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Alle origini del Panpepato. Un dolce, una Storia, un mondo

Alle origini del Panpepato. Un dolce, una Storia, un mondo.

Il Panpepato, la “vera” storia del tradizionale dolce Umbro. Un pane arricchito di spezie, pepe e tanta simbologia.

Aglais Tibicina fu la prima che facesse marzapani, calissoni, pignocate, zuccherini, e pane pepato, ma molto diverso di quello che si fa hoggidì a Firenze”: così scriveva Ortensio Lando nel suo “Commentario de le più notabili e mostruose cose d’Italia e altri luoghi di lingua Aramea in Italiana tradotto”, edito a Venezia nel 1548, con ripetute edizioni. Ortensio Lando è lo stesso autore secondo il quale “Abrone da Narni fu il primo che mangiasse bericoccoli, canistrelli e caviadine, guardiani, confortini fatte con zuccaro, cannella, uova fresche e butiro fresco”: dobbiamo credergli. (Contributo di Claudio Magnosi)

Il PaNpepato

Come si deve affermare che il dolce natalizio narnese per eccellenza, è il pampepato. O meglio, paNpepato.
Questa distinzione è fondamentale, perché il paNpepato affonda le sue radici nella storia antica, quando diventa, nel tardo medioevo, il pane arricchito (da frutta secca, spezie e miele) di Natale, quando per festeggiare si univano al pane, simbolo della vita, gli altri elementi simbolo di ricchezza e prosperità, come per ogni “capodanno” che si rispetti, per ogni nuovo inizio. Il panpepato o speziato, è talmente importante, per quanto ricco di simbologia (oltre che di bontà), da diffondersi in tutti i paesi europei, acquisendo caratteristiche particolari e nomi diversi, ma tutti riconducibili alla stessa matrice, a seconda della zona di produzione… Troveremo così a Ferrara, Siena, Anagni, altri panpepati con ricette diverse, a Roma il pangiallo, a Genova il pandolce, a Milano il panettone, ed ancora in Tirolo lo zelten, a Norimberga il lebkuchen, a Gertwiller e Dijon il pan d’epices, nello Shropshire il gingerbread, e così via… Questo piccolo dolce, è diventato nei secoli quasi il simbolo della diversità che unisce, soprattutto nelle atmosfere natalizie.

Ma come nasce quindi la popolarità e la diffusione di questo dolce, all’apparenza “semplice”, rispetto ad altri?.. Sicuramente da lontano.

Alla tavola degli antichi romani erano presenti dolci preparati con latte, uova, frutta secca e vino, dolcificati con acqua melata, vale a dire l’acqua derivante dal risciacquo di recipienti che avevano contenuto miele, fino ad arrivare al melatello, semplice dolce a base di farina acqua melata.

Poi anche i pani speziati a base di miele riportati dall’Oriente dal senese Niccolò de’ Salimbeni nel XII secolo sembra abbiano contribuito, almeno a Siena, alla creazione di ulteriori combinazioni.

Le prime tracce scritte del Panpepato

Infatti, in Italia le prime tracce scritte si hanno da una cronaca del 7 febbraio 1205, nella quale si riporta che le monache del Monastero di Montecelso, nei pressi di Fontebecci (Siena), ricevevano come censo dai coloni “panes piperatos et melatos”, cioè pani elaborati con pepe e miele. Esistevano anche pandolci allo zenzero, e panpepati o pane impepati o pan spaziali, dolci diffusi in Toscana e resi pregiati dalla presenza di pepe, zucchero e spezie assieme a farina di grano, canditi, miele, fichi secchi, marmellata, pinoli. “Panforte” e “pan pepal” figuravano anche, tra molti altri dolci, negli Annali veneziani di fine Duecento. (La cucina medievale: umori, spezie e miscugli. Laura Malinverni).
Il panforte senese infatti nel 1370 figura come  prodotto da esportazione, consumato anche a Venezia durante le festività di Natale.

L’attribuzione ad ambienti monastici è propria anche del panpepato ferrarese, che pone la nascita del proprio dolce nel monastero di clausura del convento del Corpus Domini di Ferrara, nonché del Lebkuchen, che risulta menzionato per la prima volta nel XI secolo nel monastero di Tegernsee, come “phefforceltum”.

Questa matrice comune è dovuta alle spezie, in primis il pepe (tanto che spesso il lemma “pepe” era utilizzato per designare le spezie in generale, così dire pan pepato può anche voler dire pan speziato), minimo comune multiplo di tutte le ricette. Esse, notoriamente costose e pregiate, sono introvabili negli ambienti più poveri, ma usuali in quelli dei monasteri più ricchi e sulle tavole nobiliari.

Le proprietà curative delle spezie

Nel medioevo, oltre ad essere considerate simbolo di ricchezza e ottimi aromatizzanti, alle spezie venivano attribuite anche proprietà curative. Ad esempio lo zenzero, considerato “caldo” per via del suo sapore piccante, veniva proposto come rimedio per i disturbi digestivi, come antinfiammatorio e depurativo. Santa Ildegarda lo consigliava infatti per i fisici indeboliti e come antidolorifico, mentre pepe e cumino, sempre per Ildegarda, erano l’ideale, (mescolati con pimpinella, pan grattato e un tuorlo d’uovo) per combattere la nausea. E dall’unione di zenzero e farina, nasce il primo ginger bread, non ad opera di Ildegarda, che si limita a mettere polvere di zenzero sul pane ma, ancor prima, quasi un secolo, di Gregorio, vescovo armeno, (ancora un ambiente religioso) che invece aggiunge lo zenzero alla farina prima della cottura, esportando poi il biscotto in Francia, in particolare al monastero francese di Pithiviers.

Non stupisce quindi che i panpepati venissero preparati, nei conventi e nelle spezierie (come altre preparazioni definite di credenza), luoghi ove si praticavano principi di medicina, e che per questo motivo la ricetta fosse pressochè inesistente nei primi ricettari, stilati da cuochi che acquistavano direttamente le pietanze per il servizio di credenza.

C’è panpepato e panpepato

A questo punto si potrebbe delineare una doppia tipologia di panpepati.

PRIMA TIPOLOGIA
La prima riconducibile direttamente al pane arricchito con qualsiasi tipo di “condimento”, che potremmo assimilare alle “pizze” medievali, (niente a che vedere con le moderne ovviamente) prodotti di pasticceria che secondo l’accezione del Tanara (1644) sono a loro volta riconducibili a “varie sorti di pane, che ognuno può comporre a suo gusto”, aggiungendo alla pasta del pane “ogn’unto, come grasso, butiro e oglio, indi mandorle, over noci rotte, similmente in queste pizze si può misticar ogni frutto, ogni carne e ogni herba”, come la “pagnotta ovata” bolognese, impastata con zafferano e uva passa. Il tutto trova ampi precedenti nei medievali pan de noci, pantossa e placenta.

Potremmo assimilare a questa categoria il panes piperatos delle monache di Montecelso, il pan speciato, dell’Anonimo Padovano, (fine XV secolo) arricchito di “specie camelline” (1 libbra di cannella, mezza ciascuno di zenzero e di noci moscate, 6 once ciascuno di pepe e di garofani, 4 once ciascuno di galanga e di fusti, e 2 once di zafferano) e generalmente il pan speziato che ancor oggi in Francia ed Inghilterra, imperversa sulle tavole.

SECONDA TIPOLOGIA
La seconda riconducibile alle confetture, anch’esse preparate dagli speziali, come metodo di conservazione della frutta sia secca che fresca. Si tratta di preparazioni che tendono a sottoporre i frutti a trattamenti con zucchero o miele, mirati a protrarne la conservazione. Fanno parte generalmente dell’ultimo servizio di credenza, come il pignoccato, sorta di torrone a base di pinoli, o il nucato, miscuglio di noci, miele e spezie, servizio che insieme al vino speziato, accompagna gli ospiti alla porta. Frutta secca, o spezie rivestite di zucchero, aiutano la digestione e rinfrescano l’alito.

A questa categoria potremmo far appartenere il panpepato di norimberga, il panforte senese, il payn ragoun (pan speziato come traduzione ma richiamante l’italico “pignoccato” nei fatti) inglese, di cui riportiamo la “ricetta” essendo fra le prime a comparire nei ricettari scritti, nella fattispecie nel “The forme of cury” databile intorno al 1390, scritto dai Master-Cooks del re Riccardo II d’Inghilterra”:

“Prendi miele e zucchero di Cipro e chiarificali assieme, e tai bollire a fuoco lento affinché non bruci. Dopo un po’, prendi con le dita una goccia di composto e immergila in un po’ d’acqua e verifica se rimane compatta; togli dal fuoco e aggiungi un terzo di pinoli e zenzero in polvere, mescola finché comincia ad addensarsi, poi versalo su un tavolo bagnato; taglialo e servilo con cibo fritto, sia nei giorni di grasso, sia in quelli di magro.”

Finalmente il punto d’incontro

Poi, ad un certo punto della lunga storia del dolce, in Italia, entrambe andranno a confluire in quella che ancor più tardi, diverrà la versione moderna (1700/1800) del pampepato.

Il punto di unione dovrebbe trovarsi nel basso medioevo, fra trecento e quattrocento, in quanto le ricette che testimoniano questo passaggio cominciano a far capolino nei ricettari circa un secolo dopo, a testimonianza dell’uso ormai radicato. Va sottolineato che la data del 1492 che universalmente sancisce la fine del medioevo, non è uno spartiacque assoluto e varia a seconda delle discipline e delle localizzazioni geografiche. In campo gastronomico, è la cucina cinquecentesca che cancella le tradizioni culinarie medievali delle quali il “Libro de arte Coquinaria” di Mastro Martino, il primo ad aver lasciato un ricettario non anonimo, si configura come transizione verso la cosiddetta cucina moderna. Le sue ricette, pur presentando delle innovazioni, rispetto alle due “tradizioni” a cui fa capo la letteratura gastronomica medievale (la Meridionale e quella dei “Dodici ghiotti” fiorentini), in confronto a quelle della cucina di corte cinquecentesca, mostrano ancora tutto il sapore della “medievalità” a cui attingono. (Enrico Carnevale Scianca –  “La cucina medievale. Lessico, storia, preparazioni”)

Stefano Francesco di Romolo Rosselli, speziale di Firenze, ci lascia intorno al 1593 una ricetta del panpepato fiorentino che ancora è evidentemente figlia della tradizione medievale del pane speziato inteso come “confettura”, che richiama molto, se non fosse infatti per l’omissione delle mandorle il già famoso all’epoca, panforte senese:

PANE INPEPATO AL’USANZA DI FIRENZE

Pigliate conserve di zuche fatte in mele come ti dirò in questo a cap… libbre 300 con la quantità di mele che vi sta bene, che non vole essere troppo perché quanto è più pieno di ochi più è bello [alcuni ci agiungono ranciata libre 25 che è migliore]. Polle sopra fuoco di bracie che si scaldino in una caldaia da lavorare alla tonda: et quando sono ben calde poco più che tiepide che si possa sofrire la mano, gettavi sopra sale libre I1, pepe libre II rimenando sempre con mestatoio e  comincerai a dare la farina a poco a poco sempre menando. Et quando è rasodato alquanto che non si può più menare con il mestatoio, spianalo et abia zafferano nostrale pesto sottile infuso in libre 6 di acqua vite et datoli un poco di calduccio. Di poi gettalo sopra la pasta et 2 hominj galiardj rimenino galiardamente che il zafferano si incorpori bene. Et incorporato et bene menato comincia a dare e resto della farina a poco a poco che tucta si incorpori, che vorrà essere circha libre 200 o poco mancho. Quando la pasta è soda abastanza, alora spiana la faccia et spruzavi su della farina et cuoprilo et lascialo cosi per una ora. Poi comincia a spianarlo et porlo sopra l’asse. Sono alcuni per farlo migliore vi mettano once VIII delle spezie da bericuocoli retro scritto. Avertj che il forno non l’avampi ma lo rasciughi bene.

Mentre da un Manoscritto del Fondo Palatino della Biblioteca di Firenze, contenente un insieme di parti assemblate in epoche diverse, dal XV al XVII secolo, si trova quella che, pur non conoscendone la datazione precisa, (come Mastro Martino) potrebbe essere la ricetta che costituisce la transazione dal panpepato medievale e a quello moderno, attraverso l’unione delle due tipologie di panpepato individuate:

AFFARE PANI IN PEPATI

Recipe mele colato et cotto libre 20., conserva di zucca libre 20. conserva di melangolata libre 15 di poi mescolate ogni cosa insieme et faretegli dare un bollore insieme e quando vi pare ed odi che sia cotto a sutticientia li darai le spetie. pepe once ll. zenzero once ll. sandali rossi pestati sottilmente once 1 ½, noce moscade once 1/2. E tutte queste spetie che sieno ben peste et incorporatele in detta e di poi dategli farina q.s. et faretene buona pasta che sia duretta con il crescento e di poi faretene pagniotte de dua o tre libre et di poi fate pagniotte stenderete di sopra una lasagnia di pasta che voi ci possiate intagliare et fare arme d’ogni sorta e di poi mandategli in forno cotti che sono li tingnerete con un poco di zafferano e di poi ungneteli con un poco di mele lungo chiarito per dare lustro e anchora si può agiugnere in detta compositione noce tagliate. libre 1O buone e cie sono molto buone, le darete inanzi che date la farina.

Il fatto che nel manoscritto vengano citate per la maggior parte ricette di medicina, potrebbe indicare ancora una volta le proprietà terapeutiche attribuite al panpepato.

Le origini Narnesi del Pampepato Umbro

Parliamo di zone di influenza a livello gastronomico, e non solo, dell’Umbria in generale ed anche di Narni stessa, che possono aver dato vita ad un processo di sovrapposizioni di tradizioni e cultura culinaria non indifferenti. Il tutto, fino ad arrivare, passando attraverso la rivoluzione degli ingredienti portati dalle Americhe e della cucina moderna propriamente detta, al panpepato narnese, con una ricetta, ancora una volta delle monache, di San Bernardo dei primi dell’ottocento.

Giovanni Eroli ne riporta in un foglio sciolto del suo “Memoriale per cucina e pasticceria e altro per uso di Giovanni Eroli di Narni, gastronomo dilettante, approvato all’Esposizione Universale del Giappone con diploma di onore e medaglia di ricotta. Nell’anno di Redenzione 1840” semplicemente gli ingredienti, come se il modo di preparazione fosse talmente scontato da non meritarne menzione (come del resto le ricette medievali non recano tracce, se non sporadiche, di come si facessero pasta e pane per quanto fosse uso comune farne):

Nota per fare li pampepati in n. di dodici circa

  • Farina basta un sediciano
  • Noce un sediciano
  • Miele libre 10
  • Pepe libra mezza
  • Sultanina due libbre
  • Garofano soldi 5
  • Candito una lira
  • Per fare il gielo sopra zucchero fioretto
  • Una libbra e mezza di cioccotalla

Da dolce per i ricchi a dolce per tutti

Da dolce per i ricchi, il panpepato è diventato per tutti, tanto da essere definito “dolce della tradizione contadina”, ma che invece conserva una ricchezza di contenuti, degna dei suoi primi antenati e di essere un dolce natalizio, per la simbologia che racchiude e la preziosità dei suoi ingredienti, a tutt’oggi alquanto cari, che vanno ad aggiungersi, in occasione della festività, al companatico.

Il pane è da sempre simbolo di vita, del corpo di Cristo nell’ultima cena, ma da ancor prima, l’utilizzo di un pane votivo durante le festività del solstizio invernale è attestato già presso le popolazioni celtiche ed era anch’esso un pane arricchito con frutta secca e miele, simbolo di abbondanza e ricchezza. Il culto mitraico, fusosi con il Sol Invitcus romano, non a caso trasmutatosi poi in Gesù, praticava un rito di consumazione di pane, vino e acqua.

L’uva passa (la passerina narnese) è simbolo di morte e rinascita, per l’essiccazione e la reidratazione a cui viene sottoposta, la sua importanza a Narni è stata già evidenziata.

Il simbolismo sacro della frutta secca

La frutta secca è da sempre, un simbolo di fortuna, fin dalla Roma antica, dove si spargevano noci in terra per i matrimoni, per il cristianesimo simboli di interiorità e misticismo (grazie alla protezione del guscio). Le noci, le più preziose (a Narni le uniche sottoposte a gabella, pari a 4 denari a rasiere – Lib. I Cap. CLXXI) rappresentano la trinità sacra di corpo, spirito e anima, essendo composte rispettivamente da guscio, mallo, gheriglio, la fecondità e fertilità, per la somiglianza all’organo genitale maschile, nonché uovo filosofico alchemico.
La mandorla è simbolo di morte e resurrezione, dell’uovo cosmico, di saggezza.
Le nocciole sono da sempre legate alla magia e all’ultraterreno, fin dai celti per i quali erano anche simbolo di saggezza, fecondità e preveggenza.
L’arancio e il cedro, la frutta candita più usata, rappresentano ricchezza, fertilità, intraprendenza, sensualità, ma anche perfezione e continuità, grazie alla forma sferica.
Essendo uno dei pochi frutti invernali, erano per molti popoli pagani un simbolo di abbondanza, che bene annunciava la prosperità dei frutti primaverili, simbolismo poi assimilato dalla religione cristiana nei festeggiamenti natalizi di ricchi e potenti prima, e universale poi quando l’industria moderna ha reso le arance accessibili a tutti.
Il miele, sempre per il mitraismo non a caso, veniva usato per purificare insieme al fuoco, ed era simbolo di conoscenza ed elemento prezioso, talmente tanto che gli sciami d’ape erano a protetti (a Narni da statuto non potevano essere vendute, ne esportate ne tanto meno rubate od uccise, pena 25 libbre di cortonesi, e se il miele fosse raccolto indebitamente il colpevole doveva restituire al proprietario dello sciame il doppio del danno  – Lib. III, Cap. CXLVII).
Oltre alle già citate peculiarità, perfino nella Bibbia le spezie sono citate in abbondanza a riprova del loro utilizzo massiccio anche in campo religioso, sia nei riti di adorazione, o di imbalsamazione, fino alla simbologia massima di nutrimento celeste (manna miscelata con semi di coriandolo), associate all’oro, alle pietre preziose e alle perle per la loro rarità, preziosità dell’aroma e segretezza del loro potere magico. (Alex Revelli Sorini)

Pertanto mangiare un panpepato, non è solo degustare un ottimo dolce, ma compiere un vero e proprio gesto sacrale, con la consapevolezza che è lo stesso dei nostri antenati, con il perpetuarsi delle stagioni, delle culture e delle tradizioni, cambiando si un ingrediente o una quantità, ma comunque in perfetta comunione con il resto del creato, qualsiasi sia il nome con cui lo si chiami… quindi, buon panpepato a tutti!

Patrizia Nannini

Lo spirito DiVino di Narni e San Martino

Il vino non è solo una bevanda

Il vino non è solo una bevanda, più o meno pregiata, ma una ricca simbologia carica di significati. Dal sacrificio del sangue di Cristo, alla liberazione sfrenata delle libagioni di Bacco, alla verità di Dioniso (In vino veritas), alla forza e sapienza del mitraismo.

Il vino è compagno dell’uomo fin dalla sua creazione, in tutte le religioni, in particolare in quella Cristiana, dove è bevanda di vita dall’Antico Testamento, (e comunque già conosciuto sia in Egitto che in Israele) che diviene bevanda di salvezza, dopo l’ultima Cena di Cristo, comunque sempre simbolo di gioia, vita, festa, amore. Simbolo che non può non accompagnare S. Martino, in quella sorta di capodanno contadino (echi celtici del Samhain, cristianizzati dalla Chiesa, nei festeggiamenti del Santo) nel quale si celebrano tutte le simbologie di cui il Santo è carico.

S.Martino e l’oca

Martino, fra i santi più onorati del medioevo, fu vescovo di Tours nel IV secolo, è ad oggi celebrato sia dalla Chiesa Cattolica che dalla Ortodossa e Copta. Si ricorda essenzialmente per i miracoli che poi lo legarono ai fenomeni stagionali che ancora oggi lo contraddistinguono. L’aver donato, in pieno inverno metà del suo mantello ad un povero, originando la conversione, ha dato vita alla tiepida invernale “Estate di S. Martino”, premio divino per la rinuncia, l’esser scoperto dalla sua “fuga” dalla carica di Vescovo, alla quale non ambiva, dallo starnazzare delle oche, lo fa sempre accompagnare da un’oca, sia in iconografia, che sulle tavole dell’11 Novembre, giorno a lui dedicato, corrispondente ai suoi funerali a Tours. L’accostamento all’oca potrebbe altresì derivare anche dalle celebrazioni celtiche in cui venivano sacrificate le oche sacre simboli del Messaggero divino, per accompagnare le anime dei defunti nell’aldilà.

S. Martino, un pò “befana” un pò cornuto

Ma il Santo, quasi una “befana”, portava anche doni ai bambini, e nel suo giorno si festeggiavano anche le corna, tanto che il detto è ancora vivo anche dalle nostre zone, cioè che S. Martino è anche la “Festa dei Cornuti”. Ulteriore eco di festività pagane, durante le quali si consumavano i piaceri della carne finendo spesso in adulteri. Ma sopratutto, la festa dei cornuti deriva dalle corna animali, non solo per le fiere che si tenevano nel periodo ma per l’antica connotazione di potere che le circonda, simbolo di luce e di abbondanza. Il “corno dell’abbondanza” della tradizione greco-romana è simbolo di fertilità e felicità ed il primo frutto che esce dal corno è l’uva, della quale ancora oggi contare gli acini a capodanno, è sinonimo di abbondanza futura.

Festeggiare S. Martino a Narni

Fatto sta che anche a Narni la data dell’11 Novembre era assolutamente da festeggiare secondo Statuto, come retaggio della profondità del culto già presente da secoli nel territorio. Ben due chiese sono presenti a Narni e nel territorio limitrofo, agli inizi del millennio.
Quella entro le mura, oggi distrutta, contigua a San Salvato, anch’essa perduta, e quella protoromanica a Taizzano, probabilmente possesso dell’Abbazia di Farfa, come la vicina abbazia di Sant’Angelo in Massa. Entrambe testimoniano le origine antiche e profonde di un culto verso un santo “francese”, primo non martirizzato, definito “europeo” da Sulplicio Severo, gallo-romano di Bordeaux, che ben ha saputo radicarsi infatti in tutta Europa grazie alla sua promozione del monachesimo e lotta agli antichi dei pagani, ponendosi come “antidoto all’arianesimo” franco, dopo il longobardo S. Severino (“Narni, da Odoacre agli Ottoni”, Guerriero Bolli).

Data la forza del culto, è del tutto naturale quindi la cristianizzazione dei miti e delle tradizioni pagane che da sempre accompagnavano i primi giorni di Novembre, dal capodanno celtico Samhain, alle tradizioni contadine legati ai riti di madre Terra, che divengono un tutt’uno con la figura di S. Martino. “Oche, castagne e vino”, citando solo uno solo dei numerosi proverbi che lo vedono protagonista, così come il vino e quanto lo circonda, è un protagonista degli Statuti, forse tra i frutti della terra il più citato, con una serie minuziosa di prescrizioni che ben dimostrano l’attenzione narnese ad esso dedicata.

Il vino e le sue zone di origine

Il vino si lega spesso alla sua zona di origine, in modo così inestricabile da conoscere a volte prima il vino della zona piuttosto che viceversa… Vini esteri famosi ancor oggi, medievali, sono lo Chablis, il Beaune, lo Chateauneuf du Pape, la Malvasia di Monemvasia e i vini Greci in generale, tanto che il nostro Grechetto, famoso quello di Todi, prende il nome proprio dal generico “Greco”. Ed ancora di maggior pregio il vino di La Rochelle, e su tutti il Bordeaux, che grazie ad Alienor d’Aquitaine diviene il vino più esportato d’Europa nel XII secolo. Ma anche in Italia i vini più conosciuti vengono dal Sud, (anche se debite eccezioni si trovano anche al nord con la Ribolla e il Terrano per esempio) e dalle zone centrali, per ovvi motivi climatologici. Così accanto ai moscati di Pantelleria e Lipari e al Primitivo di Manduria, sulle tavole dei Papi e dei potenti, spopolano i vini dell’Italia centrale, come l’Est, Est, Est, che proprio ad un Papa deve il nome e la fama, l’Orvieto, il Montepulciano, la Vernaccia, il Trebbiano, il Sangiovese e il suo parente prossimo… il Ciliegiolo, vitigno che a Narni prosperava e prospera essendo come il Sangiovese, da cui sembra derivasse, cultivar di provenienza ellenica.

La vigna infatti a Narni, quando erano presenti i grappoli, (da aprile al 15 ottobre) era protetta e tutelata, tanto che era prevista una pena per i cacciatori e non che vi portassero i cani, di 100 soldi cortonesi (Lib. III, Cap. XCIV). Grappoli non solo di ciliegiolo, o del suo antenato prossimo, ma anche di passerina, per il ricavo del “raime”, dell’uva passa cioè, che da essa prende direttamente il nome più comune. A Narni dire “passerina” equivaleva a dire “uva passa”. La città ne vantava una produzione talmente importante e di qualità, da essere considerata dal noto mercante di Prato, Francesco Datini, maggior centro di produzione italiano addirittura in concorrenza con la famosa uva di Corinto. (Al Racconto di Claudio Magnosi e Mariella Agri, il rimando per gli approfondimenti)

La gabella per il vino

Quindi è più che normale che a Narni e nel suo contado, si vendesse, rigidamente regolamentato, tutto quello che era prodotto dalla vigna, dall’uva passa appunto, al mosto, l’aceto, il vino, il chiaretto…
Essendo una notevole fonte di reddito, innanzitutto, tutto era sottoposto a gabella.
La gabella per l’uva passa era di 10 denari ogni centinaio (100 libbre) di grappoli (Lib. I, Cap. CLXXI)
La gabella per il mosto al minuto era di 6 denari a salma (soma), mentre all’ingrosso diventava di 2 soldi cortonesi a libbra; per il chiaretto, o nettare cioè il novello quando è il suo tempo, (l’etimologia, potrebbe tuttavia anche suggerire un vino speziato preparato con vino bianco, tanto più che è associato alla parola “nettare” = idromele? O più semplicemente miele, ingrediente che compare comunque spesso nella composizione del vino speziato) di 12 denari a libbra per il venduto, pena 40 soldi cortonesi (Lib. II, Cap. LXXXIII)

La gabella per il vino, che poteva essere venduto o all’ingrosso, o al minuto o a salme, si basava sulla dichiarazione della quantità del vino da vendere, che doveva essere fatta sotto giuramento alla Camera del Comune e al Notaio, ogni volta che ci si accingeva a vendere, direttamente dal proprietario del vino se uomo, se donna invece dal taverniere che avrebbe poi venduto il vino. Il prezzo della gabella veniva deliberato e ordinato dal Consiglio del Popolo all’inizio di ogni mese, tanto che al momento della stesura di questo articolo del Libro I (CCLVIII), si pone il prezzo di vendita di 28 denari a boccale, mentre nel seguente articolo, nel Libro III (LXXX), aggiunto successivamente, sui dettagli delle vendite, il prezzo massimo a boccale diventa di 15 denari.
La discrepanza è giustificata anche dal fatto che il valore delle monete nel frattempo è cambiato, parallelamente al diminuire del potere del comune narnese. “Nel corso del tempo la libbra (lira) si è assimilata al fiorino, battuto a grammi 3,5 circa. Un quarto di fiorino corrisponde all’incirca a cento soldi cortonesi che vanno declassati in denari dal valore ponderale di grammi 1,5. In effetti 150 – 160 grammi d’argento, che sarebbero i cento soldi cortonesi,valgono un più o meno un singolo singolo fiorino di Firenze.” (Studio di Bruno Marone)

La concessione a vendere, l’apodissa, (documento scritto che attesta un atto) rilasciata dal comune deve essere apposta, entro tre giorni, dopo il pagamento della gabella, direttamente sulle botti contenenti il vino da vendere da qualcuno nominato dai Priori dei Terzieri, con due bolle e marcata da due sigilli ordinati dai Sei Signori Eletti. Non era permesso ovviamente riutilizzare la stessa botte con apodissa e sigilli per vendere altro vino, ne tanto meno togliere l’apodissa dalla botte “concessa” per metterla su un’altra. Il controllo veniva effettuato due volte alla settimana dagli emissari del Vicario sulle dichiarazioni effettuate e una volta la settimana sulla fedeltà delle misure dichiarate.

Una solenne “frasca” di vino

Il taverniere, dopo aver ottenuto la dichiarazione in regola con tanto di sigilli, era innanzitutto obbligato ad esporre un’insegna o un ramo d’olivo, dove era la vendita del vino, che poteva anche essere una casa, che in dialetto è divenuto “frasca”, altrettanto sinonimo di solenne ubriacatura! Quindi, oltre a cessare la vendita dopo il terzo suono della campana, e chiudere la taverna al primo suono della campana di notte, aveva l’obbligo di non far portare armi all’interno della propria taverna.
La milizia del Vicario, poteva irrompere in qualsiasi momento, insieme al Notaio, per controllare e punire gli eventuali trasgressori. Per la vendita diretta infine, il taverniere doveva tenere una serie di misure di bicchieri e boccali regolamentate ed approvate per le quali aveva anche limiti di prezzo. Non più di 15 denari a boccale. Il boccale era il petitto, poi veniva il mezzo petitto, la foglietta (un quarto di petitto) e la nummata, bicchiere corrispondente al valore di acquisto al compratore di un denaro, in proporzione forse un quarto di foglietta, che costituiva la misura base. In assenza di nummata, bastava avesse una “misura” corrispondente a quella dichiarata e sigillata.

Il boccale di Siena

A Siena la metadella, cioè il boccale, secondo gli statuti del XIV secolo, confortati dai ritrovamenti archeologici del Carmine di Siena, aveva la capacità di l 1,4 ca, (VIII Congresso Nazionale di Archeologia Medievale – Matera 2018) quindi considerando una capacità analoga per il petitto, la nummata, bicchiere da un denaro, conterrebbe 87,5 ml, praticamente all’incirca come un moderno bicchierino da liquore. Se si attesta per buona la ricerca pubblicata sul British Medical Journal, nella quale si dimostra che “Dal 1700 ad oggi, le dimensioni medie del bicchiere da rosso o da bianco sono cresciute di quasi 7 volte, passando dai 66 ml di capienza di un calice di 300 anni fa ai 449 ml di oggi. Un tipico bicchiere di vino settecentesco ne conteneva la metà rispetto al più piccolo calice disponibile (da 125 ml)”, la proporzione, scevra comunque di qualsiasi valore scientifico, potrebbe avere una qualche possibilità di verosimiglianza, in attesa di dati comprovati.

Similmente a quanto avviene ancor oggi, nelle nostre taverne, molti avventori amavano rientrare nelle proprie abitazioni con un souvenir della serata, vale a dire boccali e bicchieri, ma se colti in fragrante, dovevano pagare amaramente il loro furto, pena di 40 soldi cortonesi, così come chi li abbia deliberatamente rotti o sia andato via senza pagare… e qui le leggi erano a favore del taverniere, la cui parola veniva prima di quella degli avventori. (Lib. III, Cap. LXXX e LXXXI)

E a proposito di osti narnesila loro presenza su una importante via di transito come la Flaminia è certificata da tempo immemorabile, come attesta Sant’Ansovino, vescovo camerinese del IX secolo, che nella sua sosta a Narni si fermò in una locanda in cui incontrò un oste non particolarmente corretto nel proporre il vino, a riscontro delle “Effemeridi sacre di marzo” del 1690. (Contributo di Claudio Magnosi)

Non stupisca quindi che S. Martino sia, ancor oggi, il protettore di albergatori, bottai, cavalieri, mariti traditi, mendicanti, militari, osti, ubriachi e viaggiatori, e che nel suo giorno si assaggi il buon novello, accompagnato da fumanti castagne arrostite.
E non può sfuggire che a Narni dagli anni Novanta si ripropone la Festa della castagna e del vino novello: a volte è bello poter dire che “certe cose non cambiano mai”. Questa è una di quelle volte…

Patrizia Nannini

Dieci denari per cento libbre.

Appunti per una storia dell’uva passa di Narni nel Medioevo

1956 Le origini

Nella storia della nostra città, c’è un capitolo ancora tutto da studiare: riguarda un prodotto narnese di tale eccellenza, che nel corso del XIV secolo fu largamente esportato oltralpe. Un capitolo che può iniziare nel 1956, quando la rivista di Economia e Storia, pubblicata a Milano per l’editore Giuffré, riportò un lavoro di Federigo Melis, intitolato “Malaga sul sentiero economico del XIV e XV secolo”, fondato sulle corrispondenze commerciali tra Francesco di Marco Datini, mercante di Prato, e le compagnie, a lui riconducibili, aventi sede in diverse città italiane ed estere.

Il lavoro di Melis sulla storia dell’uva passa nel medioevo

Nel suo lavoro Melis, analizzando il corpus dell’archivio datiniano e soffermandosi sulle lettere, ricostruì il commercio e le rotte mercantili di svariati prodotti dell’agricoltura e dell’artigianato diretti a Malaga o da essa provenienti, e ciò tenuto conto del fatto che il mezzo epistolare era l’unico, nel Medioevo, per la diffusione di notizie di qualsiasi natura. La “piazza” di Malaga, nella quale Datini non ebbe mai interessi diretti, né rappresentanti propri, era comunque nel raggio d’azione del mercante pratese, per mezzo dell’intervento della sua Compagnia di Valenza. Tra gli innumerevoli prodotti dei quali Melis seguì le rotte mercantili, c’era la cosiddetta “fructa”, termine utilizzato nei carteggi datiniani per indicare esclusivamente l’uva passa e i fichi secchi.
Per quanto riguarda l’uva passa, chiamata in molte lettere anche “panza” e “raime”, Melis afferma che “Narni era il maggior centro italiano di produzione di uva passa” e che “L’Italia – l’Adriatico,
Pisa e Genova – era raggiunta dall’uva passa di Levante; ma essa ne era anche produttrice, a Narni e nell’Isola di Pantelleria, con esportazione in Provenza”.

In “Appunti di metrologia mercatile genovese. Un contributo della documentazione aziendale Datini”, Firenze, University Press, 2014, Maria Giagnacovo ribadisce: “Le aziende del pratese importavano da Genova e sulle altre piazze della Penisola la cosiddetta “frutta”, sostantivo utilizzato nei rapporti commerciali fissati nelle carte Datini per indicare i fichi secchi e l’uva passa prodotti nella Penisola iberica e distribuiti soprattutto nelle Fiandre e in Inghilterra.
A queste produzioni, caratteristiche della regione che da Valenza si estendeva fino a Malaga, si affiancavano i fichi secchi provenienti dalla Provenza, da Marsiglia, da Nimes e da Arles, e l’uva passa di Narni, il maggior centro di produzione italiano, dove essa era chiamata “raime”, termine però talvolta impiegato anche per richiamare quella spagnola.

Per l’uva passa di Narni, già esportata in Provenza e che sul mercato
di Genova trova spaccio “a folate”, le carte aziendali offrono dettagliate informazioni sul tipo di imballaggio da preferire per il trasporto via mare. L’azienda Datini di Avignone, che ne aveva chieste a Pisa quattro balle “di quele pichole”, invitando i commissionari ad “avere righuardo che sieno novele e chiare e non sieno muffite”, precisava a scanso di equivoci: “sogliono venire in picchole balete e però farete de le due una e mettere intorno un pogho di paglia e una scharpigliera poi di suso

10 denari per 100 libbre

Negli Statuti di Narni vi è un chiaro riferimento alla produzione di uva passa nei nostri territori.
Nel Capitolo CLXXI del Libro I, al titolo “De gabella colligenda de fructibus a Civibus et Comitanensibus Civitatis Narniae”, sono elencati diversi prodotti agricoli rispetto ai quali, sulla base di pesi o misure specifiche, il Comune esigeva il pagamento di una gabella.

Tra questi, per ogni: “centenario Uvarum passarum 10 den.”, ovvero 10 denari per 100 libbre.
A parte un generico rimando ai “frutti, che si rapportano periodicamente nelle gabelle e un accenno rinvenuto nelle Riformanze comunali del 1531, circa l’offerta di uva passerina agli ospiti di rilievo, questa norma degli Statuti è l’unica conferma negli archivi locali dell’effettiva produzione di uva passa nelle nostre campagne.

Alla ricerca di nuovi documenti sulla storia dell’uva passa nel Medioevo

Tenuto conto che i catasti e i documenti economici della Narni tardo medievale sono andati perduti, risulta difficile specificare l’entità della produzione, le dinamiche di esportazione, la precisa localizzazione dei terreni nei quali era coltivata l’uva “narnese” e l’eventuale esistenza di compagnie narnesi e di fondaci nei quali doveva avvenire lo stivaggio del prodotto. Allo stato attuale di questa ricerca dunque, la vastità e l’importanza delle coltivazioni sono testimoniate solo dalle lettere commerciali dell’Archivio Datini. Ciò non esclude che si possano raggiungere altri risultati con un riscontro più approfondito di queste lettere ed estendendo la ricerca ai Registri di contabilità e finanza degli Archivi Storici di Roma.

I Narnesi la chiamavano “Passolina”

A prescindere da ciò, tutte le fonti sono concordi nell’affermare che l’uva passa di Narni aveva acini piccoli, dolci, bianchi, privi di semi ed era chiamata dalla popolazione locale “passerina” o “passolina”, termine che ancora oggi sopravvive nel nostro dialetto.

Del vitigno “narnese” si trovano tracce anche nei secoli successivi al XIV: Sante Lancerio, bottigliere di papa Paolo III, in un minuzioso racconto circa i vini degustati da sua santità durante il viaggio dall’Emilia a Roma, passando per le Marche e per l’Umbria, testimonia che “Narni ha vino cotto et anche qualche vinetto crudo, et qui si fanno uve passoline assai”.
E l’uva passolina, di Narni e di altre località, oltre ad arricchire le tavole, era utilizzata anche in medicina, come si può dedurre dalle “Osservazioni” del celebre Girolamo Calestani, il quale peraltro, verso la metà del Cinquecento, fu farmacista nell’Ospedale di Narni e, tra “i semi necessarii” per uno speziale elencava, appunto, l’uva passa.

Durante lo stesso secolo, Leandro Alberti, in “Descrittione di tutta Italia, nella quale si contiene il sito di essa, l’origine, et le Signorie delle Città et più gli huomini famosi che l’hanno illustrata” (Venezia, 1551), scrive di Narni: “Sono questi colli per maggior parte ornati di viti, olivi, fichi & altri alberi producevoli de frutti. Anche qui veggonsi alcune topie dalle quali pendono, nei tempi idonei, l’uva Passarina (così dagli abitatori del paese nomata quella uva picciola de granelle senza acino), la qual issiccata molto artificiosamente ella è portata a Roma, & è stimata assai preciosamente, tanto quella ch’è condotta di Napoli di Romania. Vero è che quella è negra & quella bianca”. E Antonino da Sangemini, citando l’Alberti, riporta: “Questo Autore parla eziandio vantaggiosamente di quell’uva piccola senza granella dentro e della dolcezza dell’uva moscadella, che in Amelia, Narni, Geminopoli, volgarmente Sangemino, e altrove, è denominata Passarina, e come di cosa rara e stimata, così egli si esprime nella sua Descrizione dell’Italia parlando dell’Umbria e delle sue prerogative”.

L’uva passa di Narni – storia di un prodotto D.O.C. del medioevo

L’uva passa di Narni, che nel Trecento era smerciata soprattutto in Provenza e due secoli dopo era considerata una peculiarità del territorio, alla metà del Seicento trovava riscontro sul mercato romano, dove era stimata al pari di quella proveniente da Corinto e dall’attuale Nauplia. Alla metà del secolo successivo l’uva “narnese” fu anche oggetto di una sorta di contraffazione, almeno stando a quanto si legge in L’Umbria vendicata negli antichi e naturali suoi diritti, Perugia, presso Carlo Baduel e Figli, 1798: “i Mercanti Italiani per lo più con l’Uva di Corinto mescolano certa picciola Uva, detta Passerino, che cresce nelle Campagne di Narni, e non ha acini”. Una pratica che sminuiva il nome di Narni a favore di altri centri di produzione ed un uso di mercato che deteriorava l’immagine della nostra uva, la quale sarà comunque ancora contemplata tra le preminenze locali nella metà dell’Ottocento.

Famosa in tutta Europa

Si hanno notizie dell’uva passa narnese anche in contesto europeo: in “Almanach du Commerce de Paris, des Departiments de la France et des principales Villes du Monde, 1837, Biblioteca Nazionale di Francia, Gallica, si legge: “grand commerce de vins de son territoire et de raisins secs, entre Terni et Narni, culture de l’uva passa, raisins sans pepin, à grains très petits, ressemblant pour la forme et le goùt au raisins dé Corinthe.”

Ciò nonostante, l’uva passa di Narni non figurerà tra le eccellenze presentate all’Esposizione Agraria, Industriale e Artistica del 1861, nella quale si scommetteva sulle diverse tipicità del territorio e quell’assenza sembrerebbe testimoniare l’inarrestabile declino oppure la scomparsa di uno storico “marchio” del quale si è perduta la memoria.

Il vitigno “Narnese” è perduto per sempre o attende solo di essere riconosciuto?

Un marchio, ovvero un vitigno “narnese” che potrebbe essere scomparso nel corso di una devastante invasione di fillossera avvenuta negli ultimi decenni del XIX secolo, anche se questa non è che una mera ipotesi. Forse il vitigno è ancora presente in qualche territorio, laddove tra i “colli sottostanti l’Appennino, nei siti aprici, si fanno vini più puri e bianchi e rossi e moscatelli”, come descrivono gli “Annali di viticultura ed enologia italiana” nel 1876. E attende solo di essere riconosciuto.

Conoscevate così tante cose sulla storia dell’uva passa nel Medioevo?


Mariella Agri – Claudio Magnosi

(Archivio Datini Prato, Fondaco di Pisa, busta n. 426, inserto 8, codice 303596. Mittenti: Calvi Guiran e Niccolaio di Bonaccorso. Destinatario: Datini Francesco di Marco e Com. Spedita da Avignone a Pisa il 22/9/1384. Arrivata a Pisa il 07/10/1384)

Erbe e spezie in Umbria, dalle verdure spontanee agli orti comuni

Dalle verdure spontanee agli orti comuni, vi siete mai chiesti come si evolve la cultura di erbe e spezie nell’Umbria e in generale nell’Italia medievale.

Il paesaggio urbano medievale

Il paesaggio urbano medievale, così’ come ci è testimoniato dall’architettura e dall’arte (basti pensare alla celebre Allegoria del Buon Governo del Lorenzetti a Siena) si presenta come  un alternarsi continuo di chiusure ed aperture: dalle mura civiche – che racchiudono la vita urbana, la definiscono e la limitano – ai campi, fino al bosco il passo è breve.

Le Porte d’accesso alla città murata segnano anche il passaggio tra la natura “salvatica” ed inospitale (il bosco, così come ci è narrato anche nei racconti e nelle favole…) e la sua domesticazione, tramite il lavoro dell’uomo, e portano alla comparsa degli orti, dei campi arati, che si estendono fino alle mura civiche.

Questo passaggio non è indolore, spesso è il risultato di espropriazioni, di guerre e di carestie, di un’urbanizzazione “forzata” per cui la città, il Comune medievale, tende a rinchiudersi dietro la sicurezza delle mura e dei castelli, delle torri e dei camminamenti di ronda, da cui la milizia cittadina osserva e controlla l’esterno, mentre il paesaggio rurale si modifica, si stringe, ed a stento sopravvive.

Nei periodi di carestia, durante le frequenti guerre, nei casi in cui è difficile muoversi da città a città, il Comune deve sopravvivere all’interno delle proprie mura, così come avveniva nei castelli dei Signori feudatari, ed allora l’acqua (il pozzo) ed il cibo sono necessità che costringono la  popolazione ad inventarsi nuove strategie di sopravvivenza.

Essendo difficile uscire dalle proprie mura, in questi casi un’importanza cruciale la assumono gli orti ed i campi coltivati in città, ed allora ecco nascere piccoli “orti urbani”, un sorta di micro-agricoltura gestita da gruppi di famiglie – o Parrocchie, quartieri – che coltivano piccoli appezzamenti di terra per i bisogni comuni.

Gli animali (maiali, ovini, mucche ed animali da cortile) possono muoversi spesso liberamente  in città, ma l’approvvigionamento di carne per tutti richiede spazi più aperti di quelli forniti da orti e giardini (dove a malapena si possono tenere oche e galline..), quindi le verdure rappresentano spesso gran parte del sostentamento pubblico. 

A tavola fra tradizione e contaminazioni “straniere”

La cucina e l’alimentazione si adeguano a tali bisogni, ed allora nascono tradizioni culinarie ricche di contaminazioni tra carne e verdura, e l’Umbria gioca una parte importante in questa mutazione.

La tradizione culinaria in Umbria viaggia infatti lungo due percorsi abbastanza definiti: quello vegetale e quello animale, che spesso  si incontrano  e si contaminano a vicenda. L’Umbria è può infatti essere definita come lo spartiacque geografico tra la “Romania” e la “Longobardia”, con una lunga storia di sovrapposizioni ed incroci  politici tra lo Stato della Chiesa ed il ducato Longobardo (si pensi a Spoleto), ed entrambe le dominazioni hanno contribuito  a formare una sorta di koinè alimentare: dall’uso dei cereali, con i diversi tipi di panificazione, allo sfruttamento del maiale (per cui Norcia diventa addirittura una “capitale” culturale della lavorazione),  questi due mondi si incontrano sulle nostre tavole da secoli.

Il maiale, in ogni sua declinazione (dall’arrosto ai salumi) gioca un ruolo importante nelle nostre cucine: la lavorazione della sua carne è da tempo immemorabile  un momento di unione, di convivio, di “pacificazione” tra famiglie e vicinanze addirittura, ed ogni operazione relativa alla sua preparazione coinvolge interi gruppi familiari sia in campagna che nelle piccole città.

La carne però è spesso un lusso, e durante i periodi di carestia – dal medioevo al 19° secolo –  il loro uso è fortemente limitato,  quindi alla base dell’alimentazione “di massa” ci sono le verdure, le erbe, i frutti della terra che vengono cucinati e serviti in ogni combinazione possibile.

Dalle “verdure basse” all’erba della “Provvidenza”, l’importanza dei vegetali

Le erbe spontanee e le verdure selvatiche sono spesso considerate in epoca medievale un dono divino.

L’importanza delle “verdure basse”, quelle che ogni cittadino può coltivare nel proprio orto, è ancora fondamentale per la nostra cucina, e ben prima dell’arrivo dei frutti esotici e del pomodoro – che arricchiranno i nostri giardini  solo a partire dal 17° secolo – le erbe naturali entrano nella nostra cultura popolare, come sinonimo di cibo povero ma essenziale,  per cui, quando dalle  nostre parti si fa riferimento al cibo semplice, si dice “mangiare pane e cicoria” !

Alcune erbe di campo sono da sempre alla base della cucina umbra, e la conoscenza di un territorio e delle sue piante sono fondamentali per trasmettere cultura locale,  prima a livello orale, quindi in forma scritta, nelle ricette casalinghe, ed infine nei ricettari.

Certe erbe non hanno nemmeno un nome definito, vengono infatti definite col termine “misticanza” – che indica anche un’insalata mista – eppure le donne e gli uomini della nostra terra le conoscono dall’alba dei tempi, mentre spesso i botanici e gli scienziati ne ignorano l’uso e la stessa esistenza. in questo senso la cultura  popolare le ha veicolate verso il presente, senza bisogno di definizioni ufficiali.

Nei periodi di magra, o in pieno inverno, le erbe prendono il posto della carne, o – se possibile – la accompagnano abbondantemente per supplire alla carenza di calorie; l’orto privato, domestico, o vicinale gioca in questo senso un ruolo fondamentale per l’alimentazione del gruppo-famiglia;  la stessa geografia urbana delle nostre città  (almeno fino al primo ‘900) è caratterizzata da un continuo alternarsi di mura ed orti, di giardini privati e semplici passaggi naturali verso le porte della città.

La tradizione delle passeggiate “extra moenia” a caccia di cicoria, raponzoli, valeriana, asparagi ed altre erbe è sopravvissuta fino ai giorni nostri, e soprattutto nei piccoli centri medievali non è raro imbattersi in anziani signori che si calano in fossi e percorrono strade poco battute durante le ore più calde del giorno, alla ricerca delle preziose erbe.

Si dice “erbe di campo” e si pensa ai fossi, ai prati, alla vegetazione spontanea che arricchisce le tavole, per preparare insalate dai gusti diversi, più amare di quelle coltivate e dai nomi curiosi, popolari (visto che – come abbiamo detto – non ne hanno di scientifici) che richiamano alla memoria il loro “uso” o la forma particolare: bietole, puntarelle, caccialepri, raponzoli, che si sposano all’aceto bollito, all’aglio, alla salsa di acciughe ed aceto, seguendo anch’esse quella “nobilitazione” tanto cara ai cuochi di corte…

Nel Medioevo i monaci chiamavano queste erbe “Provvidenza”, legando la loro  comparsa alla benevolenza di Dio, un alimento che non necessita di lavoro quindi, un dono inatteso della terra, e mentre la regola benedettina spinge al lavoro nei campi (ora et labora) gli eremiti preferiscono vivere di elemosina, ed amano di conseguenza questo cibo “divino”.

La maggior parte degli uomini (in campagna, e nelle nuove città nel medioevo) cercano però una sintesi, e così coltivano il campo, zappano, arano, ma poi accolgono con gioia anche queste erbe spontanee.

Bizzarre sperimentazioni Medievali, dall’orto Mistico, al pane senza farina.

Gli orti nel medioevo sono anche straordinari luoghi di sperimentazione, dove i saperi agronomici e le pratiche  di coltivazione si incrociano, e danno vita a veri e propri percorsi ideali e materiali. L’orto fornisce  il cibo (erbe, frutta, verdura e spesso cereali per preparare  il pane) ed assolve così alla sua funzione primaria, ma allo stesso tempo ripropone  uno spazio ideale, mistico (si pensi ai giardini zen della tradizione orientale), dove  il credente può addirittura ripercorrere i sentieri dell’eden, circondato da piante, colori ed odori che richiamano una spiritualità ascetica.

Le piante selvatiche, di campo, vengono lentamente addomesticate, e così i finocchi ed i cardi vengono  addolciti dagli orticoltori, che li trapiantano nei giardini strappandoli alla natura “salvatica” del bosco, del campo appunto.

Nei secoli le erbe selvatiche hanno persino contribuito alla ricerca affannosa del pane, il vero elemento culturale italiano, tanto importante nella nostra storia da aver contaminato il linguaggio, per cui l’italiano è l’unica lingua che  prevede l’espressione “pane e companatico” da cui si desume che l’alimento centrale è il pane, il resto accompagna il pane.  Questa centralità del pane (insieme a quella dell’olio) è – in parte – retaggio del cristianesimo, per cui la stessa transustanziazione vede il corpo di Cristo farsi pane per noi, ed il pane quotidiano è l’elemento portante addirittura del Padre Nostro.

Nei tempi  di carestia però, soprattutto nell’alto Medioevo e durante i lunghi periodi bellici, i cereali alti (grano) e quelli bassi (spelta, miglio..) scompaiono dalla tavola, ed allora non sono rari i casi di improbabili tentativi di panificazione con erbe di campo, persino con erbacce, che vengono macinate e trasformate in pagnotte, dal dubbio potere nutritivo e sostanzialmente immangiabili, se  non nocive per l’uomo. L’unico succedaneo del grano (naturalmente prima della comparsa del mais in Europa)  che ha avuto fortuna è la castagna: cotta, sminuzzata, tritata e trasformata in farina, con  essa si crea quello che forse è il primo dolce nazionale: il castagnaccio.  Non è un caso che il castagno sia anche chiamato “albero del pane” e la sua presenza all’interno degli orti vicinali o in quelli privati diventa nei secoli una costante anche in Umbria, accanto all’ulivo.

foto: Moreno Faina presso Ambienti Medievali di Narni

Fabio Ronci

San Francesco, Narni, le chiese dei mendicanti

 “ il mondo è qualcosa di più che un problema da risolvere, è un mistero gaudioso che contempliamo nella letizia e nella lode”.

Dall’enciclica Laudato sì di Papa Francesco

Ottobre è il mese  in cui si ricorda San Francesco d’Assisi ( 1182 – 1226), ricorrendo la sua memoria  liturgica, proprio il quarto giorno di questo mese.

Nel libro primo, capitolo ventotto, degli Statuti trecenteschi della città di Narni, si elencano una serie di festività da osservare e tra queste la festa di San Francesco. In tali festività, erano vietate la maggior parte delle attività artigianali, di commercio e della giustizia civile, mentre le poche attività concesse erano specificate chiaramente, come alcune particolari ed inderogabili mansioni legate al nutrimento di persone e bestiame. Trasgredire tali norme comportava vedersi  comminare forti sanzioni pecuniarie. 

 San Francesco ha dei legami rilevanti con Narni ed il territorio circostante, negli anni a cavallo tra il primo ed il secondo decennio del XIII secolo. E’ infatti attestato il suo passaggio a Narni e la memoria della sua presenza riscontrabile nelle antiche biografie come gli scritti di Tommaso da Celano ed altre fonti e in varie opere dipinte disseminate tra l’Umbria meridionale e  l’alto Lazio. Sappiamo di sue predicazioni e miracoli nella nostra zona, come della sua permanenza in quel luogo ameno noto come Sacro Speco, vicino alla località di Sant’Urbano. Viene tramandato poi che, il Santo si fermò anche sotto ai castelli di San Vito e Guadamello, dove il Tevere fa da confine tra Umbria e Lazio, di ritorno da Roma, dove si era incontrato col potente papa Innocenzo III; siamo nel 1210, quando Francesco andò dal pontefice per discutere le modalità con le quali condurre la comunità dei suoi già numerosi seguaci, ottenendo il permesso di predicare e quindi il riconoscimento come comunità evangelica, che poi, circa dieci anni più tardi portò alla stabilizzazione ed istituzione dell’Ordine francescano, con la conseguente approvazione della Regola.

Saranno quindi narnesi alcuni dei suoi primi confratelli ed in città venne poi fondato il convento e la grande chiesa a lui intitolata. Inoltre sembra sia narnese uno tra quei protomartiri francescani, tutti comunque provenienti dal nostro territorio, che unitisi al nascente ordine francescano, partirono a predicare il Vangelo in Marocco, subendo il martirio nel 1220.

Le comunità dei frati minori si distribuivano in varie custodie, che erano sostanzialmente delle organizzazioni territoriali con funzione anche di tutela di luoghi particolarmente simbolici per il culto del santo e dei suoi primi seguaci, tra i quali frate Matteo da Narni. Proprio la città di Narni ospitava uno di questi insediamenti di riferimento per tutto il territorio limitrofo.   

Della chiesa e del convento all’interno delle mura cittadine, dove si riunirono i frati minori francescani, abbiamo riscontri a partire dalla seconda metà del Duecento. La chiesa, che presenta elementi originali, sia nella collocazione, che nella facciata e nell’interno, rispetto ad altre chiese medievali narnesi, reca caratteristiche riscontrabili in molti edifici religiosi voluti dagli ordini mendicanti dell’epoca : un interno ampio e tendenzialmente unitario degli spazi, l’area del coro volutamente in evidenza rispetto a quella dei fedeli, la grande dimensione pur senza eccessive concessioni alla decorazione complessiva.   

Gli ordini mendicanti ( francescani, domenicani e agostiniani tra quelli presenti a Narni ) in effetti erano portatori di una nuova radicale religiosità fortemente riformista, ad esempio promuovendo l’ideale della  povertà e quindi anche nelle loro costruzioni, solevano marcare le istanze dei loro movimenti, cercando autonomia, pur con ovvi elementi di derivazione, rispetto al tradizionale assetto della chiesa medievale con la complessa spazialità romanica e al confronto coi grandi esempi dei complessi monastici benedettini e con il rigore delle proporzioni dei cistercensi.  Tali peculiari nuove caratteristiche, riscontrabili suprattutto nelle chiese mendicanti del Duecento, saranno poi via via attenuate, basti pensare alla crescente complessità dell’area presbiteriale, per la caratteristica di questi movimenti di sapersi anche ben confrontare e quindi dialogare con le varie realtà locali e con le classi che rappresentavano la società del tempo. Ecco allora che le chiese mendicanti ebbero un ruolo nel diffondersi del linguaggio figurativo gotico e dell’edificio religioso come contenitore e palcoscenico favorevole alla funzione della predicazione alla moltitudine dei fedeli, che proprio gli ordini mendicanti perseguivano. Superavano comunque un’articolazione più complessa degli spazi, il rispetto assoluto delle proporzioni e di possenti e statiche strutture, uno stile più dotto e un utilizzo scenografico delle decorazioni, per favorire una più diretta fruibilità,  una lettura più immediata, in sostanza un luogo di incontro anche talvolta imperfetto, dove, facendo un paragone con la letteratura del tempo, si parlasse una lingua più “volgare” e comprensibile.  

E infatti anche nella chiesa narnese troviamo la diffusa grande aula ( le navate laterali hanno uno sviluppo che forma omogeneità rispetto a quella centrale) con copertura a tetto e con il coro in risalto, con volta in muratura ed elementi gotici nell’abside.  Le navate laterali sono delimitate dal ritmo dei grandi pilastri cilindrici, mentre sul loro lato esterno si aprono delle cappelle che ancor più dilatano lo spazio. Sia nei pilastri che nelle cappelle laterali si sono conservati molti affreschi, attribuiti a vari artisti e datati a partire dal Trecento fino al Manierismo, che rappresentano temi mariani e santi venerati nel nostro territorio.

Nonostante i frati minori nel medioevo, come altri ordini mendicanti, insediassero le loro comunità nel tessuto cittadino e cercassero il rapporto fruttuoso con le componenti sociali delle realtà comunali, non disdegnavano comunque la ricerca di siti anche più solitari. Tra questi merita di essere preso in considerazione il Santuario denominato Sacro Speco, dove risiedono ancor oggi stabilmente dei frati minori francescani, situato in posizione dominante ed incastonato nei boschi vicino alla località di Sant’Urbano nel comune di Narni. In questo luogo suggestivo si trovava già un antico eremo legato ai benedettini e sappiamo che Francesco vi soggiornò intorno al 1213 con alcuni suoi compagni. Qui, inseriti sia all’interno che all’esterno del santuario stesso, troviamo diversi luoghi che la tradizione vede legati alla sua presenza. Alcuni dei più significativi sono un piccolo oratorio preesistente dedicato a San Silvestro; un pozzo di raccolta dell’acqua piovana dove per intercessione del  santo che si trovava in stato di malattia, avvenne il miracolo della trasformazione dell’acqua in vino rigenerante; la profonda fenditura della roccia, quello specus da cui prende nome il luogo, dove il santo soleva ritirarsi in preghiera e meditazione ; un riparo in pietra dove poteva riposarsi durante la sua convalescenza.

Il personaggio Francesco d’Assisi, ha lasciato quindi delle tracce tangibili e delle memorie importanti nella nostra storia e al di là delle fede e dell’esempio che ci ha testimoniato nella sua intensa e breve vita, merita di essere festeggiato e ricordato proprio dalle terre dell’Umbria, che trasudano il suo messaggio di amore, pace, semplicità e rispetto del creato.

Marco Matticari

De Palio currendo in Festo Beati Juvenalis

Il palio l’altra corsa equestre del  medioevo narnese

Gli eventi tradizionali in onore del santo patrono

I capitoli IV e V  del primo libro degli Statuti narnesi indicano, rispettivamente, le modalità di effettuazione del Palio e della Corsa all’Anello, eventi che si tenevano tradizionalmente in onore del Santo Patrono Giovenale nel mese di Maggio.

Una riscrittura frutto delle Costituzioni Egidiane

E’ noto che la riscrittura degli Statuti Narnesi del 1371 è una conseguenza diretta del riordino legislativo che avvenne in tutto lo Stato Pontificio grazie alle cosiddette Costituzioni Egidiane, promulgate a Fano nel corso di un apposito parlamento, convocato il 29 aprile 1357, su ordine del cardinale Egidio Albornoz, legato e vicario generale dello Stato Pontificio, e su incarico del pontefice Innocenzo VI (1352-1362). Queste Constitutiones  (rimaste in vigore dal 1357 fino al 1816) fornivano, di fatto, un nuovo assetto legislativo all’intero Stato Pontificio, rivedendo le legislazioni precedenti, ponendo ordine all’enorme materiale a disposizione, ed eliminando  quelle ormai obsolete.

La struttura “autonoma” pre-Albornoziana

Dallo  studio dei documenti locali sappiamo infatti che un insieme di leggi e regolamenti “Comunali” doveva esistere da molti secoli; la presenza di strutture “autonome”, (che preannunciano la nascita di un vero e propio Comune) si fa risalire addirittura al 9° secolo:  nell’anno 846 – ad esempio –  la città doveva già disporre di proprie milizie regolari, visto che i soldati narnesi furono mandati in aiuto di Roma durante l’assedio dei Saraceni.

Altri documenti ci testimoniano poi dell’importanza della Diocesi di Narni già dal 10° secolo, visto che i Castelli del Comitatus narniensis erano legati al Capitolo della Cattedrale da rapporti  di tipo “feudale” in quanto pagavano tasse ed oneri  in misura diversa, secondo la loro grandezza.

Le autorità civili sembrano invece assestarsi in città più tardi, a partire dal 12° secolo, quando abbiano notizia dell’elezione dei boni homines, o consoli, ovvero le prime autorità locali elette dal popolo. E risale al 1143 il primo documento ufficiale di sottomissione di un castello (Miranda) tramite  il suo Comes (Transaricus) che “…conferma e sottomette alla potestà ed al dominio della città di Narni ed al suo popolo maggiore e minore..” le sue terre. Questo atto è trascritto in una pergamena ed è considerato la prima testimonianza dell’esistenza del Comune narnese, indipendente, autorizzato a stringere patti, alleanze, controllare dazi e pedaggi, ed accogliere donazioni da terze parti.

Dal 13° secolo (come testimonia il “Fondo diplomatico dell’archivio storico” di Narni) il Comune pubblica atti e decisioni che poi vengono trascritte in un “Liber Statutorum”.

Interessante – sotto questo punto di vista – è la trascrizione di alcune sentenze di condanna contro malfattori e criminali nello stesso Libro: nell’anno 1286 per una sentenza di condanna emessa dal “Comune e  popolo di Narni” contro un traditore della città si richiede esplicitamente che la sentenza “…venga trascritta nel libro degli statuti e in due grosse pergamene da affiggersi un nel Palazzo Comunale e l’altra nella Chiesa di San Giovenale…”.

Facciamo un po di ordine … o quasi

La revisione degli Statuti del 1371 quindi accorpa e sistema tutti i vecchi provvedimenti, spesso anche di carattere transitorio,  che sono stati emessi dal Comune a partire (almeno) dal 13° secolo, suddividendoli in tre libri: il primo elenca provvedimenti di varia natura, attinenti alla vita quotidiana, religiosa, all’urbanistica, ed all’economia;  il secondo è dedicato alle cause civili, ed  il terzo a quelle penali.

L’ordine in cui appaiono i diversi provvedimenti sembra casuale, per cui i primi due articoli del libro  I° si occupano dei Mugnai e dei mulini (una delle maggiori fonti di ricchezza del Comune), per  poi essere seguiti da un terzo capitolo che si occupa invece della riparazione delle strade cittadine. Da ciò si evince che  – almeno per ciò che riguarda il primo libro – le leggi non sembrano seguire un ordine stabilito (a parte alcuni punti in cui  due o tre capitoli consecutivi si occupano della stessa materia…) ed è quindi interessante che il 4° ed il 5° capitolo degli Statuti presentino subito le due gare equestri organizzate per la Festa del Santo Patrono Giovenale, prima ancora di elencare tutte le feste religiose da “preservare” (lista che appare invece molto più  avanti, ai capitoli 28 e 210) nel Comune.

Il Palio e la Corsa all’Anello sono tradizione antica

L’importanza della Corsa del Palio (capitolo 4) e dell’Anello (capitolo 5) è quindi palese: il legislatore / riordinatore delle leggi si premura di inserire subito la codifica delle due celebrazioni, con l’intento di “fissare” sulla carta un evento ormai tradizionale, dettandone per sempre regole e limiti.

Che Il Palio e l’Anello fossero i due eventi maggiori all’interno dei festeggiamenti narnesi è cosa nota da tempo, sebbene la prima testimonianza scritta (codificata, appunto) degli eventi risalga proprio alla stesura di questi Statuti, mentre precedentemente il rapporto tra il Comitatus ed il Santo è rappresentato esclusivamente dalla consegna dei Ceri. ( vedi foto )

In alcuni documenti risalenti al 13° secolo si citano infatti i castelli che devono rendere omaggio al Comune nel giorno di San Giovenale recando dei ceri alla tomba del Santo (un’usanza tipica in molte città italiane, retaggio di un simbolico atto di vassallaggio), come nel caso del castello di Tarano che nel 1283 si pone sotto la potestà di Narni, e promette di portare ogni anno, il 3 Maggio, 40 libre di cera nuova.

La faccia “civile” della Festa appare quindi ben codificata nei “nuovi” Statuti cittadini  solo a partire dal 1370. Eppure la regolamentazione delle due manifestazioni equestri indica implicitamente  – soprattutto nel capitolo dedicato alla Corsa all’anello – una tradizione più antica: nel 5° capitolo, il testo recita infatti: “…omnes volentes currere ad anulum, debeant stare ab angulo Ecclesae Sancti Salvati, infra versus Fontem et posto anulo in loco solito…”, quindil’anello viene messo “nel solito luogo” un fatto noto evidentemente a tutti, così che il legislatore non ritiene utile dare ulteriori spiegazioni.

Il Palio e le sue regole

Il Palio è essenzialmente una corsa di fantini, simile a centinaia di altre  che si tengono sul territorio italiano sin dall’alto Medioevo, e che non implica un richiamo “militare”, di addestramento alle armi come succede invece per l’Anello.

E’ una corsa libera, presumibilmente a pelo, in cui i concorrenti devono percorrere un certo tratto di strada (anche extra urbano) per giungere ad un luogo dove è stato fissato il Drappo, il Palio appunto, che sarà assegnato al primo cavaliere che riuscirà a portarselo via.

Anche in questo caso – così come per l’Anello – la comunità ebraica della città è obbligata a pagare per “sovvenzionare”  i divertimenti dei “gentili”: una tassa di soggiorno e permanenza a cui sono sottoposte più o meno tutte le comunità ebraiche nel medioevo in Italia.  Anche nella vicina Terni, ad esempio, gli ebrei sono tenuti  a pagare il Palio che si corre in città il Lunedì di Pasqua, come testimoniano i documenti redatti nel 1427. 

A Narni i patti tra la comunità ebraica ed il Comune sono parte integrante degli Statuti, ed il capitolo 142 del libro I° specifica anche la somma da pagare: 4 fiorini d’oro per l’acquisto del Palio e dell’anello.

La corsa al Palio è aperta a tutti, locali e forestieri (contrariamente a ciò che viene per l’Anello, i cui cavalieri devono anche appartenere ai 3 Terzieri cittadini), e l’unica condizione è quella di partecipare con un buon cavallo, escludendo quindi  ronzini, giumenti (cavalli da soma) o cavali da traino (“ad vecturam” secondo la dicitura originale).

Il Vicario, o il suo Socius Miles (l’ufficiale che affianca il Vicario nelle funzioni militari) dovranno recarsi insieme ai currentes presso la Chiesa di S.Andrea in Lagia, e qui l’ufficiale dovrà controllare che ci siano almeno due cavalieri, per far sì che la gara  sia valida, e quindi dovrà metterli in fila, uno dietro l’altro, pronti per la partenza.

Mentre la storia della Corsa all’anello  è stata oggetto di grande interesse nel tempo, intorno alla Corsa del Palio ci sono ancora alcune curiosità che non sono state completamente chiarite, nostra intenzione è proprio quella di proporre alcune spiegazioni plausibili e nuovi spunti di riflessione che riguardano anche l’evoluzione urbanistica della nostra città.

La Chiesa dimenticata lungo il fiume Lagia

La prima curiosità riguarda  proprio  il luogo di partenza della corsa: la chiesa di S.Andrea in Lagia; così  infatti recitano gli Statuti: “…Miles, seu socius Domini Vicarij […] accedere debeat ad Sanctum Andream in Lagia, cum volentibus ad palium currere, et ipsis adscriptis ibidem si fuerint saltem duo; ipsos citra et juxta Lagiam stare facet seriatim…”, quindi chiunque vorrà correre il Palio dovrà posizionarsi presso la Lagia (al di qua e presso la Lagia, secondo il testo) pronto per partire  verso Narni.

La chiesa di S. Andrea in Lagia all’epoca era posizionata lungo la Flaminia, ed il toponimo Lagia col tempo si è trasformato in Laia, il nome del lungo corso d’acqua che scorre lungo la Sabina per arrivare a Narni, dividendo la diocesi della Sabina da quella narnese.

Prima dell’ubicazione della chiesa è interessante notare che l’idronimo Lagia è un termine comune che indica spesso propio un corso d’acqua – cosa che ci è testimoniata anche dal volume “Sabina sagra e profana” di Francesco Paolo Sperandio, pubblicato nel 1790, e che raccoglie vari documenti inerenti la storia della Sabina nel corso dei secoli.

Qui, nella riproduzione di una breve  di Papa Clemente XII del 1708, nel chiarire i confini della regione, appare la seguente frase: “…terminum divisorium diocesis Sabinae, a diocesis Narniensis, esse quondam foveam seu fossa qui vulgariter dicitur la Laja…” (ringrazio Claudio Magnosi per la fonte storica).
Il termine latino fovea può essere tradotto come fossa, buca, ma anche antro (di una grotta), mentre il Du Cange suggerisce un’ulteriore significato al termine Lagia: semita, ovvero sentiero, viottolo, ma anche solco (del terreno).

Da tutto ciò si evince quindi la diruta chiesa di S. Andrea si trovava presso il torrente Lagia, e che questo toponimo può riferirsi sia ad una fossa che ad un corso (d’acqua o nel terreno in questo caso), ma dove era esattamente la chiesa?

Fino qualche anno fa’ – quando la vegetazione non aveva ancora modificato parte del territorio circostante  – i resti di un’arco di fattezze medievali erano ancora visibili proprio lungo il corso più accessibile del torrente, vicino la strada Flaminia. Oggi purtroppo la struttura sembra completamente occultata (o forse fagocitata) da altre costruzioni moderne, ma chi ha memoria può testimoniare della sua presenza, e quindi avvalorare la presenza della chiesa propio juxta Lagiam – come recitano gli statuti.

L’abitudine di ostacolare i fantini

A questo punto abbiamo stabilito – con una certa sicurezza – il punto di partenza del Palio: dalla chiesa di S.Andrea,  lungo la vecchia Strada consolare, i fantini corrono verso Narni, risalendo la strada principale, un percorso abbastanza aspro e sicuramente non breve: quasi tre chilometri risalendo la Flaminia – che all’epoca era probabilmente in sterrato e piena di impedimenticon gli spettatori assiepati lungo il percorso, pronti a  tifare o a cercare di ostacolare i fantini con ogni mezzo.

L’articolo degli statuti infatti mette in guardia gli eventuali “guastatori”:

…nullus de civitate Narniae, vel aliunde faciat aliquod impedimentum, seu obstaculum ad poena X librarum cortoniensium…”.

L’abitudine di ostacolare i fantini lungo il percorso era infatti pratica comune nelle feste popolari: anche nella corsa del Bravio di Terni (di cui abbiamo parlato sopra) c’è infatti un simile richiamo, quando si specifica che “nessun cittadino, di qualsiasi  condizione, sia abitante del comitato o anche forestiero e di qualsiasi sesso, osi o presuma dare o provocare qualche impedimento in qualsivoglia modo ai cavalli mentre corrono il bravio, sotto pene pecuniarie o personali…”.

Una volta giunti in città, il primo tra i currentes che riuscirà “toccare” il Palio, lo avrà come premio. Il fatto che il vincitore debba solo toccarlo è legato anche alla sua posizione: il Palio “…stare debeat supra Petronum, ubi est affixa catena, et qui primus attigerit, acque pervenerit ad ipsum Petronum ipsum Palium tradatur et detur per illum tenentem…”.

Due curiosità

Ora, due sono le curiosità che sorgono dalla lettura di questo brano, e la prima riguarda proprio la modalità di attribuzione del Palio: il primo cavaliere che pervenerit (ovvero giungerà) o attigerit (toccherà) il Palio lo avrà in premio. Questa procedura si ripete anche nei sopraccitati documenti ternani del 1427, anche  in quel caso infatti “..il bravio verrà concesso al cavallo che primo sarà arrivato col fantino sopra di lui e il cui fantino avrà toccato quello..”.  L’annotazione sul fantino che dovrà arrivare sul suo cavallo fa pensare che – come avviene ancora oggi a Siena – potevano esserci anche cavalli scossi, che avrebbero potuto arrivare prima degli altri, ma senza  ricevere il premio.

La seconda curiosità riguarda invece il termine Petromum: per molto tempo si è ipotizzato che questa parola indicasse genericamente una pietra, o un cumulo di pietre, su cui veniva issato il Palio. Sulla sua ubicazione in città non c’è mai stata un’ipotesi generalmente accettata, ma chiaro è che la linea dell’arrivo doveva trovarsi nel centro cittadino, come già accade in altre realtà simili (sempre per citare il caso di Terni la corsa finiva nella piazza delle Colonne “…sulla colonna dove viene misurato il grano..”, oggi Piazza del popolo).

Petronum la nostra ipotesi

Oggi proponiamo qui un’altra ipotesi: il termine Petronum  appare infatti in altri contesti urbani in Italia ed all’estero, spesso collegato ad un luogo dove si amministra la giustizia, un arcaismo che dal latino passa al Provenzale, e da qui torna nell’uso comune anche nell’Italia Comunale.

Come spesso accade per i vocaboli presenti negli Statuti del 1371, molti termini legali sono il frutto della contaminazione tra una radice tardo latina e la sua evoluzione nel volgare, per cui la lingua latina degli statuti redatti tra 13° e 14° secolo in Italia risente di questa necessità di arrivare ad un pubblico più ampio, non è ancora volgare (come sarà, invece, in parte dei più tardi statuti Ternani) ma non è più latino classico.

Ecco quindi che un termine come Petronum non è semplicemente traducibile come “cumulo di pietre”, ma si collega ad altre  tradizioni: nell’ambito francese medievale, ad esempio, il  termine Perron (proprio dal latino  petronus) indicava proprio la colonna presso cui i sovrani usavano ricevere  i loro vassalli, di norma posta di fronte al palazzo del potere, ed infatti di fronte a molti municipi c’era una simile colonna  dove si amministrava la giustizia, ovvero si leggevano le sentenze e si eseguivano le punizioni.

A  Liegi – ad esempio – il petronus (i.e. Perron) divenne il nome stesso di una scala sormontata da una colonna, presso cui venivano letti i decreti pubblici e si eseguivano alcune sentenze.

In altri luoghi, soprattutto nell’Italia subalpina, ed in ambito francofono, il perron era infatti una sorta di tribunale “open air”, municipale o comitale, presso cui si svolgeva parte dell’attività legislativa.

La particolarità del “Petronum” Narnese

La particolarità del petronun narnese però è anche la presenza di una “catena” (cit. “…ubi est affixa catena..”), sopra la suddetta colonna, e quindi – osservando le strutture presenti in Piazza dei Priori – l’occhio non può che cadere sulla “gogna”, la parte centrale del Palazzo dei Priori, dove sono ancora ben visibili i segni degli anelli per le catene ed addirittura i solchi lasciati nella pietra riconducibili alla posizione assunta dal condannato.

Tra l’altro la forma originaria della tipica gogna è quella di una colonna, a cui è fissato un collare di ferro per mezzo di una catena.

A questo punto possiamo ipotizzare che il petronum narnese, su cui viene issato il palio che i cavalieri dovranno toccare, non sia altro che il tronco di colonna che oggi si trova all’interno del loggiato di Palazzo dei Priori (forse spostato qui per preservarlo dalle intemperie del tempo, in un passato  più recente) proprio dietro la colonna centrale, e che – curiosamente – somiglia molto ad un cippo usato per le decapitazioni che oggi è  ospitato all’interno della cattedrale di Salerno (anche per questa informazione ringrazio Claudio Magnosi), e a sua volta analogo ad altri manufatti simili in Italia ed in Europa.

Ora abbiamo alcune certezze in più riguardo al Palio narnese, e con questo intervento speriamo di aver soddisfatto anche qualche curiosità, e  di averne stimolato altre, in relazione alla gara ed all’assetto urbano della città medievale nei suoi spazi comuni.

Tradizionale Offerta dei Ceri, presso la Cattedrale di Narni
Foto: Fabio Oddi

Fabio Ronci

Vino ed acqua di Feronia nella Mensa dei canonici

De cereis, l’offerta dei ceri

La cerimonia della consegna dei ceri, che il 2 maggio fa rivivere una pagina di storia narnese nel luogo e con le figure di un tempo, ricorda che fra i tributi che i soggetti dovevano per la festa di san Giovenale la cera rivestiva un ruolo importante. Tuttavia la reverenza verso il Capitolo dei canonici si manifestava anche in altri momenti del calendario liturgico, e con alcune modalità trascritte da Carlo Stefano Bocciarelli in “Cathedralis Narniensis Ecclesiae”, edita a Narni nel 1720; e da altri studi. Dai quali, tralasciando i versamenti in cassa, dai soldi agli oboli, dagli scudi ai “carolenos”, si può cogliere un aspetto meno noto della Mensa dei canonici, ovvero i beni e i frutti che ne costituivano il patrimonio, partendo da un testo che riguarda il pane.

Panectas, l’offerta del pane

panectas = pane
Pane che due volte l’anno la chiesa di san Lorenzo, “posita in Civitate Narniae prope Ecclesiam Cathedralem et muros canonicae”, della quale rimane soltanto la dizione sant’Alò in via del Campanile, doveva offrire al Capitolo della Cattedrale in numero di dodici pagnotte a Natale, ed altrettante a Pasqua, per un totale di 24 “panectas”.

La pratica di distribuire pani, non necessariamente legata a un’imposta, si riscontrava anche in altre chiese: a Roma san Biagio in via Giulia era “detto della Panetta, overo Pagnotta, perché nel giorno della festa si distribuisce il pane” (De Rossi, Ritratto di Roma, 1612). E accanto ai pani, nella Mensa del Capitolo canonicale, e in quella del vescovo, si potevano aggiungere dei pesci.

Pisces, l’offerta dei pesci

pisces = pesci
Che erano nella Mensa già nel 1227, quando papa Gregorio IX in una bolla rivolta ai canonici di Narni confermava il “redditum centum piscium, quem habetis in Castro Modii”.
Moggio, nella giurisdizione di Rieti e in diocesi di Narni, ogni anno per san Giovenale, o per l’Ascensione, doveva ossequiare la Cattedrale con “centum pisces”, ed altrove cento libbre di pesci. I quali, per facilitare il computo, non dovevano essere avvolti dalle foglie di salca, o salga, un’erba prossima al fiume Velino, utilizzata per tale scopo (Ceroni, Latina gens, 1939).

Circa la distribuzione si animò una lite tra il vescovo Raimondo Castelli e il Capitolo dei canonici, appianata intorno al 1662, quando “ebbe luogo una convenzione sulle cento libbre di pesce che il castel di Moggio deve contribuire annualmente, una parte al vescovo e due al capitolo”, come riassumeva Gaetano Moroni nel “Dizionario di erudizione storico ecclesiastica”, al 1857.

In un’ideale vicinanza tra i pani di san Lorenzo e i pesci di Moggio avrebbero trovato spazio la consistenza di un buon vino e la leggerezza di un’acqua che sfiorava il mito.

De bono vino, cum aqua de Feronia

E così accadeva: l”“Ecclesia parrocchialis S. Jacobi sita in dicta Civitate Narniae in suburbio”, il 25 luglio festa dell’Apostolo, oltre ad offrire cera e denaro, era invitata ad ospitare quattro canonici con quattro famigli e, “se piacerà”, a dissetarli con “de bono vino, cum aqua de Feronia”. E in un territorio con vigne e ricco di sorgenti, non povevano mancare un buon vino e quell’acqua che nella fonte di Feronia racconta un antichissimo culto, celebrato da poeti quali Pannonio e tramutato nel detto popolare “Chi beve l’acqua di Ferogna non parte più da Narni”, (Eroli, Miscellanea, 1858).

La perduta chiesa, che insisteva sull’attuale via XX Settembre, definita anche al titolo dei santi Filippo e Giacomo, condivideva con l’“Ecclesia S. Mariae de Visciano”, poi nota come santa Pudenziana, l’onere di ristorare una parte del Capitolo. Infatti anche quest’ultima chiesa, che possedeva alcuni vigneti già nel 1129 (Bolla di Onorio II), alla ricorrenza di santa Maria in agosto doveva invitare quattro canonici e altrettanti famigli, ma non era tenuta ad offrire loro vino ed acqua di qualità.

Additio

Dei tributi analizzati, scanditi nelle pergamene e confluiti nell’“Additio miscellanea” in “Cathedralis Narniensis Ecclesiae” del citato canonico Bocciarelli, ai nostri giorni si nutre una corretta memoria solo per i pesci di Moggio, evocati nel rito dei ceri alla Vigilia del Santo, a differenza del pane, del vino e dell’acqua di Feronia che cadevano in altre festività, legate a chiese non più esistenti.

Così nella diocesi di Narni, mentre in quella di Rieti, “certe regalie di alcuni Castrati in tempo di Carne, e di Pesci in tempo di Vigilie, e di Quaresima, e di certa quantità di Pane e di Vino”, rivolte ad alcuni conventi, nel 1438 avevano generato una lite tra quelle fraternite e diverse parrocchie, poi risolta dal “Dilecto filio Abbati Monasterij S. Angeli in Massa extra muros Narnien”, su incarico di papa Eugenio IV (L.Torelli, Secoli agostiniani, 1680).

Foto:
1. Google Street View
2. Fabio Oddi

Claudio Magnosi

In questa notte di mezza estate

Chi non conosce questa vecchia filastrocca?

“Seta moneta
le donne di Gaeta
che filano la seta
la seta e la bambace
a me non mi piace
mi piace San Giovanni
che batte le castagne
le batte forte forte
da far tremar le porte
le porte son d’argento…”

La memoria corre lontana e ci riporta a quando eravamo bambini e alle voci delle mamme e delle nonne che, cantandola, ci dondolavano sulle gambe.

Mamme e nonne non sapevano che ci stavano raccontando una delle storie più antiche del mondo. Perché ne parliamo proprio oggi?
Perché tra martedì 23 e mercoledì 24 giugno sarà la notte di San Giovanni.

La notte più magica dell’anno

Notte di magia e di girotondi, di anime inquiete e aspettative, durante la quale i frutti e le erbe diventano malefici o purificatori e tutto può accadere…è la notte del climax del tempo balsamico, per questo alcuni di noi prepareranno l’acqua odorosa per lavarsi e rigenerarsi l’indomani, altri saranno  impegnati  a cogliere i malli delle noci per preparare il Nocino migliore, mentre, i più superstiziosi metteranno una scopa di sagina fuori della porta di casa per evitare l’ingresso delle streghe…
questa è la notte più magica dell’anno!

Dal dio Giano a San Giovanni

La religione si fonde con la superstizione, insieme diventano tradizione, ma va bene così, sono tutti aspetti della nostra cultura che, attraverso i Santi Giovanni, il Battista (24 giugno) e l’Evangelista (27 dicembre) ha ancora bisogno di aprire le porte del Tempo per dar inizio al declino e all’ascesa del cammino solare.

Dall’alba dei tempi le chiavi delle porte erano appartenute a Giano, divinità infatti solare, che ha lasciato il compito di sorvegliare i “varchi solstiziali” a due santi speciali, quelli con la vicinanza fonetica più stringente.

Janus/Joannes, un binomio perfetto e necessario per accompagnare gli uomini dalla religione arcaico romana a quella cristiana in un mondo dove la vita, i ritmi e l’agricoltura erano dettati dalla stagionalità e dalla luce del sole.

Tutto questo a Narni era già tradizione almeno sette secoli fa, ce lo raccontano gli Statuti (Libro III, Cap.LXXXVII) “Nessuna persona nella festa del Beato Giovanni o in altra festa vada la corona”.

Gli elementi vegetali erano armi contro il Maligno

La corona non era di fiori ma di teste d’aglio, serviva ad allontanare il Maligno, aveva quindi la funzione di protezione contro il male ed il peccato ma serviva anche ad allontanare i dolori.

Se il divieto esisteva  è evidente che la pratica di festeggiare il santo così adornati doveva essere abbastanza diffusa e comune, ma da dove proveniva questa abitudine?

Difficile dire con certezza in quali tempi si sia formata questa mentalità magica e tra quali genti avesse più forza. Nei lunghi secoli dalla tarda antichità all’alto medioevo il territorio narnese, come tutta la penisola, aveva conosciuto una forte “carica sacrale” che la magia poi perderà nei secoli successivi. A portarla erano stati soprattutto i Longobardi, ce lo raccontano due singolari e suggestivi monumenti della loro cultura, gli editti di Rotari (643) e di Liutprano(712).

Nel secondo documento soprattutto si percepisce in modo più chiaro un’idea della magia legata d’istinto alla nozione di natura, di forza, di valore, di dominio lecito o illecito; un passo è illuminante: “Nessun campione presuma, accingendosi al combattimento, di avere con se erbe malefiche o altre cose simili, ma soltanto le armi convenienti..”.

Gli elementi vegetali della natura quindi sono considerati armi, dotate di forza e di capacità di agire, esattamente come l’aglio delle corone di San Giovanni…uno dei santi più cari proprio ai Longobardi..ma sono solo tracce, deboli, affascinanti del tempo.

Con il viso profumato dall’acqua odorosa o con un bicchierino di Nocino…Buon San Giovanni a tutti !

Eleonora Mancini

In taberna quando sumus

Pensieri sparsi di un commensale all’osteria di Narni

Le hanno chiamate Hostarie. E passi. Entri e ti trovi in un medioevo palpabile, per quanto talvolta approssimativo. Ambienti che viaggiano, ormai, oltre i mille anni. Incannucciati e laterizi, mattoni di riuso e materiali di spoglio. Va bene. Siedi su rustici sgabelli. Fanciulla che si avvicina. Ha in mano carte: il mangiar del giorno. “Bianco o Rosso”, “Blu” rispondo “ragazza mia, se non so cosa mangerò, come faccio a dirti?”. E’ poco più che bambina, arrossisce leggermente compunta, mia moglie mi guarda alla verme. “Su, dai, portalo rosso che fa sangue”. Anche lei, giovane, sa che la diceria è una sciocchezza e sorride. Equilibrio ristabilito. “Voglio braciola e salsicce”. Lei “Vabbè, avrei optato per i fagioli con le cotiche ma tant’è…andiamo sul leggero.

Mangiamo sotto il livello di una chiesa Benedettina

Ha 1028 anni quest’anno. Un tizio donò un monastero che era lì e loro, i farfensi, ne fecero una chiesa-capolavoro. Il portale di destra, scanso equivoci, ci misero due aquile. Cornu evangeli. Il loro abate, Berardo Ascarello, aveva affermato, nel bel mezzo della lotta per le investiture, che la prima obbedienza si deve a Cesare e la seconda a Dio “Perché nel Vangelo sta scritto -Date a Cesare…e dopo è aggiunto -E date a Dio…quel che è di Dio”.Così l’abate fissò le precedenze e le raffigurò nel portale di sinistra (ma di destra per chi officiasse) della chiesa. Imperatore e “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Questi era in principio…” e non come da traduzione di Umberto Eco!

Arrivano le salsicce ma prima ascolto il vino

Brilla tremulo, vermiglio nella controluce dell’oscillante lampada. Riempie il gotto di terracotta. Traditoro quant’altri mai. Tiene un buon mezzo e sei portato a tirarlo giù di botto. Ma di botto in botto, poi le gambe reggono sempre peggio. C’è anche la braciola. Ancora soffrigge appena tolta della brace ardente. Mangi assorto: “Dove ti sei cacciato?” fa lei che sa bene come questa città rapisca troppo spesso la mia presenza.

C’è una cisterna nascosta in una chiesa sotterranea

E’ che sotto quella chiesa c’è una cisterna romana. In perfetta efficienza. Sta alla fine di una chiesa sotterranea, esattamente sotto la prima ma orientata in senso inverso, ove certe sere piovose non entra nessuno ed il silenzio ovatta. Te ne stai lì e senti gocciare. Lento. Prima, terza, sesta, nona, vespero e compieta. Poi, Prima et Secunda vigilia e….il monachello passava con la lucerna, nelle gelide notti invernali, per vedere se qualche giovane confratello continuasse il sonno. Trovava il miserello e gli passava la lucerna. Finito l’uffizio chi aveva in mano il lume rimaneva digiuno il giorno dopo. Al monastero si mangiava una sola volta al giorno. Quindi digiuno lunghissimo tranne se fosse stata estate, nella quale si mangiavano due pasti al giorno. Altri tempi!

Mai giocato a Filomena? Se sbagli bevi!

Arrivano nuovi commensali. L’hostaria si riempie. Ragazzi . Mangiano. Poi comincia un gioco per sbronze: si chiama Filomena. Intreccia prontezza di lingua e sveltezza di braccia. Se sbagli bevi. E più bevi, più ti sbagli. Finisce in sbornia com’è normale.

Bizzarri capitelli ammoniscono contro i peccati

La chiesa ha capitelli che ammoniscono contro il peccato. La gola è peccato. E, nell’ultimo capitello di destra, che sarebbe poi di sinistra per l’officiante, c’è un’intreccio di diavoli peccatori che promuove angoscia. Alla luce delle tremolanti candele sembrano serpenti vivi. Lato epistulae. Si può rimediare. La richiesta di perdono (in quanti modi, nei secoli, è mutata la confessione!) riguarda anche i peccati di gola. In quell’angolo oscuro di Narni avvengono anche peccati di carne. Gli angeli sorridono, le aquile girano la regale testa e i demoni bestemmiano; sanno che Dante ha detto bugia quando ha spedito loro Paolo e Francesca. Mai pervenuti, laggiù ma si sa, i fiorentini mentono per la gola.

Si esce e piove autunno. E pensi al volvere irresistibile delle stagioni. Quanti amici, quante gioie, quante storie hanno intrecciato le vicende sotto il portico animato dai leoni ormai smozzicati dall’uso. Sale lentamente una nebbia nell’anima. E fino a quando, fino a quando non svanirai anche tu nella presenza e nella memoria? Prima, terza, sesta, nona, vespero e compieta…

foto: Gianmarco Nevi

Bruno Marone

San Cassio e l’invenzione del Medioevo narnese

San Giovenale è il protettore di Narni.
San Cassio pure.

Giovenale è stato vescovo di Narni.
Anche San Cassio.

Giovenale non era narnese.
Forse neanche San Cassio.

Giovenale è un uomo del IV secolo,
San Cassio del VI.

Tra i due ci sono circa 180 anni, un tempo durante il quale il mondo dell’occidente romano è cambiato. E dopo ancora tante volte sarebbe cambiato. Nel tempo umbri, etruschi e sabini a due passi, romani, goti, bizantini, longobardi, franchi, pure i saraceni… tutti hanno lasciato qualcosa in questo fazzoletto di terra. Il mondo medievale è quello che oggi chiameremmo un melting pot, ne sono testimonianza i nomi che abbiamo dato alle cose, tutta la toponomastica che utilizziamo,  i santi che preghiamo oggi e quelli che gli antenati concittadini hanno venerato in passato, anche la cucina e le superstizioni appartengono alle stratificazioni sociali e culturali di cui noi oggi siamo il prodotto. E ci piace. Tanto. Talmente tanto che da più di 50 anni ripetiamo “li riti e li giochi” in onore di San Giovenale.

I giochi sicuramente no ma i riti, Cassio, li officiava quotidianamente presso la sepoltura del predecessore probabilmente anche monumentalizzandola  in occasione della sistemazione delle mura urbiche delle quali, in qualità di vescovo, per una legge emanata da Giustiniano nel  530, aveva la cura.
Cassio è un uomo di fede e di azione in città.

Giovenale è un santo dentro le mura e diventa un tutt’uno con la cinta di difesa, facendo scudo col suo corpo alla città stessa. L’immagine è potente e segue logiche e ideologie di derivazione bizantina e Cassio è probabilmente l’artefice di una operazione ideologica e culturale che ha determinato il futuro della comunità religiosa e civile narnese.

Prova ne è l’articolo degli statuti dove si riportano le modalità dello svolgimento dei festeggiamenti ancora nel XIV° secolo, prova ne è l’esistenza,  oggi, nel XXI° secolo, delle stesse pratiche. Ma oggi lo facciamo utilizzando un tempo altro, guardiamo Giovenale attraverso il filtro della nostra precedente “vita mediavale” e Narni ha un “medioevo tutto suo”, in parte fatto di ricerca storica, in parte frutto di fantasia, sperimentalismo, memorie personali e collettive, saperi esperti e improvvisazioni e tanto di più.

Come tre specchi che si guardano  VI° XIV° e XXI° secolo si riflettono a vicenda e rimbalzano le immagini all’infinito… anche in questo anno strano in cui tutto e diverso, dove piazze e vicoli hanno qualcosa di metafisico e tutto ci mancherà, dal vento che muove le bandiere all’odore della pizza dei forni.

Eppure il banditore è uscito. San Cassio sorride.

 

Eleonora Mancini