferro o legno, coltello, stocco, spada, mandaria, falcone o roncola, accetta o zappa.
  • Nel cap. XI dello stesso libro, per chi percuote od uccide, con…coltello, spada, spuntone, stocco, rovaria, spiedo, lancia, mandarese, falcastro.
  • Nel cap. LXXVI, si autorizzano i cittadini, che hanno inimicizie a proteggersi con…. corsetto, corazza, gorghiera, cervelliera.
  • Nel cap. CCXXXV del medesimo libro III° si vieta ancora di portare in città… balestra, arco, pallottoliera.

Come era organizzato un esercito nel Medioevo?

Possiamo, ora, provare a conoscere come era strutturato l’oste comunale.

Gli eserciti comunali, organizzati in base ad unità civiche, sono per lo più costituiti da cittadini, montati o appiedati, reclutati in base alla suddivisione in quartieri e parrocchie.

In ragione della disponibilità di uomini validi e della loro ricchezza, le forze comunali si organizzavano a gruppi di venticinquine, in compagnie e secondo i terzieri, di cui ben conoscevano le insegne, combattendo sotto di esse sin dalla maggiore età.

La cavalleria, componente essenziale ed elemento risolutivo di ogni combattimento, appare come elemento principale dell’esercito comunale narnese. Era formata da cittadini soggetti all’imposta della cavallata e in possesso del ”cingolo militare”.  Gli statuti normano ambedue i casi.

Nel libro I° cap. CXCIV si stabilisce che…“chiunque della citta, o del contado, sia voluto salire e salga al cingolo militare, nella festa di S. Giovenale…abbia e debba avere 100 fiorini d’oro dalla camera narnese.”

Veniva poi stabilito, libro I° cap. LXXXIV che… “il Vicario della città, o qualche ufficiale o i suoi dipendenti, non possano, ne debbano ricevere, per cavalcare, dei cavalli d’accavallata del Comune”; che si presume venissero custoditi ed allevati, in contrada “Stallatorio” visto che questa assume un’importanza tale da essere, per la sua manutenzione, menzionata nel libro I° cap. LXXI.

Complesso è il discorso per quanto riguarda l’allevamento. È difficile infatti indagare come venissero allevati i cavalli necessari agli eserciti comunali e chi si sarebbe preso la responsabilità della loro custodia e mantenimento.  In Lombardia e nel veronese è stata evidenziata la presenza di un buon numero di “ feudi da cavallo” o ” feudi da ronzino”, i cui detentori erano tenuti ad allevare cavalli e a fornirli in caso di bisogno. Stesse difficoltà per conoscere i mercati dove potevano essere acquistati, visto che le attestazioni di mercati specializzati sono più tarde.  A Perugia, ad esempio, il mercato destinato ai cavalli si teneva il giorno di Ognissanti, nel borgo di S. Pietro.  ( Paolo Grillo. I cavalli in tempo di pace )

E sono i cavalli che assumono valore primario visto che si dispongono capitoli statutari che …“se qualche cavallo in qualche ambasciata, masnada, scorreria, battaglia, o scontro del Comune di Narni fosse morto, ferito, magagnato” ( da mangano)… sia fatto risarcimento o restituzione del cavallo con decreto del Consiglio “. libro I° cap CCIV.

Ma, per conoscer quale poteva essere il risarcimento adeguato per un cavallo perduto in guerra, dobbiamo rifarci alla documentazione di comuni più o meno vicini.

“Gli statuti di Viterbo del 1252 fissano per gli indennizzi un tetto di 40 lire, ma quelli bolognesi del 1282 lo alzano a 100 lire. Nei primi decenni del Trecento, quando le valutazioni sono fatte oramai in fiorini, gli indennizzi più bassi vanno da 8 a 16 fiorini per un ronzino, ma sono di 90 o addirittura di 120 fiorini per un destriero di valore”. ( Barbero, il cavallo come risorsa bellica. )

Di questa attenzione si ritrova riscontro anche nel libro III° cap .XLII, dove tra le pene da pagare per chi percuote gli animali, quella contro un cavallo riconosce la condanna maggiore, 25 libre di soldi cortonesi. Che il cavallo sia tra le preoccupazioni maggiori, si evince anche dal cap. LXXVI libro I°, dove per la fabbricazione di selle e finimenti, strumenti essenziali per la monta e addestramento, si stabilisce che……” nella città di Narni ci sia e ci debba essere un idoneo sellaio forestiero, che debba stare e rimanere nella città di continuo, per esercitare quell’arte per un compenso adeguato….”.

Alla cura dei cavalli e nelle cavallate, era posto un “Marescalco”, di cui lo statuto si occupa “ad personam” visto che …….”Menico Guglielmo figlio del mastro Poncio, maniscalco del Comune, è talmente debilitato per vecchiaia…… e Menico suo figlio, è idoneo ed utile, per la detta arte di maniscalco del Comune,….ed anche sostenitore del presente stato ecclesiastico di questa città, che detto Menico sia maniscalco del Comune. Però lo stesso Menico sia tenuto a partecipare personalmente, con i soldati della città, in guerra e nelle scorrerie a cavallo….” .

Detto della cavalleria, il resto della formazione militare comunale era composta da fanteria “ levata” per popolo, d’età compresa fra i 15 e 70 anni,  tra cittadini atti alle armi.
Erano registrati in gruppi, di venticinquine, con un soprintendente, il “Capocento”.

Armi e compiti degli eserciti Medievali

Nel libro I° cap. LXXXIX si stabiliscono, modi di elezione e compiti

In base a questi raggruppamenti l’esercito si organizza in battaglia, ad eccezion fatta dei cavalieri, con gruppi di specialisti in base alle armi medievali in uso: balestrieri, arcieri, pavesari.
Nella prassi bellica si nota come i pavesari, con i loro grandi scudi, siano sempre dislocati accanto ai tiratori, con compiti di copertura, anche dell’intero fronte dello schieramento di battaglia, pronti a sostenere e respingere, armati di armi in asta, la carica dei “feditori “ nemici.

Tra le armi in dotazione, ai corpi specialisti medievali che troviamo tra gli Statuti Narnesi, spicca la balestra che assume un’importanza maggiore tra tutte visto che gli statuti obbligano i Priori a munirle di 6000 quadrelli, sempre disponibili. Ciò fa pensare ad un cospicuo numero di specialisti, visto che Firenze nel 1256 ne assoldava con un numero di 10 verrettoni per balestra.

Tra le altre armi medievali da lancio in uso a Narni, oltre a balestra e arco era la “pallottoliera” sorta di balestra che lancia gli “stromboli” ossia, palle di ferro.

Tra le armi medievali in asta in uso ai pavesari e alla fanteria compaiono armi di derivazione contadina quali  falcione, mandaria, falcastro, rovaria, spiedo e la clavarena o chiaverina più idonea al lancio. Per le armi bianche, sempre in uso alla fanteria, il coltello “malizioso”che provoca ferite profonde e il coltello “ de perhide.

Discorso a parte meritano la spada e lo stocco. La spada, usata prevalentemente per fendenti, si perfezionò nello stocco più efficace nel penetrare tra gli spazi di difese sempre in evoluzione. Quest’ultimo di importazione angioina, presente per la prima volta alla battaglia di Benevento nel 1266,  per l’alto costo di fabbricazione, era utilizzato solo dalla classe magnatizia.

L’esercito “di contado”

Accanto alle truppe propriamente cittadine, che probabilmente fornivano all’esercito la maggior parte degli specialisti, una grossa quota di uomini era data dal contado. La prevalenza di queste truppe particolari, come marraioli, picconatori, palaioli, segatori, si nota, nel suo insieme, per l’uso di zappe, pale ecc. use al guasto del territorio nemico e ad opere di difesa e accampamento.

Sarebbe un errore pensare che il ruolo delle truppe ausiliarie si limitasse soltanto ad un impegno di supporto.
Sappiamo che queste truppe, nel mezzo della mischia, si distinguessero per far cadere il cavaliere recidendo le cinghie della sella o trascinandolo a terra mediante falcioni, roncole o uncini. Come accadde, secondo cronache del tempo, a Guglielmo il Maresciallo a Drincourt, postosi in salvo dopo aver visto morire l’animale, o Filippo Augusto a Bouvines  disarcionato da “ uncines et lanceis gracilibus “ o ancora, quando, un “ vulgus “ armato di forconi mando’ a terra e uccise il maresciallo Riccardo, nel 1234, dove “ il quadrupede , sempre piu’ enervatus“ resistette allo sventramento e al dissanguamento fino a quando gli furono tranciate le zampe a colpi di scure, e solo allora Riccardo non potè più stare in sella e fu’ trafitto previo sollevamento dell’usbergo.

Il furore, poteva indurre ad abbattere i cavalieri perfino afferrandoli con le mani o a pugni, quest’ultimi presumibilmente rafforzati dalle protezioni metalliche dei meglio equipaggiati. Era chiaro a tutti che cadere da cavallo in combattimento comportasse normalmente gravi rischi e che l’animale era spesso più vulnerabile del cavaliere. Ne poteva conseguire la riluttanza a ingaggiare combattimenti rischiosi per la cavalcatura, di cui, come abbiamo visto, si aveva una concezione anche patrimoniale. Non è solo l’epica a deplorare la morte di tanti cavalli di gran pregio!

 Gli appartenenti all’oste comunale, godevano negli statuti comunali, del diritto di una sorta di  risarcimento ed assistenza. Nel libro I° cap. CCXII si stabilisce che… “ qualsiasi cittadino povero o contadino della città,  percosso, impedito o mal ridotto, in battaglia, masnada, o scorreria a cavallo al servizio del Comune di Narni, sia aiutato per le spese mediche, con i beni del Comune, e per la vita dello stesso, per una quantità di 200 libbre cortonesi”.

Con alti e bassi, dovuti alla mutevolezza della sorte, lo schema può ritenersi costante nel tempo, perlomeno fino a quando la crisi demografica, economica, sanitaria che attraverso tutto il trecento non impose cambiamenti definitivi.
A Narni l’autonomia comunale cessò con la “ reconquista albornoziana “ a datare dalla metà del Trecento da quando, almeno, il Rettore del Patrimonio del Beato Pietro in Tuscia, impone il “ focatico “ di 200 libbre di denari paparini al Comune e la sottrazione amministrativa e giurisdizionale, di castelli  assoggettati o volontariamente sottomessi. E poi la Rocca e poi gli Statuti….

Marco Carlini

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Le Gole del Nera

Le Gole del Nera

E’ di prima mattina che passi sotto il ponte romano, ed inizio il percorso alle Gole del Nera. Lo chiamano di Augusto ma di recente sono nate incertezze. Tecnica costruttiva dubbia. Sembra vada collocato più tardi. Forse Marziale lo vide poco dopo costruito. Più o meno sotto i Flavi. Venne giù oltre mille anni dopo. Sinistrato forse dal terribile terremoto visto da Benedetto del Soratte e sfinito da qualche piena del Nera. Rimane un’arcata. Imponente.

Oltre il mulino

Più oltre un mulino, oggi diversamente utilizzato, possesso degli Eroli. Lassù in alto S. Casciano. Abbazia tardantica distrutta i primi anni del 900 dai saraceni e restaurata da Orso abile monaco, attivo forse anche a S. Pietro a Ferentillo. Abbazia vescovile ebbe una storia con Farfa. Poi , nel 14esimo secolo, un Eroli vescovo ne fece abbazia commendatizia. E questo potrebbe spiegare la proprietà attuale del mulino che era, prima, possesso abbaziale. Vai oltre nel fresco mattino.

A sinistra la grotta che accoglieva tombe romane. La zona si chiama funara ma nulla ha a che fare con le corde. Sentieri di cinghiali per l’abbeverata. A destra Il Nera adesso limpido e rumoroso. Gattici altissimi. Salici gentili. Rovi ovunque che qui nascondono altro mulino. Il sole, adesso, è sceso. Splendono corrusche le rupi abitate ab antiquo dall’eremita di San Jacobo. Vennero giù in pezzi dal terremoto evocato da Benedetto. Occuparono il Nera emergendo di un cubito. Scendiamo più oltre e biforchiamo la strada dell’Asse. ” Da Roma a Berlino un cipresso e un pino” rimangono, il cipresso e il pino, oltre a un nuovo sistema viario.

Stifone

Più avanti centrali e centrali e fiume soggetto a torsioni. Da queste parti una delle centrali più antiche d’Italia. Sgorga acqua acidula. Gelida. Attraversiamo. Su, a media costa, il convento di S. Giovanni e miniere di ferro. A sinistra Stifone ed acque di singolare colore come diceva Claudiano. Laggiù, sullo sfondo, la strettoia ove Tiberio immaginava diga che difendesse Roma dalle piene del Tevere che erano, poi, quelle del Nera. Dopo: il porto fluviale di Narni da dove molti amavano imbarcarsi per l’ Urbe. Una poiana gira verso il sole. Il silenzio accarezza un alito di vento e si conclude il mio cammino alle Gole del Nera.

 

Bruno Marone

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Il migliore degli arcieri: Robin Hood fra storia e leggenda

Il migliore degli arcieri: Robin Hood fra storia e leggenda

Il solo nome evoca un  medioevo immaginario

Robin Hood: il solo nome evoca un  medioevo immaginario, con i suoi fuorilegge, l’amore vissuto tra castelli e foreste, le facce cinematografiche di Douglas Fairbanks e Kevin Costner, ma anche la simpatica volpe di Walt Disney con tanto di allegra brigata animalesca.

Sebbene le leggende di Robin Hood ci siano pervenute nei secoli attraverso diverse fonti (tra cui molte reinterpretazioni della prima  trasmissione orale), e gran parte della letteratura “favolistica” sia frutto di una rielaborazione tardo medievale, non bisogna dimenticare che gran parte delle nostre conoscenze della storia e dei personaggi del mitico arciere di Sherwood sono in realtà il frutto del lavoro di Alexandre Dumas, che dopo aver affrontato i Tre Moschettieri ed il Conte di Montecristo si volle cimentare anche con questo eroe popolare.

La sua versione di Robin Hood apparve postuma nel 1863, con il sottotitolo “il Proscritto”, proprio ad evidenziare la sua caratteristica di fuorilegge, e collegarlo così al suo personale Olimpo di eroi popolari che aveva già abilmente descritto nei suoi romanzi precedenti.

Dumas consegna alla letteratura di genere il paradigma perfetto delle storie precedenti, creando una sintesi completa delle varie leggende, inserendovi tutti quei personaggi di contorno che sarebbero poi divenuti  familiari grazie al cinema ed alla cultura “pop”. Eppure il suo lavoro letterario ha basi ben solide anche nella tradizione orale e nella storia medievale, tanto da spingerci a chiederci (ancora oggi) chi fosse realmente Robin Hood.

Robin Hood è il ”miglior arciere d’Inghilterra”,

Robin è il ”miglior arciere d’Inghilterra”, la personificazione della giustizia e della lotta contro le angherie e le soverchie dei Normanni nelle antiche terre Sassoni, il protagonista di ben trentotto ballate popolari giunte fino a noi attraverso i secoli, nonché il personaggio principale in oltre sessanta anni di storie hollywoodiane, ma è mai esistito il vero Robin Hood, oppure ci troviamo di fronte all’ennesimo parto della fantasia popolare, sempre alla ricerca di eroi da emulare, con cui giustificare, a posteriori, le proprie azioni ?

La questione non è nuova, diverse sono le tesi a favore, ma altrettanto numerose sono quelle contrarie, quindi proviamo a fare in po’ di ordine, iniziando proprio dai fatti.

Le storie narrate pongono Robin e le sue gesta in luoghi e tempi reali, ben rintracciabili ancora oggi: il Nottinghamshire, al centro dell’Inghilterra, a sud della vecchia capitale York.
La leggenda lo vuole attivo qui, attorno al 1190, durante il regno di Riccardo Cuor di Leone, ma le testimonianze letterarie sono molto più recenti, al massimo risalgono al XIV secolo.

E’ dunque verosimile che la figura di Robin fosse nota sin dagli albori del XIII secolo ?

Alcune testimonianze ci portano ad affermare ciò: al 1261 risale infatti un documento redatto nel Berkshire (centro dell’Inghilterra), in cui un tale William, figlio di Robert il fabbro, viene accusato di furto. Nell’atto di ratifica delle accuse un ufficiale copia il nome del presunto ladro modificandolo in William Robinhood, avvalorando così la tesi che quel nome era ormai divenuto sinonimo di ladro già durante il XIII secolo !

Un  possibile candidato a ricoprire il ruolo storico è un tenente dell’arcivescovo di York, il quale venne accusato di diverse malefatte e dovette fuggire nel 1225, ed allora fu registrato nei documenti del 1227 come “Robin Hod fugitive”.
Non si può però provare che questo Robin Hod fosse proprio quello delle leggende, anche perché il suo stato di fuorilegge, ed il supposto periodo della sua attività non coinciderebbero con quello delle leggende. Gli storici azzardano allora un’altra ipotesi: poiché la leggenda di Robin è diffusa sin dal 1266, anno in cui il suo nome, e quello dei suoi compari, è citato da Walter Bower quale esempio di famoso fuorilegge, si può affermare che a questa data il nome fosse  già noto alle cronache.

Andando a ritroso nel tempo però possiamo richiamare i celebri versi di William Langland, autore che scrive il suo “Piers Plowman” nel XIV secolo, ed all’interno del quale uno dei personaggi, accusato di non essere un buon cristiano, risponde con le testuali parole: “I do not know my Paternoster perfectly as the priest sings it. But I know the rhymes of Robin Hood and Ranulf Earl of Chester” (“Non conosco il paternoster così bene come lo recita il prete, ma conosco le canzoni di Robin Hood e del duca di Chester”).  A questo riguardo sappiamo che tale duca Ranulf morì nell’anno 1153, e visto che Robin viene associato alla sua persona, ecco che il quadro si fa più chiaro… 

Robin viene spesso citato nei racconti come Duca di Huntingdon, e quindi può essere vissuto in un periodo in cui tale ducato aveva ancora legami con la stirpe dei Loxley (che è l’altro nome con cui è noto Robin). La storia testimonia della fine di tale ducato nel 1069, a seguito del quale i Normanni fanno decapitare Sir Waltheof nell’anno 1076.  Questa figura verrà poi associata alla stirpe di Loxley proprio grazie a Robin, e l’evento storico tornerà nella leggenda, in quanto Waltheof potrebbe essere proprio il padre di Robin, ucciso dai Normanni.

Infine il nome di Robin viene inoltre sempre associato a quello dello sceriffo di Nottingham, secondo la tradizione William Peveril, che fu anche capo guardia della foresta di Sherwood proprio all’epoca della conquista normanna, quindi attorno al 1066 !

Un’altra questione collegata all’esistenza di Robin è quella inerente alla permanenza del suo gruppo nella foresta di Sherwood: perché tali uomini furono costretti a rifugiarsi lì, lontano dalla città di Nottingham, per divenire fuorilegge ? In questo caso ci viene di nuovo incontro la storia: dopo la conquista normanna del 1066 molti nobili sassoni furono uccisi ad Hastings, chi rimase in vita fu privato dei propri possedimenti e costretto a vivere in tenda, ai margini della città.

Molte di queste persone furono chiamate Tilvatid (chi vive in una tenda), ed i Normanni li chiamarono con disprezzo Silvatici. Ciò potrebbe chiarire anche perché Robin è associato (come i sassoni ribelli) alla vita nella foresta.
Il Robin della leggenda sembra quindi coincidere con Robin duca di Huntigdon, imparentato con i Loxley, vissuto all’epoca della conquista normanna, morto prima del 1100, sulla cui tomba (o supposta tale) a Kirklees è incisa la seguente iscrizione:

Robert Earl of Huntingdon
Lies under this little stone.
No archer was like him so good;
His wildness named him ROBIN HOOD.
For thirteen years, and something more,
These northern parts he vexed sore.
Such outlaws as he and his men
May England never know again.

(Robert Duca di Huntingdon   Giace sotto questa pietra  Nessun arciere fu pari a lui  Per la sua natura fu detto ROBIN HOOD.  Per tredici anni e più  Queste terre del nord egli rese aride.
Fuorillege come lui ed I suoi uomini Possa l’Inghilterra non vederne più)

La leggenda ci consegna quindi  l’immagine di un fuorilegge, divenuto tale perché accusato di molti crimini dal perfido Sceriffo di Nottingham, tra cui rapine ai danni di viaggiatori inermi e l’uccisione di diversi cervi reali.  Tra le altre cose storicamente Sherwood era infatti una foresta reale, soggetta alle leggi del Re, ed esclusivo spazio di caccia della corte.
Ciò in quanto la caccia è sempre stata passione reale, ed il fatto di aver deliberatamente ucciso dei cervi “reali” in quel luogo rappresenta un’esplicita violazione della legge, e quindi la messa al bando di Robin e dei suoi uomini, i quali però – con sprezzo del pericolo e delle convenzioni – torneranno a vivere di nascosto proprio là.

Un ennesimo mistero circonda poi la sua figura: perché Robin Hood viene sempre ricordato come arciere e non, come succede ad altri eroi, come cavaliere?
L’arco in questione è il cosiddetto Long Bow, o arco lungo, vanto e delizia di tutti i nobili inglesi che lo usano per andare a caccia, o per fare la guerra, come è ancora ben visibile sul famoso arazzo di Bayeux risalente al XII – XIII secolo.

Tra il 1150 ed il 1500 è proprio l’arco l’arma più micidiale d’Europa, quella che permette alle truppe inglesi di vincere e sconfiggere avversari di diverso genere, con lanci di frecce che possono sorvolare le prime linee della fanteria e colpire la cavalleria nelle seconde linee degli eserciti; un’arma la cui gittata poderosa può arrivar fino a 200 metri, e che sarà ancora nel XVI secolo fondamentale, ad esempio, al Re Enrico V (quello di Shakespeare, di “…noi felici pochi, noi manipolo di fratelli…”) i quale se ne servirà per sconfiggere Francesi ad Azincourt.

Ecco quindi che Robin, grazie alla sua maestria con l’arco, rappresenta in pieno il carattere e le virtù inglesi, o forse dovremmo dire sassoni, in opposizione ai Normanni, contro cui userà spesso la sua arma, a mo’ di stendardo di liberazione.

La fama letteraria della figura è molto antica: esistono ben trentotto ballate tradizionali nate attorno alle gesta ed alla figura di Robin. Molte di esse però furono scritte solo tra il XVII ed il XVIII secolo, altre invece risalgono almeno al XV secolo, e si suppone che siano state scritte almeno un secolo prima.
Le figure che attorniano di volta in volta Robin sono altrettanto note, e spesso hanno anch’esse legami con la storia ufficiale: Guy di Gisborne, il Frate (a volte Tac, a volte con altri nomi), vari monaci dei Monasteri attorno a Nottingham, e Lady Marian chiaramente…

In conclusione

In conclusione: luci ed  ombre si proiettano sulla figura storica di Robin Hood, ma l’impatto popolare delle sue storie, delle leggende e le canzoni che lo hanno descritto è ancora vivo e pulsante.  Il pregio del libro di Dumas è quello di aver “sintetizzato” la storia e le leggende, donando loro una veste letteraria degna dei migliori romanzi del Romanticismo europeo, consegnandoci la figura del buon fuorilegge che tanto successo avrà nella nostra cultura letteraria.

 

Fabio Ronci

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Il senso dello spazio nel medievo

 Il senso dello spazio nella cultura medievale

Qual era la concezione dello spazio e nel Medioevo? 

Seppur con limitazioni e regole siamo tornati a vivere i nostri spazi: piazze, vie, monumenti storici, campo dei giochi. Spazi nostri, non solo perché viviamo nella dimensione spaziale, o come sarebbe più corretto affermare, spazio-temporale, ma anche, e soprattutto perché, questo spatium lo trasformiamo continuamente in qualcosa di nuovo e diverso; siamo proprio noi la discriminante che vivendolo lo rende una costruzione sociale. Ma il termine nel tempo ha assunto significati diversi.

“Spatium” indicava una distanza e non un concetto astratto o matematico.

In età alto medievale per esempio è completamente assente la nostra nozione di spazio: spatium indicava una distanza e non un concetto astratto o matematico; anzi il sistema di rappresentazione medievale si basava proprio sulle “distanze” generate dal binomio fondativo creatore-creazione (le creature vengono di conseguenza): il “perfetto” e l’ ”imperfetto” non possono condividere lo stesso piano e per questo si generano relazioni spaziali che danno origine ad un sistema gerarchico polarizzato da coppie di opposti (caro-spiritus, terra-coelum, intus-foris e così via) e caratterizzato dall’idea della diffusione (dal perfetto all’imperfetto). In particolare la relazione antinomica alto-basso costituisce l’asse che coordina lo spazio cristiano Medievale, asse che è discendente nell’incarnazione ed ascendente nella redenzione e assunzione): essa non solo è all’origine della verticalità dei mondi «al-di-là», ma spiega anche come nel mondo umano, per sua natura intermedio, lo spazio si carichi ed esprima una complessa simbologia. L’arte narnese offre notevoli esempi per capire come poi venissero messi in pratica questi concetti: chi non ha in mente il contrasto tra il giardino perfetto e la ordinata architettura dentro le mura della casa di Maria contro il caos dell’incolta vegetazione all’esterno nell’opera dell’Annunciazione di Benozzo Gozzoli?
(intus/foris e terra/coelum), oppure la forte carica di ascensione verticale nell’Incoronazione della Vergine di Domenico Ghirlandaio? (terra/coelum e caro/spititus).
Regaliamoci qualche minuto al Museo Eroli per osservare queste meravigliose opere.


La relazione fra uomo e spazio fisico

In ogni tempo della relazione tra uomo e spazio fisico inteso come “contenitore” di azioni umane (coltivazione, residenziali, religiose) questo ha sempre avuto bisogno di essere analizzato nelle sue dimensioni geometriche e quantitative. Il finis (confine) e qualunque elemento lo rappresenti, dalla semplice pianta o pietra al cippo, trasformano lo spazio in un reticolo geometrico e divengono i soli strumenti utili per difenderlo e riconoscerlo nelle parti prescelte, compensando la perdita del tempo felice del regno di Saturno.
La cartografia restituisce con generosità toponimi riferibili a località che devono il loro nome al fatto di essere stati luoghi di confine: Termini e Configni sono due tra gli esempi più semplici presenti nella toponomastica narnese. Su di essi in tempi remoti avrà sicuramente vegliato Terminus, divinità tutelare dei confini, emanazione di Giove, il dio dell’ordine che, succedendo al caotico Saturno, avrebbe liberato l’umanità dallo stato ferino primordiale attraverso una serie di stimoli, che portarono all’invenzione dell’agricoltura, della pro­prietà privata e naturalmente del segno di confine.

I Romani probabilmen­te ereditarono questo modello cosmogonico dalla vicina cultura etrusca. Nel­la cosiddetta ‘profezia di Vegoia’ si racconta infatti che, quando Giove prese possesso di questa terra, provvide a delimitarla servendosi di cippi terminali, in modo tale da rendere «conosciuta ogni cosa» (terminis omnia scita esse voluit). Per questa ragione la loro rimozione è destinata a provocare crisi di natura sociale. Se non nella cultura religiosa medievale sicuramente nell’ordine delle cose ciò è ancora vero nel XIV°secolo, come testimonia la fonte dello Statuto narnese al Libro III cap. LXX De eo, qui exterminaverit terminum) e lo è ovviamente tutt’ora.

 “Ci siamo, se farò ancora un passo non sarò mai stato così lontano da casa mia”, dice preoccupato e impaurito Sam a Frodo prima di uscire da La Contea (Signore degli Anelli).

Il fines è anche una soglia che assume un preciso valore come archetipo del confine fra il noto e l’ignoto, fra ciò che ha ordine e ciò che ne è privo e si fa pertanto temibile e minaccioso. Non si tratta solo dei «confini del mondo» e del caos che vi si immagina al di là, ma anche della porta – o delle porte – della città.

La porta urbana non rappresenta, come spesso si è indotti a supporre, un limite rigido, bensì un permeabile confine di “civiltà”. Massimo Montanari ha dimostrato come, attraverso l’incontro fra civiltà romana e civiltà germanica, il bosco-foresta diventa compatibile con ‘cultura’ e città, in modo tale che terrae et silvae – colto e incolto – si armonizzano nello spazio.

Ma lo spazio medievale è anche realtà aperta


Segno di questa apertura sono gli scambi commerciali, le mercanzie che si vendono fuori e quelle che non possono invece entrare e a tal proposito sono numerosi i capitoli degli statuti che regolano tassazioni e sanzioni per chi contravviene (solo qualche esempio, libro I cap CCLXII- libro III Cap. CLV), indice che quindi la “vitalità” sul confine era alta.
Segno di questa sono anche i religiosi e i pellegrini che misurano lo spazio anche con il tempo (percorrenza a giornata). E questo territorio pieno di significati, nei lunghi secoli che ci hanno preceduto, era spesso ritenuto da chi usciva dalla città per lavorare fuori le mura, ancora sicuro e conosciuto perché raggiunto dal suono della campana e diventava più ostile quando troppo ci si allontanava dal cuore della città e lo scampanio non si avvertiva più.

 

Eleonora Mancini

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Cavalli nelle Giostre Medievali

Cavalli nelle Giostre Medievali

Quali cavalli venivano utilizzati nelle giostre medievali? Una “conversazione” difficoltosa

Questa “conversazione” porta con sé una difficoltà già evidente nel coniugare un’argomento così vasto, pur ponendosi limiti temporali e territoriali per individuare quali cavalli correvano le giostre Medievali in Italia.

Affrontando il tema per coordinate essenziali, andiamo a considerare soltanto quelle tipologie di cavalli, utilizzati in Italia nelle manifestazioni equestri come giostre medievali, tornei, quintane, gare all’anello, pali, inoltre  termini ricorrenti saranno,” forse, si ipotizza, si crede,” perché non tutto è chiaro e condiviso.

Tra la documentazione studiata sui tornei in Italia, il professor Franco Cardini interviene nel merito lasciando la parola a Ludovico Antonio Muratori che dice: “ sappiamo da Ennodio (vescovo di Pavia +521 )  nel panegirico di Teodorico, ( + 451 ) che questo principe, affinchè i soldati e la gioventù non s’avvezzassero all’ozio, istituì finti combattimenti  con i quali teneva in esercizio la loro bravura e si dava al popolo un gustoso spettacolo”.

Abbiamo già in queste poche righe, e in felice sintesi, la compresenza di tutti quegli elementi che andiamo cercando e che ci servono.

Lo stesso Muratori, però, ipotizza che il torneo fosse stato introdotto dai francesi dopo 1266, con la conquista dell’Italia meridionale da parte degli Angioini di Carlo d’Angio, nella battaglia di Benevento che li vide contrapposti agli svevi di Manfredi di Sicilia figlio di Federico II.

Ancora, in un intervento, il professor Duccio Balestracci ricorda che:

“le prime testimonianze italiane di tornei, risalgono a ben prima della spedizione angioina, infatti le cronache pisane della guerra delle Baleari, combattuta tra il 1113 e il 1115, ricordano Ugo Visconti, che morì in quella guerra, del quale si dice che primeggiava fra gli altri cavalieri della sua città in “hastarum ludibus e nei cursibus equorum.  E possiamo fermarci a queste tre ipotesi, rimandando al ulteriori approfondimenti.      

Ma chi erano i cavalieri?
Chi si lanciava al galoppo sui cavalli nelle giostre Medievali?

Pur tenendo in grande considerazione il torneo “come simulazione della guerra” descritto efficacemente in “homo ludens” di Huizinga e altrettanto efficacemente troviamo rappresentato in  Guglielmo il Maresciallo” di Georges Duby , si distinguono due manifestazioni che ci interessa raccontare; il palio e la giostra.

Questi giuochi richiedevano una buona forma fisica, un regolare allenamento e un’individuale abilità a maneggiare la lancia. Nelle società comunali la classe più impegnata nel partecipare ai giuochi era sicuramente la classe magnatizia, in genere con titoli nobiliari e ancora più chi in città deteneva una posizione influente.

Fra i tanti, come esempio, Giovanni di Bernardone di Assisi, meglio conosciuto come Francesco , e Durante Degli Alighieri meglio conosciuto come Dante. Giovani rampolli di famiglie arricchitesi spesso con il commercio. Questi due esempi famosi, sappiamo che furono investiti cavalieri tanto da partecipare in questo ruolo, alla guerra tra Assisi e Perugia nello scontro di (Collestrada fine 1100) e alla guerra tra Firenze ed Arezzo a ( Campaldino 1289).

 Torneo e giostra rappresentano, dunque, la valvola di sfogo per una gioventù turbolenta, pericolosamente armata, vogliosa di mettere in mostra la propria grandezza familiare e che, quando non ha una guerra vera da combattere, deve pur dar prova della sola cosa che sa fare: menare le mani. Questi sono i protagonisti!

Dove si svolgono le giostre Medievali con i cavalli?

In tutta Italia. Nel nord, al centro caratterizzato dalla presenza di un forte ceto borghese nelle società comunali, e al sud normanno – svevo.

Come si svolgono le giostre Medievali con i cavalli?

Come abbiamo detto, l’abilità a combattere in sella ad un cavallo si acquisisce attraverso alcuni esercizi che possono essere considerati parenti stretti del torneo, si sviluppa allora quella forma di giuoco che consiste nel colpire con la lancia un manichino o nell’infilare la punta stessa della lancia entro un anello sospeso a mezz’aria. Si tratta come si vede, di un esercizio che deve sviluppare nel cavaliere la mira e la sua forza nell’infliggere il colpo di lancia all’avversario.

Le similitudini con il torneo-giostra sono ampie, nel caso della quintana oltre ad evitare di essere disarcionati dal contraccolpo del bersaglio, è importante colpirlo in certe parti, a ciascuno delle quali corrisponde un punteggio. Il giuoco dell’anello è soprattutto un esercizio di mira poiché l’anello da infilzare e da vincere è un cerchio d’argento sostenuto in aria da due corde, a loro volta attaccate ad una fune tesa tra due palazzi. Quintana ed anello si trovano non di rado collegati con il palio dei cavalli nelle giostre medievali di tutt’Italia.

Il palio si corre ovunque, nelle piccole come nelle grandi comunità, molte sono le occasioni per organizzare un palio, dalla festa patronale, al carnevale, alla festa di una corporazione. Il palio ha bisogno di uno spazio particolare dove potersi svolgere. Occorrono strade ampie e lunghe dove il pubblico possa assistervi in sicurezza. A Genova si corre lungo il mare, a Roma si sceglie quella strada che ancora oggi porta il nome di Corso. A Siena, infine, al palio alla “lunga” si affiancherà un altro palio che ha come protagonisti i cavalli delle contrade che si svolgerà nella piazza del Campo.

Quali erano allora i cavalli che venivano utilizzati nelle manifestazioni descritte. Sappiamo o meglio non sappiamo come venivano classificati i cavalli, al quel tempo genericamente si dividevano in cavalli da guerra, destriero o corsiero, da sella palafreno, da tiro o da soma, ronzino. Presumiamo che per quintana e anello venissero utilizzati cavalli come il destriero o palafreno più maneggevoli ed addestrati. Possiamo anche azzardare che potessero misurare al garrese una misura tra i  150 – 160 cm.

Ma in ordine all’aspetto morfologico ed alla misura al garrese, confrontando le rappresentazioni artistiche di monumenti equestri, e le ipotesi poste, può sorgere il sospetto che qualcosa di non chiaro ci sia.

Quali sono all’ora  i monumenti in questione ?

In ordine cronologico:
1350, Cangrande della Scala
1363 – 1350, Barnabò Visconti
1436 – 1363, Giovanni Acuto
1450 Erasmo da Narni – 1463, Il Gattamelata
1480 –1450, e Bartolomeo Colleoni.

Ora tralasciando Cangrande, che appare in fattezze realistiche e congrue, gli altri sembrano smentire le conclusioni morfologiche ipotizzate, a meno che non assumiamo come convincenti le osservazioni degli specialisti che affermano, nel caso del monumento equestre del Gattamelata, ma valide per tutti, che  “ Donatello realizza un animale massiccio, molto potente, dove facendo un rapido confronto si vede chiaramente che le proporzioni del cavallo sono doppie rispetto a quelle del condottiero, lo scultore  vuole mettere in risalto così, il valore del Gattamelata, il quale con le sue abilità riesce a domare anche cavalli selvaggi e giganteschi.” In sostanza il monumento, più che una rappresentazione realistica, sembra suggerire una rappresentazione politica.

I cavalli che corrono il palio sono invece cavalli selezionati, ricercati nei migliori allevamenti e pagati fior di quattrini. Già a partire dalla metà del Duecento a Padova, nel palio che si corre l’undici di luglio, possono partecipare solo cavalli che non abbiano valore inferiore a 50 lire o libbre e che sono stati stimati da un pubblico ufficiale o da un fiduciario del Podestà. Per il palio di Verona a sua volta, si richiedono esplicitamente cavalli che siano sani e che non abbiano riportato infortuni. Nella città di Narni il palio aveva inizio fuori dalle mura cittadine fino a raggiungere una colonna posta nella piazza principale dove era collocato. Potevano partecipare solo cavalli, erano esclusi giumente e ronzini. I cavalli che partecipano alla corsa, in genere, vengono esaminati in precedenza e, onde evitare brogli o sostituzioni durante lo svolgimento, vengono segnati. A Terni nel Quattrocento, le regole sono severe. Dopo che è stata bandita la corsa, chi vuole partecipare deve recare il proprio cavallo presso il palazzo dei Priori. Là il cancelliere registra l’animale mettendo per iscritto, in un documento, il mantello, segni particolari, il nome del padrone e il soprannome del fantino.

I cavalli migliori, del resto, non si limitano a gareggiare in una sola località ma, al contrario, vengono impegnati nei vari pali che si corrono nelle piazze più importanti. A Terni nel Quattrocento, concorrono cavalli che vengono da tutta l’Italia centrale (Perugia, Foligno, Urbino, Rieti, Roma, Narni, Città di Castello, Todi, Amelia ,ecc.). Frequentemente, i proprietari dei cavalli migliori sono gli aristocratici. Fra quelli che iscrivono i loro al palio di Terni, troviamo i Baglioni, Savelli, Trinci e Malatesta. Possedere cavalli, curarli e indirizzarli alle varie piazze nelle quali si disputa il palio è una occupazione che impegna seriamente e personalmente alcuni di questi personaggi. Lorenzo dei Medici ( 1449 -1492 ) è capace di andarlo a cercare fin dentro le stalle di Ferrante di Aragona (1458-1494 ) re di Napoli che, con i Gonzaga e i Malatesta, risultavano essere i migliori allevatori di cavalli da palio. Le scuderie medicee ospitavano cavalli famosi come: Sfacciatello, Gentile, Gazzellino, e soprattutto la famosa Lucciola, uno dei cavalli, un berbero, più veloci dell’epoca, la metà del Quattrocento. Il costo di uno di loro può attestarsi su cifre ragguardevoli: Lorenzo acquista, un leardo pomellato ( grigio )  di cinque anni per la cifra di 200 fiorini d’oro (700gr.circa).

Come si è visto non compare in nessun caso, salvo Lucciola cavalla berbera, indicazione di razza. Questo perché nei documenti si ha la descrizione del nome, del mantello, del proprietario, e a volte della provenienza. Possiamo dire però che le corse al palio avevano bisogno di cavalli veloci, forti, nevrili che primeggiassero ovunque. Il duca di Mantova nel Quattrocento possedeva 300 cavalli di cui 100 berberi o turchi. Il cavallo, generalmente chiamato arabo si diffonde in Italia, prima con i commerci di Venezia, poi con gli arabi in Spagna, con le crociate ed infine subentra con gli aragonesi .

 In conclusione sui tipi di cavalli :

 sappiamo che, storicamente, l’Italia è stata sempre un crocevia di culture, migrazioni, e scambi grazie alla sua posizione strategica al centro del mediterraneo. Allo stesso modo anche i cavalli hanno subito movimenti, scambi, incroci. Per ricostruire la storia delle razze italiane, in mancanza di documenti, l’uso delle loro caratteristiche morfologiche è insufficiente e oggi con l’utilizzo delle più moderne tecnologiche che si basano su l’analisi genomica è possibile conoscere la loro origine.

Grazie ad uno studio portato avanti da ricercatori italiani della università di Perugia, Pavia e Roma, analizzando circa 400 cavalli è emerso che, la differenza genetica tra le diverse razze è piuttosto bassa e che l’influenza dell’arabo sulle nostre linee materne sia del tutto marginale, confermando il fatto che è soprattutto con l’incrocio di stalloni arabi più che con l’uso di fattrici, che è stato introdotto in Italia sangue arabo.

Quindi nonostante che, da un punto di vista delle caratteristiche morfologiche le diverse razze italiane si differenzino fra loro anche considerevolmente, da un punto di vista genetico hanno molto in comune. Sono derivate dall’introduzione di cavalli nel nostro paese che provenivano dall’Asia e dall’Europa e, solo nel caso che questi cavalli si siano trovati a isolarsi dal resto della popolazione a causa di barriere geografiche, si è riusciti ad individuare anche una chiara separazione genetica.

Tra le razze esaminate la maggiore variabilità genetica è stata individuata nel Maremmano e nell’ Anglo Arabo Sardo mentre il valore più basso nel Monterufolino ( Toscana Pisa ).

Marco Carlini

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Dal Medio – Evo all’Olio Evo, la cultura dell’olio nel Medioevo

Dal Medio – Evo all’Olio Evo, la cultura dell’olio nel Medioevo

La cultura dell’olio nel Medioevo, storia ed evoluzione delle abitudini alimentari dall’epoca romana fino all’età di mezzo.

“…Madonna Gentile di Somarello donò al monastero una croce d’argento dorato con bottoni d’argento, un oliveto con molino situato sotto l’ospedale e vicino ai beni di S. Bernardo e di S. Francesco, desiderando la testatrice che si rivedessero bene i confini dell’oliveto posto tra S. Bernardo e S. Maria[1]

(Memoria di frate Andrea Jucoli di Narni, priore del convento di S. Maria Maggiore, riferita all’anno 1379 riportata dal Brusoni nel manoscritto “Documenti sopra la città di Narni”, del sec. XVIII).

Questa semplice annotazione, porta ad una miriade di considerazioni.

Ben due oliveti, possiede la donna (e già questo aprirebbe un’ampia discussione sulla situazione femminile nel medioevo) addirittura con mulino.

Possedere un mulino, sopratutto ad acqua, nel medioevo è un po’ come possedere una grande azienda con i macchinari che consentono di sostituire la manodopera. Nato comunque prima di Cristo (il più antico esempio di mulino ad acqua figura intorno al 18 a. C. a Cabira, nel Ponto), si diffuse lentamente, sia a causa del costo elevato quando la manodopera costava poco più di zero, che dell’installazione in zone specifiche (fiumi, che oltretutto non subissero secche o gelate) che non tutti potevano avere, e non ultime le numerose guerre. Di conseguenza tutti i mulini ad acqua erano di origine signorile e molti dipendevano da monasteri. Non a caso, il mulino oggetto di testamento è situato tra i beni di Chiese che erano, e sono, disposte sul versante che scende degradando sul Narico (il Nera riportato negli Statuti)… Probabilmente la pressione sull’acquisizione del bene è tale da far decidere la testatrice a cedere il mulino, anche se dopo la sua morte, in cambio della revisione dei confini dell’altro oliveto. Perché anche possedere un oliveto è sinonimo di ricchezza, molta ricchezza.

La coltivazione dell’olivo, e conseguentemente la produzione dell’olio, segue le sorti dell’impero romano, il cui sistema alimentare era fondato sulla “triade di valori produttivi e culturali che quelle civiltà avevano assunto a simbolo della propria identità” (“La fame e l’abbondanza. Storia dell’alimentazione in Europa” M. Montanari, 1997) composta da cereali, vite, olivo.

Roma diffuse in tutto il suo impero, dove ovviamente le condizioni lo permettevano, la coltivazione dell’olivo così come il consumo dell’olio. Parimenti, con la sua caduta entrambi andarono scemando in tutta Europa.

Ma anche per altri motivi. Vero è che i barbari che affondarono l’impero, nello stesso modo portarono le proprie usanze alimentari che non conoscevano l’olio, ma solo grassi animali come il burro e il lardo che lo soppiantarono, ma non è vero, che la cucina romana non conoscesse anche l’uso ed il consumo dei grassi animali, come la “succidia”, carne salata, sorta di precorritrice della famosa “carbonata” di Mastro Martino, vale a dire lardo o meglio ancora pancetta cotta.

Nel Medioevo l’uso dei grassi animali prevalse quindi su quello dell’olio, per due motivi, sia perché era molto più facile ed economico il loro reperimento, sia perché culturalmente l’olio nel Medioevo veniva identificato con la civiltà romana. Paradossalmente però proprio quest’ultimo punto lo portò pian piano a “risorgere”. Olivo ed olio, vennero a questo punto indistricabilmente associati al Cristianesimo, sia nei riti che nella simbologia, ritrovando importanza man mano che la religione si diffondeva. Sempre più olivi vennero piantati in prossimità delle Chiese, per avere la Palma Benedetta e per ricavare l’olio, che non solo era indispensabile per i giorni di magro, che tanto influenzavano la dieta monastica e non solo, ma anche per essere usato nei riti e nell’illuminazione.

Gli oliveti abbandonati, rifiorirono nelle zone dove erano più facili da gestire, nelle regioni dal clima e territorio più propizi, in Italia centrale e in Liguria, dove era forse la cultura più prospera e remunerativa.

L’olio nel Medioevo rimase comunque un prodotto per classi agiate e ambienti monastici, nelle classi inferiori veniva usato solo in ricorrenze particolari, sottolineandone in tal modo, la ricchezza. Teofilo Folengo, tra i principali esponenti della poesia maccheronica, ancora nel 1500 descrive il contadino Picada che versa l’olio a piccole gocce nell’insalata dalla fiaschetta tenuta da parte per le grandi occasioni…[2]

E’ facile pensare allora quanta ricchezza possa essere stata prodotta dalla Narni del tardo medioevo. Il versante collinare sul Nera pullula di oliveti, come testimonia la Memoria del Priore di S. Maria Maggiore, la riva del fiume di mulini, ampiamente dimostrati dagli Statuti dei quali qualche traccia è presente ancor oggi, la presenza del porto di Stifone, per la veicolazione dei prodotti, tramite le caratteristiche “sandalae”  (G. Bolli), con scafo  a fondo piatto e lunghezza limitata,[3],sono una testimonianza inconfutabile della ricchezza del mercato dei prodotti dei mulini narnesi. Ricchezza che giungeva a Roma, dal Nera al Tevere, lungo quella splendida “strada” di acqua utilizzata a lungo nei secoli…

Olio, farine, carta, panni, funi, tegole e mattoni, canapa… già nel medioevo ai piedi di Narni, sorgeva quella che potremmo definire un’”industria fiorente”!

Non a caso gli articoli che gli Statuti dedicano all’Arte dei Molendini, sono i più numerosi e dettagliati in assoluto, a dimostrazione dell’importanza dell’Arte (che merita un “Racconto delle Pergamene” specifico). In essi si normano le misure per la struttura del mulino, il salario dei mugnai, i controllori del rispetto delle norme ed i loro salari, il divieto di corruzione, la volontà di protezione e di incremento dell’Arte con la garanzia dell’incolumità di chi andava a macinare ed il divieto di andarvi in altre località, soprattutto la nemica Terni, nonché la volontà di disciplina delle norme riguardanti cause dell’Arte perché ancora troppo indefinite ed infine, fra le tante altre, l’esenzione, parziale o totale, denotante un’importanza pressoché unica in tutti gli Statuti, dalle norme per due particolari mulini, Polletra e Cerasae….[4]

Uno in particolare riguarda esclusivamente il “mulino per le olive”, cioè l’articolo CXXXVI del Libro III:

Inoltre stabiliamo che, nessuna persona permetta che l’acqua delle olive esca, o fluisca, o scorra per qualche via pubblica della città di Narni, ma quello del quale è il mulino, o il locale del Molino faccia, e curi, a sue spese, di mandare la medesima acqua sotto terra, e la ricopra in modo tale, che non appaia sopra la via. Quello, che abbia trasgredito, paghi alla Camera, come condanna, 100 soldi cortonesi, e chiunque possa denunciare ed accusare i trasgressori, e gli sia dato credito.

Aggiungiamo che, qualche tintore, o proprietario del mulino delle olive non possa fare defluire il pastato, o l’acqua del vascello, o delle olive sopra la terra, presso qualche Porta, dove si riscuote la gabella, né presso la stessa Porta a 15 pedali. E sulle cose predette, e qualcuna delle predette si stia alla parola, e alla relazione dell’ufficiale del signor Vicario, e si abbia per piena prova.

Si evince facilmente che i frantoi, o “mulini per le olive” erano presenti anche in città e in numero considerevole se è sorta la necessità di limitarne la defluizione delle acque di scarico. Nel Medioevo l’olio era la ricchezza di ogni casa, tanto che molte ne avevano di propri, con spinta da uomo o animale, o al massimo di vicinato, tanto che ancora oggi se ne possono trovare nelle abitazioni, denotando ancora una volta, una notevole prosperità diffusa.

Ne emerge anche un’altra nozione circa il modo di lavorazione che sembra non differire da quanto noto… il pastato potrebbe corrispondere alla nostra sansa e l’acqua del vascello quella di scolatura e ripulitura dei fiscoli.

E quindi, una volta ottenuto l’olio?…

Gli Statuti non riportano ricette gastronomiche ovviamente, ma sicuramente danno un’immagine di quanto il prodotto sia caro alla città.

L’Articolo LII del Libro III vieta ai pizzicagnoli, di fare incetta, per la rivendita di formaggio, uova, polli, uccelli e altra cosa commestibile, all’infuori di pane, sale, olio, fichi secchi, carni e pesci salati, pena 40 soldi cortonesi. La prima associazione è quella di bene di prima necessità, data la comunanza a pane e sale, non sfugge tuttavia l’accostamento anche a fichi secchi e pesce e carne salata, cibo indispensabile in caso di assedio, e in questo caso l’olio avrebbe anche la funzione di “arma da difesa”, anche se visto il notevole costo, appare più probabile l’utilizzo in sua vece di acqua bollente.

L’olio nel medioevo era inoltre usato nella lavorazione della cera per torce, candele e quant’altro, anche se non avrebbe dovuto. L’articolo CXXIV del Libro III, vieta infatti l’utilizzo della morchia dell’olio mischiata alla cera.

In una sorta di tema tanto caro al medioevo quale la “Battaglia fra Carnasciale e Quaresima” insomma, l’olio in tavola, potrebbe essere il simbolo del mondo alla Rovescia, una volta simbolo di Quaresima, per la religione, così come burro e lardo lo sono per l’abbondanza tipica del Carnasciale, e subito dopo simbolo del Carnasciale, per la ricchezza che lo relega solo alle classi più abbienti, mentre le povere si devono accontentare dei grassi animali.
Nella religione è simbolo sacro, benedizione divina, sapienza, amore, elezione divina e Spirito Santo. Per la società indubbiamente simbolo di ricchezza, tanto che ancora esiste il detto popolare, “Chi vuol fare invidia al suo vicino pianti l’olivo grosso e il fico piccolino”.

Sicuramente a Narni, dove ancora è forte la tradizione e l’amore per l’olio “buono”, l’olio è tutto ciò, ed anche di più.
E’ simbolo che posto sulla porta della taberna, autorizza l’oste a vendere vino, ma è addirittura “il” Simbolo della Città, rappresentandola alla Prima Esposizione Nazionale del Regno d’Italia nel 1861. (Contributo di Claudio Magnosi). E’ “Storia”.

Patrizia Nannini


[1] E. Martinori, Cronistoria Narnese, Editoriale Umbra, Terni, 1987.

[2] E.Carnevale Schianca, La cucina medievale – Lessico, storia, preparazioni“, Florencia, Leo S. Olschki, 2011.

[3] M. T. Caciorgna, La ricchezza scorre a fiumi, Articolo tratto da Medioevo n. 9, Settembre 1999.

[4]LIBRO I.

Cap. I. Dei Molinari e dei Molini, e dell’ordine dei Molinari.

Cap. II Della molitura, la quale debbono ricevere i Molinari in grano, che macinano.

Cap. L. Degli screzi, e questioni da terminare tra i Comproprietari, Proprietari dei Mulini e coloro che hanno le proprietà in Fluminata.

Cap. CXVI Che coloro che vengono a Narni per macinare vengano salvi e sicuri.

LIBRO II

Cap. XXVIII Della riparazione di qualche Casa, Mulino, o Edificio comune tra alcuni comproprietari.

Cap. LVIII Che da qualsiasi dei Molini diventati inservibili non sia pagata la dativa.

LIBRO III.

Cap. LIV. Che nessuno tagli legna, o guasti le macine di qualche Molino.

Cap. CXXXVI. Dell ‘acqua dei mulini delle olive che non fluisca per la città di Narni.

Cap. CXXXIX. Che nessuno cittadino, o Comitatense vada a macinare ad altri mulini, se non a quelli dalla città di Narni.

Cap. CLV. Che nessuna persona vada, o mandi a macinare a Terni.

 

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