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Che io ti cerchi trovandoti e ti trovi cercandoti

Era il 3 maggio secondo la celebrazione assegnata dal Gelasiano, nel 376 secondo la tradizione, più probabilmente il 7 agosto – aggiungiamo anche il 7 maggio –  per gli agiografi, ma forse del 371 secondo i più attuali studi. Forse. Io non c’ero…

… e cosa cambia per te?

Niente, chiaro, ma mi piacerebbe essere sicuro.

Ti abbiamo seppellito come tutti fuori delle mura civiche e sin da subito abbiamo avuto voglia di riposare accanto a te; non eravamo soli: alcuni naviganti ti hanno riconosciuto e ti hanno voluto costruire una tomba più monumentale perché chiunque potesse riconoscerti.

Riconoscermi per cosa? Per una tomba?

Si. La tua in principio era come tutte le altre. Il tempo ti ha dato gloria e quindi abbiamo cominciato a far ricordare le tue mirabili giornate con noi. Chi ti ha seguito sulla Cattedra non ha smesso di   fare il tuo nome: Massimo, i Pancrazi, Erculio, Vitaliano, Proculo e poi Cassio ne ha fatto parola anche con Gregorio, il vicario di Cristo. Ti sei mostrato ad anni ed anni dalla tua morte – pardon – nascita al Cielo, hai continuato a guarirci con la tua presenza quasi fisica, ci hai spinti ad essere migliori. Abbiamo parlato talmente bene di te che alla fine ciò si è rivelato un boomerang.

Cos’ è un boomerang?

Già, scusa. Un oggetto che abbiamo imparato ad usare prendendolo in prestito dal più lontano dei Continenti: se non becca il bersaglio torna indietro e può far male a chi lo ha lanciato. E così fu per noi: a forza di tessere le tue lodi circa sei secoli dopo la tua morte ti hanno rapito, traslato con l’inganno, rubato, strappato da Narni – fracassando la tua bella tomba, ormai sacello, forse tempietto votivo – per portarti a Lucca dal margravio Adalberto di Toscana e fare del bene solo a loro (e certo, no?!?!): non so cosa tu abbia potuto fare in esilio, ma loro non ti ricordano più. Si ricordano molto bene però di Cassio e Fausta. Forse sei stato tropo poco: sei tornato a Narni dopo una quaresima di anni di nostra orfanezza. Sembra che tu, là non ci volessi istare: hai preso un cavallo e te ne sei tornato a Narni (abbiamo ancora due pezzi di legno del nobile trasporto medievale).  Secondo me il ‘cavallo’ che ti sei scelto per tornare era papa Adriano. Comunque sia andata non è durata molto la tua pace …

Non cascarci, noi defunti in Cristo non riposiamo mai, ci diamo da fare per voi …

Ce ne siamo accorti, grazie. Intendevo dire, non sono passati che tre secoli e tu, che avevi ripreso a mostrarti e a liberarci da malattie animæ et corporis, sei stato di nuovo sottratto. Era il 1233, dicono, e il tuo licor continuava a guarire malati e storpi: ratto di nuovo. Da chi poi? Da un prete, un canonico che voleva portarti a fare il bene solo ai tolosani (e come no?!?!) e tu hai fatto impuntare un altro cavallo a Romanisio (ormai la chiamiamo Fossano) compiendo segni inconfondibili della tua volontà di fare del bene ovunque abbiano portato il tuo corpo. Ma anche lì la storia, forse, non è stata lunga seppure ancora oggi ci sia chi crede che tu sia rimasto in Piemonte e noi dovremmo ‘accontentarci’ del tuo omonimo Santo successore – o viceversa, vacci a capire -, infatti al tuo ritorno ti abbiamo nascosto ben bene, si narra. Quasi a voler dimenticare la tua posizione in quella bella e spaziosa chiesa che nel frattempo abbiamo eletto Cattedrale. Che martirio questi viaggi post mortem! Però ti ricordano in tutta l’Italia centrale e non solo.

Ricorda tu, però, che io sono restato anche in Piemonte e in un certo senso in tutti i luoghi in cui il mio corpo è transitato.

Certo, altrimenti non ti avrebbero menzionato in tantissimi luoghi e a Fossano, città della quale sei Titolare, non ti avrebbero nascosto parte della testa in quel bel reliquiario argenteo! Però, permettimi, perché il tuo successore Giampaolo ti avrebbe sognato vestito di tutto punto e ti avrebbe ritrovato esattamente nel luogo che gli hai indicato tra il 16 e il 20 aprile 1642 se fossi rimasto a Fossano?

Domanda inutile. Inutilmente complicato spiegarti. Inutili fiumi di inchiostro.

Abbi pazienza, vivo nel 2026, ormai sono solo queste le domande che mi fanno su di te. Siamo veramente figli del sospetto: c’è chi dice addirittura che tu a Narni ci sia stato, sì, ma ci sia arrivato già in forma…di reliquia! Altri dicono che tu sia stato ‘inventato’ da Cassio che ti voleva tanto bene. Voleva bene ad una sua invenzione sapendo di mentire anche al Papa?

Vado avanti, va: in tempi non brevissimi (dal 1642 fino al 1726, trecento anni fa) ti abbiamo costruito un Monumento che ha cambiato per sempre l’aspetto della Cattedrale e che ha chiesto altri due anni perché fosse riconsacrata nell’episcopato del tuo successore Nicola. Quasi dodici metri di altezza con materiali tra i migliori che potessimo trovare! Dopo tutti questi viaggi in corpo e anima, dopo tutti questi sforzi ecclesiali, cittadini e nobiliari, dopo tutti questi trionfi sacri, letterari e musicali è una gloria visibile che ti si addice!

Ah sì? Mi vedi?

Ti immagino. Chiaramente, come se ci conoscessimo da sempre. Come ti hanno immaginato in tanti e in tanti hanno continuato a portare avanti sembianze che a noi sono ormai familiari. Però mi piacerebbe vederti oggi.

E cosa ti aspetteresti di vedere di me che non hai già visto?

Il tuo corpo come resta fosse anche polvere; toccare il tuo liquor e portarlo a chi non ha più speranza; prendere le tue povere spoglie – già qualcosa ho nel busto narnese (a proposito, grazie per tenere in piedi Narni tra i terremoti, noi siamo maestri nel volerla distruggere anche in periodi di pace) – e fare in modo che il tempo non porti via anche il ricordo… ma dove ti cerco? Sotto l’Altare maggiore, certo, ma ricomposto nell’urna barocca? Disteso sotto la pietra purpurea nelle tre casse? Ancora nascosto nel vecchio sacello tra un gradino e l’altro? Sotto il vecchio sarcofago dove ti sei mostrato? Sangiovena’ dove sei ora???

Crescerebbe la tua fede in Dio se mi trovassi?

Non lo so, ma mi piacerebbe vederti.

Questi discorsi li fanno i bambini …

Non voglio tornare bambino.

Allora cercami nei loro occhi …

Di chi? Dei narnesi?

Cos’hanno i narnesi che gli altri non hanno?

Dai Giovy, fatti vedere!

Mi hai già visto!

Che dici… Dove?

Non te ne accorgi?

… vero. Sei proprio qui.

… … …

Don Sergio Rossini

Corsa all’Anello, rito sacro e mostra di destrezza

Scopri la storia della Corsa all’Anello

un’antica tradizione cavalleresca che si svolgeva durante le festività in molte città italiane, tra cui Narni, Viterbo, Tarquinia e Tuscania. L’articolo esplora la natura sacra della corsa, le regole e le norme che la governano, l’abilità e la destrezza richieste ai cavalieri, e la sua graduale reintroduzione nel corso dei secoli.

Correre all’Anello

secondo gli antichi codici cavallereschi consiste nel sospendere un anello lungo la pista, <<e nel procurare correndo a briglia sciolta di trasportarlo sull’estremità della lancia>> (Ferrario). Mostrando capacità e destrezza.
E gareggiare stando a cavallo, in un percorso determinato e con norme stabilite, era una pratica che nel tardo Medioevo si riscontrava per solito durante il Carniprivio, ossia a Carnevale, in diverse località e anche nel Patrimonio di san Pietro, provincia della Chiesa tra Viterbese e Umbria in cui si collocava Narni.
Ma a Viterbo, dove la Corsa si ha pel Carnevale, si ripeteva la gara nel giorno di san Lorenzo. E a Tuscania si correva a febbraio e nelle feste patronali del 9 agosto, con l’obbligo di usare un’asta regolamentare. Mentre a Tarquinia, città in cui la Corsa all’Anello nel VI secolo avanti Cristo era Rito sacro, presieduto da una sacerdotessa e accompagnato da un suonatore di tibia- si disputava la gara al 12 di luglio, festa di san Litardo, per cui il gioco era contenuto nell’evento religioso.

Come a Narni

dove, secondo gli Statuti comunali, che sono noti nella versione del 1371, la gara si svolgeva il 3 maggio a onore e reverenza del Gloriosissimo san Giovenale Martire, Patrono, Governatore e Difensore del Popolo e del Comune, ponendosi così in un contesto di carattere sacro.
E sviluppandosi nel luogo deputato, che era la piazza Maggiore o dei Priori. E qui la Corsa diventava Rito, le cui regole estratte dagli Statuti narnesi furono riportate tre secoli dopo anche negli Acta sanctorum, repertorio delle Vite dei Santi e dei Rituali delle ricorrenze.
A confermare il nesso con la gara equestre, che di fatto chiudeva la Liturgia iniziata il secondo giorno di maggio con l’Offerta dei Ceri in Cattedrale, codificata nel 1311, e proseguita con la solenne Messa celebrata nella mattina successiva.

Gli ‘Atti dei Santi’

iniziati da Jean Bolland, e detti dei Bollandisti, attestavano quindi la sacralità di un Rito che si concludeva con la Corsa all’Anello. Un autorevole riscontro che però fu dato alle stampe nel 1680, quando già da qualche anno le Giostre e Corse dei palii in giorni di Festa erano ritenute di disturbo per le funzioni religiose, come si ricava dal Sinodo diocesano del 1665, i cui decreti furono ripetuti nel Settecento.
Per cui si attraversò un lungo periodo di fermo, fino a un graduale ritorno delle gare equestri, comunque declinate, delle quali si tracciano episodi come al 4 maggio 1845, Festa in cui tra gli altri divertimenti, e <<per rendere poi vieppiù lieto questo giorno si eseguì una corsa di cavalli>> (Diario).
E Corse vi furono anche nel maggio tra 1856, tra tombola, illuminazione e fuochi pirotecnici, per onorare il Santo e a ricordo della Incoronazione della Madonna del Ponte, avvenuta circa un secolo prima (Il vero). Nello stesso secolo si allestirono altri interventi equestri, con anello o con palio: quest’ultimo si effettuava raramente, e con cavalli berberi, da Porta Ternana sino a piazza del Lago, oggi Garibaldi.

Così lentamente

si reintroducevano le gare dei cavalli, e particolarmente dell’Anello, che erano nelle carte e nella memoria collettiva, e la Celebrazione di maggio, che si avvertiva <<poco o nulla curata, per cui sempre riesce languida e meschina>> (Eroli), si riappropriava di un Rito che le apparteneva e che tornava per cura di quei canonici che promuovevano i festeggiamenti.
Come avvenne in due proposte di Corsa all’Anello realizzate negli anni Quaranta del Novecento, dalle cui scintille nel 1969 si riaccendeva definitivamente il fuoco della Sfida, effettuata a onore e reverenza di San Giovenale. E questo accadeva proprio nell’anno in cui si commemorava l’apostolato del Santo, che fu vescovo di Narni dal 369 al 376.
Una Corsa ritrovata, la cui data fu poi associata alla seconda domenica di maggio, quando la Festa infine si completa e il Campo esulta per l’Anello sospeso sulla pista, e per conquistarlo <<si fa mostra di non ordinaria destrezza>> (Ferrario).

Claudio Magnosi


G. Ferrario, Storia ed analisi degli antichi romanzi di cavalleria, Milano 1828 – L. Dasti,
Notizie storiche archeologiche di Tarquinia e Corneto, 1878 (Tomba Barone)-F. Orioli,
Florilegio viterbese, 1855 -S. Campanari, Tuscania e i suoi monumenti 1856 –Acta
Sanctorum maii, I, 1680 (‘Excerpta ex Statutis narniensibus’) -G. Eroli, L’Album 1857 e
Miscellanea 1862 -G. Mansuelli in ‘Narni’, 1973 -Diario di Roma, n. 38. 1845 -Il vero
amico, 1856.

L’orafo nel tardo Medioevo – Battista da Narni

Nell’antica città di Narni, la tradizione orafa è stata tramandata nel corso dei secoli. In questo articolo, ci concentreremo sull’arte orafo nel tardo Medioevo e su uno degli orafi più famosi dell’epoca, Battista da Narni.

E’ trascorso qualche anno, -ma per la Festa di Narni tutto è senza tempo-, da quando nel Terziere di Santa Maria si aprì una bottega medievale in cui appariva un orafo, e la figura era Mario Matticari, che orafo lo era per davvero. E certo interpretava, pur non sapendolo, un artista che in città era vissuto a fine Trecento, e che si firmava Battista da Narni. E a dicembre 2022 tutto è tornato in mente, e ho scritto poche righe su un calice di Battista da Narni, che Marco ha letto…e anche così può nascere un Racconto delle Pergamene.

Questo è dedicato a Mario Matticari (C.M.).

La produzione orafa nel Medioevo

L’oreficeria è da sempre tra le tecniche artistiche più apprezzate ed evocative, sia per i materiali preziosi utilizzati che per le tecniche raffinate. Inoltre nel Medioevo sono evidenti le sue strette connessioni con le altre arti figurative, e basti pensare alle tipiche forme dei turiboli in stile gotico che richiamano edifici sacri.

Nella seconda metà del Trecento, l’ornamento venne sempre più concepito come opera del genio di un singolo artista, quindi svincolato dal compito di celebrare principalmente il potere divino e quello temporale, che da sempre si sono avvalsi dell’arte orafa per rappresentarsi.

Questa nuova forma di libertà espressiva stimola il desiderio dei benestanti di possedere gioielli, abiti, per cui nel lusso investe anche la borghesia arricchita.
I gioielli si fanno sempre più carichi di pietre preziose e perle, fin quasi a nascondere le stesse montature. Ora l’immagine di tipo religioso come ad esempio un’Annunciazione o una Crocifissione, vengono presentate in una cornice più ricca di decorazioni naturalistiche.

Così spille “ad anello” si evolvono in forma di cuore, e diventano di moda in tutta l’Europa
occidentale, generalmente regalate come pegno d’amore. Ancora spille in oro, con perle e pietre preziose; e pendagli con rosetta sbalzata e con decorazioni in rose di perline, erano anch’essi simbolo d’amore, come le fibbie da cintura, con raffigurazioni di mani che si stringono in segno di fidanzamento.

Gli anelli, usati come talismani o come sigilli, assumono una funzione decorativa e sono realizzati in oro, argento e pietre preziose con decorazioni araldiche o simboli religiosi ad uso degli ecclesiastici e non solo. Molto diffuso anche l’anello con il nodo d’amore o con le mani intrecciate o in segno di giuramento, recanti scritte sul gambo “io a te, tu a me”.

La tecnica dell’orafo del Medioevo

Tipica dell’epoca la tecnica del niello, (che consiste nel riempire i solchi di un’incisione a bulino con un composto colorato) e soprattutto dello smalto traslucido, per decorare anelli, spille, diademi ed altri monili.
Celebre per utilizzare tale tecnica già a fine Duecento è stato il senese Guccio di Mannaia, che realizzò un calice per il papa Niccolò IV, nella Basilica di San Francesco ad Assisi.
E con lo smalto traslucido è stato eseguito il Reliquiario del Corporale di Bolsena di Ugolino da Vieri (1338), attualmente all’interno del Duomo di Orvieto. Entrambi sono esempi della raffinatezza e del livello estetico raggiunti dall’oreficeria senese, nel XIV secolo.

Nel Medioevo in molte città gli orafi, inizialmente iscritti alle corporazioni dei Fabbri, nel tempo si associarono in una propria aggregazione professionale, rientrando a pieno titolo tra le arti maggiori, di cui talvolta diffondono se non anticipano i modelli. Nasce dunque a tutti gli effetti nel Medioevo la figura dell’orafo.

L’Orafo di Narni

A Narni l’attività di orafo era una pratica di cui si ha riscontro con la figura di Battista detto appunto ‘da Narni’, vissuto verso la fine del Trecento e i primi decenni del secolo successivo. E del quale resta un calice il cui valore si compenetra nella bellezza degli smalti, degli sbalzi e dei ceselli e delle dorature che donano lucentezza all’argento che è materiale di base. (M. D’Onofrio, Mostra di arredi sacri, Catalogo, 1974).
‘Battista de Narne me fe’ un capolavoro di devozione religiosa raccolta in diciotto riquadri dedicati ai Santi rappresentativi dell’area, da Santa Caterina di Alessandria a santa Margherita di Antiochia, da Gesù alla Madonna addolorata, da san Michele Arcangelo a san Giovanni Battista, ed altri ancora della venerazione popolare, nella quale trovava spazio il culto di san Francesco di Assisi.

Si può credere che l’orafo di Narni abbia avuto esperienze comuni ad altri artisti dell’area tra Toscana e Umbria, e un riferimento può riscontrarsi in un simile manufatto di Catalauccio da Todi
Il calice di Battista era stato richiesto da Giacomo di Francesco Donatucci, riferibile alla famiglia che ancora ai primi decenni del Quattrocento rivestiva un importante ruolo sociale a Terni, ed è conservato in quella Cattedrale.

Nel 1651 è’ stato trasformato in reliquiario del Preziosissimo
Sangue, ed è annualmente esposto in quella ricorrenza.

La bottega dell’orafo nel Medioevo

E torniamo dove abbiamo iniziato, ossia alla bottega dell’orafo, che era a metà strada tra l’officina di un fabbro e lo studio di uno scultore, e presentava caratteri simili ovunque, a prescindere dalla sua localizzazione, considerando che le tecniche utilizzate da Parigi a Norimberga da Firenze a Roma, erano le stesse, salvo il prevalere, per gusto o preferenze locali, di questo o quel tipo di lavorazione.

orafo nel medioevo al lavoro

Vi era il banco – e qui si riportano appunti di Mario Matticari, scritti proprio per la bottega ricostruita nel Terziere di Santa Mariasu cui si eseguiva gran parte delle lavorazioni mentre i vari strumenti erano sistemati alle pareti, su una serie di ripiani nei cui fori trovavano alloggio in bell’ordine bulini, martelli, lime, ceselli, pinze, tenaglie, trapani e quant’altro necessario alle diverse tecniche impiegate.
Sparsi sul banco, sui ripiani e a terra, potevamo trovare i numerosi
modelli in legno, in cera o in bronzo per le fusioni. E non poteva mancare la fornace, utilizzata per le fusioni dei metalli, per cuocere lo smalto e per eseguire la doratura a fuoco.
Accanto alcune macchine tipiche del medioevo, come la pressa, il filatoio, il tornio ed il laminatoio che avevano lo scopo di rendere più efficiente il lavoro dell’orafo.

realizzazione orafo nel medioevo

In questi ambienti fecero il loro apprendistato alcuni dei grandi artisti del tempo rappresentato, da Andrea Pisano a Lorenzo Ghiberti, e ancora Masolino, il Pollaiolo, Filippo Brunelleschi, Donatello, Sandro Botticelli e Andrea Verrocchio e il ‘nostro’ Domenico Ghirlandaio.

Dimostrando che I’oreficeria era arte in cui conoscenza e manualità vanno di pari passo con il gusto ed estetica, sperimentate in tutte le sue forme, a creare Bellezza.

Marco Matticari con Claudio Magnosi

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Nel regno di Plutone

NEL REGNO DI PLUTONE

Il Carnevale nel Medioevo

Cosa si nasconde dietro questo rito antichissimo?

Carnevale, tempo di maschere. Ma cosa si nasconde dietro questo rito antichissimo? Se è evidente che la maschera permette di assumere una personalità diversa, è anche vero che seppur inconsciamente, evoca un aspetto molto più profondo, legato al dualismo morte-Plutone.

Plutone, dio degli inferi, amava le maschere, il mistero e le illusioni della notte, così come amava la morte, ultima illusione dell’esistenza. L’atto di mascherarsi non è solo una semplice trasformazione esteriore, ma anche un’operazione misterica che affonda le sue radici nelle antiche cerimonie sacre riservate agli iniziati, a coloro che avevano la capacità e il permesso di scendere nel regno di Plutone, accedendo così al mistero della vita e della morte. Trasformando l’apparenza di chi la indossava, la maschera aveva la funzione mistica di far uscire l’uomo dal sé stesso esteriore per farlo entrare nel profondo di sé stesso.

Dai Saturnali romani alle molte feste medievali di tipo carnevalesco

Per l’uomo medievale, la festa era il luogo nel quale si saldavano e in qualche modo si pacificavano le due opposte concezioni del tempo: quella lineare della vita umana, che ha un inizio e una fine, e quella ciclica della natura che non nasce e non muore mai, perché rinasce sempre uguale a sé stessa. Questo doppio momento di tempo poteva essere annullato solo nella festa, tornando al caos primordiale nel quale le divisioni sociali non esistevano ancora. Ed è proprio questo il senso delle inversioni di ruolo che si producevano in alcune feste: dai Saturnali romani alle molte feste medievali di tipo carnevalesco (anche se nacquero prima del Carnevale strettamente inteso). Erano le feste dei folli, nelle quali una sola volta durante l’anno, le gerarchie sociali venivano completamente rovesciate: si eleggevano re e regine della festa, vescovi bambini o folli. Tutto questo lo raccontano le fonti ecclesiastiche, attraversi i tanti divieti che comparvero sin dall’inizio del Medioevo, nei quali si condannavano questi riti: “travestimenti di uomini in animali o in donne, balli, canti, sfrenatezze sessuali e alimentari e che si consumano anche nelle chiese” (Sermo Pseudo-August., Cesario di Arles). Va detto infatti che a queste feste non partecipava solo il popolo, ma anche una parte del clero perché, soprattutto nei primi tempi, la loro organizzazione nasceva proprio all’interno della Schola. Quanto al dispregio delle “sfrenatezze alimentari”, non a caso anche gli Statuti narnesi del 1371 vietarono di offrire merende o qualsiasi tipo di cibo cotto o crudo da 15 giorni prima della fine del carnevale (Statuti, Libro III, Capitolo LXXXVIII).

I divieti ecclesiastici

I divieti ecclesiastici, persistenti e reiterati quasi sempre con le stesse argomentazioni, testimoniano da un lato l’impotenza della Chiesa di fronte alle tradizioni radicate, ma anche una sorta di accettazione delle stesse: i riti infatti erano circoscritti ad un periodo di tempo determinato e in un certo senso agivano da “tranquillante sociale”. Una sola volta l’anno, anche le classi subalterne potevano sperimentare modalità di vita completamente diverse dalla dura realtà di tutti i giorni. I Mondi alla rovescia e i Paesi di cuccagna dell’immaginario medievale, contrapponevano la realtà terrena a quella infinita ed eterna del mondo ultraterreno, uno dei temi centrali del cattolicesimo.

Molte di queste feste erano prima di tutto cerimonie propiziatorie per la fecondità della terra e ancora oggi conservano una sacralità pagana che neppure la loro cristianizzazione è mai riuscita a cancellare. Anche nei riti carnevaleschi, così come in tutti i riti propiziatori, c’era una sospensione tra il mondo terreno e l’aldilà nel quale i vivi e i morti potevano finalmente incontrarsi e comunicare. Gli uomini volevano salvaguardare i semi che avevano piantato sottoterra e per farlo dovevano ingraziarsi le forze che comandavano nel sottosuolo: gli dei degli inferi e i morti. Rovesciando l’ordine quotidiano, coloro che abitavano nell’aldilà, potevano tornare sulla terra e prenderne il potere una volta l’anno. Per questo motivo le brigate degli Arlecchini (già nella seconda metà del 1200, in Francia, Hellerquin/Hellequin era divenuto un diavolo comico) e le schiere dei diavoli potevano percorrere le strade indisturbati. Se nella quotidianità erano raffigurazioni spaventose e veri e propri deterrenti contro il peccato, durante la festa i diavoli finivano per essere esorcizzati: si poteva ridere di loro rappresentandone il lato grottesco.

Il Re Carnevale

Durante i riti carnevaleschi, l’incoronazione di un re del Carnevale era una vera e propria parodia che rappresentava l’essenza della visione di un Mondo alla rovescia, perché ad essere incoronato era generalmente un uomo qualunque, non di rado “lo scemo del villaggio”, un re per burla da contrapporre a quello vero.

Alla base di questa elezione, alla successiva detronizzazione ed uccisione simbolica di re Carnevale (peraltro accompagnata dalla stesura di un testamento e da processioni e pianti), c’era il significato stesso del rito: rovesciare la realtà, seppellire l’anno vecchio per andare verso il rinnovamento. Caratteristico in questo senso era anche l’utilizzo di oggetti indossati alla rovescia, come ad esempio gonne al posto dei mantelli, vasi indossati come copricapi e semplici utensili domestici esibiti come armi. Secondo alcuni studiosi il personaggio simbolico di re Carnevale nacque storicamente nella liturgia cristiana in funzione antitetica alla Quaresima e fu concepito come personificazione del tempo, di una stagione. Il Carnevale era infatti una sorta di festa di Capodanno e in un’esistenza misurata solo dalla vita nei campi, celebrava la morte dell’anno vecchio (la fine dell’inverno) e l’inizio del nuovo: la primavera e la rinascita vegetale. La sua funzione era quella d’instaurare un rituale rapporto con il regno dei morti, come testimonia la tradizione del testamento, con il quale, in forma pubblica, si denunziavano le disgrazie e i mali che si erano consumati nell’anno appena concluso. Ma il clamore delle feste carnevalesche era cosciente dei propri limiti. Si rideva con quel tanto di amaro in bocca dovuto alla coscienza di sapere che di lì a poco sarebbe iniziato il periodo quaresimale.

L’eterno contrasto tra Carnevale e Quaresima

L’eterno contrasto tra Carnevale e Quaresima era ben rappresentato nelle feste medievali: in alcuni casi infatti, alla processione che accompagnava al “rogo” re Carnevale, presenziava una donna che interpretava appunto “madonna Quaresima”, moglie, antagonista ed alter ego femminile di Carnevale. Il suo pianto per la detronizzazione e la condanna a morte del marito, erano puramente simbolici: ogni anno Quaresima, succedendo per motivi temporali al periodo carnevalesco, usciva vincitrice dallo scontro. Con il suo avvento si ripristinava la normalità quotidiana, intrisa di fatica, dolore e ingiustizie sociali, ma anche di una potente religiosità che mal si accordava agli eccessi, al riso e alla festa.

Alcuni riti del carnevale si conservano ancora oggi; per citare due esempi: a Ronciglione si elegge ancora un re Carnevale, al quale vengono simbolicamente consegnate le chiavi della città e ad Ivrea si usa piantare in terra dei pali di legno detti “scarli”, che vengono poi bruciati la sera del martedì grasso a simboleggiare il momento in cui Carnevale cede il posto alla Quaresima.

Narni e la tradizione carnevalesca

Per quanto riguarda Narni, la tradizione carnevalesca è ormai completamente perduta: oggi il Carnevale è un momento di festa e di maschere riservato quasi esclusivamente ai bambini. Non sono certe le ragioni che hanno comportato la scomparsa del Carnevale nella nostra città, ma forse affondano le loro radici in un “Manuale per la diocesi e il clero narnese” conservato nel Palazzo Vescovile di Narni, che alcuni anni fa mi segnalò Claudio Magnosi, al quale vanno come sempre i miei ringraziamenti. Nel testo “Constitutiones et decreta diocesanae synodi ab illustrissimo et reverendissimo domino comite Raymundo Castello Dei. & Apostolicae sedis gratia episcopo Narniensi”, il vescovo Raimondo Castelli, sulla scia dei suoi predecessori, nel 1665 proibì di fatto i giochi popolari e i divertimenti (lotte, corse di cavalli, carnevale, teatro e balli), riconducendo la “festa” alla sola sfera religiosa. L’ordinanza fu accettata a Narni e in tutta la diocesi, con la sola eccezione di Otricoli che si ribellò rivolgendosi alla Camera apostolica.

Mariella Agri

BIBLIOGRAFIA

Allegri L., Teatro e spettacolo nel Medioevo, Laterza, 2011

Bachtin M., L’opera di Rabelais e la cultura popolare. Riso, carnevale e festa nella tradizione medievale e rinascimentale, Einaudi, 2001

Bartolucci R., Statuta illustrissimae Civitatis Narniae, Morphema, 2016

Toschi P., Le origini del teatro italiano, Boringhieri, 1976

Delle cose che si mangiano: i dolci del basso Medioevo

Delle cose che si mangiano: i dolci del basso Medioevo

Tra i Racconti delle Pergamene alcuni si soffermano sui prodotti e sulla cucina di Narni, e tra questi si ricorda il percorso dell’uva passa, o raime, che si incontra nelle carte di Francesco Datini di Prato, tra i più noti mercanti del XIV secolo.

E un altro Racconto parla del panpepato, che per tradizione e componenti si colloca nel periodo invernale, in un procedimento che raccoglie ricette familiari e formule provenienti dai monasteri e dai conventi, i cui profili tuttora si avvertono nel tessuto urbano.

 

Nel Cathalogo delli inventori

Sulla medesima linea si procede con un antico ‘Cathalogo delli inventori delle cose che si mangiano’ in cui tra i dolci si elencano quelli preparati per la prima volta da Abrone da Narni, ovvero i ‘bericoccoli, canistrelli e caviadine, guardiani, confortini fatte con zuccaro, cannella, uova fresche e butiro fresco’, che si assegnano ai secoli XIV e XV, e che qui sono stati elencati da Ortensio Lando, frate agostiniano vissuto nella prima metà del Cinquecento.

Dolci famosi, come gli ‘anici confettati’ e simili impasti con mandorle detti ‘treggea’, citati tra uva passa e nocelline da Simone Prodenzani, nato ad Orvieto nel 1351, e autore di ‘Sollazzo e Saporetto’. E altri confetti insieme ai marzapani sono nominati nelle Riformanze comunali del 1531, ed erano noti a Reale Fusoritto da Narni che a fine secolo ne ‘Il Trinciante’ li evocava inserendoli nella cucina di corte.

 

Bericoccoli

Ma era una pratica alquanto comune quella che riguarda ‘il conciare dei bericoccoli’, inventati, proprio a Narni. E che in un’area, che comprende anche la Toscana, erano chiamati cavallucci, per forma, o perché molto richiesti nelle stazioni di cambio dei cavalli.

La ricetta, che è stata riprodotta e attualizzata in grammi, ne vuole trecento di farina e altrettanti di ‘zuccaro stemperato’, inoltre cento grammi di noci sgusciate, e cinque di spezie tra coriandolo, pepe, chiodi di garofano e noce moscata. Infine un cucchiaio di anice e una buccia grattugiata di arancia amara, ossia di melangola.

Se necessario, si aggiunge farina, a formare palline grandi come noci da cuocere con fuoco moderato, senza indorare troppo. Ed è questa è la ricetta dei Bericoccoli, che erano mangiati a Narni, a Siena e in tante città ancora.

 

Canestrelli e Ciambelle di Narni

Ma Abrone da Narni aveva creato anche i canestrelli, con zuccaro e farina, butiro fresco appena ammorbidito e due tuorli d’uovo di giornata, a impastare a forma di palla tenuta in un panno umido, poi stesa e tagliata a losanghe infornate per pochi minuti, e da gustare subito a fine cottura.

Poi, accanto a bericoccoli e canistrelli, e oltre le caviadine, guardiani e confortini, ideati dall’estrosità di Abrone, sempre in Terra di Narni si collocano le ciambelle all’anice cotte al forno, la cui memoria si riallaccia ad antichi culti resi tra Itieli e Sant’Urbano.

Quindi ciambelle di carattere sacrale, tuttora offerte nelle feste dei Santi collegati, e delle quali ancora al primo Novecento era venduta una variante, per cui si scriveva che ‘a Narni v’ha la specialità dei biscotti, ciambelle dolci, con semi d’anice, cotte nell’olio’ in una Guida gastronomica d’Italia, che le poneva quale prodotto tipico.

 

Con vino cotto o crudo

Quelle citate, ed altre, sono ricette che hanno attraversato i secoli, interessando non solo Narni e il suo Contado, e la cui preparazione si attuava seguendo un calendario di feste e di stagioni.

Ma in ogni tempo nel gustare i dolci si può proporre un accostamento, sapendo che a Visciano, Alvenino e in altre contrade erano citate vigne già nelle bolla del 1129 di Onorio II, e che ‘Narni ha vino cotto et anco qualche vinetto crudo’, come attestava al 1538 Sante Lancerio, che fu bottigliere di Sua Santità Paolo Terzo. Consolidando in tal modo le eccellenze del Territorio.

 

Riformanze comunali, 1531 -O, Lando, Commentario delle più notabili e mostruose cose d’Italia, 1548 -D. Romoli il Panonto, La singolar dottrina, 1560 -D. Romoli Il Panonto, La singolar dottrina, 1637 -TCI, Guida gastronomica d’Italia, Milano 1931 -Sante Lancerio, I vini d’Italia, msc, prima ed. 1876.  -P. Corelli, Savonarola, in app, 1831.

Dosando ricette e datazioni, hanno cucinato questo Racconto

Carla Chiuppi e Claudio Magnosi

Gli Ebrei e i quattro fiorini

“…… Stabiliamo che i giudei o gli ebrei, che dimorano nella città, o che vi abiteranno in futuro, siano tenuti e debbano pagare in qualunque anno, nelle calende del mese di Maggio, al camerario del comune, 4 fiorini d’oro, che siano e debbano essere convertiti nel costo e per l’acquisto di un palio e di un anello d’argento, placcato d’oro….” Statuti Lib. I° Cap. XXLXII.

La consuetudine dei comuni medievali di chiamare le comunità ebraiche a contribuire alle celebrazioni per la festa del santo patrono, secondo un uso praticato in tutti i centri dello Stato Pontificio, che non di rado erano legate alla concessione di nuove condotte ferenatizie e dei diritti connessi, li obbligava a partecipare alle spese dei palii organizzati in quelle festività.

Da questa premessa, nasce la curiosità di capire quanto fosse oneroso, per la piccola “universitas iudeorum” di Narni, versare il contributo annuale.

Per farlo dobbiamo circoscrivere un periodo temporale, in cui posizionare la norma statuaria.

Dalle testimonianze dei protocolli notarili e della toponomastica, si può ipotizzare un insediamento degli ebrei in città, già dal 1276, dove è attestata a Narni una “ ecclesia Santi Petri Iudeorum “, che sorgeva all’interno del territorio della parrocchia di Santa Maria Impensole. ( P. Pellegrini )

Altra data de tenere in considerazione, è quella della stesura degli statuti, 1371. Dentro questo quadro temporale, altri indizi aiuteranno a precisare meglio il periodo di riferimento, monetario, utile.

E dunque, ci soccorre, un secondo capitolo degli Statuti, il XXV del Lib. I°, dove il legislatore dispone che gli

ebrei non possano risiedere a meno di 25 piedi dalle fonti d’acqua, a pena di 25 libbre cortonesi.

Questo mito nato in Savoia, e poi diffusosi in larga parte dell’Europa durante la pestilenza del 1348, voleva gli ebrei avvelenatori di pozzi e sorgenti, agenti di satana nella lotta contro la cristianità. ( P. Pellegrini )

Da questo secondo elemento, possiamo restringere la forbice di oltre un secolo, sapendo comunque, che gli statuti raccolgono leggi e norme nel tempo susseguitesi.

Dopo di che, possiamo, nel periodo considerato cioè 1348 – 1371 e dintorni, valutare la possibilità di conoscere il valore commerciale del Fiorino.

 

IL DOLLARO DEL MEDIOEVO

Nel 1252, le repubbliche mercantili italiane cominciarono a battere una moneta d’oro puro, dal peso di 3,5 grammi circa. Non furono le prime monete d’oro dell’Occidente dopo Carlo Magno (Augustale gr,5,25 Federico II 1231),  ma la sua coniazione rappresentò una riforma epocale ed ebbe immediata diffusione in tutta Europa. Da allora fino alla fine del Medioevo, il dollaro dell’area mediterranea, fu la moneta d’oro delle repubbliche mercantili.

Tra queste, dal 1252 e la fine del XIV sec, è la moneta d’oro di Firenze quella che di gran lunga godette di maggior prestigio, e i funzionari della zecca fiorentina potevano orgogliosamente rivendicare il “communem cursum quem habet dicta moneta auri per Universum orbe terranum”. ( Storia delle monete della Repubblica Fiorentina. Ignazio Orsini)

Chi vuol comprendere le cause del trionfo del fiorino, deve tener conto della meravigliosa capacità espansionistica dell’economia fiorentina di quel tempo, e del suo ruolo nell’attività internazionale, bancariae commerciale.

 

Alto valore unitario, stabilità intrinseca, supporto di una economia forte e sana, sembrano essere stati i tre fondamentali elementi della formula che fece la fortuna del dollaro del medioevo. ( C.M. Cipolla )

 

I CAMBI

La comparsa del Fiorino ebbe come diretta conseguenza la creazione dei rapporti di cambio con le monete argentee che furono documentati, in maniera talvolta giornaliera, a partire già dal 1252.

In generale la possibilità di equiparare un dato ad un altro è legata direttamente al metro di confronto che, per essere tale, deve essere una costante. Ritenere la moneta fiorentina, costante, è provato dalla sua fama. Lo è per il peso e per il titolo, gr. 3,5 a 18 carati.

Altro elemento essenziale per comprendere il potere d’acquisto del Fiorino, è il “denaro Piccolo” con cui veniva rapportato in termini reali, questi fu moneta circolante nelle contrattazioni di basso valore e soggetto a spinta inflazionistica, ed il cosiddetto “denaro Grosso”, per transazioni internazionali, caratterizzato da notevole stabilità.

Di seguito alcuni valori che possono servire di riferimento nella comprensione del testo selle cronache, quando si parla del denaro e delle sue equivalenze:

1libbra o lira= 20 soldi= 240 denari= 410gr. Argento fino.

Che il Fiorino, al momento della sua coniazione, valesse 240 denari fiorentini è cosa sicura, ma per il continuo svilimento del denaro nel suo intrinseco d’argento, e non solo, questo rapporto prese a salire in maniera costante, tanto che la moneta d’oro passò nel giro di 25 anni da 240 a 360 denari.

Sulla continua diminuzione dell’intrinseco del denaro, moneta piena, si inserisce la sua prima definizione di moneta segno o fiduciaria.

Nelle cronache si fa spesso riferimento ai denari piccioli, denarius parvus, questo è il nome dei denari d’argento quando sono ridotti di peso e titolo. Se essi non fossero ridotti nel contenuto di argento, dovrebbe valere l’equazione, una libbra di piccioli = 1 Lira.

A Firenze nel 1300 un Fiorino d’oro vale 4 soldi e 6 denari di piccioli, ovvero 558 denari piccioli e poiché una lira è 240 denari, un Fiorino vale 558: 240 = 2,3 lire.

Dentro questo quadro i rapporti di cambio variavano giornalmente in base a moliti fattori, dal momento che, essendo moneta fiduciaria, il rapporto era condizionato anche, dalla perenne carenza, varietà delle monete e non ultimo il profitto dei cambiavalute. A Firenze alla metà del “300 i banchi dei “cambiatori” erano 80. ( Villani, Cronaca )

 

IL FIORINO E IL DENARO

Quale denaro può essere preso a riferimento negli anni tra il 1350 / 1370 ?

Appartenere ad un’area monetaria non consente certezze, perché all’ interno della stessa circolava liberamente e legalmente una massa notevole di denari, di altri stati, di altre aree. ( Racconti delle Pergamene n° 25 ) .

Abbiamo, dunque scelto di considerare solo aspetti di carattere politico, cioè, orbitare e sottostare nel Patrimonium Beati Petri, il rientro della sede papale, il trasferimento della zecca del Patrimonio da Viterbo a Montefiascone, diventata residenza del rettore e centro amministrativo dello stesso.

Esiste prova dell’avvenuto trasferimento della zecca da Viterbo a Montefiascone in un documento datato 1334 nel quale il tesoriere del Patrimonio di S. Pietro, tale Stefano Lascoutz, richiede la presenza di Angelozzo Peponi da Orvieto a Montefiascone per prendere accordi necessari alla coniazione di moneta “ per mandato del Papa”. E in ultimo le lettere inviate da Giovanni XXII nel 1334, e da Benedetto XII nel 1337 per sollecitare il rettore del Patrimonio ad incrementare la produzione monetaria, e lo scopo sembra essere raggiunto.

( Martinori, “ Della moneta Paparina”).

Dunque il denaro Paparino.

 

 

TASSI DI CAMBIO ( P. Spufford. Handbook of medieval exchange )

Di seguito alcuni tassi di cambio, tra Fiorino e Paparino, e la loro evoluzione nel secolo:

1300 Firenze. 1 fiorino = 46 soldi e 6 denari piccioli. // Montefiascone 1 fiorino = 43 s. e 4 d. paparini

1340 Firenze. 1 fiorino = 64 soldi.                                    // Montefiascone 1 fiorino = 57 s.

1350 Firenze. 1 fiorino = 64 soldi                                    // Montefiascone. 1 fiorino = 54 s.

1360 Firenze. 1 fiorino = 68 soldi                                   // Montefiascone. 1 fiorino = 58 s.

1370 Firenze. 1 fiorino = 65 soldi e 6 denari               // Montefiascone . 1 fiorino = 58 s.

 

 

Ricordiamo che al momento della prima coniazione, il Fiorino 1252, si cambiava a 240 denari.

Per dare ulteriori riferimenti, inseriamo dati che aiutano a capire il potere di acquisto del Fiorino, con la consapevolezza che questo non possa rappresentare un quadro completo e preciso, ma solo valore indicativo. Anzi diciamo pure che possa valere solo come curiosità. Sappiamo quanto sia ingenuo i prezzi espressi in monete di altri, in prezzi espressi in monete attuali; oppure trasformare le monete in grammi di metallo fino, sapendo quanto il valore del metallo sia cambiato nel tempo; e in ultimo, che il costo della vita e i beni di consumo, anche rimasti gli stessi, avesse uguale valore. Vale per tutti il libro prima dell’invenzione della stampa.

Un primo dato ci viene dal prezzo del frumento per staio (24,4 lt.) a Firenze 1360/1370, fissato a 19 soldi di denari piccioli. (Ugo Tucci, Annali6. Storia d’Italia Einaudi)

Per il sec. XIV disponiamo di inventari di due biblioteche di Pavia, un medico e un avvocato. Il primo disponeva di 30 volumi ed era valutata 133 fiorini, con una media generale di 4,5 fiorini per volume. Il secondo 15 libri, tutti di argomento giuridico, erano stimati per un totale di 385 fiorini, per una media generale di 27,5 fiorini. Va da se’ che i libri di argomento giuridico raggiungessero un valore economico maggiore.

Il salario del Podestà (Firenze metà del “300) e di sua famiglia, l’anno è di 15240 denari piccioli. Circa 21 fiorini. Il salario del Capitano del Popolo e di sua famiglia, è di 5880 piccioli. Circa 8 fiorini.

Il palio, di sciamito, che si corre per S. Giovanni, e quelli di panno per S. Barbara e per S. Reparata costano

l’anno fiorini 100 d’oro. (Cronaca, Villani)

Nel 1355 il legato apostolico Egidio Albornoz, dichiara di aver ricevuto dal vescovo di Narni, la somma di 81 fiorini d’oro, dovutagli da parte sua e del clero narnese, come compenso per il terzo anno della sua legazione, e rilascia quietanza. (Pergamene del Capitolo della Cattedrale di Narni.)

Nel 1376 in Pavia un certo Zanino dichiarava, con atto notarile, di essere debitore ad un tale chiamato Borello, di 80 fiorini, perché quest’ultimo lo aveva mantenuto per quattro anni e due mesi, fornendogli tutto il necessario, viveri e vesti. (Carlo Maria Cipolla)

Ultimi riferimenti, riguardano i tassi d’interessi. Mercanti ed imprenditori, nelle città di Toscana, potevano denaro a breve e medio termine ad un tasso d’interesse del 7% al 15%. I prestiti al consumatore tendevano naturalmente a costare di più, sopratutto per il maggior rischio del prestatore. Generalmente, questi,  venivano fatti ad un tasso d’interesse variabile dal 15 al 50% all’anno.

Alla lettura di questi dati, la considerazione che viene da fare è che il prezzo pagato per contribuire alla celebrazione del Patrono, e non solo, da parte della comunità ebraica narnese, non fosse così onerosa come in un primo momento potesse sembrare. Quattro fiorini, sono ben poca cosa, se rapportati ai denari occorrenti per coprire costi e spese per servizi e beni utili alla ricca borghesia del tempo.

Che fosse già un obolo destinato a coprire solo una formalità, nel solco di una tradizione, e non più una tassa che garantisse loro, esercizio della professione, pace sociale e riconferma di una sottomissione nei rapporti con la maggioranza cristiana?

 

Marco Carlini

I lussi proibiti alle donne nel Medioevo

I lussi proibiti alle donne nel Medioevo – Sul corpo delle donne

La moda, l’effimero che viene “proibito”

La moda, l’effimero, sono fenomeni niente affatto moderni: l’urgenza per le donne di abbigliarsi per apparire nasce nel Medioevo e in maniera così prepotente, che si ritenne opportuno disciplinare questa tendenza con apposite norme.

Se consideriamo che molte donne sono ancora oggi obbligate ad indossare determinati abiti ed accessori, non possiamo stupirci del fatto che a partire dal XIII secolo e fino alla Rivoluzione francese, furono emanate le cosiddette “Leggi suntuarie”, un insieme di provvedimenti volti a limitare il lusso nell’abbigliamento, nelle concessioni dotali e in alcune occasioni sociali come feste, banchetti e funerali.
L’insieme delle norme è estremamente corposo e può essere approfondito nell’importante lavoro
della professoressa Muzzarelli citato nella bibliografia di riferimento. In questa sede, ci limiteremo ad esporre alcune normative narnesi relative ad abiti, doti e funerali.

Va subito detto che gli scopi dei legislatori erano tutt’altro che univoci: i divieti erano rivolti ad entrambe i sessi, ma in realtà nel Medioevo le limitazioni erano imposte in maniera quasi esclusiva alle donne.

Il lusso vietato, ma non per tutti

Il lusso era sì vietato, ma in base alle diverse categorie sociali, anche e soprattutto allo scopo di rendere immediatamente riconoscibile il ceto di appartenenza. La normativa poteva essere facilmente aggirata: chi denunziava spontaneamente il possesso di abiti contra legem, pagando un’apposita tassa poteva farli registrare e bollare, acquisendo di fatto il diritto di continuare ad indossarli. Tenuto conto che le sanzioni per chi esibiva un abito “vietato” e non denunziato, consistevano in pene pecuniarie elevate (inasprite dalla confisca dell’oggetto del reato e in alcuni casi persino dalla scomunica papale), appare evidente che le leggi suntuarie non colpivano equamente tutti i ceti sociali: i ricchi, semplicemente pagando (la bollatura o la sanzione), potevano abbigliarsi a loro piacimento in barba a qualsiasi divieto.

Un altro aspetto paradossale di queste leggi stava nel fatto che le multe si applicavano anche a coloro che avevano realizzato un abito o un accessorio vietato, sicché sarti, ricamatori e calzolai erano spesso costretti a sborsare somme che superavano di gran lunga il prezzo percepito per il loro lavoro (ferma restando, in molti casi, anche l’applicazione di pene corporali).
Il ricavato delle ammende serviva a rimpinguare le casse cittadine, ma anche le tasche dei denunzianti (una regola che si riscontra in moltissime norme degli Statuti di Narni).

Nel Medioevo c’era chi misurava la lunghezza degli strascichi delle donne

Con l’avvento delle leggi suntuarie, al fianco dei comuni cittadini che si peritavano di denunciare i lussi altrui (per moralità o semplice tornaconto personale), le città si animarono di ufficiali armati di metro, che andavano in cerca di strascichi e maniche fuori misura, “pianelle” e sopralzi eccessivi (tali da poter raggiungere anche un metro e mezzo di altezza), accessori e gioielli proibiti o che eccedevano il limite consentito, stoffe e pellicce vietate e persino colori fuori legge o destinati solo a determinate categorie.

Il campo d’azione di ufficiali e delatori era infinito, ma spesso si concentrava davanti alle chiese: le messe, soprattutto quelle domenicali e nelle festività più importanti, erano un’occasione per sfoggiare abiti sontuosi ed esibire il proprio status sociale. Quest’usanza è sopravvissuta a lungo nelle nostre zone: almeno sino agli anni ’70, soprattutto a Natale e a Pasqua, molte donne si recavano in chiesa con abiti e calzature nuove (a Narni si diceva che s’erano “ripulite” a festa) e le signore abbienti facevano largo sfoggio di pellicce. La pratica sembra essere caduta ormai in disuso, ma è ancora viva nei matrimoni, nelle feste e persino in alcuni funerali.

All’asprezza delle leggi suntuarie, si sommava l’opera di moralizzazione dei tanti predicatori che nel Medioevo si spostavano di città in città scagliandosi contro i cattivi costumi (delle donne, ben inteso).
Ciò che si stigmatizzava nelle prediche non era soltanto il danno economico prodotto da abiti e gioielli lussuosi, ma anche la contraffazione messa in atto dalla perfidia insita nelle donne: applicare imbottiture che facevano apparire in carne quelle troppo magre e indossare calzature vertiginose che rendevano alte quelle basse, significava alterare l’opera di Dio ed ingannare gli uomini circa le proprie reali fattezze.

Cosa dicono gli Statuti Narnesi

Alla vasta storiografia di molte città italiane, capace di illustrare nel dettaglio i divieti, le regole, l’entità delle pene e persino i nomi di molti contravventori, fa da contrappunto la scarsità di notizie riguardo Narni. Poche le norme degli Statuti del 1371 in proposito ed assolutamente assenti in materia di abbigliamento, tanto che per approfondire i divieti relativi agli indumenti e agli accessori è necessario consultare le Riformanze (le cui copie, purtroppo, sono disponibili solo a partire dal XVI secolo).

Al Capitolo XI del Libro Primo, si stabilisce che “nessun erede possa avere per il funerale al lutto di qualche defunto, più di due torce di cera fino a dieci libbre di peso, se sarà stato cavaliere, giudice o canonico: negli altri casi fino a un massimo di cinque libbre per ciascun cero, alla pena di 10 libbre cortonesi per ciascun trasgressore. E il Vicario della città sia tenuto ad inviare uno dei notai con i loro dipendenti e un baiulo, a qualsiasi funerale, per indagare e investigare sulle predette disposizioni, alla pena di 10 libbre cortonesi del suo salario. E nessuno o nessuna possa vestirsi di nero tranne la moglie e due servitori al massimo, alla detta pena”.

Questa norma introduce subito un importante distinguo: il peso delle torce di cera variava in base allo status del defunto: cinque libbre per i comuni mortali, il doppio per cavalieri, giudici e canonici.
I cavalieri appartenevano ad una categoria privilegiata, oggetto di limitazioni/concessioni in molte leggi suntuarie. A Siena, alcune norme dello “Statuto del Donnaio” (nome indubbiamente evocativo), dettavano precise regole riguardanti le cerimonie d’investitura, al fine di limitare lo sfarzo e lo scambio di doni importanti. Per contro, ai cavalieri era però concesso d’indossare farsetti e giubbe di mussolina o di altro tessuto di seta ed era a loro che, una volta defunti, si tributavano onoranze funebri dispendiose e spesso talmente solenni da meritare cronache dettagliate, come ad esempio quella che fu composta per il funerale di Giovanni da Pietramala: il suo corpo fu adagiato in una bara coperta di drappo vermiglio, i chierici della Cattedrale recavano cento doppieri accesi. Il corteo era aperto da “due beccamorti a cavallo”, ciascuno dei quali era seguito da sei famigli vestiti di scuro. Erano presenti quindici cavalli bardati ed altri erano coperti da insegne del comune; seguiva lo stendardo da campo del defunto, mentre il cavallo di Giovanni sfilava precedendo la bara del suo padrone, montato da un soldato che indossava l’armatura, le insegne del condottiero e impugnava il suo bastone di comando. In altre città italiane, subito dopo i cavalieri, venivano contemplati i medici piuttosto che i giudici.
Abbastanza rara è invece l’aggiunta dei canonici contemplata nei nostri Statuti, ma bisogna ricordare che Narni era pur sempre territorio del Patrimonio di San Pietro.
Una costante delle leggi suntuarie è invece la limitazione all’uso dell’abito nero: dopo la peste nera del 1348 ed il conseguente, perpetuo lutto, fu proibito a qualsiasi categoria sociale di vestire a lutto, con la sola eccezione delle vedove.

La seconda norma degli Statuti cittadini è contenuta nel Libro III (Super Maleficijs et Criminalibus causis). Al Capitolo LXVII si legge: “Stabiliamo che, per ciascuna donna da maritare o da dotare non possano essere promessi o dati, come beni mobili dotali, se non questi beni mobili dotale scritti sotto, vale a dire: panni di lana da donna, due letti di panni, un soppedaneo di legno, alla pena di 25 libbre cortonesi, da applicare alla Camera, per chi dà, promette o ottiene o riceve la promessa. E la tale promessa, da qui in poi, non abbia valore né vigore per legge; e per essa non si possa agire o difendere nei tribunali della città di Narni, e nessun notaio faccia scrivere né scriva oltre la detta forma, alla pena di 10 libbre cortonesi, da applicarsi alla Camera. E chiunque possa denunciare e
accusare i trasgressori delle cose predette”.

Un esempio pratico di una dote del XIV secolo, del tutto in linea con le limitazioni fissate dai nostri Statuti, ci viene fornito da un atto notarile stipulato a Narni l’11 marzo 1375 dal notaio Macthiutius Salvatelli. L’atto/quietanza ci informa che “Petrucolus Iohannis Lucarelli rilascia quietanza a Tomas Cecchi Petrignani per la corresponsione della dote di sua sorella Sabecta, promessa a lui in sposa con atto immediatamente precedente. La dote in questione consiste in 600 lire di denari cortonesi, due letti ben forniti di biancheria, una tunica, un mantello ed un tappeto”.

In teoria si potrebbe pensare che le restrizioni riguardo ai beni mobili dotali fossero identiche per ogni ceto sociale, ma nella pratica è evidente che “i panni di lana da donna” non meglio specificati, potevano variare di qualità e numero in base alle disponibilità economiche della famiglia, così come i “due letti di panni”. Anche il valore del “soppedaneo” (cassone per i capi di vestiario che normalmente veniva collocato ai piedi del letto) poteva essere ben diverso a seconda del tipo di legno utilizzato e dei decori.

La dote di Giacoma di messer Antonio Bocarini Brunori di Leonessa, sposa del Gattamelata.

Si pensi ad esempio alla dote di Giacoma di messer Antonio Bocarini Brunori di Leonessa, andata in sposa nel 1410 al Gattamelata. La sua dote era piuttosto esigua: 500 ducati d’oro, ma il suo corredo di nozze era magnifico e contenuto in splendide casse di legno, lavorate con intagli a rilievo, dipinte con arabeschi di fiori e frutti, decorate con storie sacre e profane (soprattutto sponsali antichi), massime morali, versetti della Bibbia, dei Salmi e il Pater noster in latino volgare. Quindi, ancora una volta, semplicemente tacendo i dettagli, la normativa non poneva limiti alle categorie più ricche.

Venendo alle Riformanze, al volume 4, in data 21 gennaio 1537, si legge: “In considerazione della Rovina et danni ch’avemo patiti, riformiamo il vestire delle donne. Statuimo et ordinamo che nessuna donna di qualunque stato, qualità e condizione, se sia tanto narnese che forestiera, essendo maritata e abitando in Narni, possa né debba portare alcuna sorte di veste di broccato, velluto, seta, damasco e altra sorte di drappi, eccetto Ciambellotto del quale ne possono avere una vesta e non di più. (Il Ciambellotto o Camellotto era un tessuto di lana pesante in armatura di tela, fatto con peli di cammello, solitamente usato per abiti invernali). Si prescrive che possano portare tre braccia di drappo di broccato e broccadello in fuora le maniche. Statuimo et ordinamo che le dicte donne come sopra, non possano né debbano portare alcuna sorta d’oro, d’argento, perle né gioielli, né catene, né collane in capo né al collo né al petto né in alcun altro loco, né portare scuffie, corone, centure d’oro ed argento né di perle. Item statuimo et ordinamo che le dicte donne non possano né debbano portare più di tre anelli d’oro o d’argento con quelle pietre che gli piacerà. Nessuna donna che abbia una dote di 100 ducati o di 200 ducati, possa né debba portare sbernia o drappo di nessuna sorte, né vesti di rosato né di pavonazzo, eccetto possa portare maniche di rosato ovvero di pavonazzo. Donna con 300 ducati di dote: non possa e non debba portare vesti di Cabilotto (forse anche qui si intendeva Ciambellotto). Nessuna donna, di qualunque condizione e qualità non possa né debba portare vesti d’alcuna sorte con intagli, ovvero ricami per alcun modo. E se qualcuno non osservasse i presenti Capitoli, acciocché il timor della pena abbia ad osservar, statuimo et ordinamo che qualunque persona contravverà alli sopradetti Capitoli &amp; Riformanze, caschi ipso facto et ipso iure nella pena di Cinquanta ducati e perda tutto quello che indossa contro la forma dei presenti Capitoli. Item statuimo et ordinamo che qualunque persona contravvenga ai sopradetti Capitoli caschi ipso facto nella scomunica papale e non si possa assolvere se non dal Papa, eccetto in articulo mortis. Item statuimo et ordinamo che qualunque sarto, ovvero ricamatore tagliasse ovvero cucisse o ricamasse o intagliasse alcuna sorte di vesti contro la forma dei presenti Capitoli, caschi ipso facto nella pena di venticinque scudi”.

Al primo capitolo si riforma anche la misura delle doti da dare nella città di Narni e nel suo distretto, che debbono limitarsi a 100, 200, 300 o al massimo 400 ducati. A questo proposito “si statuisce e si ordina che nessun padre, né madre, né fratelli, né zii, né alcuna altra persona, possa né debba promettere o dare alcuna cosa tanto in denari, quanto in beni stabili o ancora in mobili, né in nessun altro modo, al di sopra dei limiti anzidetti, quindi non oltre i 400 ducati, in modo che la donna non abbia alcuna cosa che valga oltre la cifra stabilita, eccetto che derivasse da eredità ovvero legati”.

La formula di queste disposizioni è ufficiale: “convocati Magistri D. Prioris ecc, in nome di Dio,
Amen”. Segue la data della stipula e l’elenco nominativo di tutti i convenuti.
Appare chiaro che in quella sede si riformarono norme precedenti che purtroppo sono andate perdute, perché, in particolar modo nella parte riguardante gli abiti e gli accessori vietati, non si fece certo riferimento agli Statuti del 1371, che come abbiamo visto non ne parlano affatto.

Quanto alla dote, furono fissati limiti precisi anche riguardo al valore dei beni dotali mobili, pertanto è difficile capire se anche in questo caso, si riformarono norme precedenti oppure se si trattò di un semplice ampliamento della norma statutaria in materia.
Fatto sta che nel 1537, oltre alla multa e alla perdita dell’abito, a Narni si comminava anche la scomunica papale ed è facile intuire che questa “sanzione” aggiuntiva fosse già presente anche nelle precedenti Riformanze. Allo stesso modo nella nostra città, gli artigiani che avevano realizzato l’abito incriminato, erano tenuti al pagamento di una multa, pari alla metà di quanto dovuto dai reali contravventori.

Il controllo del patrimonio delle donne nel Medioevo

Quanto alle limitazioni in materia di dote, vale forse la pena specificare che il reale intento dei legislatori non era certo arginare il fenomeno del lusso, quanto controllare in maniera efficace i diritti patrimoniali delle donne nel Medioevo.
Alla morte del marito infatti, la dote tornava alla vedova in piena e libera proprietà, ecco dunque che bisognava limitarla, per evitare che le donne possedessero un patrimonio personale importante.
Resta il fatto che la parte più incisiva delle Riformanze narnesi è tutta nel prologo: “in considerazione della Rovina et danni ch’avemo patiti, riformiamo il vestire delle donne”. Segno evidente che i legislatori erano pericolosi misogini terrorizzati dal gentil sesso e da un malinteso cristianesimo. Dispiace dirlo, ma è indubbio che alcuni di loro siano ancora tra noi.

Mariella Agri

Leggi altri: Racconti delle Pergamene – approfondimenti di storia medievale
Consulta gli Statuti di Narni online


Bibliografia di riferimento:

  • Duccio Balestracci, Le armi, i cavalieri, loro: Giovanni Acuto e i condottieri nell’Italia del
    Trecento. Editori Laterza, 2009
  • Raffaello Bartolucci (traduzione a cura di), Statuta Illustrissimae Civitatis Narniae, Terni, 2016
    E. David, C. Perissinotto, C. Carmi, V. Coronelli (a cura di) – Le pergamene dell’archivio del
    Capitolo della cattedrale di Narni (1047-1941). Regesti, Selci-Lama (PG), 2017
  • Maria Giuseppina Muzzarelli, Le regole del lusso. Apparenza e vita quotidiana dal Medioevo
    all’età moderna. Bologna, Il Mulino, 2020

Le formule magiche nel Medioevo e le donne curiose

Le formule magiche nel Medioevo e le donne curiose

La voce, uno strumento potente

Le donne curiose hanno anche voce ed è questo lo strumento più potente a loro disposizione, anche più delle mani: con queste infatti si possono tagliare e cogliere le erbe medicamentose solo dopo che con la voce si è pronunciato il cantus necessario per in – cantare dove “in” è una particella che esprime “volontà” e “intensità” e “cantare”, derivante da “canere”, cantare, indica l’esprimere un’intenzione, un vaticinio, una magia.
“Formule magiche”, sussurri, litanie, invocazioni accompagnano movimenti e gesti antichi e per ‘funzionare’ devono ripetersi inalterati di nonna in madre in figlia, tutte anelli di una eterna catena.
La voce quindi è il medium attraverso il quale il potere dell’asserzione travalica le frontiere del mondo fantastico per invadere quello sensibile, modificando la realtà.

Nel Medioevo, è credenza comune che con le giuste formule magiche le erbe attivano il loro potenziale curativo e possono intervenire nei processi di guarigione delle malattie attraverso filtri, unguenti, sciroppi..
Il potere dunque è nella parola, il mezzo magico più antico di tutti perché connesso con la credenza che nel verbo risieda un potere misterioso e tremendo capace, per bocca dell’incantatrice, di modificare e plasmare la natura inesorabile delle cose.

Nel Medioevo la legge punisce chi utilizza “formule magiche” o ingiurie

Le parole hanno una forza che deve essere rispettata e temuta, per questo non vanno usate a sproposito. Non meravigli che leggi e norme sanzionavano il loro uso improprio come anche il cap. XXIV del III libro degli Statuti dell’illustrissima città di Narni ricordano:

Nel Medioevo Narnese, chi pronuncia “formule magiche” o parole ingiuriose contro qualcuno doveva pagare una sanzione
“Inoltre stabiliamo che chiunque abbia proferito parole ingiuriose o una parola ingiuriosa a qualcuno, se abbia detto a qualcuno traditore, omicida, ladro, falso, cornuto o parole equivalenti, incorra nella pena di 10 libbre cortonesi per ogni volta, per altre parole ingiuriose sia pena, per ogni volta 40 soldi cortonesi, e per parole
ingiuriose non si applichi la norma della duplicazione delle pene, se le predette parole ingiuriose non siano state rivolte a un cavaliere giudice oppure ad un medico.”

‘ciò che è stato detto’

Lo statuto non cerca solo di favorire la buona educazione quanto cercare di evitare ciò che potrebbe essere nefasto: è nella natura umana creare corrispondenze tra parole e azioni, tra miti e riti.
Fatum significa ‘destino’ e deriva dal verbo latino fari ( dire, parlare), letteralmente si traduce con ‘ciò che è stato detto’, dunque decretato/stabilito. Fas è la cosa lecita perché è stata sancita da una norma già detta.

Attenti a quel che dite…potrebbe succedere davvero!

Eleonora Mancini

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Il veleno nel Medioevo e le donne curiose

Il veleno nel Medioevo e le donne curiose

Qual’era la pena nel medioevo per chi utilizzava il veleno?

Lib.III Cap.XXII
Pena per chi mette il veleno nel cibo e nelle bevande ( nel Medioevo )
(De poena dantis venenum in cibo, vel potu)

“Inoltre stabiliamo che, chiunque nel cibo o nella bevanda, o, in  altro modo, abbia dato il veleno o qualcosa di letale a qualcuno, paghi come condanna 500 libbre cortonesi, e se quello, a cui sia stato dato il veleno, fosse morto per esso, chi lo ha dato sia bruciato con il fuoco, di modo che muoia.
E così diciamo di colui, che abbia fatto dare, e quello che abbia preparato tale veleno, e lo abbia dato consapevolmente, paghi altrettanto, vale a dire 500 libbre, e se quello, a cui sia stato dato il veleno fosse morto, il tale, che lo ha preparato, sia bruciato.”

Dalla cura alla curisità

Il terzo libro degli Statuti narnesi è dedicato ai malefici e ai crimini. Temi scabrosi e scottanti allo stesso tempo. Temi a cui volge facilmente la curiosità.
L’aspetto più inaspettato della parola “curiosità” è il fatto che essa derivi dal latino cura, nel senso di premura, attenzione. Sarebbe quindi “curioso” colui che si cura di qualcosa o qualcuno; noi diamo questo significato a chi vuol sapere, indagare, conoscere. La curiosità, si dice, essere la madre della ricerca ma la ricerca ha bisogno di pratica e applicazione.

Malefici sì, ma scienziati. O, più spesso, scienziate.

E’ forse un preambolo lungo ma è il volo mentale che credo necessario per giungere col pensiero a chi quei veleni letali li preparava davvero, a chi sapeva scegliere, triturare, mischiare, estrarre olii esseziali dalle giuste piante per dare la morte. Malefici sì, ma scienziati. O, più spesso, scienziate.

Erano quasi sempre donne le detentrici di questi saperi pratici ed erboristici, formati dall’alba dei tempi sul campo, nel vero senso del termine, o nei boschi dove abbondano le herbae che rappresentano la base della farmacopea domestica: artemisia, ruta, mirto, menta, verbena, caprifoglio, betonica, malva e salvia. Tutte erbe “buone” e, non stupirà, sono ancora alla base di tanti rimedi detti “della nonna”. Ma la Natura è Madre e Matrigna; dà (per mantenere la salute) e prende (la vita) con le piante dette psicotrope che a volte possono essere letali, come i narcotici e gli allucinogeni che servono per confezionare gli unguenti per il famoso “volo della strega”: belladonna, mandragora, stremonio, canapa, papavero, oppio, giusquiamo, cicuta e aconito.

Non basta però saper scegliere l’erba giusta, bisogna raccoglierla nel momento più propizio che è sempre regolato dalla posizione degli astri che donano, solo in alcuni momenti dell’anno, una speciale e potente carica medicinale agli elementi terrestri, piante o pietre che siano. E ’sempre quando si aprono le porte solstiziali di San Giovanni che il momento “balsamico” giunge e l’esperta Erbaria, colei che raccoglie le erbe, avrà le piante magiche migliori per confezionare i medicamenti: iperico, verbena, artemisia, rosmarino, lavanda ruta, aglio, prezzemolo; tutti finiranno in unguenti, balsami, impiastri o preparati per futuri infusi, decotti e sciroppi con aggiunta di olio, meglio se benedetto. Ad un sapere sacro antico se ne unisce uno nuovo e tutto serve per produrre rimedi dal potere lenitivo, antinfiammatorio, emolliente, per curare le piaghe, le punture di insetti, ferite da morso o da taglio.

Il valore degli u-mani che raccolgono e trasformano

Le erbe sono nelle case come nei monasteri e nei conventi e le stesse mani che le raccolgono e trasformano in medicamento sono le stesse che cucinano, spesso con le stesse erbe ed il cibo giusto, si sa, è la prima medicina per il corpo. 

Le mani delle donne sono mani magiche, grandi sapienze maneggiano e quasi sempre chi sa guarire sa, o capita, che possa provocare anche il suo contrario e a quel punto si è considerate streghe, E per loro c’è il fuoco. 

Lo statuto non dice la parola terribile ma la lascia intendere.

Una donna che sa è una donna curiosa, una donna curiosa è una donna che cura.

Eleonora Mancini

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La birra in Europa nel medioevo ( Parte 2 )

La birra in Europa nel medioevo

Dalla Cervogia alla Ale:  la birra nell’Europa medievale

La birra in Britannia nel Medioevo

Anche in Britannia nel Medioevo si preparava birra di orzo, aromatizzata con rosmarino e verbena,  ed i conquistatori Romani la bevevano volentieri, una volta che le scorte del loro vino si fossero purtroppo trasformate in un imbevibile aceto… 

I Britanni che volevano vendere la propria birra piantavano davanti alle loro case un palo con dell’edera, per segnalare che erano disponibili al commercio (l’uso ricorda quello della Frasca delle nostre Taverne medievali e moderne) oppure semplicemente per avvisare  i passanti della possibilità di bere birra fresca nel luogo. 

Anche in Inghilterra la birra veniva prodotta e bevuta in grandissime quantità, ma il popolo consumava birra pura solo nelle grandi occasioni; per il resto dell’anno doveva accontentarsi di una birra leggera, ricavata dagli scarti dell’orzo.

Ad ogni contea la sua birra

In ogni contea si produceva un tipo di birra diverso, ed ogni produttore vantava la miglior birra dell’impero, anche se tradizionalmente la migliore era considerata quella del Wessex, nel sud-ovest del regno.

Storicamente i re anglosassoni commemoravano i loro morti in battaglia con lunghi e fastosi banchetti (come ci testimoniano documenti medievali, dal carme Eddico in poi), durante i quali i nomi dei caduti venivano salutati con lunghi brindisi a base di birra. 

Grendel: un mostro che uccideva chi beveva troppa birra

Nel celebre epos anglosassone Beowulf,  l’eroe affronta il  mostro Grendel – che era solito uccidere e mangiare i commensali dei banchetti proprio perchè questi si attardavano troppo a bere. Anche Beowulf  è un grande bevitore di  birra, ma l’eroe ha il dono di non ubriacarsi, mentre gli uomini della sua squadra cadono uno dopo l’altro a terra ubriachi. Ovviamente il malvagio Grendel avrà gioco facile con loro, e così il povero Beowulf sarà costretto a combattere da solo e vincere, uccidendo infine l’odiato mostro. 

Anche in Inghilterra però – come in Germania –  la birra veniva aromatizzata con le spezie più diverse, così, già nel 1200, si scrive il codice di Hywel Dda, con il quale si dettano regole di produzione e di mercato, stabilendo pesanti sanzioni per i contravventori.

Soltanto dopo il 1400 però  comincerà la vera produzione industriale, ed il consumo aumenterà, e quindi nel 1454 Enrico IV concede la prima patente di fabbricazione della storia inglese, alla Brewers’ Company (Corporazione birraria).

Come si sviluppa la storia della birra nel medioevo italiano?  

Anche in  Italia – malgrado la prevalenza storica del vino – alcune popolazioni sub alpine sono contagiate dalla bevanda “barbara”, e forse la prima città dove venne prodotta localmente della birra fu Pavia, essendo capitale longobarda sin dal V° secolo.  Poi furono gli stessi conquistatori longobardi ad insegnare la lavorazione ai locali, forse dopo aver esaurito le loro scorte originali. 

Ma quelle prime produzioni durarono probabilmente solo per il tempo del  dominio longobardo.

Un grande sviluppo al consumo ed alla produzione della bionda bevanda in Italia è invece legato all’imperatore Federico Barbarossa: con lui infatti arriva in Italia la birra vera, quella prodotta dai tedeschi. Tra gli italiani però il consumo di birra stenta a crescere, poiché la bevanda é idealmente collegata al nordico invasore, quindi guardata con sospetto, se non con vero rancore.

La birra del frate

I frati dei conventi invece attribuiscono alla birra poteri medicinali, e quasi ogni Abbazia in Italia produce la sua birra nel medioevo, spesso tramandandone l’uso sino ai nostri giorni.  Ma la birra non viene ancora considerata vera bevanda da tavola, visto che prevalentemente viene ancora  somministrata ai convalescenti come ricostituente, o alle partorienti per produrre più latte, oppure  per lenire altri mali… 

E’ comunque una birra forte, densa, corposa, carica di zuccheri e proteine. Le famose birre d’Abbazia belghe ne conservano tuttora la memoria storica.

Dalla Dea Cerere alla “Cervesa”

Il nome stesso che in Italia si attribuisce alla birra è diverso: Cervogia, (la cui eco oggi resta nel suo nome spagnolo, Cerveza) con probabile derivazione da “cereale”che risale a sua volta da Cerere, la dea romana del raccolto e delle messi, del grano e dell’orzo, la Grande Madre della Terra dalla quale scaturisce la vita.

D’altronde anche nella lingua italiana la birra viene spesso accostata alla vita ed alla “salute” – pensiamo al celebre “Chi beve birra, campa cent’anni”, ma la tradizione letteraria che associa birra e benessere non può che essere profondamente legata alle due lingue madri della bevanda: l’inglese ed  il tedesco infatti abbondano di aforismi e proverbi sull’argomento. Ne vogliamo citare – per concludere questo brevissimo excursus – due, dai personaggi forse più eminenti delle due culture:

Chi beve birra, si addormenta presto; colui che dorme a lungo, non pecca; chi non pecca, entra in Paradiso. Dunque, beviamo birra!” (Martin Lutero)

Una pinta di birra è un pasto da re.” (William Shakespeare).

Fabio Ronci

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