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Narni Rubata

Nel Patrimonio di San Pietro

Negli anni Quaranta del Trecento, mentre la sede pontificia era ad Avignone, Narni non era molto allineata al Patrimonio di san Pietro, che era il governo tra Viterbese e Umbria dal quale dipendeva. E che richiedeva una sottomissione regolamentata da statuti, testimoniati dall’affresco laico in Cattedrale, dei quali nel 1347 era garante il vescovo Agostino Tinacci.

Ma la città, pur aderendo formalmente a quei dettati, di fatto si considerava libera, e si comportava come tale. Perché era capace di autonomia e sapeva coltivare alleanze, favorita da una via di notevole transito e da avviati commerci, come quelli dell’uva passa e della lana, che coinvolgevano mercanti e banchieri di Firenze, Prato, Signa e di altre località della Toscana.

 

Nella ‘libera’ Narni

E proprio Firenze divenne riferimento per la ‘libera’ Narni, che accolse ambasciatori a iniziare da ser Bartolo Benni da Signa che arrivò nell’agosto 1346, a proseguire fino al 1381 con Nicolò di Pietro Pucci, Lapo Pieri, Giovanni Gucci, di nobili famiglie, ed altri ancora, quasi a delineare una Delegazione stabile.

Mentre si registrava l’invio a Firenze di alcuni cittadini narnesi che potevano giovare  alla Repubblica. E tra loro Berardo Massei, che fu podestà nel 1345, e Francesco di Bartolomeo che era giudice nello stesso anno. Ed ancora nel 1369 Paolo Andrielli di Alvenino, e Antonio di Andrea di Marinata, che operava nel 1383.

Era un rapporto pari, e i visitatori fiorentini, garantirono vicinanza anche nel 1357, tempo in cui il vescovo Agostino Tinacci a nome del cardinale Albornoz -che allora firmava le Costituzioni egidiane- cercava di ridimensionare la stessa Firenze, dove per altro benedisse alcune fondamenta della Cattedrale meritandosi una statua sulla facciata. E quei contatti  proseguirono oltre un decennio dopo la stesura degli Statuti del 1371 e dell’arrivo del governatore pontificio, consentendo a Narni di praticare una amministrazione in qualche modo autonoma.

 

Quando Narni fu rubata

Tuttavia negli anni Settanta era mutato lo scenario politico, ed era cambiato il profilo della città, sul cui monte dove prima era il monastero di santa Maria Maddalena era sorta una fortezza, voluta dal cardinale Albornoz a controllo del territorio.                                                                                    Ma la ‘libera’ Narni si ribellò al nuovo sistema, restando unita a Firenze, per cui nel 1375 ‘riceve dai fiorentini un vessillo rosso ove leggesi in argento la magica parola Libertas’ (Ceroni). E nel contesto si inseriva anche il vescovo Luca Bertini, che dal Patrimonio fu inviato come ambasciatore a Firenze e lì imprigionato nel 1376.

Intanto in città tornavano i diplomatici, come Jacopo di Villano da Piombino, venuto a tacitare il dissenso per conto del legato pontificio per l’Umbria. Mentre tra le mura si generava una guerra tra chi era a favore o contro la Chiesa, con interventi di forze esterne. E non meraviglia che Piero Minerbetti nella Cronaca dal 1385 abbia titolato quel confuso periodo di libertà tradita ‘Come la Città di Narni fu rubata dagli amici e da’ nimici’.

 

Tutto diventa Storia

Nel 1381 compariva Jacopo di Tommaso, ultimo ambasciatore di Firenze a noi noto, nel tempo in cui Roma era già dominante. E lo confermano gli Statuti che sancivano il riconoscimento del nuovo governo e indicavano lo stato di sudditanza, e dai quali è comunque iniziato il racconto della Corsa all’Anello, che vi ha saputo cogliere norme fatti e figure, trasformando una intimazione in risorsa.

Per cui dall’indipendenza acquisita mentre il papa era ad Avignone, alla autonomia ‘rubata’, tutto diventa storia, e restano tra le pagine il fantasma di una libertà perduta, e la vicenda delle ‘illustri ambascerie’ fiorentine, che furono occasioni di confronto e lasciarono lunga memoria. Come dimostrava Piero de’ Medici che, in esilio dalla sua Firenze, nel 1495 trovò riparo a Narni.

Claudio Magnosi

 

 

  1. M. Soldini, Delle eccellenze e grandezze della della Nazione fiorentina, 1780. V. Registro ‘Casate e Nomi, le quali sostennero per la Repubblica, e pe’ Dieci di Balia illustri ambascerie dall’Anno 1340 all’Anno 1400’. -P. Tronci, Memorie storiche della città di Pisa, 1682 -AA.vv, Monumenti storici, 1903 -G. Degli Azzi Vitelleschi, Le relazioni tra la Repubblica di Firenze e l’Umbria nei secoli XIII e XIV, 1904 -G. Ceroni, Spicilegio storico, 1921

Gli Ebrei e i quattro fiorini

“…… Stabiliamo che i giudei o gli ebrei, che dimorano nella città, o che vi abiteranno in futuro, siano tenuti e debbano pagare in qualunque anno, nelle calende del mese di Maggio, al camerario del comune, 4 fiorini d’oro, che siano e debbano essere convertiti nel costo e per l’acquisto di un palio e di un anello d’argento, placcato d’oro….” Statuti Lib. I° Cap. XXLXII.

La consuetudine dei comuni medievali di chiamare le comunità ebraiche a contribuire alle celebrazioni per la festa del santo patrono, secondo un uso praticato in tutti i centri dello Stato Pontificio, che non di rado erano legate alla concessione di nuove condotte ferenatizie e dei diritti connessi, li obbligava a partecipare alle spese dei palii organizzati in quelle festività.

Da questa premessa, nasce la curiosità di capire quanto fosse oneroso, per la piccola “universitas iudeorum” di Narni, versare il contributo annuale.

Per farlo dobbiamo circoscrivere un periodo temporale, in cui posizionare la norma statuaria.

Dalle testimonianze dei protocolli notarili e della toponomastica, si può ipotizzare un insediamento degli ebrei in città, già dal 1276, dove è attestata a Narni una “ ecclesia Santi Petri Iudeorum “, che sorgeva all’interno del territorio della parrocchia di Santa Maria Impensole. ( P. Pellegrini )

Altra data de tenere in considerazione, è quella della stesura degli statuti, 1371. Dentro questo quadro temporale, altri indizi aiuteranno a precisare meglio il periodo di riferimento, monetario, utile.

E dunque, ci soccorre, un secondo capitolo degli Statuti, il XXV del Lib. I°, dove il legislatore dispone che gli

ebrei non possano risiedere a meno di 25 piedi dalle fonti d’acqua, a pena di 25 libbre cortonesi.

Questo mito nato in Savoia, e poi diffusosi in larga parte dell’Europa durante la pestilenza del 1348, voleva gli ebrei avvelenatori di pozzi e sorgenti, agenti di satana nella lotta contro la cristianità. ( P. Pellegrini )

Da questo secondo elemento, possiamo restringere la forbice di oltre un secolo, sapendo comunque, che gli statuti raccolgono leggi e norme nel tempo susseguitesi.

Dopo di che, possiamo, nel periodo considerato cioè 1348 – 1371 e dintorni, valutare la possibilità di conoscere il valore commerciale del Fiorino.

 

IL DOLLARO DEL MEDIOEVO

Nel 1252, le repubbliche mercantili italiane cominciarono a battere una moneta d’oro puro, dal peso di 3,5 grammi circa. Non furono le prime monete d’oro dell’Occidente dopo Carlo Magno (Augustale gr,5,25 Federico II 1231),  ma la sua coniazione rappresentò una riforma epocale ed ebbe immediata diffusione in tutta Europa. Da allora fino alla fine del Medioevo, il dollaro dell’area mediterranea, fu la moneta d’oro delle repubbliche mercantili.

Tra queste, dal 1252 e la fine del XIV sec, è la moneta d’oro di Firenze quella che di gran lunga godette di maggior prestigio, e i funzionari della zecca fiorentina potevano orgogliosamente rivendicare il “communem cursum quem habet dicta moneta auri per Universum orbe terranum”. ( Storia delle monete della Repubblica Fiorentina. Ignazio Orsini)

Chi vuol comprendere le cause del trionfo del fiorino, deve tener conto della meravigliosa capacità espansionistica dell’economia fiorentina di quel tempo, e del suo ruolo nell’attività internazionale, bancariae commerciale.

 

Alto valore unitario, stabilità intrinseca, supporto di una economia forte e sana, sembrano essere stati i tre fondamentali elementi della formula che fece la fortuna del dollaro del medioevo. ( C.M. Cipolla )

 

I CAMBI

La comparsa del Fiorino ebbe come diretta conseguenza la creazione dei rapporti di cambio con le monete argentee che furono documentati, in maniera talvolta giornaliera, a partire già dal 1252.

In generale la possibilità di equiparare un dato ad un altro è legata direttamente al metro di confronto che, per essere tale, deve essere una costante. Ritenere la moneta fiorentina, costante, è provato dalla sua fama. Lo è per il peso e per il titolo, gr. 3,5 a 18 carati.

Altro elemento essenziale per comprendere il potere d’acquisto del Fiorino, è il “denaro Piccolo” con cui veniva rapportato in termini reali, questi fu moneta circolante nelle contrattazioni di basso valore e soggetto a spinta inflazionistica, ed il cosiddetto “denaro Grosso”, per transazioni internazionali, caratterizzato da notevole stabilità.

Di seguito alcuni valori che possono servire di riferimento nella comprensione del testo selle cronache, quando si parla del denaro e delle sue equivalenze:

1libbra o lira= 20 soldi= 240 denari= 410gr. Argento fino.

Che il Fiorino, al momento della sua coniazione, valesse 240 denari fiorentini è cosa sicura, ma per il continuo svilimento del denaro nel suo intrinseco d’argento, e non solo, questo rapporto prese a salire in maniera costante, tanto che la moneta d’oro passò nel giro di 25 anni da 240 a 360 denari.

Sulla continua diminuzione dell’intrinseco del denaro, moneta piena, si inserisce la sua prima definizione di moneta segno o fiduciaria.

Nelle cronache si fa spesso riferimento ai denari piccioli, denarius parvus, questo è il nome dei denari d’argento quando sono ridotti di peso e titolo. Se essi non fossero ridotti nel contenuto di argento, dovrebbe valere l’equazione, una libbra di piccioli = 1 Lira.

A Firenze nel 1300 un Fiorino d’oro vale 4 soldi e 6 denari di piccioli, ovvero 558 denari piccioli e poiché una lira è 240 denari, un Fiorino vale 558: 240 = 2,3 lire.

Dentro questo quadro i rapporti di cambio variavano giornalmente in base a moliti fattori, dal momento che, essendo moneta fiduciaria, il rapporto era condizionato anche, dalla perenne carenza, varietà delle monete e non ultimo il profitto dei cambiavalute. A Firenze alla metà del “300 i banchi dei “cambiatori” erano 80. ( Villani, Cronaca )

 

IL FIORINO E IL DENARO

Quale denaro può essere preso a riferimento negli anni tra il 1350 / 1370 ?

Appartenere ad un’area monetaria non consente certezze, perché all’ interno della stessa circolava liberamente e legalmente una massa notevole di denari, di altri stati, di altre aree. ( Racconti delle Pergamene n° 25 ) .

Abbiamo, dunque scelto di considerare solo aspetti di carattere politico, cioè, orbitare e sottostare nel Patrimonium Beati Petri, il rientro della sede papale, il trasferimento della zecca del Patrimonio da Viterbo a Montefiascone, diventata residenza del rettore e centro amministrativo dello stesso.

Esiste prova dell’avvenuto trasferimento della zecca da Viterbo a Montefiascone in un documento datato 1334 nel quale il tesoriere del Patrimonio di S. Pietro, tale Stefano Lascoutz, richiede la presenza di Angelozzo Peponi da Orvieto a Montefiascone per prendere accordi necessari alla coniazione di moneta “ per mandato del Papa”. E in ultimo le lettere inviate da Giovanni XXII nel 1334, e da Benedetto XII nel 1337 per sollecitare il rettore del Patrimonio ad incrementare la produzione monetaria, e lo scopo sembra essere raggiunto.

( Martinori, “ Della moneta Paparina”).

Dunque il denaro Paparino.

 

 

TASSI DI CAMBIO ( P. Spufford. Handbook of medieval exchange )

Di seguito alcuni tassi di cambio, tra Fiorino e Paparino, e la loro evoluzione nel secolo:

1300 Firenze. 1 fiorino = 46 soldi e 6 denari piccioli. // Montefiascone 1 fiorino = 43 s. e 4 d. paparini

1340 Firenze. 1 fiorino = 64 soldi.                                    // Montefiascone 1 fiorino = 57 s.

1350 Firenze. 1 fiorino = 64 soldi                                    // Montefiascone. 1 fiorino = 54 s.

1360 Firenze. 1 fiorino = 68 soldi                                   // Montefiascone. 1 fiorino = 58 s.

1370 Firenze. 1 fiorino = 65 soldi e 6 denari               // Montefiascone . 1 fiorino = 58 s.

 

 

Ricordiamo che al momento della prima coniazione, il Fiorino 1252, si cambiava a 240 denari.

Per dare ulteriori riferimenti, inseriamo dati che aiutano a capire il potere di acquisto del Fiorino, con la consapevolezza che questo non possa rappresentare un quadro completo e preciso, ma solo valore indicativo. Anzi diciamo pure che possa valere solo come curiosità. Sappiamo quanto sia ingenuo i prezzi espressi in monete di altri, in prezzi espressi in monete attuali; oppure trasformare le monete in grammi di metallo fino, sapendo quanto il valore del metallo sia cambiato nel tempo; e in ultimo, che il costo della vita e i beni di consumo, anche rimasti gli stessi, avesse uguale valore. Vale per tutti il libro prima dell’invenzione della stampa.

Un primo dato ci viene dal prezzo del frumento per staio (24,4 lt.) a Firenze 1360/1370, fissato a 19 soldi di denari piccioli. (Ugo Tucci, Annali6. Storia d’Italia Einaudi)

Per il sec. XIV disponiamo di inventari di due biblioteche di Pavia, un medico e un avvocato. Il primo disponeva di 30 volumi ed era valutata 133 fiorini, con una media generale di 4,5 fiorini per volume. Il secondo 15 libri, tutti di argomento giuridico, erano stimati per un totale di 385 fiorini, per una media generale di 27,5 fiorini. Va da se’ che i libri di argomento giuridico raggiungessero un valore economico maggiore.

Il salario del Podestà (Firenze metà del “300) e di sua famiglia, l’anno è di 15240 denari piccioli. Circa 21 fiorini. Il salario del Capitano del Popolo e di sua famiglia, è di 5880 piccioli. Circa 8 fiorini.

Il palio, di sciamito, che si corre per S. Giovanni, e quelli di panno per S. Barbara e per S. Reparata costano

l’anno fiorini 100 d’oro. (Cronaca, Villani)

Nel 1355 il legato apostolico Egidio Albornoz, dichiara di aver ricevuto dal vescovo di Narni, la somma di 81 fiorini d’oro, dovutagli da parte sua e del clero narnese, come compenso per il terzo anno della sua legazione, e rilascia quietanza. (Pergamene del Capitolo della Cattedrale di Narni.)

Nel 1376 in Pavia un certo Zanino dichiarava, con atto notarile, di essere debitore ad un tale chiamato Borello, di 80 fiorini, perché quest’ultimo lo aveva mantenuto per quattro anni e due mesi, fornendogli tutto il necessario, viveri e vesti. (Carlo Maria Cipolla)

Ultimi riferimenti, riguardano i tassi d’interessi. Mercanti ed imprenditori, nelle città di Toscana, potevano denaro a breve e medio termine ad un tasso d’interesse del 7% al 15%. I prestiti al consumatore tendevano naturalmente a costare di più, sopratutto per il maggior rischio del prestatore. Generalmente, questi,  venivano fatti ad un tasso d’interesse variabile dal 15 al 50% all’anno.

Alla lettura di questi dati, la considerazione che viene da fare è che il prezzo pagato per contribuire alla celebrazione del Patrono, e non solo, da parte della comunità ebraica narnese, non fosse così onerosa come in un primo momento potesse sembrare. Quattro fiorini, sono ben poca cosa, se rapportati ai denari occorrenti per coprire costi e spese per servizi e beni utili alla ricca borghesia del tempo.

Che fosse già un obolo destinato a coprire solo una formalità, nel solco di una tradizione, e non più una tassa che garantisse loro, esercizio della professione, pace sociale e riconferma di una sottomissione nei rapporti con la maggioranza cristiana?

 

Marco Carlini

Istituti Formativi a Narni, dal Medioevo ad oggi

Gli Statuti della città di Narni, la cui genesi va ascritta fra i secoli  XII e XIV, parlano, sostanzialmente, a tre riprese, degli istituti formativi relativi allo STUDIUM della città. In uno si parla della retribuzione dovuta agli insegnanti, in un altro si norma in termini positivi l’ospitalità a favore degli studenti provenienti da altre città, in un terzo dell’esenzione da ogni altro pubblico esercizio, per quanto attiene il corpo insegnante.

È ragguardevole il trattamento riserbato ai magistri. Non solo per le cifre, ma per la qualità della monetazione; non il divisionale misero corrente in città, il denaro cortonese, ma il fiorino fiorentino. Il che ci fa collocare quello specifico provvedimento oltre la metà del duecento da una parte e ci induce ad immaginare che qui insegnassero docenti provenienti da altre aree culturali. L’assieme dei provvedimenti postula un’istituzione di alto livello.

A questo quadro, francamente sorprendente, si era pervenuti grazie ad una serie di opportunità.

In primo luogo la rete delle abbazie, almeno 5 in ambito comitatense. Dotate dubitosamente di scriptoria, su un paio almeno ci si sta riflettendo ( S. Angelo e Benedetto in Massa e San Cassiano), ma certo in possesso di adeguati strumenti formativi. In secondo luogo una probabile scuola vescovile. Esistono elementi che ne postulano l’esistenza. In altra istanza la centralità politica e territoriale di Narni, unica città della conca ternana fino al primo quarto del dodicesimo secolo.

Su questi presupposti dobbiamo pensare poggiasse lo STUDIUM di età comunale di Narni, che continuò ad esistere anche in età moderna quando acquistò ulteriore prestigio, non tanto per la presenza delle Scuole Pie, i Padri Scolopi, quanto perché il Calasanzio, loro fondatore, scrisse qui’ la loro regola.

Inoltre alla metà del seicento, il vescovo Castelli creò il seminario diocesano, altro presidio culturale di bella importanza. Queste compresenze motivarono, nei secoli, un’incredibile biblioteca. Con titoli e testimonianza sorprendenti. Dal Muratori (opera omnia) alla produzione culturale francese di sedicesimo e diciassettesimo secolo, come alle coeve pubblicazioni culturali italiane. Tutto cio’ diede origine ad una vivacità culturale con esponenti di bella grandezza di cui amiamo qui citare il Mautini e Galeotto Marzio per tacere dei Cesi ben presenti a Narni.

Vivacità che parve un poco venir meno nel milleottocento tranne nell’ultimo periodo, quando l’industrializzazione forte della zona, produsse altre esigenze formative e con le riforme messe in campo dallo stato unitario si allargò ulteriormente l’area culturale di base. Processo che si arricchì ancora nel secolo appena trascorso, connotato da due elementi.

Ci fu, specie nella seconda metà del secolo, un’imponente opera di edilizia scolastica. Edifici sorsero un po’ ovunque e la parabola si concluso con la costruzione di un plesso modernissimo di scuola media superiore.

L’aspetto didattico più ragguardevole, tuttavia, attendeva la nascita di un nuovo metodo di apprendimento dovuto ad un grande talento di docente, Carlo Piantoni, che, partendo da Grotta Murella, località assolutamente periferica, arrivò a istituzioni educative mondiali anche attraverso l’esperienza condivisa con l’Alberto Manzi del programma televisivo” Non è mai troppo tardi”.

E ora? Ora si è concluso l’iter con l’istituzione in città di una facoltà universitaria sede locale di quella di Perugia. Presenza essenziale da molti punti di vista, ma piace sottolineare quello di una rinnovata vivacità culturale mai, tuttavia, venuta meno.

 

Bruno Marone

Giostre Medievali e Rievocazioni Storiche d’Italia

Giostre Medievali e Rievocazioni Storiche d’Italia

Rievocazioni storiche e giostre medievali: caratteristiche della nostra identità

L’Italia è nota per le sue giostre medievali, nella bella stagione che sta volgendo al termine, in molte realtà cittadine, si è tornati a programmare e realizzare quelle rievocazioni storiche che sono tanto apprezzate e caratteristiche dell’identità europea.
 Tra queste sicuramente sono molto suggestive le tante che culminano con giostre cavalleresche o comunque varie forme di esibizione di destrezza da parte di binomi formati da un cavallo ed un abile cavaliere.

L’origine militare delle giostre medievali

È noto come, aldilà dell’immaginario dei tornei in cui gareggiavano i nobili, molte di queste giostre medievali fossero nate in seno a quegli esercizi preparatori all’arte militare che nel medioevo coinvolgevano ed interessavano un certo numero di uomini di altri ceti, che anche in tal modo, testavano la loro capacità nel difendere la propria comunità. 
Vediamone alcune in particolare, nelle quali possiamo rintracciare delle peculiari connessioni con l’arte bellica.
Due forme di giochi in cui mostrare abilità in sella ad un cavallo erano ad esempio la cosiddetta Quintana e le giostre all’anello.
La prima in genere si riferisce ad una gara in cui un cavaliere lanciato al galoppo cerca di colpire con una lancia una sorta di fantoccio, che in alcuni casi, come ad Arezzo, rappresentava un saraceno, mentre nelle corse all’anello, i cavalieri devono centrare, sempre con una lancia appuntita, una serie di anelli sfidandosi sia in precisione che in velocità.
Quintana e corsa all’anello, come si evince dagli antichi statuti conservati negli archivi di molti di quei floridi e liberi comuni del medioevo, spesso erano comunque entrambe presenti in una stessa realtà, una di seguito all’altra, in occasioni festive importanti e solennità religiose, come ad esempio in onore del santo patrono. 

Le giostre medievali più famose d’Italia – differenze e analogie

Tale compresenza è ancora oggi testimoniata in alcune importanti rievocazioni storiche dell’Italia centrale come Foligno, dove si corre all’anello pur avendo il titolo di quintana.
In effetti però, a Foligno, gli anelli da infilare sono appesi sotto il braccio disteso di una statua che rappresenta il dio Marte.
Ad Ascoli Piceno invece, lo scopo è colpire in vari assalti il bersaglio posto sullo scudo tenuto dal braccio di un fantoccio rappresentante un “moro”. Così a Faenza dove si corre il palio del Niballo nel quale i contendenti si sfidano, partendo da direzioni opposte, a chi colpisce prima un bersaglio posizionato sulle braccia tese della consueta rappresentazione di un guerriero nemico. Simile anche la Giostra dell’Orso di Pistoia, in onore di San Jacopo, dove i fantini devono colpire un bersaglio che rappresenta lo stemma della città.
Anche nella Giostra cavalleresca di Sulmona, si affrontano due sfidanti per volta, l’un contro l’altro, ma in una corsa all’anello. O ancora nella Giostra di Valfabbrica, in Umbria, i cavalieri si sfidano in tornate sia di anello che di quintana.
A Narni, la rievocazione prende proprio il nome di Corsa all’Anello, indicandone chiaramente la tipologia di giostra, ed anche in questo caso si rivela particolarmente avvincente proprio perché si affrontano di volta in volta due cavalieri in una gara che è contemporaneamente influenzata sia dalla mira nell’infilzare l’anello con la lancia che dalla velocità che può far la differenza per la vittoria finale. 

Le lance della Corsa all’Anello di Narni

Da notare che la misura delle lance utilizzate nella più che cinquantennale riproposizione in chiave moderna della Corsa all’Anello di Narni, sia di circa tre metri di lunghezza. Questa misura risulta essere molto simile a quelle utilizzate dalla cavalleria del basso medioevo, come si può ricavare da fonti scritte ed iconografiche dell’Italia centro-settentrionale dalla metà del XIII secolo in avanti. Arrivavano infatti a tale lunghezza per competere con le micidiali lance lunghe che si stavano diffondendo tra le fanterie dell’epoca, che proprio per opporsi ai cavalieri, superavano anche i cinque metri.        
Proprio a Narni, gli statuti medievali, ci raccontano che oltre alla corsa all’anello si svolgeva anche un palio, ossia una corsa di velocità su un percorso che dalla periferia portava verso il centro. 

La differenza con i palii

Non meno diffusi infatti erano i palii, vere e proprie gare di velocità a cavallo, in alcuni casi anche asini e bufali, così denominate perché il premio per il cavaliere che vinceva, era un pregiato drappo di stoffa, il palio o pallio appunto. Erano anche eventi molto coinvolgenti per la popolazione e davvero molto comuni, ma comunque in corrispondenza di celebrazioni per il Santo patrono o altri momenti importanti delle rispettive comunità, come le fiere, le varie festività o particolari eventi eccezionali anche di natura politica. Talvolta si correva anche per motivi ludici e per celebrare vittorie in battaglia e in tal caso anche irridere l’avversario, magari correndo intorno alle mura di una città assediata. 
Tra quelli che si disputano oggi, il più famoso è ovviamente il palio di Siena, conquistatosi un ruolo di riferimento del genere, per l’attaccamento ed investimenti in senso lato della sua comunità ed anche per la sua lunghissima continuità storica. Nel circuito dei giochi storici ce ne sono molte di queste corse, tra i quali il palio di Asti, di Ferrara, di Legnano e tanti altri disseminati in varie regioni d’Italia.

Gli statuti regolavano le giostre medievali

Sempre negli statuti narnesi (libro primo, capitoli IV e V) così come in altri comuni, troviamo diversi dettagli di come dovevano svolgersi queste gare, delle autorità istituzionali che sovrintendevano al loro svolgimento ed in particolare sia il vicario che il responsabile della milizia. Vi sono descritti il valore sia dei pali che degli anelli d’argento così come il fatto che dovessero essere esclusi cavalli usati per lavoro e quindi non adatti alle corse e diverse altre norme. 

Terzieri, sestieri, contrade, rioni…tutti contro tutti!

Rilevante anche il fatto che in molte di queste esibizioni i partecipanti erano divisi per appartenenza a distinte parti delle città, denominate di volta in volta terzieri, sestieri, contrade, borghi, brigate, rioni; ciò ci riporta allo scontrarsi tra fazioni che era molto tipico sia dell’organizzazione militare che anche indicativo di uno spiccato spirito corporativo di quei tempi.
Questo suddividersi in schiere lo troviamo sia per queste corse e giostre medievali a cavallo che per altre forme di giochi più o meno legati ad esercizi militari, come le popolari “battagliole” e le più solenni “armeggerie” a cavallo; attività di natura molto diversa sia per le occasioni in cui si svolgevano che per la diversità di ceti sociali che ne prendevano parte, ma entrambe strettamente legate alle realtà urbane. Forme che via via si affievoliranno verso la fine del medioevo, perché spesso troppo cruente e per il cambiamento dell’arte bellica avviato con le compagnie di ventura.     
Ora molte di queste giostre medievali giunte in vario modo quindi ai nostri giorni, magari in forma di commemorazione o di rievocazione storica, diventano occasione in cui riconoscere l’identità di un territorio, fare aggregazione e divertimento, producendo contemporaneamente cultura e turismo e di conseguenza economia e valorizzazione in senso lato. 

 

Marco Matticari 

Leggi anche: 
Gli statuti medievali narnesi
De Palio currendo in Festo Beati Juvenalis
Cavalli nelle Giostre Medievali

I RACCONTI DELLE PERGAMENE – Approfondimenti di storia medievale     

GIOSTRE, QUINTANE, PALII E RIEVOCAZIONI STORICHE NEL ‘900 – di Roberto Parnetti


Bibliografia:
Statuta Illustrissimae Civitatis Narniae 
Duccio Balestracci , La Festa in armi
Aldo A. Settia, I mezzi della guerra 
Bruno Marone, Esercizi ed abilità militari in La Corsa all’Anello di Narni 

 

I lussi proibiti alle donne nel Medioevo

I lussi proibiti alle donne nel Medioevo – Sul corpo delle donne

La moda, l’effimero che viene “proibito”

La moda, l’effimero, sono fenomeni niente affatto moderni: l’urgenza per le donne di abbigliarsi per apparire nasce nel Medioevo e in maniera così prepotente, che si ritenne opportuno disciplinare questa tendenza con apposite norme.

Se consideriamo che molte donne sono ancora oggi obbligate ad indossare determinati abiti ed accessori, non possiamo stupirci del fatto che a partire dal XIII secolo e fino alla Rivoluzione francese, furono emanate le cosiddette “Leggi suntuarie”, un insieme di provvedimenti volti a limitare il lusso nell’abbigliamento, nelle concessioni dotali e in alcune occasioni sociali come feste, banchetti e funerali.
L’insieme delle norme è estremamente corposo e può essere approfondito nell’importante lavoro
della professoressa Muzzarelli citato nella bibliografia di riferimento. In questa sede, ci limiteremo ad esporre alcune normative narnesi relative ad abiti, doti e funerali.

Va subito detto che gli scopi dei legislatori erano tutt’altro che univoci: i divieti erano rivolti ad entrambe i sessi, ma in realtà nel Medioevo le limitazioni erano imposte in maniera quasi esclusiva alle donne.

Il lusso vietato, ma non per tutti

Il lusso era sì vietato, ma in base alle diverse categorie sociali, anche e soprattutto allo scopo di rendere immediatamente riconoscibile il ceto di appartenenza. La normativa poteva essere facilmente aggirata: chi denunziava spontaneamente il possesso di abiti contra legem, pagando un’apposita tassa poteva farli registrare e bollare, acquisendo di fatto il diritto di continuare ad indossarli. Tenuto conto che le sanzioni per chi esibiva un abito “vietato” e non denunziato, consistevano in pene pecuniarie elevate (inasprite dalla confisca dell’oggetto del reato e in alcuni casi persino dalla scomunica papale), appare evidente che le leggi suntuarie non colpivano equamente tutti i ceti sociali: i ricchi, semplicemente pagando (la bollatura o la sanzione), potevano abbigliarsi a loro piacimento in barba a qualsiasi divieto.

Un altro aspetto paradossale di queste leggi stava nel fatto che le multe si applicavano anche a coloro che avevano realizzato un abito o un accessorio vietato, sicché sarti, ricamatori e calzolai erano spesso costretti a sborsare somme che superavano di gran lunga il prezzo percepito per il loro lavoro (ferma restando, in molti casi, anche l’applicazione di pene corporali).
Il ricavato delle ammende serviva a rimpinguare le casse cittadine, ma anche le tasche dei denunzianti (una regola che si riscontra in moltissime norme degli Statuti di Narni).

Nel Medioevo c’era chi misurava la lunghezza degli strascichi delle donne

Con l’avvento delle leggi suntuarie, al fianco dei comuni cittadini che si peritavano di denunciare i lussi altrui (per moralità o semplice tornaconto personale), le città si animarono di ufficiali armati di metro, che andavano in cerca di strascichi e maniche fuori misura, “pianelle” e sopralzi eccessivi (tali da poter raggiungere anche un metro e mezzo di altezza), accessori e gioielli proibiti o che eccedevano il limite consentito, stoffe e pellicce vietate e persino colori fuori legge o destinati solo a determinate categorie.

Il campo d’azione di ufficiali e delatori era infinito, ma spesso si concentrava davanti alle chiese: le messe, soprattutto quelle domenicali e nelle festività più importanti, erano un’occasione per sfoggiare abiti sontuosi ed esibire il proprio status sociale. Quest’usanza è sopravvissuta a lungo nelle nostre zone: almeno sino agli anni ’70, soprattutto a Natale e a Pasqua, molte donne si recavano in chiesa con abiti e calzature nuove (a Narni si diceva che s’erano “ripulite” a festa) e le signore abbienti facevano largo sfoggio di pellicce. La pratica sembra essere caduta ormai in disuso, ma è ancora viva nei matrimoni, nelle feste e persino in alcuni funerali.

All’asprezza delle leggi suntuarie, si sommava l’opera di moralizzazione dei tanti predicatori che nel Medioevo si spostavano di città in città scagliandosi contro i cattivi costumi (delle donne, ben inteso).
Ciò che si stigmatizzava nelle prediche non era soltanto il danno economico prodotto da abiti e gioielli lussuosi, ma anche la contraffazione messa in atto dalla perfidia insita nelle donne: applicare imbottiture che facevano apparire in carne quelle troppo magre e indossare calzature vertiginose che rendevano alte quelle basse, significava alterare l’opera di Dio ed ingannare gli uomini circa le proprie reali fattezze.

Cosa dicono gli Statuti Narnesi

Alla vasta storiografia di molte città italiane, capace di illustrare nel dettaglio i divieti, le regole, l’entità delle pene e persino i nomi di molti contravventori, fa da contrappunto la scarsità di notizie riguardo Narni. Poche le norme degli Statuti del 1371 in proposito ed assolutamente assenti in materia di abbigliamento, tanto che per approfondire i divieti relativi agli indumenti e agli accessori è necessario consultare le Riformanze (le cui copie, purtroppo, sono disponibili solo a partire dal XVI secolo).

Al Capitolo XI del Libro Primo, si stabilisce che “nessun erede possa avere per il funerale al lutto di qualche defunto, più di due torce di cera fino a dieci libbre di peso, se sarà stato cavaliere, giudice o canonico: negli altri casi fino a un massimo di cinque libbre per ciascun cero, alla pena di 10 libbre cortonesi per ciascun trasgressore. E il Vicario della città sia tenuto ad inviare uno dei notai con i loro dipendenti e un baiulo, a qualsiasi funerale, per indagare e investigare sulle predette disposizioni, alla pena di 10 libbre cortonesi del suo salario. E nessuno o nessuna possa vestirsi di nero tranne la moglie e due servitori al massimo, alla detta pena”.

Questa norma introduce subito un importante distinguo: il peso delle torce di cera variava in base allo status del defunto: cinque libbre per i comuni mortali, il doppio per cavalieri, giudici e canonici.
I cavalieri appartenevano ad una categoria privilegiata, oggetto di limitazioni/concessioni in molte leggi suntuarie. A Siena, alcune norme dello “Statuto del Donnaio” (nome indubbiamente evocativo), dettavano precise regole riguardanti le cerimonie d’investitura, al fine di limitare lo sfarzo e lo scambio di doni importanti. Per contro, ai cavalieri era però concesso d’indossare farsetti e giubbe di mussolina o di altro tessuto di seta ed era a loro che, una volta defunti, si tributavano onoranze funebri dispendiose e spesso talmente solenni da meritare cronache dettagliate, come ad esempio quella che fu composta per il funerale di Giovanni da Pietramala: il suo corpo fu adagiato in una bara coperta di drappo vermiglio, i chierici della Cattedrale recavano cento doppieri accesi. Il corteo era aperto da “due beccamorti a cavallo”, ciascuno dei quali era seguito da sei famigli vestiti di scuro. Erano presenti quindici cavalli bardati ed altri erano coperti da insegne del comune; seguiva lo stendardo da campo del defunto, mentre il cavallo di Giovanni sfilava precedendo la bara del suo padrone, montato da un soldato che indossava l’armatura, le insegne del condottiero e impugnava il suo bastone di comando. In altre città italiane, subito dopo i cavalieri, venivano contemplati i medici piuttosto che i giudici.
Abbastanza rara è invece l’aggiunta dei canonici contemplata nei nostri Statuti, ma bisogna ricordare che Narni era pur sempre territorio del Patrimonio di San Pietro.
Una costante delle leggi suntuarie è invece la limitazione all’uso dell’abito nero: dopo la peste nera del 1348 ed il conseguente, perpetuo lutto, fu proibito a qualsiasi categoria sociale di vestire a lutto, con la sola eccezione delle vedove.

La seconda norma degli Statuti cittadini è contenuta nel Libro III (Super Maleficijs et Criminalibus causis). Al Capitolo LXVII si legge: “Stabiliamo che, per ciascuna donna da maritare o da dotare non possano essere promessi o dati, come beni mobili dotali, se non questi beni mobili dotale scritti sotto, vale a dire: panni di lana da donna, due letti di panni, un soppedaneo di legno, alla pena di 25 libbre cortonesi, da applicare alla Camera, per chi dà, promette o ottiene o riceve la promessa. E la tale promessa, da qui in poi, non abbia valore né vigore per legge; e per essa non si possa agire o difendere nei tribunali della città di Narni, e nessun notaio faccia scrivere né scriva oltre la detta forma, alla pena di 10 libbre cortonesi, da applicarsi alla Camera. E chiunque possa denunciare e
accusare i trasgressori delle cose predette”.

Un esempio pratico di una dote del XIV secolo, del tutto in linea con le limitazioni fissate dai nostri Statuti, ci viene fornito da un atto notarile stipulato a Narni l’11 marzo 1375 dal notaio Macthiutius Salvatelli. L’atto/quietanza ci informa che “Petrucolus Iohannis Lucarelli rilascia quietanza a Tomas Cecchi Petrignani per la corresponsione della dote di sua sorella Sabecta, promessa a lui in sposa con atto immediatamente precedente. La dote in questione consiste in 600 lire di denari cortonesi, due letti ben forniti di biancheria, una tunica, un mantello ed un tappeto”.

In teoria si potrebbe pensare che le restrizioni riguardo ai beni mobili dotali fossero identiche per ogni ceto sociale, ma nella pratica è evidente che “i panni di lana da donna” non meglio specificati, potevano variare di qualità e numero in base alle disponibilità economiche della famiglia, così come i “due letti di panni”. Anche il valore del “soppedaneo” (cassone per i capi di vestiario che normalmente veniva collocato ai piedi del letto) poteva essere ben diverso a seconda del tipo di legno utilizzato e dei decori.

La dote di Giacoma di messer Antonio Bocarini Brunori di Leonessa, sposa del Gattamelata.

Si pensi ad esempio alla dote di Giacoma di messer Antonio Bocarini Brunori di Leonessa, andata in sposa nel 1410 al Gattamelata. La sua dote era piuttosto esigua: 500 ducati d’oro, ma il suo corredo di nozze era magnifico e contenuto in splendide casse di legno, lavorate con intagli a rilievo, dipinte con arabeschi di fiori e frutti, decorate con storie sacre e profane (soprattutto sponsali antichi), massime morali, versetti della Bibbia, dei Salmi e il Pater noster in latino volgare. Quindi, ancora una volta, semplicemente tacendo i dettagli, la normativa non poneva limiti alle categorie più ricche.

Venendo alle Riformanze, al volume 4, in data 21 gennaio 1537, si legge: “In considerazione della Rovina et danni ch’avemo patiti, riformiamo il vestire delle donne. Statuimo et ordinamo che nessuna donna di qualunque stato, qualità e condizione, se sia tanto narnese che forestiera, essendo maritata e abitando in Narni, possa né debba portare alcuna sorte di veste di broccato, velluto, seta, damasco e altra sorte di drappi, eccetto Ciambellotto del quale ne possono avere una vesta e non di più. (Il Ciambellotto o Camellotto era un tessuto di lana pesante in armatura di tela, fatto con peli di cammello, solitamente usato per abiti invernali). Si prescrive che possano portare tre braccia di drappo di broccato e broccadello in fuora le maniche. Statuimo et ordinamo che le dicte donne come sopra, non possano né debbano portare alcuna sorta d’oro, d’argento, perle né gioielli, né catene, né collane in capo né al collo né al petto né in alcun altro loco, né portare scuffie, corone, centure d’oro ed argento né di perle. Item statuimo et ordinamo che le dicte donne non possano né debbano portare più di tre anelli d’oro o d’argento con quelle pietre che gli piacerà. Nessuna donna che abbia una dote di 100 ducati o di 200 ducati, possa né debba portare sbernia o drappo di nessuna sorte, né vesti di rosato né di pavonazzo, eccetto possa portare maniche di rosato ovvero di pavonazzo. Donna con 300 ducati di dote: non possa e non debba portare vesti di Cabilotto (forse anche qui si intendeva Ciambellotto). Nessuna donna, di qualunque condizione e qualità non possa né debba portare vesti d’alcuna sorte con intagli, ovvero ricami per alcun modo. E se qualcuno non osservasse i presenti Capitoli, acciocché il timor della pena abbia ad osservar, statuimo et ordinamo che qualunque persona contravverà alli sopradetti Capitoli & Riformanze, caschi ipso facto et ipso iure nella pena di Cinquanta ducati e perda tutto quello che indossa contro la forma dei presenti Capitoli. Item statuimo et ordinamo che qualunque persona contravvenga ai sopradetti Capitoli caschi ipso facto nella scomunica papale e non si possa assolvere se non dal Papa, eccetto in articulo mortis. Item statuimo et ordinamo che qualunque sarto, ovvero ricamatore tagliasse ovvero cucisse o ricamasse o intagliasse alcuna sorte di vesti contro la forma dei presenti Capitoli, caschi ipso facto nella pena di venticinque scudi”.

Al primo capitolo si riforma anche la misura delle doti da dare nella città di Narni e nel suo distretto, che debbono limitarsi a 100, 200, 300 o al massimo 400 ducati. A questo proposito “si statuisce e si ordina che nessun padre, né madre, né fratelli, né zii, né alcuna altra persona, possa né debba promettere o dare alcuna cosa tanto in denari, quanto in beni stabili o ancora in mobili, né in nessun altro modo, al di sopra dei limiti anzidetti, quindi non oltre i 400 ducati, in modo che la donna non abbia alcuna cosa che valga oltre la cifra stabilita, eccetto che derivasse da eredità ovvero legati”.

La formula di queste disposizioni è ufficiale: “convocati Magistri D. Prioris ecc, in nome di Dio,
Amen”. Segue la data della stipula e l’elenco nominativo di tutti i convenuti.
Appare chiaro che in quella sede si riformarono norme precedenti che purtroppo sono andate perdute, perché, in particolar modo nella parte riguardante gli abiti e gli accessori vietati, non si fece certo riferimento agli Statuti del 1371, che come abbiamo visto non ne parlano affatto.

Quanto alla dote, furono fissati limiti precisi anche riguardo al valore dei beni dotali mobili, pertanto è difficile capire se anche in questo caso, si riformarono norme precedenti oppure se si trattò di un semplice ampliamento della norma statutaria in materia.
Fatto sta che nel 1537, oltre alla multa e alla perdita dell’abito, a Narni si comminava anche la scomunica papale ed è facile intuire che questa “sanzione” aggiuntiva fosse già presente anche nelle precedenti Riformanze. Allo stesso modo nella nostra città, gli artigiani che avevano realizzato l’abito incriminato, erano tenuti al pagamento di una multa, pari alla metà di quanto dovuto dai reali contravventori.

Il controllo del patrimonio delle donne nel Medioevo

Quanto alle limitazioni in materia di dote, vale forse la pena specificare che il reale intento dei legislatori non era certo arginare il fenomeno del lusso, quanto controllare in maniera efficace i diritti patrimoniali delle donne nel Medioevo.
Alla morte del marito infatti, la dote tornava alla vedova in piena e libera proprietà, ecco dunque che bisognava limitarla, per evitare che le donne possedessero un patrimonio personale importante.
Resta il fatto che la parte più incisiva delle Riformanze narnesi è tutta nel prologo: “in considerazione della Rovina et danni ch’avemo patiti, riformiamo il vestire delle donne”. Segno evidente che i legislatori erano pericolosi misogini terrorizzati dal gentil sesso e da un malinteso cristianesimo. Dispiace dirlo, ma è indubbio che alcuni di loro siano ancora tra noi.

Mariella Agri

Leggi altri: Racconti delle Pergamene – approfondimenti di storia medievale
Consulta gli Statuti di Narni online


Bibliografia di riferimento:

  • Duccio Balestracci, Le armi, i cavalieri, loro: Giovanni Acuto e i condottieri nell’Italia del
    Trecento. Editori Laterza, 2009
  • Raffaello Bartolucci (traduzione a cura di), Statuta Illustrissimae Civitatis Narniae, Terni, 2016
    E. David, C. Perissinotto, C. Carmi, V. Coronelli (a cura di) – Le pergamene dell’archivio del
    Capitolo della cattedrale di Narni (1047-1941). Regesti, Selci-Lama (PG), 2017
  • Maria Giuseppina Muzzarelli, Le regole del lusso. Apparenza e vita quotidiana dal Medioevo
    all’età moderna. Bologna, Il Mulino, 2020

Le formule magiche nel Medioevo e le donne curiose

Le formule magiche nel Medioevo e le donne curiose

La voce, uno strumento potente

Le donne curiose hanno anche voce ed è questo lo strumento più potente a loro disposizione, anche più delle mani: con queste infatti si possono tagliare e cogliere le erbe medicamentose solo dopo che con la voce si è pronunciato il cantus necessario per in – cantare dove “in” è una particella che esprime “volontà” e “intensità” e “cantare”, derivante da “canere”, cantare, indica l’esprimere un’intenzione, un vaticinio, una magia.
“Formule magiche”, sussurri, litanie, invocazioni accompagnano movimenti e gesti antichi e per ‘funzionare’ devono ripetersi inalterati di nonna in madre in figlia, tutte anelli di una eterna catena.
La voce quindi è il medium attraverso il quale il potere dell’asserzione travalica le frontiere del mondo fantastico per invadere quello sensibile, modificando la realtà.

Nel Medioevo, è credenza comune che con le giuste formule magiche le erbe attivano il loro potenziale curativo e possono intervenire nei processi di guarigione delle malattie attraverso filtri, unguenti, sciroppi..
Il potere dunque è nella parola, il mezzo magico più antico di tutti perché connesso con la credenza che nel verbo risieda un potere misterioso e tremendo capace, per bocca dell’incantatrice, di modificare e plasmare la natura inesorabile delle cose.

Nel Medioevo la legge punisce chi utilizza “formule magiche” o ingiurie

Le parole hanno una forza che deve essere rispettata e temuta, per questo non vanno usate a sproposito. Non meravigli che leggi e norme sanzionavano il loro uso improprio come anche il cap. XXIV del III libro degli Statuti dell’illustrissima città di Narni ricordano:

Nel Medioevo Narnese, chi pronuncia “formule magiche” o parole ingiuriose contro qualcuno doveva pagare una sanzione
“Inoltre stabiliamo che chiunque abbia proferito parole ingiuriose o una parola ingiuriosa a qualcuno, se abbia detto a qualcuno traditore, omicida, ladro, falso, cornuto o parole equivalenti, incorra nella pena di 10 libbre cortonesi per ogni volta, per altre parole ingiuriose sia pena, per ogni volta 40 soldi cortonesi, e per parole
ingiuriose non si applichi la norma della duplicazione delle pene, se le predette parole ingiuriose non siano state rivolte a un cavaliere giudice oppure ad un medico.”

‘ciò che è stato detto’

Lo statuto non cerca solo di favorire la buona educazione quanto cercare di evitare ciò che potrebbe essere nefasto: è nella natura umana creare corrispondenze tra parole e azioni, tra miti e riti.
Fatum significa ‘destino’ e deriva dal verbo latino fari ( dire, parlare), letteralmente si traduce con ‘ciò che è stato detto’, dunque decretato/stabilito. Fas è la cosa lecita perché è stata sancita da una norma già detta.

Attenti a quel che dite…potrebbe succedere davvero!

Eleonora Mancini

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Il veleno nel Medioevo e le donne curiose

Il veleno nel Medioevo e le donne curiose

Qual’era la pena nel medioevo per chi utilizzava il veleno?

Lib.III Cap.XXII
Pena per chi mette il veleno nel cibo e nelle bevande ( nel Medioevo )
(De poena dantis venenum in cibo, vel potu)

“Inoltre stabiliamo che, chiunque nel cibo o nella bevanda, o, in  altro modo, abbia dato il veleno o qualcosa di letale a qualcuno, paghi come condanna 500 libbre cortonesi, e se quello, a cui sia stato dato il veleno, fosse morto per esso, chi lo ha dato sia bruciato con il fuoco, di modo che muoia.
E così diciamo di colui, che abbia fatto dare, e quello che abbia preparato tale veleno, e lo abbia dato consapevolmente, paghi altrettanto, vale a dire 500 libbre, e se quello, a cui sia stato dato il veleno fosse morto, il tale, che lo ha preparato, sia bruciato.”

Dalla cura alla curisità

Il terzo libro degli Statuti narnesi è dedicato ai malefici e ai crimini. Temi scabrosi e scottanti allo stesso tempo. Temi a cui volge facilmente la curiosità.
L’aspetto più inaspettato della parola “curiosità” è il fatto che essa derivi dal latino cura, nel senso di premura, attenzione. Sarebbe quindi “curioso” colui che si cura di qualcosa o qualcuno; noi diamo questo significato a chi vuol sapere, indagare, conoscere. La curiosità, si dice, essere la madre della ricerca ma la ricerca ha bisogno di pratica e applicazione.

Malefici sì, ma scienziati. O, più spesso, scienziate.

E’ forse un preambolo lungo ma è il volo mentale che credo necessario per giungere col pensiero a chi quei veleni letali li preparava davvero, a chi sapeva scegliere, triturare, mischiare, estrarre olii esseziali dalle giuste piante per dare la morte. Malefici sì, ma scienziati. O, più spesso, scienziate.

Erano quasi sempre donne le detentrici di questi saperi pratici ed erboristici, formati dall’alba dei tempi sul campo, nel vero senso del termine, o nei boschi dove abbondano le herbae che rappresentano la base della farmacopea domestica: artemisia, ruta, mirto, menta, verbena, caprifoglio, betonica, malva e salvia. Tutte erbe “buone” e, non stupirà, sono ancora alla base di tanti rimedi detti “della nonna”. Ma la Natura è Madre e Matrigna; dà (per mantenere la salute) e prende (la vita) con le piante dette psicotrope che a volte possono essere letali, come i narcotici e gli allucinogeni che servono per confezionare gli unguenti per il famoso “volo della strega”: belladonna, mandragora, stremonio, canapa, papavero, oppio, giusquiamo, cicuta e aconito.

Non basta però saper scegliere l’erba giusta, bisogna raccoglierla nel momento più propizio che è sempre regolato dalla posizione degli astri che donano, solo in alcuni momenti dell’anno, una speciale e potente carica medicinale agli elementi terrestri, piante o pietre che siano. E ’sempre quando si aprono le porte solstiziali di San Giovanni che il momento “balsamico” giunge e l’esperta Erbaria, colei che raccoglie le erbe, avrà le piante magiche migliori per confezionare i medicamenti: iperico, verbena, artemisia, rosmarino, lavanda ruta, aglio, prezzemolo; tutti finiranno in unguenti, balsami, impiastri o preparati per futuri infusi, decotti e sciroppi con aggiunta di olio, meglio se benedetto. Ad un sapere sacro antico se ne unisce uno nuovo e tutto serve per produrre rimedi dal potere lenitivo, antinfiammatorio, emolliente, per curare le piaghe, le punture di insetti, ferite da morso o da taglio.

Il valore degli u-mani che raccolgono e trasformano

Le erbe sono nelle case come nei monasteri e nei conventi e le stesse mani che le raccolgono e trasformano in medicamento sono le stesse che cucinano, spesso con le stesse erbe ed il cibo giusto, si sa, è la prima medicina per il corpo. 

Le mani delle donne sono mani magiche, grandi sapienze maneggiano e quasi sempre chi sa guarire sa, o capita, che possa provocare anche il suo contrario e a quel punto si è considerate streghe, E per loro c’è il fuoco. 

Lo statuto non dice la parola terribile ma la lascia intendere.

Una donna che sa è una donna curiosa, una donna curiosa è una donna che cura.

Eleonora Mancini

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Narni 1311, l’Offerta dei Ceri

Narni 1311, l’Offerta dei Ceri 

1879, Memoria della Vigilia

La sera del 2 maggio, Vigilia della Festa di san Giovenale, ‘nell’ora della completa gl’illustrissimi Priori seguiti dal Medico, dal Direttore delle scuole e dai Castaldi in costume movendo dal Palazzo Municipale si recavano in Cattedrale, ed adorata la tomba del Santo, presentavano un’offerta di Ceri e due Palli di seta’. Così annotava nel 1879 Giacinto Nicolai in “Vita e miracoli di s. Giovenale africano”, certificando un antichissimo rito narnese, per la cui origine è necessario entrare nei primi decenni del XIII secolo.

1283, Tra Umbria e Sabina

In quel tempo la consegna di un cero per il Patrono da parte dei castelli soggetti era una prassi comune, e per Narni alcuni autori indicano l’anno 1227 come data iniziale, partendo da una Lettera di papa Gregorio IX indirizzata al Capitolo della Cattedrale. Un documento che in realtà conferma i beni già elencati nel 1139 e nel 1224, e che tuttavia non tratta della consegna dei ceri, pratica comunque attestata nel territorio, e ne è esempio Amelia che nel 1208 ne recava uno a Todi per la festa di san Fortunato (G. Ceci “Todi nel Medioevo”, 1897). 

Di quella usanza si hanno pure riscontri con la Sabina nel 1283, anno in cui Configni e Tarano si obbligavano a portare ceri per san Giovenale, mentre Monte Calvo, oggi località di Cottanello, nel 1299 si impegnava a versare a Narni un cero di tre libbre in denari lucchesi. Ed erano offerte che rispondevano a protocolli individuali, ma forse era giunto il momento di mettere a sistema quella sorta di imposta, e di uniformare le modalità delle consegne. 

1311, L’Offerta dei Ceri

Di fatto, qualche anno dopo, ed esattamente l’8 agosto 1311, il Capitano del popolo Burdonus de Sinerilglo convocò nella chiesa di sant’Agostino un’Assemblea generale per regolamentare l’Offerta dei ceri per la Festa di san Giovenale. Il Console anziano Giovenale Malatesta fu coordinatore della proposta, approvata con 112 voti e quattro contrari, per cui subito si istituì una commissione formata dallo stesso Capitano, dai Consoli e dal Podestà (Archivio capitolare). 

L’intervento fu trascritto dal cancelliere Petrus Andree Jacobi, certamente lo stesso  ‘Petri Andreae de Narnia olim Notarij’ che compare al capitolo 242 del Libro Primo degli Statuti, trascritti nel 1371 (Statuta, 1716). Disposizioni che raccontano la vita della città, soffermandosi anche sulla normativa dei ceri.

1371, Dagli Statuti

Disciplina di cui si può cogliere il senso ai capitoli 210 (De cereis..) e 220 del Libro Primo, che rivelano le terre sottoposte alla giurisdizione di Narni. Un elenco che si completa nelle figure degli Ufficiali comunali e degli Anteposti di quelle Arti che già il primo aprile erano invitate a fabbricare il cero (Primo, cp. 188), che doveva essere di cera bianca, con stoppino di cotone, senza scarto della lavorazione dell’olio, come si ricava dal capitolo 124 del Libro Terzo, che considera la maniera di trattare la cera: ‘de modo laborandi ceram in Civitate Narnia’.

1599, I Ceri perduti e l’Indulto ritrovato

Il rituale dei ceri, nel quale si inserisce il donativo di pesci di Moggio nel Reatino, documentato nel 1227, si è modellato negli anni omettendo alcune realtà, tra le quali  i monasteri di santa Croce, di santa Margherita e di san Luca, nell’abitato di Narni, 

ed il convento di san Giovanni di Lugnola, nell’area di Configni, che recavano ceri ‘in festo s. Juvenalis’ (Bocciarelli).

Quindi ceri dimenticati, al pari dei ‘Palli di seta’ presentati alla Vigilia e nella Festa, ricordati dal Nicolai, che al 3 maggio elencava anche la grazia per un condannato a morte dal Governatore, un Privilegio conferito dai pontefici, e in ultimo da Clemente VIII nel 1599. E probabilmente quella Concessione era sostenuta dalla Compagnia della Misericordia, insediata nella chiesa di san Giovanni, come sembra suggerire un passo delle Riformanze del 17 aprile 1591. 

Oggi la liberazione di un prigioniero è una parte della liturgia dei ceri, proposta dal vescovo Vincenzo Paglia -in diocesi dal 2000 al 2012-, che ha reinterpretato l’antico Indulto come riscatto ‘di uno dei condannati a morte che giacciono in tante prigioni del mondo’ (Omelia, 3 maggio 2002). 

La sera del 2 maggio l’Offerta dei Ceri rivive ogni anno

La cera, indicata nel peso secondo la consistenza finanziaria dell’offerente, nuova e bianca per stato e qualità, era elemento indispensabile nell’esercizio del culto. Aver trasformato quel tributo nella solennità di un rito è merito dell’Assemblea del 1311, mentre si deve alle pergamene del Capitolo dei canonici e dell’Archivio comunale averne mantenuto la memoria, che poi è un tratto della storia del Territorio, -quindi della città e delle frazioni che lo compongono-, rivissuto nel segno del Santo che lo identifica.
Per cui ieri come oggi la sera del 2 maggio,
‘nell’ora della completa gl’illustrissimi Priori…,’.

 

Claudio Magnosi

 LEGGI ALTRI “Racconti delle Pergamene”

 

  1. Diamanti- C. Mariani, Il Fondo diplomatico dell’Archivio storico comunale di Narni, 1986 -“Le pergamene dell’archivio del Capitolo della cattedrale di Narni (1047-1941) Regesti”, per C. Perissinotto, E. David, C. Carmi, V. Coronelli, e per la Sovrintendenza archivista e bibliografica dell’Umbria e delle Marche, Perugia 2017 -C. S. Bocciarelli “Cathedralis narniensis Ecclesiae”, 1720.

La birra in Europa nel medioevo ( Parte 2 )

La birra in Europa nel medioevo

Dalla Cervogia alla Ale:  la birra nell’Europa medievale

La birra in Britannia nel Medioevo

Anche in Britannia nel Medioevo si preparava birra di orzo, aromatizzata con rosmarino e verbena,  ed i conquistatori Romani la bevevano volentieri, una volta che le scorte del loro vino si fossero purtroppo trasformate in un imbevibile aceto… 

I Britanni che volevano vendere la propria birra piantavano davanti alle loro case un palo con dell’edera, per segnalare che erano disponibili al commercio (l’uso ricorda quello della Frasca delle nostre Taverne medievali e moderne) oppure semplicemente per avvisare  i passanti della possibilità di bere birra fresca nel luogo. 

Anche in Inghilterra la birra veniva prodotta e bevuta in grandissime quantità, ma il popolo consumava birra pura solo nelle grandi occasioni; per il resto dell’anno doveva accontentarsi di una birra leggera, ricavata dagli scarti dell’orzo.

Ad ogni contea la sua birra

In ogni contea si produceva un tipo di birra diverso, ed ogni produttore vantava la miglior birra dell’impero, anche se tradizionalmente la migliore era considerata quella del Wessex, nel sud-ovest del regno.

Storicamente i re anglosassoni commemoravano i loro morti in battaglia con lunghi e fastosi banchetti (come ci testimoniano documenti medievali, dal carme Eddico in poi), durante i quali i nomi dei caduti venivano salutati con lunghi brindisi a base di birra. 

Grendel: un mostro che uccideva chi beveva troppa birra

Nel celebre epos anglosassone Beowulf,  l’eroe affronta il  mostro Grendel – che era solito uccidere e mangiare i commensali dei banchetti proprio perchè questi si attardavano troppo a bere. Anche Beowulf  è un grande bevitore di  birra, ma l’eroe ha il dono di non ubriacarsi, mentre gli uomini della sua squadra cadono uno dopo l’altro a terra ubriachi. Ovviamente il malvagio Grendel avrà gioco facile con loro, e così il povero Beowulf sarà costretto a combattere da solo e vincere, uccidendo infine l’odiato mostro. 

Anche in Inghilterra però – come in Germania –  la birra veniva aromatizzata con le spezie più diverse, così, già nel 1200, si scrive il codice di Hywel Dda, con il quale si dettano regole di produzione e di mercato, stabilendo pesanti sanzioni per i contravventori.

Soltanto dopo il 1400 però  comincerà la vera produzione industriale, ed il consumo aumenterà, e quindi nel 1454 Enrico IV concede la prima patente di fabbricazione della storia inglese, alla Brewers’ Company (Corporazione birraria).

Come si sviluppa la storia della birra nel medioevo italiano?  

Anche in  Italia – malgrado la prevalenza storica del vino – alcune popolazioni sub alpine sono contagiate dalla bevanda “barbara”, e forse la prima città dove venne prodotta localmente della birra fu Pavia, essendo capitale longobarda sin dal V° secolo.  Poi furono gli stessi conquistatori longobardi ad insegnare la lavorazione ai locali, forse dopo aver esaurito le loro scorte originali. 

Ma quelle prime produzioni durarono probabilmente solo per il tempo del  dominio longobardo.

Un grande sviluppo al consumo ed alla produzione della bionda bevanda in Italia è invece legato all’imperatore Federico Barbarossa: con lui infatti arriva in Italia la birra vera, quella prodotta dai tedeschi. Tra gli italiani però il consumo di birra stenta a crescere, poiché la bevanda é idealmente collegata al nordico invasore, quindi guardata con sospetto, se non con vero rancore.

La birra del frate

I frati dei conventi invece attribuiscono alla birra poteri medicinali, e quasi ogni Abbazia in Italia produce la sua birra nel medioevo, spesso tramandandone l’uso sino ai nostri giorni.  Ma la birra non viene ancora considerata vera bevanda da tavola, visto che prevalentemente viene ancora  somministrata ai convalescenti come ricostituente, o alle partorienti per produrre più latte, oppure  per lenire altri mali… 

E’ comunque una birra forte, densa, corposa, carica di zuccheri e proteine. Le famose birre d’Abbazia belghe ne conservano tuttora la memoria storica.

Dalla Dea Cerere alla “Cervesa”

Il nome stesso che in Italia si attribuisce alla birra è diverso: Cervogia, (la cui eco oggi resta nel suo nome spagnolo, Cerveza) con probabile derivazione da “cereale”che risale a sua volta da Cerere, la dea romana del raccolto e delle messi, del grano e dell’orzo, la Grande Madre della Terra dalla quale scaturisce la vita.

D’altronde anche nella lingua italiana la birra viene spesso accostata alla vita ed alla “salute” – pensiamo al celebre “Chi beve birra, campa cent’anni”, ma la tradizione letteraria che associa birra e benessere non può che essere profondamente legata alle due lingue madri della bevanda: l’inglese ed  il tedesco infatti abbondano di aforismi e proverbi sull’argomento. Ne vogliamo citare – per concludere questo brevissimo excursus – due, dai personaggi forse più eminenti delle due culture:

Chi beve birra, si addormenta presto; colui che dorme a lungo, non pecca; chi non pecca, entra in Paradiso. Dunque, beviamo birra!” (Martin Lutero)

Una pinta di birra è un pasto da re.” (William Shakespeare).

Fabio Ronci

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La birra in Europa nel medioevo ( Parte 1 )

La birra in Europa nel medioevo

Dalla Cervogia alla Ale:

 

Storia della birra in Europa nel Medioevo. Curiosità, origini ed evoluzione di una delle bevande più conosciute al mondo: la birra.

Da un’antica ballata tedesca

Im Leben ward ich Gambrinus genannt,
König zu Flandern und Brabant.
Ich hab aus Gersten Malz gemacht
und Bierbrauen zuerst erdacht.
Drum können die Brauer sagen,
daß sie einen König zum Meister haben.

(In vita Gambrino fui chiamato / Re delle Fiandre e del Bramante / dall’orzo il malto ho creato / e per primo l’arte di far birra ho inventato / perciò i birrai vantar  potranno  / che per maestro loro un Re ben hanno)

Questi versi sono tratti da una ballata popolare tedesca, che narra di Gambrinus, mitico Re germanico, inventore della birra, e ci dicono già molto del rapporto tra i tedeschi e la loro amata bevanda bionda.

Grato per il dono della birra il popolo germanico pensò  addirittura di santificare il leggendario sovrano,  che infatti per i posteri divenne Sanktus Gambrinus

In realtà molti sono  i dubbi circa la stessa esistenza di questo monarca: secondo la leggenda, sarebbe un contemporaneo di Carlomagno, ma ciò che importa ai tedeschi è che proprio lui sia l’inventore della birra .

Le origini della birra in Europa

La storia ufficiale però segue ben altre strade: la birra in Europa era  infatti già nota ai tempi di Tacito, il quale descriveva con ribrezzo i guerrieri Galli che ne bevevano enormi quantità, definita dallo storico Romano “barbaro vino di orzo”, i cui  effetti sugli uomini erano gli particolarmente sgraditi,  soprattutto quando li vedeva sdraiati su pelli d’orso, intenti ad ubriacarsi indecentemente.   Precedentemente già Catone e Plinio il Vecchio avevano descritto la cervogia, definendola una sorta di bevanda nazionale germanica.

Nel corso del medioevo in Germania  si perfezionerà l’arte di preparare la birra: la bevanda diventa velocemente un elemento basilare anche nella dieta monastica, e le prime birrerie artigianali sono proprio legate ai monasteri benedettini, e proprio tra le mura delle abbazie si comincerà  a conservare la bevanda in un recipiente di rame, al posto del coccio, per  conferire alla birra migliori caratteristiche organolettiche.

Dalla birra “anarchica” Medievale alla regolamentazione 

All’inizio la birra tedesca viene aromatizzata con rosmarino, ginepro, ed altre spezie, e soltanto dal 1270 si inizia ad utilizzare il luppolo, di cui si scopre l’ottimo connubio con il malto d’orzo. Ogni produttore comunque si regola come vuole, secondo il gusto personale o la convenienza economica (il luppolo era spesso roppo costoso a quei tempi, e quindi veniva sostituito…) e quindi il gusto della bevanda rimarrà “anarchico” per lungo tempo.

Solo nel 1516, il celebre editto di Guglielmo IV di Baviera porrà una precisa regolamentazione circa la corretta preparazione della birra, come prescritto nel “Reinhetsgebot“, letteralmente “La legge della purezza”.

Nel documento si stabilisce che: “….d’ora in avanti nelle nostre città, mercati e paesi, non sia usata o venduta alcuna birra con altri ingredienti che non siano solo luppolo, malto d’orzo e acqua…..” e si decidono anche pesanti sanzioni per i contravventori.

  Controlli e sanzioni legate alla birra nel Medioevo 

I controlli contro la contraffazione della bevanda – così come in Italia, per il vino –  erano molto rigorosi: i Notai venivano mandati nei vari luoghi di produzione, o nella Gasthaus dove la birra veniva commercializzata, per verificarne la purezza: spesso il notaio versava  una pinta di birra su una panca di legno e vi faceva sedere il mastro birraio (Braumeister) che l’aveva prodotta. Se, asciugandosi, i calzoni di cuoio del  mastro non rimanevano attaccati alla panca, allora la birra era genuina e non succedeva nulla. Se invece quelli  rimanevano attaccati al legno significava  che la birra era stata aromatizzata con altri materiali, tra cui la resina, ed allora erano  guai! 

Il malcapitato veniva immerso in un pentolone della sua stessa birra, con grossi pezzi di ghiaccio, e l’imbroglione si beccava come minimo una polmonite, ma se il pentolone era pieno di birra bollente, il rischio era quello di morire lessati…

[continua…]

Fabio Ronci

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