Skip to main content

La birra in Europa nel medioevo ( Parte 1 )

La birra in Europa nel medioevo

Dalla Cervogia alla Ale:

 

Storia della birra in Europa nel Medioevo. Curiosità, origini ed evoluzione di una delle bevande più conosciute al mondo: la birra.

Da un’antica ballata tedesca

Im Leben ward ich Gambrinus genannt,
König zu Flandern und Brabant.
Ich hab aus Gersten Malz gemacht
und Bierbrauen zuerst erdacht.
Drum können die Brauer sagen,
daß sie einen König zum Meister haben.

(In vita Gambrino fui chiamato / Re delle Fiandre e del Bramante / dall’orzo il malto ho creato / e per primo l’arte di far birra ho inventato / perciò i birrai vantar  potranno  / che per maestro loro un Re ben hanno)

Questi versi sono tratti da una ballata popolare tedesca, che narra di Gambrinus, mitico Re germanico, inventore della birra, e ci dicono già molto del rapporto tra i tedeschi e la loro amata bevanda bionda.

Grato per il dono della birra il popolo germanico pensò  addirittura di santificare il leggendario sovrano,  che infatti per i posteri divenne Sanktus Gambrinus

In realtà molti sono  i dubbi circa la stessa esistenza di questo monarca: secondo la leggenda, sarebbe un contemporaneo di Carlomagno, ma ciò che importa ai tedeschi è che proprio lui sia l’inventore della birra .

Le origini della birra in Europa

La storia ufficiale però segue ben altre strade: la birra in Europa era  infatti già nota ai tempi di Tacito, il quale descriveva con ribrezzo i guerrieri Galli che ne bevevano enormi quantità, definita dallo storico Romano “barbaro vino di orzo”, i cui  effetti sugli uomini erano gli particolarmente sgraditi,  soprattutto quando li vedeva sdraiati su pelli d’orso, intenti ad ubriacarsi indecentemente.   Precedentemente già Catone e Plinio il Vecchio avevano descritto la cervogia, definendola una sorta di bevanda nazionale germanica.

Nel corso del medioevo in Germania  si perfezionerà l’arte di preparare la birra: la bevanda diventa velocemente un elemento basilare anche nella dieta monastica, e le prime birrerie artigianali sono proprio legate ai monasteri benedettini, e proprio tra le mura delle abbazie si comincerà  a conservare la bevanda in un recipiente di rame, al posto del coccio, per  conferire alla birra migliori caratteristiche organolettiche.

Dalla birra “anarchica” Medievale alla regolamentazione 

All’inizio la birra tedesca viene aromatizzata con rosmarino, ginepro, ed altre spezie, e soltanto dal 1270 si inizia ad utilizzare il luppolo, di cui si scopre l’ottimo connubio con il malto d’orzo. Ogni produttore comunque si regola come vuole, secondo il gusto personale o la convenienza economica (il luppolo era spesso roppo costoso a quei tempi, e quindi veniva sostituito…) e quindi il gusto della bevanda rimarrà “anarchico” per lungo tempo.

Solo nel 1516, il celebre editto di Guglielmo IV di Baviera porrà una precisa regolamentazione circa la corretta preparazione della birra, come prescritto nel “Reinhetsgebot“, letteralmente “La legge della purezza”.

Nel documento si stabilisce che: “….d’ora in avanti nelle nostre città, mercati e paesi, non sia usata o venduta alcuna birra con altri ingredienti che non siano solo luppolo, malto d’orzo e acqua…..” e si decidono anche pesanti sanzioni per i contravventori.

  Controlli e sanzioni legate alla birra nel Medioevo 

I controlli contro la contraffazione della bevanda – così come in Italia, per il vino –  erano molto rigorosi: i Notai venivano mandati nei vari luoghi di produzione, o nella Gasthaus dove la birra veniva commercializzata, per verificarne la purezza: spesso il notaio versava  una pinta di birra su una panca di legno e vi faceva sedere il mastro birraio (Braumeister) che l’aveva prodotta. Se, asciugandosi, i calzoni di cuoio del  mastro non rimanevano attaccati alla panca, allora la birra era genuina e non succedeva nulla. Se invece quelli  rimanevano attaccati al legno significava  che la birra era stata aromatizzata con altri materiali, tra cui la resina, ed allora erano  guai! 

Il malcapitato veniva immerso in un pentolone della sua stessa birra, con grossi pezzi di ghiaccio, e l’imbroglione si beccava come minimo una polmonite, ma se il pentolone era pieno di birra bollente, il rischio era quello di morire lessati…

[continua…]

Fabio Ronci

LEGGI ALTRI RACCONTI

Santa Maria Maggiore a Narni

Santa Maria Maggiore a Narni

Santa Maria Maggiore in mano all’Inquisizione Domenicana

Avete mai sentito parlare della Chiesa di Santa Maria Maggiore a Narni ?

Verso la fine del gennaio del 1304, da poco la gloriosa cattedrale di Narni, Santa Maria Maggiore
( ndr: oggi nota con il nome di Chiesa di San Domenico ), era transitata agli inquisitori domenicani.  Benedetto XI , succeduto a Bonifacio VIII che aveva subito lo sfregio di Anagni, invio’ al vescovo narnese, forse un tizio di nome Pietro, una nota che riassumiamo piuttosto brevemente.

La Nota di Benedetto XI al Vescovo di Narni

In buona sostanza, esauriti i convenevoli di rito, invitava il presule narnese, suo tramite, a destinare i beni che Santa Romana Chiesa aveva sottratto ad alcuni cittadini, rei “de heretica pravitate” al priore ed ai confratelli “ordine predicatorum”, suggerendogli di attivarsi con strumenti propri della sua carica se qualcuno si fosse opposto a quella sua, papale, disposizione.
Di quei pravi eretici cita anche i nomi: Citroncello di Angelo, Leonardo di Janne, Nicola di Toma, Maffeo di Seapine, Guido di Bartolomeo. I quali, tutti avevano case in prossimità della chiesa di Santa Maria Maggiore e gia’ sede dell’Inquisizione di cui i predetti cittadini avevano goduto le carezze.

L’inquisizione a Narni

Manco a dirlo sia il papa che il vescovo erano domenicani tutti tesi a consolidare nella città la loro inquisitoria presenza che prima con l’Inquisizione e poi col Sant’Uffizio, si protrarrà con alterne, testimoniate fortune,  fino alla fine del settecento.

Quel documento, piuttosto sbrigativo, ci passa alcune non secondarie informazioni.

  • La celerità, intanto, con cui i domenicani avevano provveduto ad espletare la loro inquisitoria funzione, fra l’essersi impadroniti della cattedrale di Narni e l’aver imbastito e portato a sentenza, ben cinque processi.
  • Il fatto che quella gloriosa chiesa, Santa Maria Maggiore, il cui splendore è testimoniato dall’epigrafe di facciata e la fatica della costruzione è ricordata in una scritta  interna e in una bellissima onciale sul talamone di base  del monumentale  ingresso, sia passata, senza colpo ferire, all’ordine dei predicatori in un momento in cui il papato era indubbiamente indebolito e il vescovo narnese era sotto inchiesta.

    La spiegazione ?

Forse risiede proprio in quei cinque così celeri e sbrigativi.
Forse la comunità narnese aveva problemi con l’eresia molto più pressanti di quanto siamo attualmente informati.


Santa Maria Maggiore a Narni

Di Croberto68 – Opera propria, Pubblico dominio

Bruno Marone  e Myriam Korman

Scopri tutti gli approfondimenti dei Racconti delle Pergamene

La Moneta Cortonese – Cortonese “Caput Monetae”

La Moneta Cortonese – Cortonese “Caput Monetae”

Nel “racconto” sulla circolazione monetaria a Narni, precedentemente inserito nelle uscite quindicinali delle Pergamene, abbiamo affrontato, tra l’altro, il Cortonese inteso come moneta. In questo nuovo proveremo, senza pretesa di essere esauriente, a capire perché questa moneta, nel periodo considerato, abbia goduto di tanta fortuna.

Gulielmino degli Uberti e la Zecca a Cortona

Dunque, sappiamo che il vescovo Guglielmino degli Uberti dovette aver installato una zecca in Cortona dopo aver sottomesso quel centro, (1258) tanto che ci giunge un documento del 1 ottobre 1262 con il quale il presule diffida i “dominis de moneta de Cortona” di coniare in quella zecca in assenza di un suo mandato. ( Guazzesi 1769. Scharf 2013)

Sappiamo, anche che la zecca coniò, per breve periodo, dal 1258 al 1289 e che le monete dette “cortonesi” vennero battute con “ legenda” di Arezzo, e con un numerario talmente basso, da far dire a Girolamo Mancini :
“ della moneta cortonese sono straordinariamente rari gli esemplari”.

 In alcuni atti cortonesi del 1272-1276, le cifre sono espresse nella valuta di “denariorum blancorum aretinorum qui volgo dicantur cortonenses”. In un contratto rogato nel dicembre 1283 dal notaio Orlando le monete vengono qualificate come “ libras bonorum denariorum alborum nunc usualium, qui dicuntur denari cortonensis”, dove  cortonensis sostituisce la parola  arretinos precedentemente cassata.    ( Stahl. Mancini. Montagano-Sozzi.)

Chiarito il tema della identificazione del cortonese, (vedi anche I Racconti delle Pergamene. N° 25) è bene identificare l’area monetaria dove la moneta esercitò il ruolo dominante. Per area monetaria si intende l’area geografica all’interno della quale, le specie monetarie prodotte da una determinata zecca, “dominavano” su tutte le altre monete circolanti nella regione.
La suddetta moneta guida avrebbe rappresentato una sorta di punto di riferimento per ogni altra moneta.
Questo implica di conseguenza un’attenzione per gli usi di una “moneta di conto” basati sulla moneta della zecca dominante, cui le diverse monete circolanti devono fare riferimento.

Ma quando una moneta si può definire dominante?  Ed il cortonese fu moneta dominante?

 Un lungo elenco di documenti, sembra accreditare la moneta cortonese come “caput moneta”. L’Alticozzi cita contratti stabiliti in moneta cortonese rogati a Castel del Piano 1268, a Montepulciano 1269, a Todi 1270. I capitoli conclusi nel 18 giugno 1269 fra Perugia e Orvieto menzionano soldi di denari cortonesi e nel maggio 1270 Orvieto prese in prestito lire 1232 di denari cortonesi. Luigi Fumi aggiunge che: “ la moneta cortonese dal 1260 al 1380 circa è adottata da quasi  tutte le città toscane e pontificie.

 Discorso a parte meritano gli statuti; infatti oltre a Narni, troviamo che, negli statuti dei comuni dell’Italia centrale molti usano il cortonese come moneta di riferimento, tra i quali, Castel del Piano, Montepulciano, Todi, Radicofani, Arcidosso, Chianciano, Città di Castello, Orvieto. A Foligno sono messi fuori corso nel 1322 e sostituiti con quelli di Perugia, così come ad Amelia nello statuto del 1346.

Ed è a questo punto che sorgono alcune perplessità sulla effettiva corrispondenza monetaria negli statuti alla reale portata economica del denaro cortonese.

 In molti documenti il denaro viene definito come buoni denari e cattivi denari ( mali piczioli, boni piczioli ) ;  per la differenza di intrinseco valore ( il valore del metallo contenuto nella moneta), vengono definiti, anche se con repentini spostamenti, buoni i denari di Siena, Lucca, Pisa, Firenze, Ravenna e Ancona. Vengono definiti cattivi i denari di Viterbo, Arezzo, Cortona, Santa Fiora, Volterra e Perugia.  (A. Rovelli).

I cattivi denari venivano, con delibere comunali, messi fuori dalla circolazione legale, perchè andavano a sostituire i buoni, che venivano tesaurizzati dai cittadini, in quanto coniati con maggior intrinseco di argento (legge di  Gresham, il cattivo denaro scaccia dalla circolazione il buono. Es. 500 lire d’argento e di carta) ma Cortona rimane sempre catalogata tra i cattivi denari. Se questo è vero, come può il denaro cortonese essere considerato di riferimento negli statuti comunali?

 I notai

La stesura degli statuti comunali veniva affidata, oltre che a “ boni homines” della città, ad un notaio;

 ……” uno di quei notai che girovagavano da una città all’altra come ufficiali, sia entro che fuori i confini dello Stato della Chiesa. E a cinquant’anni e un po’ di più, poteva dire di aver acquistato una bella esperienza. Aveva ricoperto incarichi di questo tipi nelle città marchigiane di Ancona, Jesi, Fano, Pesaro, Ascoli, Macerata, con le rispettive diocesi. In Romagna aveva servito sei mesi ogni volta a Rimini e Forlì, e aveva frequentato con il medesimo scopo o altro scopo, le città di Cesena, Forlimpopoli, Faenza. Era stato inoltre ufficiale nella provincia spoletana, precisamente a Spello, Montefalco, Bevagna, Foligno, ed in Toscana e nelle grandi città di Firenze e Siena. Aveva anche servito il re Roberto di Napoli, e per diciotto mesi a Manfredonia, Barletta, Bari, Trani, Napoli e altri luoghi”

(A. Luongo) .

 

……” I notai in rapido avvicendamento e spostamento da luogo a luogo (Gioacchino Volpe li paragonò ad uccelli migratori), ebbero verosimilmente una grande importanza nel plasmare il diritto statutario dei comuni del territorio ove operavano, proponendo modelli, suggerendo soluzioni altrove seguite, rappresentando istanze cittadine, mettendo il proprio bagaglio di conoscenza tecnica al servizio di locali organi deliberanti. Il loro ruolo può essere comunque valutato meglio considerandolo entro il tema, più generale, delle “influenze esterne” sui contenuti giuridici dello statuto. Vi sono d’altronde anche evidenti similitudini e in certi casi vere adozioni o “copiaticci”, in cui probabilmente giocarono un ruolo fondamentale i notai a servizio presso i comuni, in rapido spostamento da un luogo all’altro al termine del breve servizio di carica. 

( Alessandro Dani).

 

Chi erano dunque questi notai ?

Per noi tra molti, importante è Nicola di ser Marco, che faceva parte di una famiglia di notai. Il genitore, ser Marco Dovizi Alberghetti, fu console di Gubbio (1327, 1330, 1337 e 1342) e partecipò per otto volte alle commissioni straordinarie degli stessi decenni. La posizione di Marco consentì a due dei tre figli, Nicola e Francesco di diventare a loro volta notai. Il figlio di Nicola, Ghino o meglio Ser Ghino di ser Nicola di ser Marco, divenne notaio di fiducia del vescovo- rettore Gabriele Gabrielli, testimoniato dagli atti relativi alle trattative fra il vescovo e i fuoriusciti eugubini mediate dal comune di Perugia. Tra i registri giunti fino a noi, ser Ghino compare come “curie episcopali notari”. (Alberto Luongo).

 Lo stesso, ser Ghino di ser Nicola di ser Marco, che redasse in lingua latina gli statuti narnesi del 1371. (Giffoni- Mosca)

Può essere spiegato cosi, la presenza della moneta detta cortonese, nei tanti statuti medioevali?

 E se si quale fu lo statuto madre?

Domande a cui per ora non siamo in grado di dare risposta, ma poniamo invece ulteriori interrogativi.  Cosa circolava allora in Umbria?

Valore della moneta cortonese circolante

…..” Per l’oro, tutti i documenti sono espliciti: il fiorino costituiva la valuta comunemente accettata per i grossi pagamenti e come misura di valore per i beni importanti. Per la moneta d’argento, denari lucchesi, senesi, moneta di Ravenna, di Ancona e infine, e qui veniamo a un caso piuttosto singolare, i denari cortonesi, presenti non a Perugia, ma a Spoleto, come risulta soprattutto dagli statuti del 1296.

 Però la moneta di Cortona di questo periodo non esiste o almeno i pochissimi esemplari noti sono di autenticità molto dubbia, tanto da far pensare che come città non abbia mai battuto moneta.
Questione questa, ancora aperta, che necessita di ulteriori approfondimenti sui documenti e sulle collezioni numismatiche, che riguarda la circolazione monetaria in Umbria nel periodo comunale, “uno di quei casi di divergenza, tra documento scritto e documento moneta, tuttora insoluti.” (Francesco Pavini Rosati).

Che il ruolo della lira e del soldo cortonese, negli statuti, fosse invece solo semplice riferimento numerico delle monete effettivamente circolanti, è solo nostra ipotesi?  ……” i termini lira e soldo avevano un significato universalmente identico: ovunque, a Genova come a Milano, a Firenze come a Barcellona o a Marsiglia, essi significavano rispettivamente 240 e 12. I denari a cui facevano riferimento non erano gli stessi; ma il numero dei denari che essi rappresentavano era ovunque e sempre lo stesso…la gente usò sempre i termini lira e soldo per dire rispettivamente 240 volte e 12 volte la moneta di base effettiva, di solito cioè il denaro circolante.”  (Carlo M. Cipolla)

Che il denaro detto “cortonese” negli statuti abbia assolto, solo, questa funzione numerica?

 

Marco Carlini

 

 

Leggi anche:

Le armi medievali in uso a Narni

Le armi in uso nella Narni Medievale

Quando narni si liberò del dominio Pontificio?

Alcuni fanno risalire la prima organizzazione comunale narnese alla data del 1111 allor quando il pontefice Pasquale II scrive una lettera a Enrico V, da poco incoronato imperatore, lamentandosi dell’inobbedienza delle autorità e del popolo narnese.

Altri posticipano questa data al 1143, anno della donazione al comune di Narni, da parte del Conte Transarico di Miranda, di tutti i suoi possedimenti. Ma poiché nel documento della donazione si legge che altri castelli avevano fatto già atto di obbedienza e sottomissione alla città di Narni, come Perticara, Collescipoli e il Castello dell’Isola, si può dire che “la prima associazione giurata tra gruppi di cittadini”, possa, tranquillamente, essere retrodatata.

Da un’ulteriore documentazione, lo storico locale Bruno Marone, individua la nascita di questo potere : “in un documento del 1082, i boni homines de Civitate Narniae, vengono chiamati come testimoni nella ricomposizione di una lite patrimoniale tra Farfa ed un importante gruppo parentale “.

Dunque in quel periodo Narni divenne più autonoma, elevandosi poi a comune forte e potente ed estendendo il proprio dominio e la sua giurisdizione nelle località e territori vicini; ciò presuppone che Narni disponesse di un consistente apparato militare e burocratico.

Per conoscere quale fosse l’organizzazione militare del Comune Narnese abbiamo due strade, i documenti e la storiografia. Per la prima abbiamo molti spunti proprio negli statuti comunali del 1371, dove troviamo elenchi medievali di armi e normative varie, per la seconda possiamo avvalerci della prassi in uso nei comuni italiani.

Le armi medievali, in uso, vengono elencate su più capitoli degli Statuti

  • Al libro I° cap. XIV, si stabilisce che…” castellani, podestà, sergenti, torrieri siano muniti di “cervelliera, gorghiera, lancia, balestra, coltello de perhide, corsetto” .
  • Nel cap. XCV si obbliga che…” i Priori indaghino che, nella Camera del Comune, siano sempre disponibili, tra altro, 6000 quadrelli “.
  • Nel cap. CCLXIV si vieta di portare armi medievali in città e nei borghi, spada, stocco, quadrelletto, cavallotta, mandaria, roncola, coltello malizioso.
  • Nel libro III° cap. X, fra le pene, chi reca offesa armato di…. lancia, spiedo, clavarena di ferro, mazza di ferro o legno, coltello, stocco, spada, mandaria, falcone o roncola, accetta o zappa.
  • Nel cap. XI dello stesso libro, per chi percuote od uccide, con…coltello, spada, spuntone, stocco, rovaria, spiedo, lancia, mandarese, falcastro.
  • Nel cap. LXXVI, si autorizzano i cittadini, che hanno inimicizie a proteggersi con…. corsetto, corazza, gorghiera, cervelliera.
  • Nel cap. CCXXXV del medesimo libro III° si vieta ancora di portare in città… balestra, arco, pallottoliera.

Come era organizzato un esercito nel Medioevo?

Possiamo, ora, provare a conoscere come era strutturato l’oste comunale.

Gli eserciti comunali, organizzati in base ad unità civiche, sono per lo più costituiti da cittadini, montati o appiedati, reclutati in base alla suddivisione in quartieri e parrocchie.

In ragione della disponibilità di uomini validi e della loro ricchezza, le forze comunali si organizzavano a gruppi di venticinquine, in compagnie e secondo i terzieri, di cui ben conoscevano le insegne, combattendo sotto di esse sin dalla maggiore età.

La cavalleria, componente essenziale ed elemento risolutivo di ogni combattimento, appare come elemento principale dell’esercito comunale narnese. Era formata da cittadini soggetti all’imposta della cavallata e in possesso del ”cingolo militare”.  Gli statuti normano ambedue i casi.

Nel libro I° cap. CXCIV si stabilisce che…“chiunque della citta, o del contado, sia voluto salire e salga al cingolo militare, nella festa di S. Giovenale…abbia e debba avere 100 fiorini d’oro dalla camera narnese.”

Veniva poi stabilito, libro I° cap. LXXXIV che… “il Vicario della città, o qualche ufficiale o i suoi dipendenti, non possano, ne debbano ricevere, per cavalcare, dei cavalli d’accavallata del Comune”; che si presume venissero custoditi ed allevati, in contrada “Stallatorio” visto che questa assume un’importanza tale da essere, per la sua manutenzione, menzionata nel libro I° cap. LXXI.

Complesso è il discorso per quanto riguarda l’allevamento. È difficile infatti indagare come venissero allevati i cavalli necessari agli eserciti comunali e chi si sarebbe preso la responsabilità della loro custodia e mantenimento.  In Lombardia e nel veronese è stata evidenziata la presenza di un buon numero di “ feudi da cavallo” o ” feudi da ronzino”, i cui detentori erano tenuti ad allevare cavalli e a fornirli in caso di bisogno. Stesse difficoltà per conoscere i mercati dove potevano essere acquistati, visto che le attestazioni di mercati specializzati sono più tarde.  A Perugia, ad esempio, il mercato destinato ai cavalli si teneva il giorno di Ognissanti, nel borgo di S. Pietro.  ( Paolo Grillo. I cavalli in tempo di pace )

E sono i cavalli che assumono valore primario visto che si dispongono capitoli statutari che …“se qualche cavallo in qualche ambasciata, masnada, scorreria, battaglia, o scontro del Comune di Narni fosse morto, ferito, magagnato” ( da mangano)… sia fatto risarcimento o restituzione del cavallo con decreto del Consiglio “. libro I° cap CCIV.

Ma, per conoscer quale poteva essere il risarcimento adeguato per un cavallo perduto in guerra, dobbiamo rifarci alla documentazione di comuni più o meno vicini.

“Gli statuti di Viterbo del 1252 fissano per gli indennizzi un tetto di 40 lire, ma quelli bolognesi del 1282 lo alzano a 100 lire. Nei primi decenni del Trecento, quando le valutazioni sono fatte oramai in fiorini, gli indennizzi più bassi vanno da 8 a 16 fiorini per un ronzino, ma sono di 90 o addirittura di 120 fiorini per un destriero di valore”. ( Barbero, il cavallo come risorsa bellica. )

Di questa attenzione si ritrova riscontro anche nel libro III° cap .XLII, dove tra le pene da pagare per chi percuote gli animali, quella contro un cavallo riconosce la condanna maggiore, 25 libre di soldi cortonesi. Che il cavallo sia tra le preoccupazioni maggiori, si evince anche dal cap. LXXVI libro I°, dove per la fabbricazione di selle e finimenti, strumenti essenziali per la monta e addestramento, si stabilisce che……” nella città di Narni ci sia e ci debba essere un idoneo sellaio forestiero, che debba stare e rimanere nella città di continuo, per esercitare quell’arte per un compenso adeguato….”.

Alla cura dei cavalli e nelle cavallate, era posto un “Marescalco”, di cui lo statuto si occupa “ad personam” visto che …….”Menico Guglielmo figlio del mastro Poncio, maniscalco del Comune, è talmente debilitato per vecchiaia…… e Menico suo figlio, è idoneo ed utile, per la detta arte di maniscalco del Comune,….ed anche sostenitore del presente stato ecclesiastico di questa città, che detto Menico sia maniscalco del Comune. Però lo stesso Menico sia tenuto a partecipare personalmente, con i soldati della città, in guerra e nelle scorrerie a cavallo….” .

Detto della cavalleria, il resto della formazione militare comunale era composta da fanteria “ levata” per popolo, d’età compresa fra i 15 e 70 anni,  tra cittadini atti alle armi.
Erano registrati in gruppi, di venticinquine, con un soprintendente, il “Capocento”.

Armi e compiti degli eserciti Medievali

Nel libro I° cap. LXXXIX si stabiliscono, modi di elezione e compiti

In base a questi raggruppamenti l’esercito si organizza in battaglia, ad eccezion fatta dei cavalieri, con gruppi di specialisti in base alle armi medievali in uso: balestrieri, arcieri, pavesari.
Nella prassi bellica si nota come i pavesari, con i loro grandi scudi, siano sempre dislocati accanto ai tiratori, con compiti di copertura, anche dell’intero fronte dello schieramento di battaglia, pronti a sostenere e respingere, armati di armi in asta, la carica dei “feditori “ nemici.

Tra le armi in dotazione, ai corpi specialisti medievali che troviamo tra gli Statuti Narnesi, spicca la balestra che assume un’importanza maggiore tra tutte visto che gli statuti obbligano i Priori a munirle di 6000 quadrelli, sempre disponibili. Ciò fa pensare ad un cospicuo numero di specialisti, visto che Firenze nel 1256 ne assoldava con un numero di 10 verrettoni per balestra.

Tra le altre armi medievali da lancio in uso a Narni, oltre a balestra e arco era la “pallottoliera” sorta di balestra che lancia gli “stromboli” ossia, palle di ferro.

Tra le armi medievali in asta in uso ai pavesari e alla fanteria compaiono armi di derivazione contadina quali  falcione, mandaria, falcastro, rovaria, spiedo e la clavarena o chiaverina più idonea al lancio. Per le armi bianche, sempre in uso alla fanteria, il coltello “malizioso”che provoca ferite profonde e il coltello “ de perhide.

Discorso a parte meritano la spada e lo stocco. La spada, usata prevalentemente per fendenti, si perfezionò nello stocco più efficace nel penetrare tra gli spazi di difese sempre in evoluzione. Quest’ultimo di importazione angioina, presente per la prima volta alla battaglia di Benevento nel 1266,  per l’alto costo di fabbricazione, era utilizzato solo dalla classe magnatizia.

L’esercito “di contado”

Accanto alle truppe propriamente cittadine, che probabilmente fornivano all’esercito la maggior parte degli specialisti, una grossa quota di uomini era data dal contado. La prevalenza di queste truppe particolari, come marraioli, picconatori, palaioli, segatori, si nota, nel suo insieme, per l’uso di zappe, pale ecc. use al guasto del territorio nemico e ad opere di difesa e accampamento.

Sarebbe un errore pensare che il ruolo delle truppe ausiliarie si limitasse soltanto ad un impegno di supporto.
Sappiamo che queste truppe, nel mezzo della mischia, si distinguessero per far cadere il cavaliere recidendo le cinghie della sella o trascinandolo a terra mediante falcioni, roncole o uncini. Come accadde, secondo cronache del tempo, a Guglielmo il Maresciallo a Drincourt, postosi in salvo dopo aver visto morire l’animale, o Filippo Augusto a Bouvines  disarcionato da “ uncines et lanceis gracilibus “ o ancora, quando, un “ vulgus “ armato di forconi mando’ a terra e uccise il maresciallo Riccardo, nel 1234, dove “ il quadrupede , sempre piu’ enervatus“ resistette allo sventramento e al dissanguamento fino a quando gli furono tranciate le zampe a colpi di scure, e solo allora Riccardo non potè più stare in sella e fu’ trafitto previo sollevamento dell’usbergo.

Il furore, poteva indurre ad abbattere i cavalieri perfino afferrandoli con le mani o a pugni, quest’ultimi presumibilmente rafforzati dalle protezioni metalliche dei meglio equipaggiati. Era chiaro a tutti che cadere da cavallo in combattimento comportasse normalmente gravi rischi e che l’animale era spesso più vulnerabile del cavaliere. Ne poteva conseguire la riluttanza a ingaggiare combattimenti rischiosi per la cavalcatura, di cui, come abbiamo visto, si aveva una concezione anche patrimoniale. Non è solo l’epica a deplorare la morte di tanti cavalli di gran pregio!

 Gli appartenenti all’oste comunale, godevano negli statuti comunali, del diritto di una sorta di  risarcimento ed assistenza. Nel libro I° cap. CCXII si stabilisce che… “ qualsiasi cittadino povero o contadino della città,  percosso, impedito o mal ridotto, in battaglia, masnada, o scorreria a cavallo al servizio del Comune di Narni, sia aiutato per le spese mediche, con i beni del Comune, e per la vita dello stesso, per una quantità di 200 libbre cortonesi”.

Con alti e bassi, dovuti alla mutevolezza della sorte, lo schema può ritenersi costante nel tempo, perlomeno fino a quando la crisi demografica, economica, sanitaria che attraverso tutto il trecento non impose cambiamenti definitivi.
A Narni l’autonomia comunale cessò con la “ reconquista albornoziana “ a datare dalla metà del Trecento da quando, almeno, il Rettore del Patrimonio del Beato Pietro in Tuscia, impone il “ focatico “ di 200 libbre di denari paparini al Comune e la sottrazione amministrativa e giurisdizionale, di castelli  assoggettati o volontariamente sottomessi. E poi la Rocca e poi gli Statuti….

Marco Carlini

Leggi gli altri articoli de I RACCONTI DELLE PERGAMENE

Dal Medio – Evo all’Olio Evo, la cultura dell’olio nel Medioevo

Dal Medio – Evo all’Olio Evo, la cultura dell’olio nel Medioevo

La cultura dell’olio nel Medioevo, storia ed evoluzione delle abitudini alimentari dall’epoca romana fino all’età di mezzo.

“…Madonna Gentile di Somarello donò al monastero una croce d’argento dorato con bottoni d’argento, un oliveto con molino situato sotto l’ospedale e vicino ai beni di S. Bernardo e di S. Francesco, desiderando la testatrice che si rivedessero bene i confini dell’oliveto posto tra S. Bernardo e S. Maria[1]

(Memoria di frate Andrea Jucoli di Narni, priore del convento di S. Maria Maggiore, riferita all’anno 1379 riportata dal Brusoni nel manoscritto “Documenti sopra la città di Narni”, del sec. XVIII).

Questa semplice annotazione, porta ad una miriade di considerazioni.

Ben due oliveti, possiede la donna (e già questo aprirebbe un’ampia discussione sulla situazione femminile nel medioevo) addirittura con mulino.

Possedere un mulino, sopratutto ad acqua, nel medioevo è un po’ come possedere una grande azienda con i macchinari che consentono di sostituire la manodopera. Nato comunque prima di Cristo (il più antico esempio di mulino ad acqua figura intorno al 18 a. C. a Cabira, nel Ponto), si diffuse lentamente, sia a causa del costo elevato quando la manodopera costava poco più di zero, che dell’installazione in zone specifiche (fiumi, che oltretutto non subissero secche o gelate) che non tutti potevano avere, e non ultime le numerose guerre. Di conseguenza tutti i mulini ad acqua erano di origine signorile e molti dipendevano da monasteri. Non a caso, il mulino oggetto di testamento è situato tra i beni di Chiese che erano, e sono, disposte sul versante che scende degradando sul Narico (il Nera riportato negli Statuti)… Probabilmente la pressione sull’acquisizione del bene è tale da far decidere la testatrice a cedere il mulino, anche se dopo la sua morte, in cambio della revisione dei confini dell’altro oliveto. Perché anche possedere un oliveto è sinonimo di ricchezza, molta ricchezza.

La coltivazione dell’olivo, e conseguentemente la produzione dell’olio, segue le sorti dell’impero romano, il cui sistema alimentare era fondato sulla “triade di valori produttivi e culturali che quelle civiltà avevano assunto a simbolo della propria identità” (“La fame e l’abbondanza. Storia dell’alimentazione in Europa” M. Montanari, 1997) composta da cereali, vite, olivo.

Roma diffuse in tutto il suo impero, dove ovviamente le condizioni lo permettevano, la coltivazione dell’olivo così come il consumo dell’olio. Parimenti, con la sua caduta entrambi andarono scemando in tutta Europa.

Ma anche per altri motivi. Vero è che i barbari che affondarono l’impero, nello stesso modo portarono le proprie usanze alimentari che non conoscevano l’olio, ma solo grassi animali come il burro e il lardo che lo soppiantarono, ma non è vero, che la cucina romana non conoscesse anche l’uso ed il consumo dei grassi animali, come la “succidia”, carne salata, sorta di precorritrice della famosa “carbonata” di Mastro Martino, vale a dire lardo o meglio ancora pancetta cotta.

Nel Medioevo l’uso dei grassi animali prevalse quindi su quello dell’olio, per due motivi, sia perché era molto più facile ed economico il loro reperimento, sia perché culturalmente l’olio nel Medioevo veniva identificato con la civiltà romana. Paradossalmente però proprio quest’ultimo punto lo portò pian piano a “risorgere”. Olivo ed olio, vennero a questo punto indistricabilmente associati al Cristianesimo, sia nei riti che nella simbologia, ritrovando importanza man mano che la religione si diffondeva. Sempre più olivi vennero piantati in prossimità delle Chiese, per avere la Palma Benedetta e per ricavare l’olio, che non solo era indispensabile per i giorni di magro, che tanto influenzavano la dieta monastica e non solo, ma anche per essere usato nei riti e nell’illuminazione.

Gli oliveti abbandonati, rifiorirono nelle zone dove erano più facili da gestire, nelle regioni dal clima e territorio più propizi, in Italia centrale e in Liguria, dove era forse la cultura più prospera e remunerativa.

L’olio nel Medioevo rimase comunque un prodotto per classi agiate e ambienti monastici, nelle classi inferiori veniva usato solo in ricorrenze particolari, sottolineandone in tal modo, la ricchezza. Teofilo Folengo, tra i principali esponenti della poesia maccheronica, ancora nel 1500 descrive il contadino Picada che versa l’olio a piccole gocce nell’insalata dalla fiaschetta tenuta da parte per le grandi occasioni…[2]

E’ facile pensare allora quanta ricchezza possa essere stata prodotta dalla Narni del tardo medioevo. Il versante collinare sul Nera pullula di oliveti, come testimonia la Memoria del Priore di S. Maria Maggiore, la riva del fiume di mulini, ampiamente dimostrati dagli Statuti dei quali qualche traccia è presente ancor oggi, la presenza del porto di Stifone, per la veicolazione dei prodotti, tramite le caratteristiche “sandalae”  (G. Bolli), con scafo  a fondo piatto e lunghezza limitata,[3],sono una testimonianza inconfutabile della ricchezza del mercato dei prodotti dei mulini narnesi. Ricchezza che giungeva a Roma, dal Nera al Tevere, lungo quella splendida “strada” di acqua utilizzata a lungo nei secoli…

Olio, farine, carta, panni, funi, tegole e mattoni, canapa… già nel medioevo ai piedi di Narni, sorgeva quella che potremmo definire un’”industria fiorente”!

Non a caso gli articoli che gli Statuti dedicano all’Arte dei Molendini, sono i più numerosi e dettagliati in assoluto, a dimostrazione dell’importanza dell’Arte (che merita un “Racconto delle Pergamene” specifico). In essi si normano le misure per la struttura del mulino, il salario dei mugnai, i controllori del rispetto delle norme ed i loro salari, il divieto di corruzione, la volontà di protezione e di incremento dell’Arte con la garanzia dell’incolumità di chi andava a macinare ed il divieto di andarvi in altre località, soprattutto la nemica Terni, nonché la volontà di disciplina delle norme riguardanti cause dell’Arte perché ancora troppo indefinite ed infine, fra le tante altre, l’esenzione, parziale o totale, denotante un’importanza pressoché unica in tutti gli Statuti, dalle norme per due particolari mulini, Polletra e Cerasae….[4]

Uno in particolare riguarda esclusivamente il “mulino per le olive”, cioè l’articolo CXXXVI del Libro III:

Inoltre stabiliamo che, nessuna persona permetta che l’acqua delle olive esca, o fluisca, o scorra per qualche via pubblica della città di Narni, ma quello del quale è il mulino, o il locale del Molino faccia, e curi, a sue spese, di mandare la medesima acqua sotto terra, e la ricopra in modo tale, che non appaia sopra la via. Quello, che abbia trasgredito, paghi alla Camera, come condanna, 100 soldi cortonesi, e chiunque possa denunciare ed accusare i trasgressori, e gli sia dato credito.

Aggiungiamo che, qualche tintore, o proprietario del mulino delle olive non possa fare defluire il pastato, o l’acqua del vascello, o delle olive sopra la terra, presso qualche Porta, dove si riscuote la gabella, né presso la stessa Porta a 15 pedali. E sulle cose predette, e qualcuna delle predette si stia alla parola, e alla relazione dell’ufficiale del signor Vicario, e si abbia per piena prova.

Si evince facilmente che i frantoi, o “mulini per le olive” erano presenti anche in città e in numero considerevole se è sorta la necessità di limitarne la defluizione delle acque di scarico. Nel Medioevo l’olio era la ricchezza di ogni casa, tanto che molte ne avevano di propri, con spinta da uomo o animale, o al massimo di vicinato, tanto che ancora oggi se ne possono trovare nelle abitazioni, denotando ancora una volta, una notevole prosperità diffusa.

Ne emerge anche un’altra nozione circa il modo di lavorazione che sembra non differire da quanto noto… il pastato potrebbe corrispondere alla nostra sansa e l’acqua del vascello quella di scolatura e ripulitura dei fiscoli.

E quindi, una volta ottenuto l’olio?…

Gli Statuti non riportano ricette gastronomiche ovviamente, ma sicuramente danno un’immagine di quanto il prodotto sia caro alla città.

L’Articolo LII del Libro III vieta ai pizzicagnoli, di fare incetta, per la rivendita di formaggio, uova, polli, uccelli e altra cosa commestibile, all’infuori di pane, sale, olio, fichi secchi, carni e pesci salati, pena 40 soldi cortonesi. La prima associazione è quella di bene di prima necessità, data la comunanza a pane e sale, non sfugge tuttavia l’accostamento anche a fichi secchi e pesce e carne salata, cibo indispensabile in caso di assedio, e in questo caso l’olio avrebbe anche la funzione di “arma da difesa”, anche se visto il notevole costo, appare più probabile l’utilizzo in sua vece di acqua bollente.

L’olio nel medioevo era inoltre usato nella lavorazione della cera per torce, candele e quant’altro, anche se non avrebbe dovuto. L’articolo CXXIV del Libro III, vieta infatti l’utilizzo della morchia dell’olio mischiata alla cera.

In una sorta di tema tanto caro al medioevo quale la “Battaglia fra Carnasciale e Quaresima” insomma, l’olio in tavola, potrebbe essere il simbolo del mondo alla Rovescia, una volta simbolo di Quaresima, per la religione, così come burro e lardo lo sono per l’abbondanza tipica del Carnasciale, e subito dopo simbolo del Carnasciale, per la ricchezza che lo relega solo alle classi più abbienti, mentre le povere si devono accontentare dei grassi animali.
Nella religione è simbolo sacro, benedizione divina, sapienza, amore, elezione divina e Spirito Santo. Per la società indubbiamente simbolo di ricchezza, tanto che ancora esiste il detto popolare, “Chi vuol fare invidia al suo vicino pianti l’olivo grosso e il fico piccolino”.

Sicuramente a Narni, dove ancora è forte la tradizione e l’amore per l’olio “buono”, l’olio è tutto ciò, ed anche di più.
E’ simbolo che posto sulla porta della taberna, autorizza l’oste a vendere vino, ma è addirittura “il” Simbolo della Città, rappresentandola alla Prima Esposizione Nazionale del Regno d’Italia nel 1861. (Contributo di Claudio Magnosi). E’ “Storia”.

Patrizia Nannini


[1] E. Martinori, Cronistoria Narnese, Editoriale Umbra, Terni, 1987.

[2] E.Carnevale Schianca, La cucina medievale – Lessico, storia, preparazioni“, Florencia, Leo S. Olschki, 2011.

[3] M. T. Caciorgna, La ricchezza scorre a fiumi, Articolo tratto da Medioevo n. 9, Settembre 1999.

[4]LIBRO I.

Cap. I. Dei Molinari e dei Molini, e dell’ordine dei Molinari.

Cap. II Della molitura, la quale debbono ricevere i Molinari in grano, che macinano.

Cap. L. Degli screzi, e questioni da terminare tra i Comproprietari, Proprietari dei Mulini e coloro che hanno le proprietà in Fluminata.

Cap. CXVI Che coloro che vengono a Narni per macinare vengano salvi e sicuri.

LIBRO II

Cap. XXVIII Della riparazione di qualche Casa, Mulino, o Edificio comune tra alcuni comproprietari.

Cap. LVIII Che da qualsiasi dei Molini diventati inservibili non sia pagata la dativa.

LIBRO III.

Cap. LIV. Che nessuno tagli legna, o guasti le macine di qualche Molino.

Cap. CXXXVI. Dell ‘acqua dei mulini delle olive che non fluisca per la città di Narni.

Cap. CXXXIX. Che nessuno cittadino, o Comitatense vada a macinare ad altri mulini, se non a quelli dalla città di Narni.

Cap. CLV. Che nessuna persona vada, o mandi a macinare a Terni.

 

SCOPRI ALTRI APPROFONDIMENTI CULTURALI 

Il Corteo Storico Medievale a Narni

Fiore all’occhiello della nota rievocazione storica Umbra

F.I.G.S. il bollino di garanzia delle rievocazioni storiche italiane

Il Corteo Storico Medievale di Narni è uno dei fiori all’occhiello della Corsa all’Anello.

I giochi che, come Narni, fanno capo alla Federazione Italiana Giochi Storici, rappresentano le migliori e più antiche tradizioni popolari del nostro Paese. Si tratta di eventi davvero straordinari e unici nel loro genere.
Nella ricostruzione dell’ambientazione storica che si sviluppa per ciascun gioco, vi è la massiccia partecipazione attiva di persone di ogni ceto sociale senza distinzione alcuna, con cittadini ed ospiti particolari che diventano attori creando scenografie irripetibili altrove.
Eventi che costituiscono una ricchezza enorme, autentici giacimenti culturali da coltivare e sviluppare razionalmente[1].

Gli elementi essenziali per ambire ad iscrivere una rievocazione storica alla F.I.G.S. sono essenzialmente tre:

  • avere un profilo sportivo sotto forma di competizione
  • costumanti che generalmente sfilano in un corteo storico medievale
  • in ultimo, una capacità allestitiva di scene, situazioni, ambientazioni, rappresentazioni teatrali.

Questi sono gli ingredienti principali della ricetta che crea la festa, la quale ha bisogno però di un elemento ulteriore che le faccia assumere una legittimazione definitiva. Quel tocco in più è la dimensione “storica” di un passato attentamente scelto e «opportunamente selezionato» tra i tanti passati possibili[2] potremmo dire con le parole di Hobsbawm[3] e, quasi sempre, nel centro Italia è l’età medievale.

Il grande Corteo Storico Medievale di Narni

Nel caso di Narni, all’interno di tutto il programma della Festa, il grande corteo storico Medievale del sabato che precede la Corsa all’Anello è sicuramente l’evento che attrae il maggior numero di spettatori.
Ammassati sulle  transenne, opportunamente collocate lungo le vie e piazze principali, creano lo spazio dove va in scena il corale travestimento a scopo rituale, composto da oltre mille costumanti.
Credo possa essere esteso il ragionamento sviluppato da Laura Bonato sulla pratica del cosplay[4] anche ai cortei storici, sebbene differenti siano i modelli di riferimento cui si tende. Se requisito importante del cosplayer (colui che si traveste) è rendere riconoscibile il suo personaggio agli occhi di un soggetto altro, è necessario stabilire a priori un campo di gioco comune dove osservatore e osservato condividono gli stessi modelli e, nell’ambito di un contesto territoriale e sociale definito l’utilizzo di determinati simbologie, colori, suoni, permette un riconoscimento.

A differenza di altri momenti della festa che hanno un carattere più “intimo” nella vita di un  terziere ( le tre parti in cui è divisa la città) come il battesimo o la messa per i defunti oppure la cena detta “propiziatoria” che ogni rione consuma pochi giorni prima dell’inizio dei festeggiamenti e dove si invocano insieme la fortuna e il santo, il passaggio di un terziere nel grande corteo storico medievale di Narni è al contrario il momento massimo dell’esporsi, del mostrarsi agli altri e per poterlo fare è necessario distaccarsi dalla moltitudine del pubblico e differenziarsi da questo attraverso un atto di “vestizione”, attraverso abiti adatti, per diventare conte, cavaliere, dama, uomo d’arme…

Il riferirsi all’atto di incarnare il personaggio come una ‘vestizione’ (e non un generico ‘vestirsi’) evidenzia un cambiamento di abito che è formale, che è un mutare di habitus; evoca cioè un passaggio rituale (si pensi alla vestizione del torero, del sacer­dote…) che rischia di essere inesistente o non percepibile nell’immaginario contemporaneo del carnevale banalizzato e infantilizzato di oggi.
Come dire che gli attori delle rievocazioni, dosando i termini, riconoscono rilievo ceri­moniale, ethos rituale alle loro azioni, specialmente a quelle che li trasforma­no nell’alterità desiderata. E proprio perché questo incarnarsi in un’alterità va preso sul serio mi pare generico, riduttivo, tautologico qualificarlo come ‘coin­volgimento emotivo’. Se invece lo accostiamo alle mutazioni, alle metamorfosi che il carnevale istituisce, gli riconosciamo una densità psicoculturale specifi­ca, che la storia e i contesti diversi si peritano di far variare.[5]

“Vestiti”, seguendo un preciso ordine di “apparizione stabilito dal responsabile del corteo di ogni terziere, si può tornare dov’è la folla, ma non tra folla stessa, in uno spazio preciso, stabilito e ritagliato, in uno spazio liminale dove si è sospesi tra realtà e finzione, dove non c’è contatto con chi assiste al passaggio del corteo, perché cercare con lo sguardo volti conosciuti o rispondere anche solo con sorrisi accennati a una voce che chiama o che fa un complimento, è sanzionato, e fa perdere punti sulla valutazione dell’esibizione.

Tra la folla si torna solo alla fine, il giorno dopo, quando lo stesso corteo dopo aver accompagnato al campo dei giochi i cavalieri giostranti, torna in piazza, con o senza l’anello che era il palio, per assistere alla lettura del bravio[6] e, se ha ottenuto un punteggio superiori agli altri, viene premiato.

Si rintraccia la sequenza che Arnold Van Gennep all’inizio del secolo scorso aveva postulato nei riti di passaggio[7], di iniziazione e stagionali: la separazione, la transizione e la riaggregazione.

Quando l’abito fa il monaco: la simulazione imperfetta del corteo storico medievale

Ognuno dei partecipanti al corteo storico medievale nel momento che indossa uno degli abiti creati in sartoria, assume, anche se per un tempo limitato, uno status diverso, un’identità lontana appartenuta a qualcuno realmente vissuto centinaia di anni fa e di questo si diventa il simulacro: non è proprio “quella persona” si è solo simile, somigliante, un mezzo per simularla, eppure l’archetipo c’è e può ispirare, può ostendere la sua forza e il suo potere, può essere oggetto di venerazione e di ammirazione. Ma il simulacro, privo della vitalità originaria, sarà sempre una imitazione imperfetta.

L’esercito dei “simulacri in costume”

Per comprendere il valore di questo esercito di simulacri in costume è necessario l’utilizzo di alcune classi concettuali che aiutano nella interpretazione del rapporto tra questi e il loro pubblico:
la “devozione”; il significato dell’immagine del simulacro “vestito”; la visione e l’uscita in corteo.

Nella letteratura etnografica il terminedevozioneè quello più utilizzato per indicare il legame, l’attaccamento esistente tra il simulacro sacro e i fedeli mentre nella tradizione antropologica che fa capo a Durkheim e Radcliffe-Brown, lo stesso legame consiste in sentimenti sociali che tengono insieme individui e gruppo.
Questo sentimento comune è sostenuto e alimentato da pratiche rituali e, in una società secolarizzata, si manifesta anche in direzione di oggetti “non identificabili in termini religiosi, mistici o ultraterreni, ma verso le sfere di intimità della vita quotidiana”[8], come l’assistere, per chi è cresciuto nella cultura della Corsa o delle feste similari, ad un evento aspettato e onirico, come è la sfilata del Corteo Storico.

Il corteo, seppur in lento movimento, restituisce una immagine muta e fissa, atemporale seppure porta ad un tempo altro e preciso, maggio 1371, e assurge a “monumento di stabilità” e proprio per queste sue caratteristiche costringe i fedeli/pubblico a fermarsi e guardarlo e, il manifestarsi del corteo si trasforma da presenza in possesso: chi lo osserva si appropria della sua “immagine” che quasi perfetta è lì e immediatamente non c’è più bisogno di cercare “quel tempo mitico” perché , attraverso il corteo, è presente e vissuto.

La gestualità dei costumanti

I gesti che si compiono per la preparazione di un costumante, ma più ancora di una costumante, non sono dissimili da quelle necessari alla vestizione di una effige come una Madonna destinata al culto[9]: come un manichino, per sua natura impossibilitato a muoversi, così chi deve “mettersi nei panni” di un uomo in armi o di una dama, da soli non riuscirebbero mai a vestirsi e per venire in aiuto ad essi squadre intere di sarte e aiutanti addette alla preparazione dei costumanti entrano in campo per attivare quel processo di trasformazione possibile solo in un contesto rituale fatto di spazi, ambienti e tempi giusti, quelli del calendario festivo. Diventare un dispositivo-simulacro quindi ha bisogno di fattori attivatori che, come nella vestizione delle madonne[10], si identificano con figure femminili.

L’atto della vestizione è un vero “rituale”

La vestizione delle effigi sacre, come quella dei costumanti, rappresenta un momento della ritualità e delle pratiche di “devozione” che riguardano importanti aspetti culturali, di ambito storico-artistico, storicoreligioso e antropologico. Come per le effigi sacre anche la preparazione di un costumante riguarda la storia dell’arte, per la fedeltà storica dei modelli degli abiti e dei gioielli ricostruiti sulla base di fonti iconografiche, o la cultura materiale, per la qualità dei materiali utilizzati soprattutto in campo tessile.

Questi elementi dell’apparato scenico assumono forti valenze nel campo estetico e in quello simbolico

Se infatti il culto di un’immagine sacra costituisce un fatto di interesse pubblico, anche la vestizione, pur se effettuata in privato o alla presenza di pochi “specialisti del sacro”, rappresenta un’operazione pubblica, della quale occorre rendere conto al popolo dei fedeli.[11]

La relazione fra costumanti e pubblico nel corteo storico medievale di Narni

Lo stesso vale per la relazione esistente tra i costumanti di ogni terziere in corteo ed il proprio pubblico di fedeli. Infatti attraverso le vesti, gli ornamenti e le strategie coreografiche utilizzate per dare risalto e spettacolarità, ogni terziere ed anche l’importante gruppo rappresentativo delle autorità cittadine, cerca di costituire un ideale estetico capace di sottolineare la propria superiorità. L’utilizzo di vesti con stoffe ricercate, ricami preziosi, gioielli dalla fattura pregevole, l’utilizzo di rapaci e mute di cani esibiti in corteo sono anche indicatori della capacità economica di ogni gruppo in corteo.

Fondamentale è l’importanza dello “sguardo” di chi contempla il passaggio dei simulacri che deve essere condizionato da una imprescindibile connotazione culturale: questo deve vedere, riconoscere e selezionare ciò che è in quel contesto è significante, perché già appartiene al suo patrimonio culturale.

Le immagini, oggetti che formalizzano un atto visivo, scaturiscono, dunque, dalla tensione (potenza) analogica dello sguardo e dalla carica connotativa estesa dei processi culturali complessivi, presenti sulla scena sociale.[12]

Eleonora Mancini


[1] http://www.feditgiochistorici.it/italiano/default.asp

[2] Il corsivo è per  sottolineare la particolare situazione per cui  nonostante si abbiano in abbondanza fonti materiali,  scritte e reperti archeologici che testimoniano la ricchezza delle informazioni sul passato dei territori del centro Italia (pre-romane, etrusche, romane) cronologicamente precedenti a quelle dell’età medievale, la scelta del passato “giusto” ricada poi quasi sempre su quella dell’età di mezzo.

[3] E.J.Hobsbawm, Come si inventa una tradizione, in Hobsbawm E.J.,Ranger T.(a cura di), L’invenazione della Tradizione, Einaudi, Torino, 1983, pp.3-17.

[4] La parola cosplay (COS-PLAY) è un’abbreviazione delle parole inglesi “costum” (costume) e “play” (recitare, interpretare). In pratica, è l’arte di interpretare gli atteggiamenti di un personaggio conosciuto indossandone il costume. Il fenomeno è nato in Giappone e se inizialmente prendeva a riferimento
personaggi tratti dai manga o dagli anime ha poi rivolto l’attenzione anche a personaggi di videogames, fumetti, cartoni animati, film, telefilm, libri, pubblicità, band musicali e giochi di ruolo.

[5] V.Padiglione, Possessioni bianche. E se le rievocazioni fossero anche altro? In F. Dei, C. Di Pasquale (a cura di), Rievocare il passato: memoria culturale e identità territoriali, Pisa University Press 2017

[6] Bravio è un termine assimilabile a Palio, indica un premio che viene vinto dal terziere che al termine della festa ha totalizzato il maggior punteggio sommando i punti attribuiti dalla giuria a diversi eventi: corteo storico medievale, giornata medievale, ricostruzione degli ambienti, esibizione dei musici.

[7] A.Van Gennep, I riti di passaggio, Torino, Boringhieri,1981, p.98.

[8] F.Dei, Dalla devozione al patrimonio: note antropologiche sul vestire le Madonne, in A. Capitanio (a cura di),Statue vestite.Prospettive di ricerca, Pisa, Univrsity Press, 2017, pp. 157-158.

[9] Con effige si fa riferimento a manichini completi e rifiniti esclusivamente nelle parti del corpo che sono visibili a rivestimento completato, quindi testa, mani e piedi. Il resto del corpo non destinato alla vista appare modellato senza troppe rifiniture seppur estremamente curato negli aspetti funzionali, come sostegni al corpo e alle vesti, articolazioni degli arti.

[10] Si invita alla lettura del contributo di F.Dei, Dalla devozione al patrimonio, op.cit., p. 157 e E.Silvestrini, Abiti e simulacri, op.cit. p.20.

[11] E.Silvestrini, Abiti e simulacri, p.22.

[12] F.Faeta, Introduzione e “Mirabilis imago”.Simboli e teatro festivo, in Il santo e l’aquilone. Per un’antropologia dell’immaginario popolare nel secolo XX, Palermo, Sellerio,2000,pp.17-58.

Viaggiatori stranieri e pellegrini

Viaggiatori stranieri e pellegrini a Narni dal Medioevo ai Grand Tour

La città di Narni, posta lungo l’ultimo tratto umbro della Via Flaminia,  ha da sempre goduto di una discreta importanza all’interno dei percorsi “Romei”,  tanto che i viaggiatori e pellegrini di ogni epoca hanno eletto la città come ultima tappa del loro viaggio prima di giungere a Roma.

Questa sua relativa vicinanza alla Città Santa ne ha però determinato  anche una certa “marginalità”, prima all’interno dei pellegrinaggi, quindi nella storia del Grand Tour, in quanto i viaggiatori sono fatalmente attratti da Roma – che ormai dista meno di 100 miglia – e quindi tendono a non fermarsi a lungo all’interno delle mura cittadine, desiderosi invece di giungere a San Pietro nel più breve tempo possibile.

L’immagine di Narni è legata indissolubilmente al suo Ponte d’Augusto – specialmente tra il 17° ed il 19° secolo – un’ opera imponente che ancora oggi testimonia del passato imperiale della Narnia romana: poeti, scrittori, artisti (il Corot, tra i più noti) lo hanno descritto, dipinto, raffigurato nei secoli, e praticamente ogni viaggiatore lo cita all’interno delle sue memorie di viaggio.

La sola visita al ponte però non comporta la salita verso il borgo, spesso ammirato solo dal basso, dal fiume Nera, e quindi la città medievale sfugge all’attenzione dei viaggiatori moderni.   

Il tipico viaggiatore del Grand Tour europeo è infatti attratto dalle antichità classiche, dalle tracce di Roma, dal fascino del marmo (come scrive Goethe), e tende a tralasciare gli scenari “gotici” delle città umbre, troppo simili a quelli nordici da cui è fuggito…

Il sacello del Santo: un’attrazione per pellegrini e viagiatori

La storia però non è sempre stata così: nel medioevo Narni accoglie viaggiatori, stranieri, mercanti, e persino i pellegrini Romei, che vengono appositamente  ad ammirare la cattedrale locale,  attratti dal Sacello del Santo Patrono Giovenale, a cui la religiosità popolare ha attribuito miracoli sin dalla metà del 6° secolo, come ci testimonia il Liber Pontificalis, redatto all’epoca di Papa Virgilio (537-55).[1]
Nell’alto medioevo questo culto si estende, e diverse sono le chiese che vengono dedicate al Santo, tra cui quella a Rieti (nel 792) e a Magliano Sabina (nel 817)[2].
Il Sacello di San Giovenale verrà però depredato dal marchese Adalberto di Toscana nell’anno 878, e le spoglie del Santo (insieme a quelle dei Santi Cassio e Fausta) saranno portate a Lucca, per ritornare a  Narni solo nel 880, grazie all’intercessione del Pontefice Giovanni VIII.
Il viaggio delle spoglie verso “casa” seguirà l’itinerario della Via Francigena, lungo la quale nasceranno altri luoghi di culto dedicati al Santo, che  – secondo la tradizione popolare – saranno benedetti proprio dai miracoli operati dalle stesse spoglie.
La notorietà del Santo quindi è bene attestata lungo l’alto medioevo, ma cresce nei secoli a venire, fino ad essere “normata” persino negli Statuti cittadini, il corpus di leggi che regolano la vita di Narni in ogni aspetto per tutto il medioevo, e che saranno rivisti ed adeguati nel 1371, dopo il ritorno della città nell’alveo dello Stato Pontificio.

La fortuna di essere lungo la via Flaminia

La città, propio grazie all’antica strada consiliare Flaminia,  si trova quindi naturaliter lungo uno dei  percorsi che i pellegrini scelgono per muoversi verso  Roma provenendo dalla costa orientale d’Italia, un cammino che si intensificherà a partire dal 16° secolo, grazie alla fama del Santuario di Loreto, che diverrà una delle tappe fondamentali dei nuovi pellegrini e dei viaggiatori del Grand Tour.

La presenza di viaggiatori e pellegrini nel Medioevo è quindi ancora legata alla prossimità di Roma, e come tale il loro passaggio e la loro sosta in città viene – per così dire – regolamentata persino negli  Statuti cittadini.

Viaggiatori, studenti e pellegrini possono sostare ed essere accuditi nei vari “Hospitales e nelle strutture religiose della città, protetti e senza correre  il rischio di essere attaccati dagli indigeni, così almeno possiamo leggere tra le righe dei vari capitoli statutari che trattano la loro presenza.

Accoglienza e incoming nella Narni medievale

Nella Narni medievaleoltre alle diverse Tabernaei viaggiatori possono chiedere ospitalità  nei locali appartenenti ai vari monasteri, oppure dormire presso l’Ospedale di San Giacomo (Hospitalis Sancti Jacobi), posto  lungo il tratto interno della Flaminia, nel Terziere di Sopra, di cui ancora oggi sono visibili gli  imponenti resti.[3]

A tale struttura – per pellegrini, viaggiatori, ma anche per i  narnesi, con particolare attenzione alle bambine orfane ed ai malati – sono dedicati molti capitoli negli Statuti: il Cap. LXI del libro I ne regola la gestione, tramite un Rettore indipendente, laico e benestante; nel Cap. LXX si raccomanda invece di costruire una strada nuova che colleghi l’ospedale alla strada romana nei pressi della strada di Feronia, ciò affinché sia più comodo  per i pellegrini giungere alla loro meta senza passare per strade private confinanti.  Questo capitolo ci testimonia quindi indirettamente della “vivacità” di questo percorso, che rischia di essere “ingolfato” dai passanti.

L’ospedale di San Giacomo funziona anche – come già accennato – da rifugio per  le bambine orfane e le madri singole: nel Cap. CCXVIII del Libro I si stabilisce che  il palazzo adiacente all’ospedale deve essere adibito a rifugio per  le bambine orfane, le quali potranno vivere qui fino all’età del matrimonio. Il Comune devolve delle elemosine per questo scopo, anche se le bambine potranno filare la lana per guadagnare qualche introito extra.

Questo è ciò che succede dentro le mura cittadine, ma la strada che percorrono viaggiatori e cittadini passa anche al di fuori del borgo, quindi il  Comune è tenuto a sistemare e “mattonare” le vie d’accesso più comuni, tra cui la Via Flaminia nei pressi di Porta delle Arvolte (l’attuale Porta Ternana), come stabilito nel Cap. LXXXVII del Libro I, così come spetta al Vicario della città la pulizia dei fossi e dei vicoli per facilitare il passaggio dei forestieri.

Dal punto di vista dell’accoglienza – come accennato sopra – Narni dispone di molte Taverne ed alcune Locande (la distinzione sta nel fatto che mentre la taverna serve solo cibo e bevande, la Locanda offre anche un giaciglio…), ma i pellegrini possono essere ospitati anche in casa di privati cittadini, o nelle sedi degli ordini religiosi.

Il Cap. XXXV del Libro III affronta addirittura il caso della morte di un pellegrino  in casa altrui: nel caso in cui questo non avesse fatto testamento, il padrone di casa dovrà custodire i suoi  beni – comunicandolo al Vicario – per due mesi, in attesa che un erede legittimo li richieda per se’; passato questo periodo i beni saranno  dati ai poveri.

I pellegrini o i viaggiatori che intendono invece alloggiare nelle taverne non dovranno portare armi in città, ma dovranno lasciarle in custodia al locandiere, così come stabilito dal Cap. LXXIII del Libro III.

Oltre a preoccuparsi della salute e del ricovero dei viaggiatori “di passaggio”, spesso diretti a Roma, Narni è ospitale anche nei confronti degli studenti, alla cui cura è dedicato il Capitolo CXIV del libro I degli  Statuti; questo tipo di ospiti sono molto apprezzati dalla Comunitas, in quanto accrescono il prestigio culturale e partecipano alla vita cittadina. 
I suddetti studenti godono infatti del privilegio dell’incolumità, e la loro sicurezza viene garantita dalle autorità al pari di quella dei locali. Hanno diritto ad un alloggio e ad un contributo in denaro di 25 soldi cortonesi l’anno per mantenersi agli studi in città.

Come traspare da questi pochi esempi, il tema del viaggio, della permanenza e della sicurezza in città è presente sin dal Medioevo, a testimonianza dell’attenzione che le autorità locali prestano ai forestieri, che – con il passare dei secoli – transiteranno sempre più numerosi lungo la Flaminia, attratti tra i due poli religiosi classici del Grand Tour nascente: Loreto e Roma.

Fabio Ronci


[1] Pani Ermini Letizia, da: San Giovenale: la Cattedrale di Narni  nella Storia dell’Arte – Atti del convegno; Pg. 86 – Ed. Centro Studi Storici  Narni 1998

[2]Pani Ermini Letizia, ibid.

[3] L’ospedale si trovava lungo l’attuale via XX Settembre, di fronte alla chiesa di S. Agnese.

Un calendario perpetuo per individuare la data della Pasqua

Un calendario perpetuo per individuare la data della Pasqua

Scoperto a Santa Pudenziana, era di pietra

Come si fa a calcolare la data della Pasqua?

Quando cade la Pasqua quest’anno? Come si fa per calcolare Pasqua? Proviamo a fare chiarezza sul calcolo data mobile più celebre di tutte le festività Cristiane.
Per farlo utilizzeremo un’antica tecnologia medievale… un calendario di pietra, riscoperto in una chiesa in Umbria.

L’unicum di Narni

Non ci tratteniamo sull’antica e suggestiva chiesa ( X secolo), che si trova in località Visciano nelle campagne a sud di Narni, se non perché reca una lapide che costituisce un unicum nel mondo cristiano.

E’ nel piedritto della finestrella, a destra di chi osserva dall’esterno, a sinistra di chi allora, quando cioè la chiesa fu eretta, celebrava la messa. Questa cosa ha un’importanza enorme. Che vedremo!

La lapide reca sette righe di segni numerici.
E una scritta conclusiva: PESAC.
“Pesac” significa, in ebraico, Pasqua.
Vanno spiegati i numeri soprastanti. Come si vede vanno da uno a sette. Ma non in sequenza. Nel senso che essa si interrompe, tranne in un caso, ogni quattro cadenze.
Semplice la spiegazione: nell’anno bisestile quella sequenza ha un salto.
Infatti riprende non col numero successivo ma con quello che segue questo. Passa, per esempio, da 4 a 6 e non a 5. Perché? Perché ogni 4 anni c’è il bisestile e la sequenza si interrompe. Vediamo di capire perché.

Un compromesso fra calendario solare e lunare, ecco perché la data della Pasqua è mobile!

Come tutti sanno le festività cristiane sono di due tipi: quelle di derivazioni ebraica, come la Pasqua e le festività a questa collegate, e quelle di derivazione romana come per esempio il Natale e festività collegate.
Il problema è che mentre le festività romane seguono il calendario solare, quelle di derivazione ebraica seguono il calendario lunare.
Ecco perché la Pasqua rimane festa mobile!
Perchè la luna e il sole hanno tempi molto diversi. Il sole ha il percorso annuale di 365/366 giorni, la luna invece, ha una durata di 354 giorni, 8 ore, 48 minuti e 36 secondi. Conciliare questi due percorsi è difficile. Molto.
Il calendario pasquale di santa Pudenziana (meglio, S.Maria) è un tentativo assolutamente geniale.

Senza perdersi in questioni troppo dettagliate funziona cosi.
Il riferimento è il plenilunio seguente l’equinozio di primavera; 20, 21 marzo (data oscillante) se si osserva il primo plenilunio che segue; che, essendo il mese solare di 28 giorni oscilla, ovviamente, dal 21 marzo a 28 giorni dopo. Cioè dal 21 marzo al 18 aprile. Pasqua cade esattamente la prima domenica susseguente al plenilunio che cade immediatamente dopo uno di quei giorni. Ecco perché quella festività oscilla fra il 22 marzo e il 25 aprile.


Che significano quei numeri? Leggendo il calendario di pietra scoprirai la data di Pasqua

Che significano qui numeri?
Che se
in un anno qualunque la
Pasqua cade il giorno dopo un plenilunio, l’anno successivo accadrà il secondo giorno
e l’anno dopo ancora, il terzo giorno dopo la luna piena di primavera e così via.
Salvo il salto del bisestile indicato con la lettera B.
Per un ciclo di 28 anni cui va intercalato, a cadenza, un tre giorni. Proprio per aggiustare i tempi del calendario lunare e solare.
Tutto ciò secondo la cadenza numerica chiaramente esplicita nell’antica iscrizione.

Una curiosità è anche nella scritta PESAC , che significa Pasqua; se si nota ha una cediglia, PE’SAC. E’ Petrus Sacerdos, colui che commissiona l’opera, lo stesso che la firma anche nell’abside, ma in questo caso non con un particolare carattere onciale (che allude al candelabro ebraico) come nell’iscrizione esterna, ma con lettere capitali.


Perché quella lapide è a sinistra di chi celebra?

Perchè è il cornuepistolae, cioè il tempo.
A destra, sempre della finestrella, c’è una lapide liscia. Cornuevangelii, che è l’eternità.
Chi era il committente abate Pietro? L’abate di S. Angelo e s. Benedetto in Massa.
Ma questo è altro racconto.

Chiesa di Santa Pudenziana – Calendario Pasquale perpetuo
Foto: Jacopo Matticari


Bruno Marone

Narni nella sua prima era cristiana

Narni nella sua prima era cristiana

fra sviluppo urbanistico e spirituale

Il Cristianesimo è il centro urbano

In questo scritto ci proponiamo di analizzare l’evoluzione urbanistica e spirituale della Città Medievale di Narni nella sua prima era Cristiana.

Il cristianesimo è, prima di tutto, centro urbano. Lì è la sede della principale autorità ecclesiale, di lì si parte per la conquista del territorio che non fu né semplice, né pacifica, né indolore, se, ancora nel tardo impero, esistevano sacche di resistenza pagana che mutuarono il loro nome dal fenomeno acristiano (quando non contro) che rimase fino ben oltre l’editto teodosiano, se ne rimane traccia perfino dentro gli statuti medioevali.


La struttura urbanistica classica narnese

La città classica narnese esemplava icasticamente la fondazione della colonia romana e latina. Scandita da un reticolo regolato attorno al cardo e al decumano avendo come centro nodale l’attuale piazza Tredici Giugno, o, se più piace, il lato sinistro di chi guarda la chiesa di S. Domenico, la nuova religione ha ridisegnato luoghi e funzioni di quella struttura urbana. Intanto proprio questa imponente chiesa, era la primitiva cattedrale, titolata a Santa Maria, posta nel bel mezzo della città antica. Il che è rilevante anomalia laddove si consideri la collocazione di tante cattedrali, generalmente poste fuori della cinta urbana romana. Soprattutto perché dipendenti dal motivo della loro fondazione, un martire, che non poteva essere seppellito entro la città, si potrebbe ragionare attorno a questa stranezza narnese che assunse come santo forte San Giovenale, facendolo martire e defensor civitatis, anche se tardi, ma costruendo la prima cattedrale non sul suo sepolcro, come avverrà poi, ma al centro della città. E vedremo quando accadde, cercando, ancora, di capire perché.

Una Vergine al centro dell’urbe romana

Quindi la vergine della dormitio, assunta come primitiva patrona, collocandone il tempio al centro della città antica.
Verosimilmente per merito del vescovo Cassio come sembra attestarci il mosaico rinvenuto entro quella chiesa, ascritto dalla compianta studiosa Pani Ermini, a sesto secolo post. Va altresì sottolineato come tale titolatura fa sicuramente riferimento all’avvenuto concilio di Efeso che fece di Maria la madre di Dio.
E, altra stranezza da esplorare consiste nel trovare per lungo periodo, nonostante il sacello che si fece collocare nell’attuale cattedrale arricchito da bei distici con dedica a se stesso e alla “dolcissima moglie” Fausta, i suoi resti, quel che tornò da Lucca ( dove erano stati portati in seguito al trafugamento dell’850), nella sua cattedrale. In quel momento gestita dai domenicani e mutata di titolatura. Resti di memoria?

L’Affermazione del Cristianesimo

Insomma: magari il cristianesimo irrobustisce, a Narni, relativamente tardi ma, quando lo fa, agisce in pompa magna. C’entra forse anche il culto, qui praticato, di una importante divinità italica? Può darsi, ma quando il vescovo Cassio incontra il re degli Ostrogoti, Totila, la chiesa narnese risulta ben strutturata e giustifica certo il tempio collocato nel bel centro di una città importantissima.

E, a proposito di Totila e dei Goti, giova qui ricordare come, testimone di una probabile presenza ariana, è il tempio, collocato su un lato del foro romano, dedicato al Salvatore. Nel raggio di pochissimi metri fanno da contraltare una chiesa dedicata a San Severino, collocata ove adesso è la ex Cassa di Risparmio e una chiesa dedicata a Martino di Tours posta dietro il palazzo comunale. Quasi a disinnescare, quelle due presenze di santi duramente antiariani, la primitiva titolatura al Salvatore. E questo accadeva quasi sempre in presenza delle chiese ariane d’Italia.
Quando non si cambiava addirittura il titolo.

Ne deriva che la reazione cattolica abbia, poi, scelto, il centro della città per segnare la propria presenza? Non ci sentiamo di escluderlo.

Alla conquista urbana del monte

Accanto, quindi, a queste occupazioni di un nuovo potere che si affermava in modo clamoroso prendendo possesso, praticamente, del centro della città romana, avviene un progressivo utilizzo dell’area antistante il sacello di San Giovenale a fini cimiteriali. A distanza di pochi decenni dalla morte del vescovo Cassio (558) abbiamo l’irruzione longobarda che avrà due considerevoli effetti. L’uno legato alla struttura urbana, l’altro alle nuove dimensioni del territorio della diocesi.
Di quest’ultima parleremo a suo tempo.
Per l’intanto proseguiamo con le variazioni che avvengono nella struttura cittadina e che dimostrano ancora una volta la straordinaria evoluzione urbanistica della Narni Medievale nella sua prima era Cristiana.
E la struttura cittadina ha un serio intervento verso monte, verso piazza Garibaldi, un tempo piazza del Lago che in quel tempo è certo il luogo più fragile, più esposto alle probabili irruzioni dei barbari dalla Sabina. L’altra variazione è la titolatura, nella zona più prospiciente la conca, di una  regio San Valentini, dotata di relativa chiesa, attorno alla quale si addensano non pochi interrogativi in relazione alla collocazione, in età longobarda ed oltre, della salma del santo. Sed de hoc satis: ci si tornerà!

Comunque verso monte Narni predispose una nuova barriera difensiva, avanzata rispetto a quella romana che non racchiudeva, come evidente ,il sacello di Giovenale. Come pure il cimitero che, lì attorno, si era raccolto.
Dopo il 558 , cioè dopo l’arrivo dei longobardi, ma forse anche un poco prima attesa l’appena trascorsa  guerra greco-gotica che pure aveva attraversato questa parte dell’Umbria e segnato, pesantemente  questa città, avvenne l’opera di rafforzamento alla quale abbiamo fatto riferimento.
Il che comportò la rivisitazione completa del posto e ricavò una grande spianata ove venne collocato il primitivo tempio del santo, rispetto al quale poco possiamo dire tranne il rinvenimento delle basi di tre colonne correnti un poco più avanti dell’attuale portico della chiesa. Situazione che venne in evidenza  al momento del rifacimento del manto stradale di tutto il  centro storico e che trova conferma all’interno del palazzo vescovile ove esiste tratto del muro di contenimento. Il che suggerisce l’idea di un portico non sappiamo, certo, come distribuito ma che doveva contenere il pozzo di servizio del tempio venuto alla luce e visibile a monte della nuova cinta urbana. Sarebbe tutto molto più evidente se si potesse venire in possesso dei rilievi prodotti dalla dottoressa Daniela Monacchi purtroppo prematuramente scomparsa.

Il nuovo volto di Narni


Il nuovo quadro dell’assetto cittadino si completa, poi con un’occupazione  di spazi che vanno oltre la porta inferior romana. In effetti abbiamo titoli riferiti a santi bizantini oltre la cinta muraria a nord est: San Vitale, Sant’Apollinare, San Giovanni. Non sappiamo se ci fu allargamento della cinta difensiva. Di certo Porta Polella è opera trecentesca e altrettanto certamente segna la ricomprensione della zona in un contesto urbano certo non recente.

A questo stato di cose contribuì, in modo determinante, la presenza della chiesa narnese che egemonizzava il contesto urbano sia variandone le dimensioni che la destinazione degli spazi.
L’assetto descritto durò ben oltre l’anno mille…  Ecco perché in definitiva è possibile definire il concetto di evoluzione urbanistica e spirituale della Città Medievale di Narni nella sua prima era Cristiana.

Bruno Marone

Gli ordini dei mendicanti a Narni nel Medioevo

Ricostruire la storia dei mendicanti è impresa ardua

Questo racconto si snoda sulle tracce degli ordini mendicanti a Narni nel Medioevo tra frati Francescani, predicatori Domenicani ed eremiti di Sant’Agostino.

Ricostruire una storia degli ordini mendicanti a Narni dal XIII al XV è impresa assai ardua a causa della carenza documentale.

Frati minori, predicatori ed eremiti, che di norma in Italia, soprattutto centrale, rappresentarono un terminale importante della vita civile e istituzionale, sembrarono tuttavia non lasciare tracce considerevoli a Narni, facendo pensare ad un inconsueto marginalismo.

La stessa documentazione invece farebbe emergere il protagonismo di altre entità quali il Capitolo della Cattedrale ed i gruppi canonicali, rafforzando l’ipotesi di movimenti mendicanti che non riuscirono ad imporsi “politicamente” in città.

Frati Minori

Il passaggio, la predicazione e alcuni miracoli di Francesco sono attestati fin dalle prime biografie del Santo (Tommaso da Celano nel 1228-1229), sintomo di una devozione popolare e di una memoria del passaggio del poverello d’Assisi, ma certamente non utilizzabile come prova di una presenza di frati dentro le mura cittadine, mentre è attestata la loro presenza allo Speco a Sant’Urbano che probabilmente accolse San Francesco intorno al 1213.

La prima attestazione di una presenza urbana o quantomeno vicina ad essa è datata intorno al 1246 quando attraverso le vicende dei beati Matteo e Berardo da Narni si evince l’esistenza di una comunità di frati narnesi. Intorno al 1259 tale comunità sembrava ben radicata e con numerosi attriti con le autorità cittadine, soprattutto relativamente alla gestione del proprio patrimonio immobiliare, tanto che la lettera di papa Alessandro IV per evitare molestie ai frati minori da parte delle amministrazioni locali, incluse anche Narni.

Ulteriore conferma dell’esistenza di questo insediamento è la presenza amministrativa della Custodia Narnese nell’ambito della Provincia di San Francesco segno inequivocabile della presenza di una chiesa ed un convento a capo della partizione amministrativa interna dell’ordine.

Il primo documento ufficiale che conferma tale presenza è del 1278 che attesta presso San Francesco una chiesa fin dal 1270.

Certo la vicenda del Beato Matteo, morto in odore di santità, ma con un culto quasi inesistente in città fanno pensare ad una difficile penetrazione nel tessuto cittadino e di una mancata interazione con le istituzioni locali. Se poi si pensa che non ebbero maggiore fortune e devozioni popolari nel ‘300 le vicende di frate Matteo Prosperi e del Beato Valentino tale pensiero può essere ben confermato.

Sul finire del XIV secolo la presenza di due vescovi dell’ordine dal 1367 al 1373 Guglielmo con ampi poteri di inquisitore contro la dissidenza interna e Iacopo Zosimi da Siena (o Giacomo Tolomei) dal 1377 al 1383, mostrano come nella grande divisione interna tra osservanti e conventuali, probabilmente in città prevalse la seconda strada.

Frati predicatori

Come per i frati minori i primi documenti ufficiali che attestano la presenza domenicana in città portano come data il 1270 quando il Capitolo della Provincia Romana Domenicana conferisce all’insediamento narnese lo statuto di Convento.

L’individuazione della Chiesa urbana nell’ex Santa Maria Maggiore è del 1304 quando papa Benedetto XI (primo papa domenicano) conferma la cura pastorale della chiesa (ex cattedrale della città) all’ordine tutelandole le prerogative rispetto all’arciprete e ai canonici. Inoltre, cosa molto importante, nello stesso periodo vennero incamerati dai frati anche altri beni limitrofi confiscati dal Papato a “Eretici”.

Significativa fu la scelta dei Domenicani di non edificare una chiesa ex novo, ma di ereditare la vecchia cattedrale e di “conquistarla” contrapponendosi al Capitolo della Cattedrale.

Comunità Ecclesiastica locale che si oppose non poco nel 1260 alla nomina di un frate a vescovo del domenicano Orlando (o Rolando) di Civitella a cui contrapponevano il locale Rinaldo da Miranda eletto come da tradizione dal Capitolo della Cattedrale e presentato al Papa per la conferma (mai avvenuta), facendo emergere quanto potente fosse in città. Tale vicenda suscitò al Papa l’idea di una ribellione violenta e quasi ereticale (cioè filoimperiale), per cui Narni fu indagata dal Vescovo di Spoleto che ne intimo l’obbedienza a Roma.

Importante è che fu anche l’unico ordine che investì culturalmente in città allestendo gli studia logica (1309) e di arti (1311), unico esempio di centri scolastico-culturali degli Ordini mendicanti in città, ulteriore sintomo di come gli stessi non investirono risorse, forse proprio per l’impossibilità di inserirsi nella vita civile cittadina.

Gli Eremiti di Sant’Agostino

Ordine istituito ufficialmente solo nel 1256 con l’accorpamento di sette gruppi preesistenti, vide in Narni una presenza di tale vocazione già nel 1245 (gli eremiti di Brettino) come dimostrano alcuni lasciti da parte di laici di Amelia, compresa una chiesa abbandonata, al procuratore del convento degli Agostiniani di Narni.

Pur non essendo presenti documenti che lo confermino, la nascita dell’attuale complesso agostiniano si fa risalire alla donazione da parte del vescovo Orlando della Chiesa di Sant’Andrea della Valle (benedettina) all’ordine il 28 maggio 1266, indizione XI, con l’atto di Gaifero, notaio apostolico, in cui i preti Gafagio e Angelo, rinunciarono alla cura delle anime che esercitavano nella chiesa di Sant’Andrea della Valle a favore del Vescovo che, a sua volta, nello stesso giorno affidò tale chiesa e tutte le pertinenze e soprattutto la cura delle anime (con la conseguente raccolta delle decime) al priore degli Eremitani al costo di una libbra di cera nel giorno di Sant’Andrea.

La presenza è però comunque confermata a fine ‘200 dalla grande quantità di frati agostiniani narnesi che ricoprirono incarichi di prestigio nell’ordine al di fuori della Città, ulteriore indizio di come le menti migliori furono “esportate” in realtà dove i frati ebbero più spazio “politico”.

Fu proprio il XIV secolo l’anno di maggiore prestigio ed espansione degli agostiniani che si eressero negli anni della crisi a baluardo filo romano e protagonisti della restaurazione pontificia post avignonese.

Il finire del 1300 a Narni vide l’ordine con molte turbolenze, da una parte con dissesto finanziario, dall’altro con una notevole espansione edilizia. Nel 1388-89 sono costretti a vendere numerosi beni per saldare i debiti ed espandere il convento e la chiesa e sul finire del secolo a compiere la considerevole opera pittorica che vide come protagoniste le maggiori botteghe artistiche locali.

Il culmine del potere agostiniano in città si raggiunse alla metà del 300 con il vescovato di Agostino Tinacci (1343-1367) nominato da Clemente VI e stretto collaboratore dell’Albornoz nella reconquista papale del patrimonio di San Pietro.

Sascha Manuel Proietti


BIBLIOGRAFIA
ANDREANI L., ERMINI PANI L., MENESTO’ E. (a cura di), (2007).   Narni e i suoi statuti medievali, Fondazione CISAM, Spoleto.

BARTOLUCCI R. (2016). StatutaillustrissimaeCivitatisNarniae. Morphema Editrice, Terni.

D’ANGELO E. (2013). Narni e i suoi Santi. Storia, liturgia, epigrafia agiografia. Fondazione CISAM, Spoleto.

DAVID E. e al. (2017). Le pergamene dell’archivio del capitolo della cattedrale di Narni (1047-1941). Regesti. Soprintendenza Archivistica e Bibliografica dell’Umbria e delle Marche, Selci lama (PG).

GIFFONI F., MOSCA A: (1988). Il trecento a Narni. Aspetti della vita cittadina tratti dagli Statuti del 1371. Galileo, Terni

BOLLI G. (2007). La corte degli Ottoni e Johannes pictor optimum a Narni. Grafiche Mari, Narni.

NOVELLI S., Nini R. (2010). La chiesa di S.Maria Maggiore e i domenicani a Narni, Morphema Editrice, Terni.

BIGOTTI M., MANSUELLI G.A., PRANDI A, (1973), Narni, Carlo Bestetti, Roma.

PERISSINOTTO C. (a cura di). (1998). San Giovenale. La cattedrale di Narni nella storia e nell’arte. Tipografia Visconti, Terni.

FRATINI C e al. (2000). Per corporalia ad incorporalia. Spiritualità, Agiografia, iconografia e Architettura nel medioevo agostiniano. Biblioteca Egidiana, Tolentimo.

ONOFRI A. (1993). La nascita del Comune di Narni e le sue istituzioni. Comune di Narni, Terni

BOZZONI C. e al. (1985). Il francescanesimo nell’Umbria meridionale nei secoli XIII-XIV, Centro Studi Storici Narni, Terni.

DIAMANTI A., MARIANI C. (1986). Il fondo diplomatico dell’Archivio Storico Comunale di Narni. Regione dell’Umbria, Foligno.

MARTINORI E. (1987) Cronistoria Narnese. Comune di Narni, Terni.COTINI G. (s.d.). Guida Turistica della città e territorio di Narni. Centro Studi Storici Narni, Terni