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Un falco volava su Piazza dei Priori

Il Falconiere: una delle figure più affascinanti del medioevo.

Spesso raffigurata in affreschi e miniature, la scena della caccia col falcone ha da sempre catturato la nostra attenzione, anche perché accostata a personaggi nobili ed alle loro occupazioni, divertimenti ed esercizi militari. Il falco ben ammaestrato risulta ad esempio tra i premi accordati ai valorosi vincitori di tornei cavallereschi. Nella caccia poi la nobiltà medievale impiegava notevoli mezzi, comprese diverse specie di rapaci, in grado di volare a varie altezze e di operare in combinazione con i cani. Molti nobili si fanno rappresentare nell’atto di andare a caccia con il falcone in pugno, nei loro sigilli. Figure di alta nobiltà erano ritratte con in mano dei falchi, come segno del loro status, ed in effetti sia il tempo che la ricchezza necessaria per addestrare e mantenere questi uccelli e le attività a loro connesse, erano notevoli. A questa particolare forma di caccia poi avevano accesso anche le nobildonne. Infatti esistono diverse rappresentazioni che mostrano una dama, chiaramente in costumi signorili, sia a cavallo che a piedi, con un rapace al pugno, spesso indossando un guanto che serviva a proteggere la sua mano dagli artigli affilati del suo volatile. Nel Libro di St Albans, celebre volume stampato a fine ‘400, che tratta diffusamente di falconeria, in un elenco che associa i rapaci ai vari titoli nobiliari e particolari classi sociali, alla nobile dama è attribuito lo Smeriglio ( falco colombarius ), un falco di piccole dimensioni, molto abile nella caccia al volo in grandi spazi aperti.

Anche a Narni abbiamo una bella testimonianza in proposito; si tratta di una dama a cavallo raffigurata in un bassorilievo, datato al XIII secolo, inserito nella facciata del palazzo comunale, in un raffinato portale, che alcune ipotesi fanno risalire alla decorazione appartenente ad una  soppressa cappella di San Salvato. Questa ed altre raffigurazioni, tra le quali dei cavalieri giostranti, fanno bella mostra di sé affacciandosi sulla piazza Dei Priori, luogo centrale del centro storico narnese e teatro di quella giostra all’anello che si teneva in onore del santo patrono Giovenale fin dal medioevo e che viene ogni anno rievocata proprio il pomeriggio del 3 maggio, giorno a lui dedicato. Durante l’odierna manifestazione Corsa all’Anello, diverse volte sono stati ospitati dei falconieri ed uno di questi, tra i più noti ed esperti, Fabrizio Piazza di Falconeria Maestra, è rimasto molto colpito dal bassorilievo citato e in occasione della sua ultima recente venuta a Narni, l’ha utilizzato come sfondo privilegiato ad una serie di considerazioni divulgative sull’arte della falconeria nel medioevo. Proprio riferendosi a questo bassorilievo, vicino al quale un altro raffigura i personaggi biblici Giuditta ed Oloferne, ha avanzato l’ipotesi suggestiva che lo scalpellino medievale avesse inteso rappresentare proprio la giovane ricca vedova ed il generale Assiro in una tipica scena di nobile caccia con il falcone, prima del banchetto in cui lo avrebbe eroicamente assassinato per salvare il suo popolo.  Comunque poi immagini scolpite nella pietra, di dame con il falco, sempre in Umbria, si trovano per esempio anche a Perugia, sia in una formella della duecentesca Fontana Maggiore, ed in particolare quella che rappresenta il mese di maggio, sia nel portale del maestoso Palazzo dei Priori del capoluogo regionale. E allora, proprio ammirando in particolare tali antichi manufatti nei luoghi più rappresentativi dei nostri centri storici, come non pensare anche a rimandi con i romanzi cortesi. In particolare quell’Eric et Enide di Chrétien de Troyes, dove il nostro eroe si cimenta in una competizione in onore della sua bellissima futura amata, avente come posta in palio un magnifico sparviero. In ogni caso, al di là di quale sia stata l’ispirazione per la dama narnese, tanti sono i riferimenti letterari medievali, legati all’utilizzo di questi meravigliosi animali, tra i quali il Boccaccio in due famose novelle del Decamerone. Parliamo di Chichibio e la gru, nel quale il notabile cittadino che aveva dato la gru da cucinare al suo opportunista e beffardo cuoco, se l’era procurata cacciando con il falcone; e nell’altra dedicata a tal Federico degli Alberighi nella quale il personaggio di nascita nobiliare, in modo quasi drammatico rinuncia al suo amato falcone per adattarsi saggiamente a valori più compatibili con la sua vita, ottenendo finalmente considerazione dalla sua amata.

Ma come è ben noto a tutti, il più importante trattato sull’arte della falconeria è il De arte venandi cum avibus, redatto  da quell’immenso ed eclettico sovrano, che è stato Federico II. Il codice vaticano Palatino Latino 1071 contiene la copia più antica ed autorevole del trattato sulla caccia al volo, che Federico scrisse forse dopo il rientro dalla crociata e realizzato su commissione del figlio Manfredi, che ne aggiunse diverse integrazioni. Nel manoscritto possiamo ammirare un eccezionale corredo decorativo sui margini delle colonne del testo, con centinaia  di miniature, raffiguranti principalmente uccelli. Un trattato così accurato era sicuramente frutto di anni di osservazioni dal vero nella natura, dal confronto con esperti cacciatori e consultazione di altri testi già conosciuti, entrambi presenti sia tra gli arabi che tra i normanni, parte rilevante dei suoi riferimenti culturali nei territori del suo Regno di Sicilia. Vi troviamo una dettagliata classificazione ornitologica e quindi tante specie di uccelli acquatici, terrestri e le loro peculiarità morfologiche e di comportamento. Poi si tratta dell’allevamento dei rapaci e del loro addestramento. E ancora luoghi e tecniche di caccia, gli animali più adatti a cacciare dall’alto, in picchiata  in grandi spazi o quelli più in basso e addirittura nella boscaglia. I tipi di terreni, così come il clima ed i venti favorevoli. Intere parti dedicate alle varie specie di rapaci utilizzati, come girfalchi, sacri, astori, pellegrini e ancora cavalli, cani e un’autentica raccolta di vari accessori ed abiti dell’epoca. Guanti, polsiere in cuoio, borse, campanelli e sonagli legati ai tarsi dei falchi, cappucci, alcuni dei quali usati ancora oggi. Federico, circa 800 anni fa, descrive la perfezione estetica del volo di questi splendidi animali, in un vero e proprio testo di etologia ante litteram…e noi li guardiamo con ammirazione quando abbiamo la fortuna di avvistarli volteggiare sopra di noi.

Marco Matticari

Nel regno di Plutone

NEL REGNO DI PLUTONE

Il Carnevale nel Medioevo

Cosa si nasconde dietro questo rito antichissimo?

Carnevale, tempo di maschere. Ma cosa si nasconde dietro questo rito antichissimo? Se è evidente che la maschera permette di assumere una personalità diversa, è anche vero che seppur inconsciamente, evoca un aspetto molto più profondo, legato al dualismo morte-Plutone.

Plutone, dio degli inferi, amava le maschere, il mistero e le illusioni della notte, così come amava la morte, ultima illusione dell’esistenza. L’atto di mascherarsi non è solo una semplice trasformazione esteriore, ma anche un’operazione misterica che affonda le sue radici nelle antiche cerimonie sacre riservate agli iniziati, a coloro che avevano la capacità e il permesso di scendere nel regno di Plutone, accedendo così al mistero della vita e della morte. Trasformando l’apparenza di chi la indossava, la maschera aveva la funzione mistica di far uscire l’uomo dal sé stesso esteriore per farlo entrare nel profondo di sé stesso.

Dai Saturnali romani alle molte feste medievali di tipo carnevalesco

Per l’uomo medievale, la festa era il luogo nel quale si saldavano e in qualche modo si pacificavano le due opposte concezioni del tempo: quella lineare della vita umana, che ha un inizio e una fine, e quella ciclica della natura che non nasce e non muore mai, perché rinasce sempre uguale a sé stessa. Questo doppio momento di tempo poteva essere annullato solo nella festa, tornando al caos primordiale nel quale le divisioni sociali non esistevano ancora. Ed è proprio questo il senso delle inversioni di ruolo che si producevano in alcune feste: dai Saturnali romani alle molte feste medievali di tipo carnevalesco (anche se nacquero prima del Carnevale strettamente inteso). Erano le feste dei folli, nelle quali una sola volta durante l’anno, le gerarchie sociali venivano completamente rovesciate: si eleggevano re e regine della festa, vescovi bambini o folli. Tutto questo lo raccontano le fonti ecclesiastiche, attraversi i tanti divieti che comparvero sin dall’inizio del Medioevo, nei quali si condannavano questi riti: “travestimenti di uomini in animali o in donne, balli, canti, sfrenatezze sessuali e alimentari e che si consumano anche nelle chiese” (Sermo Pseudo-August., Cesario di Arles). Va detto infatti che a queste feste non partecipava solo il popolo, ma anche una parte del clero perché, soprattutto nei primi tempi, la loro organizzazione nasceva proprio all’interno della Schola. Quanto al dispregio delle “sfrenatezze alimentari”, non a caso anche gli Statuti narnesi del 1371 vietarono di offrire merende o qualsiasi tipo di cibo cotto o crudo da 15 giorni prima della fine del carnevale (Statuti, Libro III, Capitolo LXXXVIII).

I divieti ecclesiastici

I divieti ecclesiastici, persistenti e reiterati quasi sempre con le stesse argomentazioni, testimoniano da un lato l’impotenza della Chiesa di fronte alle tradizioni radicate, ma anche una sorta di accettazione delle stesse: i riti infatti erano circoscritti ad un periodo di tempo determinato e in un certo senso agivano da “tranquillante sociale”. Una sola volta l’anno, anche le classi subalterne potevano sperimentare modalità di vita completamente diverse dalla dura realtà di tutti i giorni. I Mondi alla rovescia e i Paesi di cuccagna dell’immaginario medievale, contrapponevano la realtà terrena a quella infinita ed eterna del mondo ultraterreno, uno dei temi centrali del cattolicesimo.

Molte di queste feste erano prima di tutto cerimonie propiziatorie per la fecondità della terra e ancora oggi conservano una sacralità pagana che neppure la loro cristianizzazione è mai riuscita a cancellare. Anche nei riti carnevaleschi, così come in tutti i riti propiziatori, c’era una sospensione tra il mondo terreno e l’aldilà nel quale i vivi e i morti potevano finalmente incontrarsi e comunicare. Gli uomini volevano salvaguardare i semi che avevano piantato sottoterra e per farlo dovevano ingraziarsi le forze che comandavano nel sottosuolo: gli dei degli inferi e i morti. Rovesciando l’ordine quotidiano, coloro che abitavano nell’aldilà, potevano tornare sulla terra e prenderne il potere una volta l’anno. Per questo motivo le brigate degli Arlecchini (già nella seconda metà del 1200, in Francia, Hellerquin/Hellequin era divenuto un diavolo comico) e le schiere dei diavoli potevano percorrere le strade indisturbati. Se nella quotidianità erano raffigurazioni spaventose e veri e propri deterrenti contro il peccato, durante la festa i diavoli finivano per essere esorcizzati: si poteva ridere di loro rappresentandone il lato grottesco.

Il Re Carnevale

Durante i riti carnevaleschi, l’incoronazione di un re del Carnevale era una vera e propria parodia che rappresentava l’essenza della visione di un Mondo alla rovescia, perché ad essere incoronato era generalmente un uomo qualunque, non di rado “lo scemo del villaggio”, un re per burla da contrapporre a quello vero.

Alla base di questa elezione, alla successiva detronizzazione ed uccisione simbolica di re Carnevale (peraltro accompagnata dalla stesura di un testamento e da processioni e pianti), c’era il significato stesso del rito: rovesciare la realtà, seppellire l’anno vecchio per andare verso il rinnovamento. Caratteristico in questo senso era anche l’utilizzo di oggetti indossati alla rovescia, come ad esempio gonne al posto dei mantelli, vasi indossati come copricapi e semplici utensili domestici esibiti come armi. Secondo alcuni studiosi il personaggio simbolico di re Carnevale nacque storicamente nella liturgia cristiana in funzione antitetica alla Quaresima e fu concepito come personificazione del tempo, di una stagione. Il Carnevale era infatti una sorta di festa di Capodanno e in un’esistenza misurata solo dalla vita nei campi, celebrava la morte dell’anno vecchio (la fine dell’inverno) e l’inizio del nuovo: la primavera e la rinascita vegetale. La sua funzione era quella d’instaurare un rituale rapporto con il regno dei morti, come testimonia la tradizione del testamento, con il quale, in forma pubblica, si denunziavano le disgrazie e i mali che si erano consumati nell’anno appena concluso. Ma il clamore delle feste carnevalesche era cosciente dei propri limiti. Si rideva con quel tanto di amaro in bocca dovuto alla coscienza di sapere che di lì a poco sarebbe iniziato il periodo quaresimale.

L’eterno contrasto tra Carnevale e Quaresima

L’eterno contrasto tra Carnevale e Quaresima era ben rappresentato nelle feste medievali: in alcuni casi infatti, alla processione che accompagnava al “rogo” re Carnevale, presenziava una donna che interpretava appunto “madonna Quaresima”, moglie, antagonista ed alter ego femminile di Carnevale. Il suo pianto per la detronizzazione e la condanna a morte del marito, erano puramente simbolici: ogni anno Quaresima, succedendo per motivi temporali al periodo carnevalesco, usciva vincitrice dallo scontro. Con il suo avvento si ripristinava la normalità quotidiana, intrisa di fatica, dolore e ingiustizie sociali, ma anche di una potente religiosità che mal si accordava agli eccessi, al riso e alla festa.

Alcuni riti del carnevale si conservano ancora oggi; per citare due esempi: a Ronciglione si elegge ancora un re Carnevale, al quale vengono simbolicamente consegnate le chiavi della città e ad Ivrea si usa piantare in terra dei pali di legno detti “scarli”, che vengono poi bruciati la sera del martedì grasso a simboleggiare il momento in cui Carnevale cede il posto alla Quaresima.

Narni e la tradizione carnevalesca

Per quanto riguarda Narni, la tradizione carnevalesca è ormai completamente perduta: oggi il Carnevale è un momento di festa e di maschere riservato quasi esclusivamente ai bambini. Non sono certe le ragioni che hanno comportato la scomparsa del Carnevale nella nostra città, ma forse affondano le loro radici in un “Manuale per la diocesi e il clero narnese” conservato nel Palazzo Vescovile di Narni, che alcuni anni fa mi segnalò Claudio Magnosi, al quale vanno come sempre i miei ringraziamenti. Nel testo “Constitutiones et decreta diocesanae synodi ab illustrissimo et reverendissimo domino comite Raymundo Castello Dei. & Apostolicae sedis gratia episcopo Narniensi”, il vescovo Raimondo Castelli, sulla scia dei suoi predecessori, nel 1665 proibì di fatto i giochi popolari e i divertimenti (lotte, corse di cavalli, carnevale, teatro e balli), riconducendo la “festa” alla sola sfera religiosa. L’ordinanza fu accettata a Narni e in tutta la diocesi, con la sola eccezione di Otricoli che si ribellò rivolgendosi alla Camera apostolica.

Mariella Agri

BIBLIOGRAFIA

Allegri L., Teatro e spettacolo nel Medioevo, Laterza, 2011

Bachtin M., L’opera di Rabelais e la cultura popolare. Riso, carnevale e festa nella tradizione medievale e rinascimentale, Einaudi, 2001

Bartolucci R., Statuta illustrissimae Civitatis Narniae, Morphema, 2016

Toschi P., Le origini del teatro italiano, Boringhieri, 1976

Narni Rubata

Nel Patrimonio di San Pietro

Negli anni Quaranta del Trecento, mentre la sede pontificia era ad Avignone, Narni non era molto allineata al Patrimonio di san Pietro, che era il governo tra Viterbese e Umbria dal quale dipendeva. E che richiedeva una sottomissione regolamentata da statuti, testimoniati dall’affresco laico in Cattedrale, dei quali nel 1347 era garante il vescovo Agostino Tinacci.

Ma la città, pur aderendo formalmente a quei dettati, di fatto si considerava libera, e si comportava come tale. Perché era capace di autonomia e sapeva coltivare alleanze, favorita da una via di notevole transito e da avviati commerci, come quelli dell’uva passa e della lana, che coinvolgevano mercanti e banchieri di Firenze, Prato, Signa e di altre località della Toscana.

 

Nella ‘libera’ Narni

E proprio Firenze divenne riferimento per la ‘libera’ Narni, che accolse ambasciatori a iniziare da ser Bartolo Benni da Signa che arrivò nell’agosto 1346, a proseguire fino al 1381 con Nicolò di Pietro Pucci, Lapo Pieri, Giovanni Gucci, di nobili famiglie, ed altri ancora, quasi a delineare una Delegazione stabile.

Mentre si registrava l’invio a Firenze di alcuni cittadini narnesi che potevano giovare  alla Repubblica. E tra loro Berardo Massei, che fu podestà nel 1345, e Francesco di Bartolomeo che era giudice nello stesso anno. Ed ancora nel 1369 Paolo Andrielli di Alvenino, e Antonio di Andrea di Marinata, che operava nel 1383.

Era un rapporto pari, e i visitatori fiorentini, garantirono vicinanza anche nel 1357, tempo in cui il vescovo Agostino Tinacci a nome del cardinale Albornoz -che allora firmava le Costituzioni egidiane- cercava di ridimensionare la stessa Firenze, dove per altro benedisse alcune fondamenta della Cattedrale meritandosi una statua sulla facciata. E quei contatti  proseguirono oltre un decennio dopo la stesura degli Statuti del 1371 e dell’arrivo del governatore pontificio, consentendo a Narni di praticare una amministrazione in qualche modo autonoma.

 

Quando Narni fu rubata

Tuttavia negli anni Settanta era mutato lo scenario politico, ed era cambiato il profilo della città, sul cui monte dove prima era il monastero di santa Maria Maddalena era sorta una fortezza, voluta dal cardinale Albornoz a controllo del territorio.                                                                                    Ma la ‘libera’ Narni si ribellò al nuovo sistema, restando unita a Firenze, per cui nel 1375 ‘riceve dai fiorentini un vessillo rosso ove leggesi in argento la magica parola Libertas’ (Ceroni). E nel contesto si inseriva anche il vescovo Luca Bertini, che dal Patrimonio fu inviato come ambasciatore a Firenze e lì imprigionato nel 1376.

Intanto in città tornavano i diplomatici, come Jacopo di Villano da Piombino, venuto a tacitare il dissenso per conto del legato pontificio per l’Umbria. Mentre tra le mura si generava una guerra tra chi era a favore o contro la Chiesa, con interventi di forze esterne. E non meraviglia che Piero Minerbetti nella Cronaca dal 1385 abbia titolato quel confuso periodo di libertà tradita ‘Come la Città di Narni fu rubata dagli amici e da’ nimici’.

 

Tutto diventa Storia

Nel 1381 compariva Jacopo di Tommaso, ultimo ambasciatore di Firenze a noi noto, nel tempo in cui Roma era già dominante. E lo confermano gli Statuti che sancivano il riconoscimento del nuovo governo e indicavano lo stato di sudditanza, e dai quali è comunque iniziato il racconto della Corsa all’Anello, che vi ha saputo cogliere norme fatti e figure, trasformando una intimazione in risorsa.

Per cui dall’indipendenza acquisita mentre il papa era ad Avignone, alla autonomia ‘rubata’, tutto diventa storia, e restano tra le pagine il fantasma di una libertà perduta, e la vicenda delle ‘illustri ambascerie’ fiorentine, che furono occasioni di confronto e lasciarono lunga memoria. Come dimostrava Piero de’ Medici che, in esilio dalla sua Firenze, nel 1495 trovò riparo a Narni.

Claudio Magnosi

 

 

  1. M. Soldini, Delle eccellenze e grandezze della della Nazione fiorentina, 1780. V. Registro ‘Casate e Nomi, le quali sostennero per la Repubblica, e pe’ Dieci di Balia illustri ambascerie dall’Anno 1340 all’Anno 1400’. -P. Tronci, Memorie storiche della città di Pisa, 1682 -AA.vv, Monumenti storici, 1903 -G. Degli Azzi Vitelleschi, Le relazioni tra la Repubblica di Firenze e l’Umbria nei secoli XIII e XIV, 1904 -G. Ceroni, Spicilegio storico, 1921

Giostre Medievali e Rievocazioni Storiche d’Italia

Giostre Medievali e Rievocazioni Storiche d’Italia

Rievocazioni storiche e giostre medievali: caratteristiche della nostra identità

L’Italia è nota per le sue giostre medievali, nella bella stagione che sta volgendo al termine, in molte realtà cittadine, si è tornati a programmare e realizzare quelle rievocazioni storiche che sono tanto apprezzate e caratteristiche dell’identità europea.
 Tra queste sicuramente sono molto suggestive le tante che culminano con giostre cavalleresche o comunque varie forme di esibizione di destrezza da parte di binomi formati da un cavallo ed un abile cavaliere.

L’origine militare delle giostre medievali

È noto come, aldilà dell’immaginario dei tornei in cui gareggiavano i nobili, molte di queste giostre medievali fossero nate in seno a quegli esercizi preparatori all’arte militare che nel medioevo coinvolgevano ed interessavano un certo numero di uomini di altri ceti, che anche in tal modo, testavano la loro capacità nel difendere la propria comunità. 
Vediamone alcune in particolare, nelle quali possiamo rintracciare delle peculiari connessioni con l’arte bellica.
Due forme di giochi in cui mostrare abilità in sella ad un cavallo erano ad esempio la cosiddetta Quintana e le giostre all’anello.
La prima in genere si riferisce ad una gara in cui un cavaliere lanciato al galoppo cerca di colpire con una lancia una sorta di fantoccio, che in alcuni casi, come ad Arezzo, rappresentava un saraceno, mentre nelle corse all’anello, i cavalieri devono centrare, sempre con una lancia appuntita, una serie di anelli sfidandosi sia in precisione che in velocità.
Quintana e corsa all’anello, come si evince dagli antichi statuti conservati negli archivi di molti di quei floridi e liberi comuni del medioevo, spesso erano comunque entrambe presenti in una stessa realtà, una di seguito all’altra, in occasioni festive importanti e solennità religiose, come ad esempio in onore del santo patrono. 

Le giostre medievali più famose d’Italia – differenze e analogie

Tale compresenza è ancora oggi testimoniata in alcune importanti rievocazioni storiche dell’Italia centrale come Foligno, dove si corre all’anello pur avendo il titolo di quintana.
In effetti però, a Foligno, gli anelli da infilare sono appesi sotto il braccio disteso di una statua che rappresenta il dio Marte.
Ad Ascoli Piceno invece, lo scopo è colpire in vari assalti il bersaglio posto sullo scudo tenuto dal braccio di un fantoccio rappresentante un “moro”. Così a Faenza dove si corre il palio del Niballo nel quale i contendenti si sfidano, partendo da direzioni opposte, a chi colpisce prima un bersaglio posizionato sulle braccia tese della consueta rappresentazione di un guerriero nemico. Simile anche la Giostra dell’Orso di Pistoia, in onore di San Jacopo, dove i fantini devono colpire un bersaglio che rappresenta lo stemma della città.
Anche nella Giostra cavalleresca di Sulmona, si affrontano due sfidanti per volta, l’un contro l’altro, ma in una corsa all’anello. O ancora nella Giostra di Valfabbrica, in Umbria, i cavalieri si sfidano in tornate sia di anello che di quintana.
A Narni, la rievocazione prende proprio il nome di Corsa all’Anello, indicandone chiaramente la tipologia di giostra, ed anche in questo caso si rivela particolarmente avvincente proprio perché si affrontano di volta in volta due cavalieri in una gara che è contemporaneamente influenzata sia dalla mira nell’infilzare l’anello con la lancia che dalla velocità che può far la differenza per la vittoria finale. 

Le lance della Corsa all’Anello di Narni

Da notare che la misura delle lance utilizzate nella più che cinquantennale riproposizione in chiave moderna della Corsa all’Anello di Narni, sia di circa tre metri di lunghezza. Questa misura risulta essere molto simile a quelle utilizzate dalla cavalleria del basso medioevo, come si può ricavare da fonti scritte ed iconografiche dell’Italia centro-settentrionale dalla metà del XIII secolo in avanti. Arrivavano infatti a tale lunghezza per competere con le micidiali lance lunghe che si stavano diffondendo tra le fanterie dell’epoca, che proprio per opporsi ai cavalieri, superavano anche i cinque metri.        
Proprio a Narni, gli statuti medievali, ci raccontano che oltre alla corsa all’anello si svolgeva anche un palio, ossia una corsa di velocità su un percorso che dalla periferia portava verso il centro. 

La differenza con i palii

Non meno diffusi infatti erano i palii, vere e proprie gare di velocità a cavallo, in alcuni casi anche asini e bufali, così denominate perché il premio per il cavaliere che vinceva, era un pregiato drappo di stoffa, il palio o pallio appunto. Erano anche eventi molto coinvolgenti per la popolazione e davvero molto comuni, ma comunque in corrispondenza di celebrazioni per il Santo patrono o altri momenti importanti delle rispettive comunità, come le fiere, le varie festività o particolari eventi eccezionali anche di natura politica. Talvolta si correva anche per motivi ludici e per celebrare vittorie in battaglia e in tal caso anche irridere l’avversario, magari correndo intorno alle mura di una città assediata. 
Tra quelli che si disputano oggi, il più famoso è ovviamente il palio di Siena, conquistatosi un ruolo di riferimento del genere, per l’attaccamento ed investimenti in senso lato della sua comunità ed anche per la sua lunghissima continuità storica. Nel circuito dei giochi storici ce ne sono molte di queste corse, tra i quali il palio di Asti, di Ferrara, di Legnano e tanti altri disseminati in varie regioni d’Italia.

Gli statuti regolavano le giostre medievali

Sempre negli statuti narnesi (libro primo, capitoli IV e V) così come in altri comuni, troviamo diversi dettagli di come dovevano svolgersi queste gare, delle autorità istituzionali che sovrintendevano al loro svolgimento ed in particolare sia il vicario che il responsabile della milizia. Vi sono descritti il valore sia dei pali che degli anelli d’argento così come il fatto che dovessero essere esclusi cavalli usati per lavoro e quindi non adatti alle corse e diverse altre norme. 

Terzieri, sestieri, contrade, rioni…tutti contro tutti!

Rilevante anche il fatto che in molte di queste esibizioni i partecipanti erano divisi per appartenenza a distinte parti delle città, denominate di volta in volta terzieri, sestieri, contrade, borghi, brigate, rioni; ciò ci riporta allo scontrarsi tra fazioni che era molto tipico sia dell’organizzazione militare che anche indicativo di uno spiccato spirito corporativo di quei tempi.
Questo suddividersi in schiere lo troviamo sia per queste corse e giostre medievali a cavallo che per altre forme di giochi più o meno legati ad esercizi militari, come le popolari “battagliole” e le più solenni “armeggerie” a cavallo; attività di natura molto diversa sia per le occasioni in cui si svolgevano che per la diversità di ceti sociali che ne prendevano parte, ma entrambe strettamente legate alle realtà urbane. Forme che via via si affievoliranno verso la fine del medioevo, perché spesso troppo cruente e per il cambiamento dell’arte bellica avviato con le compagnie di ventura.     
Ora molte di queste giostre medievali giunte in vario modo quindi ai nostri giorni, magari in forma di commemorazione o di rievocazione storica, diventano occasione in cui riconoscere l’identità di un territorio, fare aggregazione e divertimento, producendo contemporaneamente cultura e turismo e di conseguenza economia e valorizzazione in senso lato. 

 

Marco Matticari 

Leggi anche: 
Gli statuti medievali narnesi
De Palio currendo in Festo Beati Juvenalis
Cavalli nelle Giostre Medievali

I RACCONTI DELLE PERGAMENE – Approfondimenti di storia medievale     

GIOSTRE, QUINTANE, PALII E RIEVOCAZIONI STORICHE NEL ‘900 – di Roberto Parnetti


Bibliografia:
Statuta Illustrissimae Civitatis Narniae 
Duccio Balestracci , La Festa in armi
Aldo A. Settia, I mezzi della guerra 
Bruno Marone, Esercizi ed abilità militari in La Corsa all’Anello di Narni 

 

I lussi proibiti alle donne nel Medioevo

I lussi proibiti alle donne nel Medioevo – Sul corpo delle donne

La moda, l’effimero che viene “proibito”

La moda, l’effimero, sono fenomeni niente affatto moderni: l’urgenza per le donne di abbigliarsi per apparire nasce nel Medioevo e in maniera così prepotente, che si ritenne opportuno disciplinare questa tendenza con apposite norme.

Se consideriamo che molte donne sono ancora oggi obbligate ad indossare determinati abiti ed accessori, non possiamo stupirci del fatto che a partire dal XIII secolo e fino alla Rivoluzione francese, furono emanate le cosiddette “Leggi suntuarie”, un insieme di provvedimenti volti a limitare il lusso nell’abbigliamento, nelle concessioni dotali e in alcune occasioni sociali come feste, banchetti e funerali.
L’insieme delle norme è estremamente corposo e può essere approfondito nell’importante lavoro
della professoressa Muzzarelli citato nella bibliografia di riferimento. In questa sede, ci limiteremo ad esporre alcune normative narnesi relative ad abiti, doti e funerali.

Va subito detto che gli scopi dei legislatori erano tutt’altro che univoci: i divieti erano rivolti ad entrambe i sessi, ma in realtà nel Medioevo le limitazioni erano imposte in maniera quasi esclusiva alle donne.

Il lusso vietato, ma non per tutti

Il lusso era sì vietato, ma in base alle diverse categorie sociali, anche e soprattutto allo scopo di rendere immediatamente riconoscibile il ceto di appartenenza. La normativa poteva essere facilmente aggirata: chi denunziava spontaneamente il possesso di abiti contra legem, pagando un’apposita tassa poteva farli registrare e bollare, acquisendo di fatto il diritto di continuare ad indossarli. Tenuto conto che le sanzioni per chi esibiva un abito “vietato” e non denunziato, consistevano in pene pecuniarie elevate (inasprite dalla confisca dell’oggetto del reato e in alcuni casi persino dalla scomunica papale), appare evidente che le leggi suntuarie non colpivano equamente tutti i ceti sociali: i ricchi, semplicemente pagando (la bollatura o la sanzione), potevano abbigliarsi a loro piacimento in barba a qualsiasi divieto.

Un altro aspetto paradossale di queste leggi stava nel fatto che le multe si applicavano anche a coloro che avevano realizzato un abito o un accessorio vietato, sicché sarti, ricamatori e calzolai erano spesso costretti a sborsare somme che superavano di gran lunga il prezzo percepito per il loro lavoro (ferma restando, in molti casi, anche l’applicazione di pene corporali).
Il ricavato delle ammende serviva a rimpinguare le casse cittadine, ma anche le tasche dei denunzianti (una regola che si riscontra in moltissime norme degli Statuti di Narni).

Nel Medioevo c’era chi misurava la lunghezza degli strascichi delle donne

Con l’avvento delle leggi suntuarie, al fianco dei comuni cittadini che si peritavano di denunciare i lussi altrui (per moralità o semplice tornaconto personale), le città si animarono di ufficiali armati di metro, che andavano in cerca di strascichi e maniche fuori misura, “pianelle” e sopralzi eccessivi (tali da poter raggiungere anche un metro e mezzo di altezza), accessori e gioielli proibiti o che eccedevano il limite consentito, stoffe e pellicce vietate e persino colori fuori legge o destinati solo a determinate categorie.

Il campo d’azione di ufficiali e delatori era infinito, ma spesso si concentrava davanti alle chiese: le messe, soprattutto quelle domenicali e nelle festività più importanti, erano un’occasione per sfoggiare abiti sontuosi ed esibire il proprio status sociale. Quest’usanza è sopravvissuta a lungo nelle nostre zone: almeno sino agli anni ’70, soprattutto a Natale e a Pasqua, molte donne si recavano in chiesa con abiti e calzature nuove (a Narni si diceva che s’erano “ripulite” a festa) e le signore abbienti facevano largo sfoggio di pellicce. La pratica sembra essere caduta ormai in disuso, ma è ancora viva nei matrimoni, nelle feste e persino in alcuni funerali.

All’asprezza delle leggi suntuarie, si sommava l’opera di moralizzazione dei tanti predicatori che nel Medioevo si spostavano di città in città scagliandosi contro i cattivi costumi (delle donne, ben inteso).
Ciò che si stigmatizzava nelle prediche non era soltanto il danno economico prodotto da abiti e gioielli lussuosi, ma anche la contraffazione messa in atto dalla perfidia insita nelle donne: applicare imbottiture che facevano apparire in carne quelle troppo magre e indossare calzature vertiginose che rendevano alte quelle basse, significava alterare l’opera di Dio ed ingannare gli uomini circa le proprie reali fattezze.

Cosa dicono gli Statuti Narnesi

Alla vasta storiografia di molte città italiane, capace di illustrare nel dettaglio i divieti, le regole, l’entità delle pene e persino i nomi di molti contravventori, fa da contrappunto la scarsità di notizie riguardo Narni. Poche le norme degli Statuti del 1371 in proposito ed assolutamente assenti in materia di abbigliamento, tanto che per approfondire i divieti relativi agli indumenti e agli accessori è necessario consultare le Riformanze (le cui copie, purtroppo, sono disponibili solo a partire dal XVI secolo).

Al Capitolo XI del Libro Primo, si stabilisce che “nessun erede possa avere per il funerale al lutto di qualche defunto, più di due torce di cera fino a dieci libbre di peso, se sarà stato cavaliere, giudice o canonico: negli altri casi fino a un massimo di cinque libbre per ciascun cero, alla pena di 10 libbre cortonesi per ciascun trasgressore. E il Vicario della città sia tenuto ad inviare uno dei notai con i loro dipendenti e un baiulo, a qualsiasi funerale, per indagare e investigare sulle predette disposizioni, alla pena di 10 libbre cortonesi del suo salario. E nessuno o nessuna possa vestirsi di nero tranne la moglie e due servitori al massimo, alla detta pena”.

Questa norma introduce subito un importante distinguo: il peso delle torce di cera variava in base allo status del defunto: cinque libbre per i comuni mortali, il doppio per cavalieri, giudici e canonici.
I cavalieri appartenevano ad una categoria privilegiata, oggetto di limitazioni/concessioni in molte leggi suntuarie. A Siena, alcune norme dello “Statuto del Donnaio” (nome indubbiamente evocativo), dettavano precise regole riguardanti le cerimonie d’investitura, al fine di limitare lo sfarzo e lo scambio di doni importanti. Per contro, ai cavalieri era però concesso d’indossare farsetti e giubbe di mussolina o di altro tessuto di seta ed era a loro che, una volta defunti, si tributavano onoranze funebri dispendiose e spesso talmente solenni da meritare cronache dettagliate, come ad esempio quella che fu composta per il funerale di Giovanni da Pietramala: il suo corpo fu adagiato in una bara coperta di drappo vermiglio, i chierici della Cattedrale recavano cento doppieri accesi. Il corteo era aperto da “due beccamorti a cavallo”, ciascuno dei quali era seguito da sei famigli vestiti di scuro. Erano presenti quindici cavalli bardati ed altri erano coperti da insegne del comune; seguiva lo stendardo da campo del defunto, mentre il cavallo di Giovanni sfilava precedendo la bara del suo padrone, montato da un soldato che indossava l’armatura, le insegne del condottiero e impugnava il suo bastone di comando. In altre città italiane, subito dopo i cavalieri, venivano contemplati i medici piuttosto che i giudici.
Abbastanza rara è invece l’aggiunta dei canonici contemplata nei nostri Statuti, ma bisogna ricordare che Narni era pur sempre territorio del Patrimonio di San Pietro.
Una costante delle leggi suntuarie è invece la limitazione all’uso dell’abito nero: dopo la peste nera del 1348 ed il conseguente, perpetuo lutto, fu proibito a qualsiasi categoria sociale di vestire a lutto, con la sola eccezione delle vedove.

La seconda norma degli Statuti cittadini è contenuta nel Libro III (Super Maleficijs et Criminalibus causis). Al Capitolo LXVII si legge: “Stabiliamo che, per ciascuna donna da maritare o da dotare non possano essere promessi o dati, come beni mobili dotali, se non questi beni mobili dotale scritti sotto, vale a dire: panni di lana da donna, due letti di panni, un soppedaneo di legno, alla pena di 25 libbre cortonesi, da applicare alla Camera, per chi dà, promette o ottiene o riceve la promessa. E la tale promessa, da qui in poi, non abbia valore né vigore per legge; e per essa non si possa agire o difendere nei tribunali della città di Narni, e nessun notaio faccia scrivere né scriva oltre la detta forma, alla pena di 10 libbre cortonesi, da applicarsi alla Camera. E chiunque possa denunciare e
accusare i trasgressori delle cose predette”.

Un esempio pratico di una dote del XIV secolo, del tutto in linea con le limitazioni fissate dai nostri Statuti, ci viene fornito da un atto notarile stipulato a Narni l’11 marzo 1375 dal notaio Macthiutius Salvatelli. L’atto/quietanza ci informa che “Petrucolus Iohannis Lucarelli rilascia quietanza a Tomas Cecchi Petrignani per la corresponsione della dote di sua sorella Sabecta, promessa a lui in sposa con atto immediatamente precedente. La dote in questione consiste in 600 lire di denari cortonesi, due letti ben forniti di biancheria, una tunica, un mantello ed un tappeto”.

In teoria si potrebbe pensare che le restrizioni riguardo ai beni mobili dotali fossero identiche per ogni ceto sociale, ma nella pratica è evidente che “i panni di lana da donna” non meglio specificati, potevano variare di qualità e numero in base alle disponibilità economiche della famiglia, così come i “due letti di panni”. Anche il valore del “soppedaneo” (cassone per i capi di vestiario che normalmente veniva collocato ai piedi del letto) poteva essere ben diverso a seconda del tipo di legno utilizzato e dei decori.

La dote di Giacoma di messer Antonio Bocarini Brunori di Leonessa, sposa del Gattamelata.

Si pensi ad esempio alla dote di Giacoma di messer Antonio Bocarini Brunori di Leonessa, andata in sposa nel 1410 al Gattamelata. La sua dote era piuttosto esigua: 500 ducati d’oro, ma il suo corredo di nozze era magnifico e contenuto in splendide casse di legno, lavorate con intagli a rilievo, dipinte con arabeschi di fiori e frutti, decorate con storie sacre e profane (soprattutto sponsali antichi), massime morali, versetti della Bibbia, dei Salmi e il Pater noster in latino volgare. Quindi, ancora una volta, semplicemente tacendo i dettagli, la normativa non poneva limiti alle categorie più ricche.

Venendo alle Riformanze, al volume 4, in data 21 gennaio 1537, si legge: “In considerazione della Rovina et danni ch’avemo patiti, riformiamo il vestire delle donne. Statuimo et ordinamo che nessuna donna di qualunque stato, qualità e condizione, se sia tanto narnese che forestiera, essendo maritata e abitando in Narni, possa né debba portare alcuna sorte di veste di broccato, velluto, seta, damasco e altra sorte di drappi, eccetto Ciambellotto del quale ne possono avere una vesta e non di più. (Il Ciambellotto o Camellotto era un tessuto di lana pesante in armatura di tela, fatto con peli di cammello, solitamente usato per abiti invernali). Si prescrive che possano portare tre braccia di drappo di broccato e broccadello in fuora le maniche. Statuimo et ordinamo che le dicte donne come sopra, non possano né debbano portare alcuna sorta d’oro, d’argento, perle né gioielli, né catene, né collane in capo né al collo né al petto né in alcun altro loco, né portare scuffie, corone, centure d’oro ed argento né di perle. Item statuimo et ordinamo che le dicte donne non possano né debbano portare più di tre anelli d’oro o d’argento con quelle pietre che gli piacerà. Nessuna donna che abbia una dote di 100 ducati o di 200 ducati, possa né debba portare sbernia o drappo di nessuna sorte, né vesti di rosato né di pavonazzo, eccetto possa portare maniche di rosato ovvero di pavonazzo. Donna con 300 ducati di dote: non possa e non debba portare vesti di Cabilotto (forse anche qui si intendeva Ciambellotto). Nessuna donna, di qualunque condizione e qualità non possa né debba portare vesti d’alcuna sorte con intagli, ovvero ricami per alcun modo. E se qualcuno non osservasse i presenti Capitoli, acciocché il timor della pena abbia ad osservar, statuimo et ordinamo che qualunque persona contravverà alli sopradetti Capitoli & Riformanze, caschi ipso facto et ipso iure nella pena di Cinquanta ducati e perda tutto quello che indossa contro la forma dei presenti Capitoli. Item statuimo et ordinamo che qualunque persona contravvenga ai sopradetti Capitoli caschi ipso facto nella scomunica papale e non si possa assolvere se non dal Papa, eccetto in articulo mortis. Item statuimo et ordinamo che qualunque sarto, ovvero ricamatore tagliasse ovvero cucisse o ricamasse o intagliasse alcuna sorte di vesti contro la forma dei presenti Capitoli, caschi ipso facto nella pena di venticinque scudi”.

Al primo capitolo si riforma anche la misura delle doti da dare nella città di Narni e nel suo distretto, che debbono limitarsi a 100, 200, 300 o al massimo 400 ducati. A questo proposito “si statuisce e si ordina che nessun padre, né madre, né fratelli, né zii, né alcuna altra persona, possa né debba promettere o dare alcuna cosa tanto in denari, quanto in beni stabili o ancora in mobili, né in nessun altro modo, al di sopra dei limiti anzidetti, quindi non oltre i 400 ducati, in modo che la donna non abbia alcuna cosa che valga oltre la cifra stabilita, eccetto che derivasse da eredità ovvero legati”.

La formula di queste disposizioni è ufficiale: “convocati Magistri D. Prioris ecc, in nome di Dio,
Amen”. Segue la data della stipula e l’elenco nominativo di tutti i convenuti.
Appare chiaro che in quella sede si riformarono norme precedenti che purtroppo sono andate perdute, perché, in particolar modo nella parte riguardante gli abiti e gli accessori vietati, non si fece certo riferimento agli Statuti del 1371, che come abbiamo visto non ne parlano affatto.

Quanto alla dote, furono fissati limiti precisi anche riguardo al valore dei beni dotali mobili, pertanto è difficile capire se anche in questo caso, si riformarono norme precedenti oppure se si trattò di un semplice ampliamento della norma statutaria in materia.
Fatto sta che nel 1537, oltre alla multa e alla perdita dell’abito, a Narni si comminava anche la scomunica papale ed è facile intuire che questa “sanzione” aggiuntiva fosse già presente anche nelle precedenti Riformanze. Allo stesso modo nella nostra città, gli artigiani che avevano realizzato l’abito incriminato, erano tenuti al pagamento di una multa, pari alla metà di quanto dovuto dai reali contravventori.

Il controllo del patrimonio delle donne nel Medioevo

Quanto alle limitazioni in materia di dote, vale forse la pena specificare che il reale intento dei legislatori non era certo arginare il fenomeno del lusso, quanto controllare in maniera efficace i diritti patrimoniali delle donne nel Medioevo.
Alla morte del marito infatti, la dote tornava alla vedova in piena e libera proprietà, ecco dunque che bisognava limitarla, per evitare che le donne possedessero un patrimonio personale importante.
Resta il fatto che la parte più incisiva delle Riformanze narnesi è tutta nel prologo: “in considerazione della Rovina et danni ch’avemo patiti, riformiamo il vestire delle donne”. Segno evidente che i legislatori erano pericolosi misogini terrorizzati dal gentil sesso e da un malinteso cristianesimo. Dispiace dirlo, ma è indubbio che alcuni di loro siano ancora tra noi.

Mariella Agri

Leggi altri: Racconti delle Pergamene – approfondimenti di storia medievale
Consulta gli Statuti di Narni online


Bibliografia di riferimento:

  • Duccio Balestracci, Le armi, i cavalieri, loro: Giovanni Acuto e i condottieri nell’Italia del
    Trecento. Editori Laterza, 2009
  • Raffaello Bartolucci (traduzione a cura di), Statuta Illustrissimae Civitatis Narniae, Terni, 2016
    E. David, C. Perissinotto, C. Carmi, V. Coronelli (a cura di) – Le pergamene dell’archivio del
    Capitolo della cattedrale di Narni (1047-1941). Regesti, Selci-Lama (PG), 2017
  • Maria Giuseppina Muzzarelli, Le regole del lusso. Apparenza e vita quotidiana dal Medioevo
    all’età moderna. Bologna, Il Mulino, 2020

Le formule magiche nel Medioevo e le donne curiose

Le formule magiche nel Medioevo e le donne curiose

La voce, uno strumento potente

Le donne curiose hanno anche voce ed è questo lo strumento più potente a loro disposizione, anche più delle mani: con queste infatti si possono tagliare e cogliere le erbe medicamentose solo dopo che con la voce si è pronunciato il cantus necessario per in – cantare dove “in” è una particella che esprime “volontà” e “intensità” e “cantare”, derivante da “canere”, cantare, indica l’esprimere un’intenzione, un vaticinio, una magia.
“Formule magiche”, sussurri, litanie, invocazioni accompagnano movimenti e gesti antichi e per ‘funzionare’ devono ripetersi inalterati di nonna in madre in figlia, tutte anelli di una eterna catena.
La voce quindi è il medium attraverso il quale il potere dell’asserzione travalica le frontiere del mondo fantastico per invadere quello sensibile, modificando la realtà.

Nel Medioevo, è credenza comune che con le giuste formule magiche le erbe attivano il loro potenziale curativo e possono intervenire nei processi di guarigione delle malattie attraverso filtri, unguenti, sciroppi..
Il potere dunque è nella parola, il mezzo magico più antico di tutti perché connesso con la credenza che nel verbo risieda un potere misterioso e tremendo capace, per bocca dell’incantatrice, di modificare e plasmare la natura inesorabile delle cose.

Nel Medioevo la legge punisce chi utilizza “formule magiche” o ingiurie

Le parole hanno una forza che deve essere rispettata e temuta, per questo non vanno usate a sproposito. Non meravigli che leggi e norme sanzionavano il loro uso improprio come anche il cap. XXIV del III libro degli Statuti dell’illustrissima città di Narni ricordano:

Nel Medioevo Narnese, chi pronuncia “formule magiche” o parole ingiuriose contro qualcuno doveva pagare una sanzione
“Inoltre stabiliamo che chiunque abbia proferito parole ingiuriose o una parola ingiuriosa a qualcuno, se abbia detto a qualcuno traditore, omicida, ladro, falso, cornuto o parole equivalenti, incorra nella pena di 10 libbre cortonesi per ogni volta, per altre parole ingiuriose sia pena, per ogni volta 40 soldi cortonesi, e per parole
ingiuriose non si applichi la norma della duplicazione delle pene, se le predette parole ingiuriose non siano state rivolte a un cavaliere giudice oppure ad un medico.”

‘ciò che è stato detto’

Lo statuto non cerca solo di favorire la buona educazione quanto cercare di evitare ciò che potrebbe essere nefasto: è nella natura umana creare corrispondenze tra parole e azioni, tra miti e riti.
Fatum significa ‘destino’ e deriva dal verbo latino fari ( dire, parlare), letteralmente si traduce con ‘ciò che è stato detto’, dunque decretato/stabilito. Fas è la cosa lecita perché è stata sancita da una norma già detta.

Attenti a quel che dite…potrebbe succedere davvero!

Eleonora Mancini

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Narni 1311, l’Offerta dei Ceri

Narni 1311, l’Offerta dei Ceri 

1879, Memoria della Vigilia

La sera del 2 maggio, Vigilia della Festa di san Giovenale, ‘nell’ora della completa gl’illustrissimi Priori seguiti dal Medico, dal Direttore delle scuole e dai Castaldi in costume movendo dal Palazzo Municipale si recavano in Cattedrale, ed adorata la tomba del Santo, presentavano un’offerta di Ceri e due Palli di seta’. Così annotava nel 1879 Giacinto Nicolai in “Vita e miracoli di s. Giovenale africano”, certificando un antichissimo rito narnese, per la cui origine è necessario entrare nei primi decenni del XIII secolo.

1283, Tra Umbria e Sabina

In quel tempo la consegna di un cero per il Patrono da parte dei castelli soggetti era una prassi comune, e per Narni alcuni autori indicano l’anno 1227 come data iniziale, partendo da una Lettera di papa Gregorio IX indirizzata al Capitolo della Cattedrale. Un documento che in realtà conferma i beni già elencati nel 1139 e nel 1224, e che tuttavia non tratta della consegna dei ceri, pratica comunque attestata nel territorio, e ne è esempio Amelia che nel 1208 ne recava uno a Todi per la festa di san Fortunato (G. Ceci “Todi nel Medioevo”, 1897). 

Di quella usanza si hanno pure riscontri con la Sabina nel 1283, anno in cui Configni e Tarano si obbligavano a portare ceri per san Giovenale, mentre Monte Calvo, oggi località di Cottanello, nel 1299 si impegnava a versare a Narni un cero di tre libbre in denari lucchesi. Ed erano offerte che rispondevano a protocolli individuali, ma forse era giunto il momento di mettere a sistema quella sorta di imposta, e di uniformare le modalità delle consegne. 

1311, L’Offerta dei Ceri

Di fatto, qualche anno dopo, ed esattamente l’8 agosto 1311, il Capitano del popolo Burdonus de Sinerilglo convocò nella chiesa di sant’Agostino un’Assemblea generale per regolamentare l’Offerta dei ceri per la Festa di san Giovenale. Il Console anziano Giovenale Malatesta fu coordinatore della proposta, approvata con 112 voti e quattro contrari, per cui subito si istituì una commissione formata dallo stesso Capitano, dai Consoli e dal Podestà (Archivio capitolare). 

L’intervento fu trascritto dal cancelliere Petrus Andree Jacobi, certamente lo stesso  ‘Petri Andreae de Narnia olim Notarij’ che compare al capitolo 242 del Libro Primo degli Statuti, trascritti nel 1371 (Statuta, 1716). Disposizioni che raccontano la vita della città, soffermandosi anche sulla normativa dei ceri.

1371, Dagli Statuti

Disciplina di cui si può cogliere il senso ai capitoli 210 (De cereis..) e 220 del Libro Primo, che rivelano le terre sottoposte alla giurisdizione di Narni. Un elenco che si completa nelle figure degli Ufficiali comunali e degli Anteposti di quelle Arti che già il primo aprile erano invitate a fabbricare il cero (Primo, cp. 188), che doveva essere di cera bianca, con stoppino di cotone, senza scarto della lavorazione dell’olio, come si ricava dal capitolo 124 del Libro Terzo, che considera la maniera di trattare la cera: ‘de modo laborandi ceram in Civitate Narnia’.

1599, I Ceri perduti e l’Indulto ritrovato

Il rituale dei ceri, nel quale si inserisce il donativo di pesci di Moggio nel Reatino, documentato nel 1227, si è modellato negli anni omettendo alcune realtà, tra le quali  i monasteri di santa Croce, di santa Margherita e di san Luca, nell’abitato di Narni, 

ed il convento di san Giovanni di Lugnola, nell’area di Configni, che recavano ceri ‘in festo s. Juvenalis’ (Bocciarelli).

Quindi ceri dimenticati, al pari dei ‘Palli di seta’ presentati alla Vigilia e nella Festa, ricordati dal Nicolai, che al 3 maggio elencava anche la grazia per un condannato a morte dal Governatore, un Privilegio conferito dai pontefici, e in ultimo da Clemente VIII nel 1599. E probabilmente quella Concessione era sostenuta dalla Compagnia della Misericordia, insediata nella chiesa di san Giovanni, come sembra suggerire un passo delle Riformanze del 17 aprile 1591. 

Oggi la liberazione di un prigioniero è una parte della liturgia dei ceri, proposta dal vescovo Vincenzo Paglia -in diocesi dal 2000 al 2012-, che ha reinterpretato l’antico Indulto come riscatto ‘di uno dei condannati a morte che giacciono in tante prigioni del mondo’ (Omelia, 3 maggio 2002). 

La sera del 2 maggio l’Offerta dei Ceri rivive ogni anno

La cera, indicata nel peso secondo la consistenza finanziaria dell’offerente, nuova e bianca per stato e qualità, era elemento indispensabile nell’esercizio del culto. Aver trasformato quel tributo nella solennità di un rito è merito dell’Assemblea del 1311, mentre si deve alle pergamene del Capitolo dei canonici e dell’Archivio comunale averne mantenuto la memoria, che poi è un tratto della storia del Territorio, -quindi della città e delle frazioni che lo compongono-, rivissuto nel segno del Santo che lo identifica.
Per cui ieri come oggi la sera del 2 maggio,
‘nell’ora della completa gl’illustrissimi Priori…,’.

 

Claudio Magnosi

 LEGGI ALTRI “Racconti delle Pergamene”

 

  1. Diamanti- C. Mariani, Il Fondo diplomatico dell’Archivio storico comunale di Narni, 1986 -“Le pergamene dell’archivio del Capitolo della cattedrale di Narni (1047-1941) Regesti”, per C. Perissinotto, E. David, C. Carmi, V. Coronelli, e per la Sovrintendenza archivista e bibliografica dell’Umbria e delle Marche, Perugia 2017 -C. S. Bocciarelli “Cathedralis narniensis Ecclesiae”, 1720.

Santa Maria Maggiore a Narni

Santa Maria Maggiore a Narni

Santa Maria Maggiore in mano all’Inquisizione Domenicana

Avete mai sentito parlare della Chiesa di Santa Maria Maggiore a Narni ?

Verso la fine del gennaio del 1304, da poco la gloriosa cattedrale di Narni, Santa Maria Maggiore
( ndr: oggi nota con il nome di Chiesa di San Domenico ), era transitata agli inquisitori domenicani.  Benedetto XI , succeduto a Bonifacio VIII che aveva subito lo sfregio di Anagni, invio’ al vescovo narnese, forse un tizio di nome Pietro, una nota che riassumiamo piuttosto brevemente.

La Nota di Benedetto XI al Vescovo di Narni

In buona sostanza, esauriti i convenevoli di rito, invitava il presule narnese, suo tramite, a destinare i beni che Santa Romana Chiesa aveva sottratto ad alcuni cittadini, rei “de heretica pravitate” al priore ed ai confratelli “ordine predicatorum”, suggerendogli di attivarsi con strumenti propri della sua carica se qualcuno si fosse opposto a quella sua, papale, disposizione.
Di quei pravi eretici cita anche i nomi: Citroncello di Angelo, Leonardo di Janne, Nicola di Toma, Maffeo di Seapine, Guido di Bartolomeo. I quali, tutti avevano case in prossimità della chiesa di Santa Maria Maggiore e gia’ sede dell’Inquisizione di cui i predetti cittadini avevano goduto le carezze.

L’inquisizione a Narni

Manco a dirlo sia il papa che il vescovo erano domenicani tutti tesi a consolidare nella città la loro inquisitoria presenza che prima con l’Inquisizione e poi col Sant’Uffizio, si protrarrà con alterne, testimoniate fortune,  fino alla fine del settecento.

Quel documento, piuttosto sbrigativo, ci passa alcune non secondarie informazioni.

  • La celerità, intanto, con cui i domenicani avevano provveduto ad espletare la loro inquisitoria funzione, fra l’essersi impadroniti della cattedrale di Narni e l’aver imbastito e portato a sentenza, ben cinque processi.
  • Il fatto che quella gloriosa chiesa, Santa Maria Maggiore, il cui splendore è testimoniato dall’epigrafe di facciata e la fatica della costruzione è ricordata in una scritta  interna e in una bellissima onciale sul talamone di base  del monumentale  ingresso, sia passata, senza colpo ferire, all’ordine dei predicatori in un momento in cui il papato era indubbiamente indebolito e il vescovo narnese era sotto inchiesta.

    La spiegazione ?

Forse risiede proprio in quei cinque così celeri e sbrigativi.
Forse la comunità narnese aveva problemi con l’eresia molto più pressanti di quanto siamo attualmente informati.


Santa Maria Maggiore a Narni

Di Croberto68 – Opera propria, Pubblico dominio

Bruno Marone  e Myriam Korman

Scopri tutti gli approfondimenti dei Racconti delle Pergamene

Igiene pubblica e pandemie nel Medioevo

Igiene pubblica e pandemie nel Medioevo

Assonanze fra pandemie del passato e del presente

Da quasi 2 anni ormai, siamo alle prese con una pandemia, causata da una malattia virale probabilmente partita in una remota regione dell’estremo Oriente, agevolata anche dalle precarie condizioni igieniche in cui vengono tenute alcune specie animali e propagatasi poi in tutto il mondo. Tante ci appaiono le assonanze tra il passato e la contemporaneità!

Come si diffondevano le pandemie nel Medioevo?

Una tale descrizione infatti l’avremmo potuta applicare ad eventi già accaduti nella storia dell’umanità, come attestato per esempio, sia nell’Alto che nel Basso Medioevo. La diffusione di queste epidemie era alimentata da vari fattori, quali ovviamente la presenza o meno di certi anticorpi nelle popolazioni, l’alimentazione, il clima, gli spostamenti di particolari categorie di persone come mercanti, pellegrini o uomini d’arme, le condizioni igieniche degli spazi abitativi, lavorativi ed aggregativi in genere.

Lo stesso termine latino virus indicava nel mondo antico una sorta di fluido velenoso e le parole epidemia e pandemia derivano dal greco classico e tramite il sostantivo demos, indicano un contagio esteso a larga parte del popolo. In effetti poi sembra che anche nel medioevo, nelle epidemie più conosciute, ci fosse un rilevante legame tra contagiosità e densità della  popolazione in determinati contesti e periodi.  Dopo l’anno mille, l’aumento demografico e degli scambi commerciali, la crescita delle realtà urbane, le stesse Crociate, portano con sé ovviamente maggiori occasioni di contatti più stretti e scambi tra le persone e di conseguenza maggiore possibilità di accelerare eventuali contagi. Contestualmente si moltiplicano le istituzioni assistenziali per i malati come i lebbrosari e gli ospedali, intitolati ai Santi che simbolicamente proteggevano da specifici malanni. Ne troviamo menzione in diverse fonti, cronache e componimenti del tempo, tra i quali celeberrimo è il Decamerone di Boccaccio, illustre testimonianza dei comportamenti delle popolazioni per salvarsi ed esorcizzare pericolosi contagi.

Il complottismo ai tempi delle pandemie, nel medioevo e non solo

Come spesso accade poi, assistere all’affermazione di un nemico subdolo ed ignoto, può condurre ad additare ed inventare senza prove dei colpevoli, a cercare fantomatici complotti per rassicurarci e dare un volto alle nostre paure; capri espiatori di allora per esempio, furono  spesso gli ebrei, accusati ingiustamente di spargere il contagio.

Il rapporto fra l’igiene pubblico e le pandemie nel medioevo

Ma non mancavano poi, già a quell’epoca, per la necessità di normare le varie attività umane, dei precetti ben chiari da seguire, che pur citando esplicitamente motivazioni di decoro nel limitare sgradevolezze alla vista ed aĺl’olfatto, risultavano utili anche a prevenire il diffondersi di varie pestilenze e pandemie nel medioevo. Ne abbiamo prova grazie anche alle numerose norme di “igiene pubblica” contenute negli Statuti di molte città.  Elenchiamone dunque alcune ricavate proprio dagli Statuti medievali della città di Narni, tramandati fino a noi grazie ad alcune copie successive e suddivisi in 3 libri.

Le norme che qui ci interessano si trovano soprattutto nel primo e nel terzo libro del codice, che semplificando, trattano rispettivamente di materia civile e penale e di conseguenza riportano i divieti e le relative sanzioni.

Ad esempio si stabilisce che nessuno getti sporcizia negli spazi tra le case e nelle pubbliche vie.  Inoltre le vie e le strade, sia della città che dei borghi limitrofi, dovevano essere tenute pulite a cura di coloro che vi abitavano nei pressi. Il giorno destinato a queste attività, era il sabato.

Diversi articoli si occupano delle fontane e dell’acquedotto. Per entrambi, il comune, esercita un particolare controllo, vista la loro importanza per la collettività.  Si trattava quindi di garantire la manutenzione dell’Acquedotto della Formina, realizzato in epoca romana ed in larga parte giunto fino ai nostri giorni, e delle fontane interne alla città ad esso collegate, che dovevano essere pulite almeno una volta al mese in inverno e due volte al mese d’estate. Ciò valeva pure per i fontanili situati in varie contrade del circondario narnese.  Era fatto specifico divieto di lasciare nei pressi delle fontane qualsiasi tipo di immondizia come anche di lavarci i panni o erbe e di immergervi barili o tinozze. Era vietato anche farci il bagno! Capitolo a parte era dedicato al Lacus, una sorta di bacino idrico che si trovava nell’attuale piazza  Garibaldi di Narni, che doveva essere periodicamente svuotato e ripulito a spese del comune e sul quale era severamente vietato gettare qualsiasi tipo di sporcizia. Pure le fogne erano oggetto di regolamentazione negli Statuti cittadini, laddove si ordina che siano adeguatamente coperte.

Attenzione è posta anche al controllo di alcuni particolari prodotti destinati alla vendita. Devono essere controllate le botteghe degli speziali affinché mantengano correttamente la loro preziosa merce e non vendano quella andata a male. A questo proposito erano normati e limitati anche i giorni destinati alla macellazione e vendita delle carni, soprattutto nei mesi più caldi; così come era vietato gettare scarti di animali nelle pubbliche strade e piazze ed era severamente proibito anche portare e vendere carni di animali malati, all’interno della città. I siti dove erano macellate e vendute le carni, dovevano essere tenuti accuratamente puliti ed erano soggetti a frequenti ispezioni delle autorità comunali. Un capitolo stabilisce inoltre che non si debbano tenere i maiali in giro per la città, ad eccezione dei porci di Sant’Antonio, in un numero di sei animali, che dovevano comunque essere trattati in modo compatibile con il decoro pubblico.

La gestione dei contagi

In tema di contagi, al terzo libro degli Statuti narnesi, vi è un capitolo che vieta ai lebbrosi di entrare e circolare in città, punendo anche i guardiani che ne avessero permesso l’ingresso, ad eccezione dei giorni delle principali festività religiose ( Natale, Pasqua, 3 maggio dedicato al patrono Giovenale, nelle feste mariane e in quella di tutti i Santi). Per loro il comune indicava un apposito ospedale e disponeva un contributo economico annuale, togliendogli però eventuali elemosine ricevute entrando illecitamente in città.

Un’ultima riflessione

Come sempre la storia è di grande insegnamento, se sappiamo coglierne le analogie col presente, perché i problemi di oggi potrebbero essere già stati affrontati in qualche forma nel passato e anche creduloni, approfittatori o divulgatori di false novelle, tornano ciclicamente a minare il benessere della comunità.

Marco Matticari


 

Bibliografia

  • Statuta Illustrissimae Civitatis Narniae
  • G. Cosmacini, L’arte lunga, storia della medicina,  Editori laterza 1997
  • M. Bariéty, C. Coury, Tra una peste e l’altra, in “Kos” ,n.33 1987
  • Chiara Frugoni, Paure medievali, epidemie, prodigi, fine del tempo. Il Mulino 2020

Le armi medievali in uso a Narni

Le armi in uso nella Narni Medievale

Quando narni si liberò del dominio Pontificio?

Alcuni fanno risalire la prima organizzazione comunale narnese alla data del 1111 allor quando il pontefice Pasquale II scrive una lettera a Enrico V, da poco incoronato imperatore, lamentandosi dell’inobbedienza delle autorità e del popolo narnese.

Altri posticipano questa data al 1143, anno della donazione al comune di Narni, da parte del Conte Transarico di Miranda, di tutti i suoi possedimenti. Ma poiché nel documento della donazione si legge che altri castelli avevano fatto già atto di obbedienza e sottomissione alla città di Narni, come Perticara, Collescipoli e il Castello dell’Isola, si può dire che “la prima associazione giurata tra gruppi di cittadini”, possa, tranquillamente, essere retrodatata.

Da un’ulteriore documentazione, lo storico locale Bruno Marone, individua la nascita di questo potere : “in un documento del 1082, i boni homines de Civitate Narniae, vengono chiamati come testimoni nella ricomposizione di una lite patrimoniale tra Farfa ed un importante gruppo parentale “.

Dunque in quel periodo Narni divenne più autonoma, elevandosi poi a comune forte e potente ed estendendo il proprio dominio e la sua giurisdizione nelle località e territori vicini; ciò presuppone che Narni disponesse di un consistente apparato militare e burocratico.

Per conoscere quale fosse l’organizzazione militare del Comune Narnese abbiamo due strade, i documenti e la storiografia. Per la prima abbiamo molti spunti proprio negli statuti comunali del 1371, dove troviamo elenchi medievali di armi e normative varie, per la seconda possiamo avvalerci della prassi in uso nei comuni italiani.

Le armi medievali, in uso, vengono elencate su più capitoli degli Statuti

  • Al libro I° cap. XIV, si stabilisce che…” castellani, podestà, sergenti, torrieri siano muniti di “cervelliera, gorghiera, lancia, balestra, coltello de perhide, corsetto” .
  • Nel cap. XCV si obbliga che…” i Priori indaghino che, nella Camera del Comune, siano sempre disponibili, tra altro, 6000 quadrelli “.
  • Nel cap. CCLXIV si vieta di portare armi medievali in città e nei borghi, spada, stocco, quadrelletto, cavallotta, mandaria, roncola, coltello malizioso.
  • Nel libro III° cap. X, fra le pene, chi reca offesa armato di…. lancia, spiedo, clavarena di ferro, mazza di ferro o legno, coltello, stocco, spada, mandaria, falcone o roncola, accetta o zappa.
  • Nel cap. XI dello stesso libro, per chi percuote od uccide, con…coltello, spada, spuntone, stocco, rovaria, spiedo, lancia, mandarese, falcastro.
  • Nel cap. LXXVI, si autorizzano i cittadini, che hanno inimicizie a proteggersi con…. corsetto, corazza, gorghiera, cervelliera.
  • Nel cap. CCXXXV del medesimo libro III° si vieta ancora di portare in città… balestra, arco, pallottoliera.

Come era organizzato un esercito nel Medioevo?

Possiamo, ora, provare a conoscere come era strutturato l’oste comunale.

Gli eserciti comunali, organizzati in base ad unità civiche, sono per lo più costituiti da cittadini, montati o appiedati, reclutati in base alla suddivisione in quartieri e parrocchie.

In ragione della disponibilità di uomini validi e della loro ricchezza, le forze comunali si organizzavano a gruppi di venticinquine, in compagnie e secondo i terzieri, di cui ben conoscevano le insegne, combattendo sotto di esse sin dalla maggiore età.

La cavalleria, componente essenziale ed elemento risolutivo di ogni combattimento, appare come elemento principale dell’esercito comunale narnese. Era formata da cittadini soggetti all’imposta della cavallata e in possesso del ”cingolo militare”.  Gli statuti normano ambedue i casi.

Nel libro I° cap. CXCIV si stabilisce che…“chiunque della citta, o del contado, sia voluto salire e salga al cingolo militare, nella festa di S. Giovenale…abbia e debba avere 100 fiorini d’oro dalla camera narnese.”

Veniva poi stabilito, libro I° cap. LXXXIV che… “il Vicario della città, o qualche ufficiale o i suoi dipendenti, non possano, ne debbano ricevere, per cavalcare, dei cavalli d’accavallata del Comune”; che si presume venissero custoditi ed allevati, in contrada “Stallatorio” visto che questa assume un’importanza tale da essere, per la sua manutenzione, menzionata nel libro I° cap. LXXI.

Complesso è il discorso per quanto riguarda l’allevamento. È difficile infatti indagare come venissero allevati i cavalli necessari agli eserciti comunali e chi si sarebbe preso la responsabilità della loro custodia e mantenimento.  In Lombardia e nel veronese è stata evidenziata la presenza di un buon numero di “ feudi da cavallo” o ” feudi da ronzino”, i cui detentori erano tenuti ad allevare cavalli e a fornirli in caso di bisogno. Stesse difficoltà per conoscere i mercati dove potevano essere acquistati, visto che le attestazioni di mercati specializzati sono più tarde.  A Perugia, ad esempio, il mercato destinato ai cavalli si teneva il giorno di Ognissanti, nel borgo di S. Pietro.  ( Paolo Grillo. I cavalli in tempo di pace )

E sono i cavalli che assumono valore primario visto che si dispongono capitoli statutari che …“se qualche cavallo in qualche ambasciata, masnada, scorreria, battaglia, o scontro del Comune di Narni fosse morto, ferito, magagnato” ( da mangano)… sia fatto risarcimento o restituzione del cavallo con decreto del Consiglio “. libro I° cap CCIV.

Ma, per conoscer quale poteva essere il risarcimento adeguato per un cavallo perduto in guerra, dobbiamo rifarci alla documentazione di comuni più o meno vicini.

“Gli statuti di Viterbo del 1252 fissano per gli indennizzi un tetto di 40 lire, ma quelli bolognesi del 1282 lo alzano a 100 lire. Nei primi decenni del Trecento, quando le valutazioni sono fatte oramai in fiorini, gli indennizzi più bassi vanno da 8 a 16 fiorini per un ronzino, ma sono di 90 o addirittura di 120 fiorini per un destriero di valore”. ( Barbero, il cavallo come risorsa bellica. )

Di questa attenzione si ritrova riscontro anche nel libro III° cap .XLII, dove tra le pene da pagare per chi percuote gli animali, quella contro un cavallo riconosce la condanna maggiore, 25 libre di soldi cortonesi. Che il cavallo sia tra le preoccupazioni maggiori, si evince anche dal cap. LXXVI libro I°, dove per la fabbricazione di selle e finimenti, strumenti essenziali per la monta e addestramento, si stabilisce che……” nella città di Narni ci sia e ci debba essere un idoneo sellaio forestiero, che debba stare e rimanere nella città di continuo, per esercitare quell’arte per un compenso adeguato….”.

Alla cura dei cavalli e nelle cavallate, era posto un “Marescalco”, di cui lo statuto si occupa “ad personam” visto che …….”Menico Guglielmo figlio del mastro Poncio, maniscalco del Comune, è talmente debilitato per vecchiaia…… e Menico suo figlio, è idoneo ed utile, per la detta arte di maniscalco del Comune,….ed anche sostenitore del presente stato ecclesiastico di questa città, che detto Menico sia maniscalco del Comune. Però lo stesso Menico sia tenuto a partecipare personalmente, con i soldati della città, in guerra e nelle scorrerie a cavallo….” .

Detto della cavalleria, il resto della formazione militare comunale era composta da fanteria “ levata” per popolo, d’età compresa fra i 15 e 70 anni,  tra cittadini atti alle armi.
Erano registrati in gruppi, di venticinquine, con un soprintendente, il “Capocento”.

Armi e compiti degli eserciti Medievali

Nel libro I° cap. LXXXIX si stabiliscono, modi di elezione e compiti

In base a questi raggruppamenti l’esercito si organizza in battaglia, ad eccezion fatta dei cavalieri, con gruppi di specialisti in base alle armi medievali in uso: balestrieri, arcieri, pavesari.
Nella prassi bellica si nota come i pavesari, con i loro grandi scudi, siano sempre dislocati accanto ai tiratori, con compiti di copertura, anche dell’intero fronte dello schieramento di battaglia, pronti a sostenere e respingere, armati di armi in asta, la carica dei “feditori “ nemici.

Tra le armi in dotazione, ai corpi specialisti medievali che troviamo tra gli Statuti Narnesi, spicca la balestra che assume un’importanza maggiore tra tutte visto che gli statuti obbligano i Priori a munirle di 6000 quadrelli, sempre disponibili. Ciò fa pensare ad un cospicuo numero di specialisti, visto che Firenze nel 1256 ne assoldava con un numero di 10 verrettoni per balestra.

Tra le altre armi medievali da lancio in uso a Narni, oltre a balestra e arco era la “pallottoliera” sorta di balestra che lancia gli “stromboli” ossia, palle di ferro.

Tra le armi medievali in asta in uso ai pavesari e alla fanteria compaiono armi di derivazione contadina quali  falcione, mandaria, falcastro, rovaria, spiedo e la clavarena o chiaverina più idonea al lancio. Per le armi bianche, sempre in uso alla fanteria, il coltello “malizioso”che provoca ferite profonde e il coltello “ de perhide.

Discorso a parte meritano la spada e lo stocco. La spada, usata prevalentemente per fendenti, si perfezionò nello stocco più efficace nel penetrare tra gli spazi di difese sempre in evoluzione. Quest’ultimo di importazione angioina, presente per la prima volta alla battaglia di Benevento nel 1266,  per l’alto costo di fabbricazione, era utilizzato solo dalla classe magnatizia.

L’esercito “di contado”

Accanto alle truppe propriamente cittadine, che probabilmente fornivano all’esercito la maggior parte degli specialisti, una grossa quota di uomini era data dal contado. La prevalenza di queste truppe particolari, come marraioli, picconatori, palaioli, segatori, si nota, nel suo insieme, per l’uso di zappe, pale ecc. use al guasto del territorio nemico e ad opere di difesa e accampamento.

Sarebbe un errore pensare che il ruolo delle truppe ausiliarie si limitasse soltanto ad un impegno di supporto.
Sappiamo che queste truppe, nel mezzo della mischia, si distinguessero per far cadere il cavaliere recidendo le cinghie della sella o trascinandolo a terra mediante falcioni, roncole o uncini. Come accadde, secondo cronache del tempo, a Guglielmo il Maresciallo a Drincourt, postosi in salvo dopo aver visto morire l’animale, o Filippo Augusto a Bouvines  disarcionato da “ uncines et lanceis gracilibus “ o ancora, quando, un “ vulgus “ armato di forconi mando’ a terra e uccise il maresciallo Riccardo, nel 1234, dove “ il quadrupede , sempre piu’ enervatus“ resistette allo sventramento e al dissanguamento fino a quando gli furono tranciate le zampe a colpi di scure, e solo allora Riccardo non potè più stare in sella e fu’ trafitto previo sollevamento dell’usbergo.

Il furore, poteva indurre ad abbattere i cavalieri perfino afferrandoli con le mani o a pugni, quest’ultimi presumibilmente rafforzati dalle protezioni metalliche dei meglio equipaggiati. Era chiaro a tutti che cadere da cavallo in combattimento comportasse normalmente gravi rischi e che l’animale era spesso più vulnerabile del cavaliere. Ne poteva conseguire la riluttanza a ingaggiare combattimenti rischiosi per la cavalcatura, di cui, come abbiamo visto, si aveva una concezione anche patrimoniale. Non è solo l’epica a deplorare la morte di tanti cavalli di gran pregio!

 Gli appartenenti all’oste comunale, godevano negli statuti comunali, del diritto di una sorta di  risarcimento ed assistenza. Nel libro I° cap. CCXII si stabilisce che… “ qualsiasi cittadino povero o contadino della città,  percosso, impedito o mal ridotto, in battaglia, masnada, o scorreria a cavallo al servizio del Comune di Narni, sia aiutato per le spese mediche, con i beni del Comune, e per la vita dello stesso, per una quantità di 200 libbre cortonesi”.

Con alti e bassi, dovuti alla mutevolezza della sorte, lo schema può ritenersi costante nel tempo, perlomeno fino a quando la crisi demografica, economica, sanitaria che attraverso tutto il trecento non impose cambiamenti definitivi.
A Narni l’autonomia comunale cessò con la “ reconquista albornoziana “ a datare dalla metà del Trecento da quando, almeno, il Rettore del Patrimonio del Beato Pietro in Tuscia, impone il “ focatico “ di 200 libbre di denari paparini al Comune e la sottrazione amministrativa e giurisdizionale, di castelli  assoggettati o volontariamente sottomessi. E poi la Rocca e poi gli Statuti….

Marco Carlini

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