Nell’antica città di Narni, la tradizione orafa è stata tramandata nel corso dei secoli. In questo articolo, ci concentreremo sull’arte orafo nel tardo Medioevo e su uno degli orafi più famosi dell’epoca, Battista da Narni.
E’ trascorso qualche anno, -ma per la Festa di Narni tutto è senza tempo-, da quando nel Terziere di Santa Maria si aprì una bottega medievale in cui appariva un orafo, e la figura era Mario Matticari, che orafo lo era per davvero. E certo interpretava, pur non sapendolo, un artista che in città era vissuto a fine Trecento, e che si firmava Battista da Narni. E a dicembre 2022 tutto è tornato in mente, e ho scritto poche righe su un calice di Battista da Narni, che Marco ha letto…e anche così può nascere un Racconto delle Pergamene.
Questo è dedicato a Mario Matticari (C.M.).
La produzione orafa nel Medioevo
L’oreficeria è da sempre tra le tecniche artistiche più apprezzate ed evocative, sia per i materiali preziosi utilizzati che per le tecniche raffinate. Inoltre nel Medioevo sono evidenti le sue strette connessioni con le altre arti figurative, e basti pensare alle tipiche forme dei turiboli in stile gotico che richiamano edifici sacri.
Nella seconda metà del Trecento, l’ornamento venne sempre più concepito come opera del genio di un singolo artista, quindi svincolato dal compito di celebrare principalmente il potere divino e quello temporale, che da sempre si sono avvalsi dell’arte orafa per rappresentarsi.
Questa nuova forma di libertà espressiva stimola il desiderio dei benestanti di possedere gioielli, abiti, per cui nel lusso investe anche la borghesia arricchita. I gioielli si fanno sempre più carichi di pietre preziose e perle, fin quasi a nascondere le stesse montature. Ora l’immagine di tipo religioso come ad esempio un’Annunciazione o una Crocifissione, vengono presentate in una cornice più ricca di decorazioni naturalistiche.
Così spille “ad anello” si evolvono in forma di cuore, e diventano di moda in tutta l’Europa occidentale, generalmente regalate come pegno d’amore. Ancora spille in oro, con perle e pietre preziose; e pendagli con rosetta sbalzata e con decorazioni in rose di perline, erano anch’essi simbolo d’amore, come le fibbie da cintura, con raffigurazioni di mani che si stringono in segno di fidanzamento.
Gli anelli, usati come talismani o come sigilli, assumono una funzione decorativa e sono realizzati in oro, argento e pietre preziose con decorazioni araldiche o simboli religiosi ad uso degli ecclesiastici e non solo. Molto diffuso anche l’anello con il nodo d’amore o con le mani intrecciate o in segno di giuramento, recanti scritte sul gambo “io a te, tu a me”.
La tecnica dell’orafo del Medioevo
Tipica dell’epoca la tecnica del niello, (che consiste nel riempire i solchi di un’incisione a bulino con un composto colorato) e soprattutto dello smalto traslucido, per decorare anelli, spille, diademi ed altri monili. Celebre per utilizzare tale tecnica già a fine Duecento è stato il senese Guccio di Mannaia, che realizzò un calice per il papa Niccolò IV, nella Basilica di San Francesco ad Assisi. E con lo smalto traslucido è stato eseguito il Reliquiario del Corporale di Bolsena di Ugolino da Vieri (1338), attualmente all’interno del Duomo di Orvieto. Entrambi sono esempi della raffinatezza e del livello estetico raggiunti dall’oreficeria senese, nel XIV secolo.
Nel Medioevo in molte città gli orafi, inizialmente iscritti alle corporazioni dei Fabbri, nel tempo si associarono in una propria aggregazione professionale, rientrando a pieno titolo tra le arti maggiori, di cui talvolta diffondono se non anticipano i modelli. Nasce dunque a tutti gli effetti nel Medioevo la figura dell’orafo.
L’Orafo di Narni
A Narni l’attività di orafo era una pratica di cui si ha riscontro con la figura di Battista detto appunto ‘da Narni’, vissuto verso la fine del Trecento e i primi decenni del secolo successivo. E del quale resta un calice il cui valore si compenetra nella bellezza degli smalti, degli sbalzi e dei ceselli e delle dorature che donano lucentezza all’argento che è materiale di base. (M. D’Onofrio, Mostra di arredi sacri, Catalogo, 1974). ‘Battista de Narne me fe’ un capolavoro di devozione religiosa raccolta in diciotto riquadri dedicati ai Santi rappresentativi dell’area, da Santa Caterina di Alessandria a santa Margherita di Antiochia, da Gesù alla Madonna addolorata, da san Michele Arcangelo a san Giovanni Battista, ed altri ancora della venerazione popolare, nella quale trovava spazio il culto di san Francesco di Assisi.
Si può credere che l’orafo di Narni abbia avuto esperienze comuni ad altri artisti dell’area tra Toscana e Umbria, e un riferimento può riscontrarsi in un simile manufatto di Catalauccio da Todi Il calice di Battista era stato richiesto da Giacomo di Francesco Donatucci, riferibile alla famiglia che ancora ai primi decenni del Quattrocento rivestiva un importante ruolo sociale a Terni, ed è conservato in quella Cattedrale.
Nel 1651 è’ stato trasformato in reliquiario del Preziosissimo Sangue, ed è annualmente esposto in quella ricorrenza.
La bottega dell’orafo nel Medioevo
E torniamo dove abbiamo iniziato, ossia alla bottega dell’orafo, che era a metà strada tra l’officina di un fabbro e lo studio di uno scultore, e presentava caratteri simili ovunque, a prescindere dalla sua localizzazione, considerando che le tecniche utilizzate da Parigi a Norimberga da Firenze a Roma, erano le stesse, salvo il prevalere, per gusto o preferenze locali, di questo o quel tipo di lavorazione.
Vi era il banco – e qui si riportano appunti di Mario Matticari, scritti proprio per la bottega ricostruita nel Terziere di Santa Maria– su cui si eseguiva gran parte delle lavorazioni mentre i vari strumenti erano sistemati alle pareti, su una serie di ripiani nei cui fori trovavano alloggio in bell’ordine bulini, martelli, lime, ceselli, pinze, tenaglie, trapani e quant’altro necessario alle diverse tecniche impiegate. Sparsi sul banco, sui ripiani e a terra, potevamo trovare i numerosi modelli in legno, in cera o in bronzo per le fusioni. E non poteva mancare la fornace, utilizzata per le fusioni dei metalli, per cuocere lo smalto e per eseguire la doratura a fuoco. Accanto alcune macchine tipiche del medioevo, come la pressa, il filatoio, il tornio ed il laminatoio che avevano lo scopo di rendere più efficiente il lavoro dell’orafo.
In questi ambienti fecero il loro apprendistato alcuni dei grandi artisti del tempo rappresentato, da Andrea Pisano a Lorenzo Ghiberti, e ancora Masolino, il Pollaiolo, Filippo Brunelleschi, Donatello, Sandro Botticelli e Andrea Verrocchio e il ‘nostro’ Domenico Ghirlandaio.
Dimostrando che I’oreficeria era arte in cui conoscenza e manualità vanno di pari passo con il gusto ed estetica, sperimentate in tutte le sue forme, a creare Bellezza.
Il ‘400 Narnese è essenzialmente un’epoca di riassestamento, sia a livello urbanistico (dopo le modifiche imponenti dell’ultimo scorcio del 14° secolo, a partire dall’erezione dell Rocca Albornoziana, ed il successivo spostamento dell’asse pubblico anche verso il “Monte”), che politico, dopo il rientro della città ribelle nell’alveo dello Stato della Chiesa.
E’ questo un periodo in cui le famiglie illustri forniscono più soldati che letterati al paese, anche grazie alle innumerevoli guerre di potere ai confini del Patrimonio di S. Pietro, e tra questi spicca sicuramente Erasmo (il Gattamelata), il più celebre, ma non l’unico Soldato di Ventura della città.
Non esiste invece un’ altrettanto imponente emigrazione di cervelli.
Narni sembra mostrare poca sensibilità verso le aperture dell’Umanesimo italiano, gli apporti sono sovente esterni e sporadici, prevalentemente sotto forma artistica (il Maestro da Narni del 1409 è sicuramente uno spirito proto-rinascimentale, rispetto alla cultura letteraria formalmente inesistente…).
Galeotto Marzio, l’umanista eretico
Figura di spicco, eccezione alla regola, è proprio Galeotto Marzio, della famiglia dei Marzi: i suoi vari interessi, dalla medicina alla chiromanzia, dalla cultura scritta a quella orale, ne fanno un uomo moderno, europeo, interessante sotto molti aspetti.
Della famiglia Marzi poco sappiamo dai documenti: solo nel 1400 viene nominata una tale Francesca Martius, figlia di Paolo, che sposa un Rodolfini, mentre il nome sull’architrave dell’abitazione gentilizia, tuttora visibile in Via Mazzini, è posteriore a quest’epoca, sebbene forse la casa-torre appartenesse a quella famiglia già da tempo.
Nato a Narni nel 1427, Galeotto può aver frequentato le scuole locali, ma di sicuro sappiamo che già nel 1447 si trova presso la scuola di Guarino Veronese, a Ferrara, a studiare le arti liberali, poi lo ritroviamo a Bologna, dal 1462 al 1477, dove già ricopre la carica di lettore di Retorica e Poesia presso l’Università.
A seguito della pubblicazione dell’opera “De incogniti Vulgo” nel 1477 viene accusato di eresia dall’Inquisizione, e – come tanti intellettuali prima e dopo di lui – è costretto a ritrattare pubblicamente le sue tesi, dopo essere stato messo alla berlina.
Attorno alla sua figura di intellettuale nasce però un problema di ricostruzione filologica: ci rimangono infatti solo 10 lettere autografe, mentre mancano completamente le trascrizioni delle sue lezioni a Padova, o i ricordi dei suoi alunni. Restano invece alcune polemiche con altri Umanisti dell’epoca, spesso a causa della sua professione di medico, suo primo interesse, ed è proprio questa sintesi tra letteratura e medicina un segno della modernità dell’umanesimo di Galeotto Marzio.
Galeotto Marzio medico e poeta
Alcuni umanisti lo attaccano perché lui – caso quasi unico nella cultura ufficiale dell’epoca – è accusato di non conoscere il greco, né la cultura ellenistica, sebbene il Marzio dichiara di averla invece imparata da Giano Pannonio, che gliela insegnò nella sua casa di Montagnana (fatto poi smentito).
Nell’opera “De Homine” (una ricognizione della fisicità dell’uomo sotto l’aspetto medico – filosofico) si preoccupa del bene fisico degli uomini, ed indica alcune ricette per curare malattie quali la sciatica, sbagliando l’etimo delle parole greche (disonorevole colpa!), eppure egli stesso rileverà più volte l’esigenza (umanistica, questa sì) di studiare il greco.
Esiste anche una raccolta di Carmina di Galeotto, troppo esigua però per ricostruire la sua fisionomia di poeta della lingua latina. Si interessa sicuramente di filologia, è antiquario nell’accezione umanistica, almeno fino al 1476, anno in cui rinuncia a pubblicare opere di carattere filologico – letterario.
Con il libro “De doctrina Promiscua” (1489), dedicato a Lorenzo de Medici, Galeotto cerca di ristabilire un contatto con l’ambiente Mediceo e con l’avanzato umanesimo fiorentino, ma senza successo: troppo distante è il suo umanesimo da quello Fiorentino.
Galeotto intuisce la distanza di un Umanesimo italiano forse corretto filologicamente (per così dire alla Bembo), ma sterile, e mai vicino ad esprimere un Erasmo da Rotterdam, mentre il suo ideale resta quello di una perizia universale nelle arti e nelle scienze.
I soggiorni ungheresi
Medico in un periodo in cui la medicina umanistica sfocia spesso in altre materie: lettere, filologia, astrologia, chiromanzia, filosofia.
Il Serdonati, traduttore in volgare fiorentino del “De Doctrina Promiscua”, lo dipinge, infatti, come “…interessato alla filosofia ed alla medicina, astrologia, arti matematiche ed arte oratoria e poetica…”
Un interesse particolare Galeotto lo dimostra anche per le scienze alchemiche, fatto non raro in questo periodo in cui chimica ed alchimia spesso coincidono nelle tesi degli Umanisti.
Per alcuni scienziati però questa rimane fortemente legata alla magia, all’idea di imbroglio.
Anche l’ambiente ungherese, quella corte di Mattia Corvino che lo vede protagonista a Budapest, offre nel 15° secolo la compresenza di molte personalità a metà strada tra arti mediche e magiche, che vanno a sovrapporsi con l’anatomia vera e propria.
Galeotto alla corte di Budapest: alcune suggestioni
Grazie all’interesse di Re Mattia per la filosofia di Ficino, Budapest nel ‘400 diventa una sorta di succursale della scuola platonica fiorentina.
Il Re simpatizza però anche con alcune forme di religiosità ereticale, mentre accoglie nelle scuole del regno molti maestri dominicani.
Re umanista in toto dunque, che accetta e favorisce lo scambio di idee culturali e religiose, ma anche fortemente impegnato a difendere le frontiere orientali del cristianesimo contro il pericolo turco, come il padre Giovanni, il quale utilizzò a questo scopo, supportato dal placet del Pontefice Pio II, personaggi di dubbia moralità, veri e propri guerrieri sanguinari, tra cui il conte Vlad III di Valachia, passato alla leggenda come Dracul.
Questo personaggio storicamente attestato, diverrà poi incubo leggendario, mago ed alchimista, esaltato difensore del suo piccolo regno, combattente contro i crudeli turchi, la cui crudeltà egli volle emulare fino a raggiungere la fama di impalatore.
Dracul sarà quindi messo da parte, e persino imprigionato proprio da Mattia nel 1463.
Precedentemente a questa data egli però frequenta la corte quale strano umanista, che legge i Platonici e studiava Ficino, discutendo di filosofia con altri ospiti di riguardo, provenienti da altre nazioni, tutti convenuti a quell’ultimo lembo orientale di accademia umanistica.
E’ interessante rilevare che anche Galeotto frequenta la corte di Mattia almeno a partire dal 1461, e quindi egli stesso potrebbe aver sperimentato almeno alcuni anni di compresenza a Corte con questo, leggendario strano personaggio…
Il periodo Montagnanese
Montagnana, in provincia di Padova, è il luogo che ospita Galeotto Marzio, almeno dal 1456, epoca a cui si riferiscono alcuni contratti stipulati da lui, ed altri conclusi dalla moglie mentre lui era docente a Bologna.
Non è un caso che la scelta sia caduta su Montagnana, in quanto qui si era già stabilita una colonia di Narnesi a seguito del Gattamelata, il quale proprio in città ebbe la sua dimora a spese della Repubblica di Venezia, tanto è vero che la vedova stessa del Gattamelata restò a Montagnana, dopo la morte di Erasmo, e da quel momento sono riscontrabili diversi cognomi “Gatteschi” in città, in contratti e stipule legali.
Qualcuno pensa addirittura che la città sia poi divenuta una sorta di meta di pellegrinaggio dei Narnesi, sulla scorta della memoria Erasmiana, per cui – nel momento in cui insegna a Padova – anche Galeotto si sentì attratto dal luogo di residenza del suo illustre concittadino.
All’interno del Duomo di Montagnana, si può ancora ammirare un affresco in una cappella laterale, attribuito proprio a Galeotto Marzio: esso raffigura strani disegni alchemici, tra cui un serpente, una stella a cinque punte ed altri animali fantastici, una rara testimonianza (se effettivamente opera di Galeotto) su cui bisognerebbe indagare più approfonditamente.
L’immagine di Galeotto Marzio
Tra le medaglie ungheresi pervenuteci, molte lo ritraggono nella usuale forma tondeggiante, mentre altre testimonianze circa il suo aspetto fisico ci pervengono dai contemporanei che lo conobbero, anche quando fu messo alla berlina in piazza S.Marco a Venezia, consegnato all’Inquisizione prima di abiurare il suo testo tacciato di eresia.
In questa occasione la plebe riunita lì per godersi lo spettacolo gridava: “Che bel porco grasso!”, a che il nostro rispose: “meglio un porco grasso che una capra mingherlina!”.
Questa testimonianza concorda completamente con le usuali effigi in cui è raffigurato con pancia e doppio mento, nonché una folta capigliatura con riccioli; di particolare importanza è anche l’affresco celebrativo all’interno della sala consiliare del Comune, dietro la cui figura si intravede la città di Narni, come appariva attorno al XV° secolo.
Una ultima immagine appare anche in un codice miniato ungherese, dove è descritta la consacrazione del Vescovo Giovanni Vitez (circa 1489), in cui Galeotto appare alle spalle del Vescovo, confuso tra la folla, comunque ben preciso nelle fattezze.
Il migliore degli arcieri: Robin Hood fra storia e leggenda
Il solo nome evoca un medioevo immaginario
Robin Hood: il solo nome evoca un medioevo immaginario, con i suoi fuorilegge, l’amore vissuto tra castelli e foreste, le facce cinematografiche di Douglas Fairbanks e Kevin Costner, ma anche la simpatica volpe di Walt Disney con tanto di allegra brigata animalesca.
Sebbene le leggende di Robin Hood ci siano pervenute nei secoli attraverso diverse fonti (tra cui molte reinterpretazioni della prima trasmissione orale), e gran parte della letteratura “favolistica” sia frutto di una rielaborazione tardo medievale, non bisogna dimenticare che gran parte delle nostre conoscenze della storia e dei personaggi del mitico arciere di Sherwood sono in realtà il frutto del lavoro di Alexandre Dumas, che dopo aver affrontato i Tre Moschettieri ed il Conte di Montecristo si volle cimentare anche con questo eroe popolare.
La sua versione di Robin Hood apparve postuma nel 1863, con il sottotitolo “il Proscritto”, proprio ad evidenziare la sua caratteristica di fuorilegge, e collegarlo così al suo personale Olimpo di eroi popolari che aveva già abilmente descritto nei suoi romanzi precedenti.
Dumas consegna alla letteratura di genere il paradigma perfetto delle storie precedenti, creando una sintesi completa delle varie leggende, inserendovi tutti quei personaggi di contorno che sarebbero poi divenuti familiari grazie al cinema ed alla cultura “pop”. Eppure il suo lavoro letterario ha basi ben solide anche nella tradizione orale e nella storia medievale, tanto da spingerci a chiederci (ancora oggi) chi fosse realmente Robin Hood.
Robin Hood è il ”miglior arciere d’Inghilterra”,
Robin è il ”miglior arciere d’Inghilterra”, la personificazione della giustizia e della lotta contro le angherie e le soverchie dei Normanni nelle antiche terre Sassoni, il protagonista di ben trentotto ballate popolari giunte fino a noi attraverso i secoli, nonché il personaggio principale in oltre sessanta anni di storie hollywoodiane, ma è mai esistito il vero Robin Hood, oppure ci troviamo di fronte all’ennesimo parto della fantasia popolare, sempre alla ricerca di eroi da emulare, con cui giustificare, a posteriori, le proprie azioni ?
La questione non è nuova, diverse sono le tesi a favore, ma altrettanto numerose sono quelle contrarie, quindi proviamo a fare in po’ di ordine, iniziando proprio dai fatti.
Le storie narrate pongono Robin e le sue gesta in luoghi e tempi reali, ben rintracciabili ancora oggi: il Nottinghamshire, al centro dell’Inghilterra, a sud della vecchia capitale York. La leggenda lo vuole attivo qui, attorno al 1190, durante il regno di Riccardo Cuor di Leone, ma le testimonianze letterarie sono molto più recenti, al massimo risalgono al XIV secolo.
E’ dunque verosimile che la figura di Robin fosse nota sin dagli albori del XIII secolo ?
Alcune testimonianze ci portano ad affermare ciò: al 1261 risale infatti un documento redatto nel Berkshire (centro dell’Inghilterra), in cui un tale William, figlio di Robert il fabbro, viene accusato di furto. Nell’atto di ratifica delle accuse un ufficiale copia il nome del presunto ladro modificandolo in William Robinhood, avvalorando così la tesi che quel nome era ormai divenuto sinonimo di ladro già durante il XIII secolo !
Un possibile candidato a ricoprire il ruolo storico è un tenente dell’arcivescovo di York, il quale venne accusato di diverse malefatte e dovette fuggire nel 1225, ed allora fu registrato nei documenti del 1227 come “Robin Hod fugitive”. Non si può però provare che questo Robin Hod fosse proprio quello delle leggende, anche perché il suo stato di fuorilegge, ed il supposto periodo della sua attività non coinciderebbero con quello delle leggende. Gli storici azzardano allora un’altra ipotesi: poiché la leggenda di Robin è diffusa sin dal 1266, anno in cui il suo nome, e quello dei suoi compari, è citato da Walter Bower quale esempio di famoso fuorilegge, si può affermare che a questa data il nome fosse già noto alle cronache.
Andando a ritroso nel tempo però possiamo richiamare i celebri versi di William Langland, autore che scrive il suo “Piers Plowman” nel XIV secolo, ed all’interno del quale uno dei personaggi, accusato di non essere un buon cristiano, risponde con le testuali parole: “I do not know my Paternoster perfectly as the priest sings it. But I know the rhymes of Robin Hood and Ranulf Earl of Chester” (“Non conosco il paternoster così bene come lo recita il prete, ma conosco le canzoni di Robin Hood e del duca di Chester”). A questo riguardo sappiamo che tale duca Ranulf morì nell’anno 1153, e visto che Robin viene associato alla sua persona, ecco che il quadro si fa più chiaro…
Robin viene spesso citato nei racconti come Duca di Huntingdon, e quindi può essere vissuto in un periodo in cui tale ducato aveva ancora legami con la stirpe dei Loxley (che è l’altro nome con cui è noto Robin). La storia testimonia della fine di tale ducato nel 1069, a seguito del quale i Normanni fanno decapitare Sir Waltheof nell’anno 1076. Questa figura verrà poi associata alla stirpe di Loxley proprio grazie a Robin, e l’evento storico tornerà nella leggenda, in quanto Waltheof potrebbe essere proprio il padre di Robin, ucciso dai Normanni.
Infine il nome di Robin viene inoltre sempre associato a quello dello sceriffo di Nottingham, secondo la tradizione William Peveril, che fu anche capo guardia della foresta di Sherwood proprio all’epoca della conquista normanna, quindi attorno al 1066 !
Un’altra questione collegata all’esistenza di Robin è quella inerente alla permanenza del suo gruppo nella foresta di Sherwood: perché tali uomini furono costretti a rifugiarsi lì, lontano dalla città di Nottingham, per divenire fuorilegge ? In questo caso ci viene di nuovo incontro la storia: dopo la conquista normanna del 1066 molti nobili sassoni furono uccisi ad Hastings, chi rimase in vita fu privato dei propri possedimenti e costretto a vivere in tenda, ai margini della città.
Molte di queste persone furono chiamate Tilvatid (chi vive in una tenda), ed i Normanni li chiamarono con disprezzo Silvatici. Ciò potrebbe chiarire anche perché Robin è associato (come i sassoni ribelli) alla vita nella foresta. Il Robin della leggenda sembra quindi coincidere con Robin duca di Huntigdon, imparentato con i Loxley, vissuto all’epoca della conquista normanna, morto prima del 1100, sulla cui tomba (o supposta tale) a Kirklees è incisa la seguente iscrizione:
Robert Earl of Huntingdon Lies under this little stone. No archer was like him so good; His wildness named him ROBIN HOOD. For thirteen years, and something more, These northern parts he vexed sore. Such outlaws as he and his men May England never know again.
(Robert Duca di Huntingdon Giace sotto questa pietra Nessun arciere fu pari a lui Per la sua natura fu detto ROBIN HOOD. Per tredici anni e più Queste terre del nord egli rese aride. Fuorillege come lui ed I suoi uomini Possa l’Inghilterra non vederne più)
La leggenda ci consegna quindi l’immagine di un fuorilegge, divenuto tale perché accusato di molti crimini dal perfido Sceriffo di Nottingham, tra cui rapine ai danni di viaggiatori inermi e l’uccisione di diversi cervi reali. Tra le altre cose storicamente Sherwood era infatti una foresta reale, soggetta alle leggi del Re, ed esclusivo spazio di caccia della corte. Ciò in quanto la caccia è sempre stata passione reale, ed il fatto di aver deliberatamente ucciso dei cervi “reali” in quel luogo rappresenta un’esplicita violazione della legge, e quindi la messa al bando di Robin e dei suoi uomini, i quali però – con sprezzo del pericolo e delle convenzioni – torneranno a vivere di nascosto proprio là.
Un ennesimo mistero circonda poi la sua figura: perché Robin Hood viene sempre ricordato come arciere e non, come succede ad altri eroi, come cavaliere? L’arco in questione è il cosiddetto Long Bow, o arco lungo, vanto e delizia di tutti i nobili inglesi che lo usano per andare a caccia, o per fare la guerra, come è ancora ben visibile sul famoso arazzo di Bayeux risalente al XII – XIII secolo.
Tra il 1150 ed il 1500 è proprio l’arco l’arma più micidiale d’Europa, quella che permette alle truppe inglesi di vincere e sconfiggere avversari di diverso genere, con lanci di frecce che possono sorvolare le prime linee della fanteria e colpire la cavalleria nelle seconde linee degli eserciti; un’arma la cui gittata poderosa può arrivar fino a 200 metri, e che sarà ancora nel XVI secolo fondamentale, ad esempio, al Re Enrico V (quello di Shakespeare, di “…noi felici pochi, noi manipolo di fratelli…”) i quale se ne servirà per sconfiggere Francesi ad Azincourt.
Ecco quindi che Robin, grazie alla sua maestria con l’arco, rappresenta in pieno il carattere e le virtù inglesi, o forse dovremmo dire sassoni, in opposizione ai Normanni, contro cui userà spesso la sua arma, a mo’ di stendardo di liberazione.
La fama letteraria della figura è molto antica: esistono ben trentotto ballate tradizionali nate attorno alle gesta ed alla figura di Robin. Molte di esse però furono scritte solo tra il XVII ed il XVIII secolo, altre invece risalgono almeno al XV secolo, e si suppone che siano state scritte almeno un secolo prima. Le figure che attorniano di volta in volta Robin sono altrettanto note, e spesso hanno anch’esse legami con la storia ufficiale: Guy di Gisborne, il Frate (a volte Tac, a volte con altri nomi), vari monaci dei Monasteri attorno a Nottingham, e Lady Marian chiaramente…
In conclusione
In conclusione: luci ed ombre si proiettano sulla figura storica di Robin Hood, ma l’impatto popolare delle sue storie, delle leggende e le canzoni che lo hanno descritto è ancora vivo e pulsante. Il pregio del libro di Dumas è quello di aver “sintetizzato” la storia e le leggende, donando loro una veste letteraria degna dei migliori romanzi del Romanticismo europeo, consegnandoci la figura del buon fuorilegge che tanto successo avrà nella nostra cultura letteraria.
Nell’Anno dedicato a Dante è bene rievocare un personaggio di Narni che frequentò figure significative dell’ambiente toscano, e che per altro conobbe lo stesso poeta in una circostanza che è tuttora al centro di studi. Il suo nome era Gilio o, come si vedrà Egidio Celli, e questa è la sua storia, che inizia a Narni nel maggio nel 1300 e che lo porterà a conoscere Dante e collaborare con i Tolomei di Siena.
Gilio di messere Cello di Narni
Il 7 maggio 1300 il podestà Mino Tolomei di Siena e il “domino Gilio domini Celli de Narnia”, primi ufficiali del comune di San Gimignano, presenziarono l’Assemblea generale convocata per accogliere l’ambasciatore fiorentino Dante Alighieri, il quale chiedeva a quella comunità di concordare l’elezione di un nuovo capitano della Lega tra le città guelfe,trovando tra gli interlocutori il “presente, volente e consenziente il provvido uomo messere Gilio di messere Cello da Narni (Egidio Celli) Giudice delle Appellagioni e sindaco della detta terra”, come traduceva Orazio Bacci in “Dante ambasciatore di Firenze al comune di San Gimignano”, del 1899.
La legazione di Dante, sostenuta anche da “messer Gilio” e supportata dal consigliere Primerano, convinse quella Assemblea, che si espresse con settantatre voti favorevoli e tre contrari, e in conseguenza si avviarono le procedure per rafforzare l’intesa tra le città di parte guelfa alleate con Firenze.
Sul documento di San Gimignano
Il documento che fotografa la vicinanza tra il poeta fiorentino e il giudice di Narni si ricava “Ex libris Reformationum Terrae S. Giminiani tempore D.ni Mini de Tolomeis de Senis Potestatis dicte Terre anno 1299”, e fu noto a Giuseppe Bencivenni Pelli, il quale nel 1759 lo evidenziò nelle “Memorie per servire alla vita di Dante Alighieri ed alla storia della sua famiglia”.Nel 1899 fu rivisitato da Michele Barbi, della Società Dantesca Italiana, che dimostrò l’inesattezza della data del “Liber Reformationum”, che seguiva il calendario nello stile toscano, allineandola al 1300 (Bullettino).
Nella documentazione di San Gimignano, e per solito nelle carte dell’area toscana, il giudice Celli è chiamato Gilio, che è altro modo di indicare Egidio (v. Crescimbeni, Derivazione), nome che appare negli scritti di Narni, e che normalmente si propone nei testi. Qui si riproducono i due termini come registrati negli atti, esponendo tuttavia nel titolo il nome Gilio, nel segno delle citate Riformanze.
Celli di Narni e Tolomei di Siena
La famiglia Celli è accertata a Narni in alcune pergamene del tempo, che riportano il giudice Cello ancora agli anni Ottanta del Duecento, e Peregrino a circa la metà del secolo successivo. E sul finire del 1299 – quindi prima dell’incarico a San Gimignano – incontriamo “Egidius domini Celli” teste in un trattato che vedeva Taverna Tolomei di Siena come mediatore tra Narni e Rieticirca la rocca di Monte Calvo, della quale in ultimo riconosceva l’insistenza nel Reatino e una sudditanza a Narni. Per cui ogni anno quel castello doveva recare un cero per la Festa di san Giovenale, come riferiva nel 1904 Giuseppe Mazzatinti ne “Gli archivi della storia d’Italia”, e come si legge ne “Il fondo diplomatico dell’Archivio Storico Comunale di Narni”, curato nel 1986 da Annamaria Diamanti e da Carla Mariani.
Di fatto si invocava una pace a garanzia dei pellegrini che avrebbero percorso le vie nell’imminente Giubileo, indetto da papa Bonifacio VIII.
Così a trascrizione del 16 dicembre 1299, il medesimo Taverna Tolomei, che sarà podestà di Narni proprio nel 1300, ricomponeva anche una lite di confini tra la stessa Monte Calvo e Castiglione, – che oggi sono nel comune di Cottanello – sempre con la conferma del nostro Egidio.
Il giudice e la sua città
Il confrontarsi del giudice narnese con i Tolomei di Siena, che sapevano muoversi tra banche e politica, può certo rivelare una condivisione di formule ammininistrative tra Narni e Siena, e in generale con le città della Toscana. Tra le quali Firenze, dove nel 1308 troveremo Gilio nel rilevante ruolo di giudice del podestà, a fede de “I Consigli della Repubblica fiorentina”, trascritti nel 1921 da Bernardino Barbadoro.
“Egidius domini Cellis” operava a Narni nel 1331, quando la comunità si opponeva al Patrimonio di san Pietro in Tuscia, cui era sottoposta, sia per la tassazione applicata che nella vertenza sul possesso di Perticara e di Rocca Carlea. E la testimonianza di Egidio, e di altri notabili, può completare la visione di una città aperta e determinata che, oltre a difendere viabilità e confini, progettava una propria autonomia.
Ser Pietro di Narni
Il giudice, pur partecipando alla vita politica di Narni, si spendeva quindi in missioni in luoghi talvolta distanti dalla Terra natale, e come lui altri concittadini, richiesti per capacità e competenza, quali “ser Petro de Narnia” che era nel Palazzo comunale di Firenze il 28 febbraio 1316, giorno in cui il vicario angioino Ranieri di Zaccaria di Orvieto sottomise al bando l’esiliato Dante: e questo si legge nella “Storia della vita di Dante Alighieri”, scritta nel 1861 da Pietro Fraticelli.
Con ser Pietro, notaio come recitava il titolo e testimone di quella sentenza, si chiude questa ricerca su Gilio o Egidio Celli “de Narnia”, che collaborò con Mino e Taverna dei Tolomei di Siena, e che il 7 maggio 1300 incontrò l’ambasciatore Dante Alighieri nel Palazzo della comunità di San Gimignano, in un memorabile Consiglio aperto “al suono della campana e a voce del banditore” nell’aula poi denominata “Sala Dante”.
San Nicola fu vescovo di Myra (nell’attuale Turchia) durante il 3° secolo, quindi uno dei primi vescovi cristiani scelti dalla Chiesa dopo l’editto di Costantino. Della sua vita abbiamo pochissime notizie certe. Nato probabilmente a Pàtara di Licia, in Asia Minore, è come vescovo di Mira che si inizia a parlare di lui, per aver compiuto un miracolo dopo l’altro.
Come accade alle forti personalità cristiane dei primi secoli, quasi ogni suo gesto è trasfigurato in prodigio, così – ad esempio – strappa miracolosamente tre ufficiali al supplizio; preserva la città di Mira da una carestia, ecc… Tra i suoi “miracoli” si rammenta anche un’azione di intermediazione per liberare alcuni ufficiali, per i quali ottenne la grazia dall’imperatore Costantino (al quale poi chiederà anche sgravi d’imposta per la sua città, sempre Mira). Un altro suo miracoloso intervento contro una carestia può essere invece la memoria di un’azione che lo vide a capo dell’organizzazione di soccorso che fece arrivare rifornimenti tempestivi. Si narra pure che abbia placato una tempesta in mare, e resuscitato tre giovani uccisi da un oste che li aveva prima rapinati…
Secondo la vulgata Nicola muore il 6 dicembre, di un anno incerto, ma il suo culto si diffonde velocemente dapprima in Asia Minore (25 chiese dedicate a lui a Costantinopoli nel VI secolo), poi nel resto d’Europa.
A partire dal 5° secolo abbiamo infatti notizie sempre più frequenti di pellegrinaggi alla sua tomba, posta fuori dell’abitato di Mira, mentre – contemporaneamente – moltissimi scritti in greco e in latino esportano il suo culto dal mondo bizantino-slavo all’ Occidente, cominciando da Roma e dal Sud d’Italia.
Dopo la morte le sue spoglie furono portate a Bari e proprio qui inizia un culto particolare della venerazione di San Nicola, infatti la religiosità popolare lo accosta sempre di più al mondo infantile, fino ad essere universalmente ricordato come benefattore dei bambini e delle ragazze nubili in difficoltà.
Uno dei prodigi che accrescono questa fama di “protettore dell’infanzia” narra di un San Nicola che essendo venuto a conoscenza di tre povere bambine, a cui le famiglie non potevano assegnare una dote (elemento necessario affinché, divenute grandi, avrebbero potuto sposarsi) e quindi rischiavano di esser vendute come schiave dagli stessi genitori. Allora il vescovo si recò, di nascosto nella notte, fino alla casa delle bambine e posò sulla finestra tre sacchetti pieni d’oro. – Secondo altre leggende invece Nicola depose i soldi in tre scarpe, che poi, col passare dei secoli, diventano delle “calze” soprattuto nelle raffigurazioni pittoriche.
Oltre sette secoli dopo la sua morte, quando in Puglia è subentrato il dominio normanno, “Nicola di Mira” diventa ufficialmente “Nicola di Bari”, ma ciò avviene grazie all’azione predatoria di 62 marinai baresi, i quali – sbarcati nell’Asia Minore ancora soggetta ai Turchi – arrivarono al sepolcro di Nicola e s’impadronirono dei suoi resti,e con tali Sante spoglie giunsero a Bari il 9 maggio 1087 e furono accolti in trionfo: ora la città aveva un suo patrono.
L’azione fortemente supportata dalla Chiesa locale fu giustificata dall’opinione che tale furto avrebbe però impedito una razzia “turca” delle stesse spoglie. Dopo la collocazione provvisoria in una chiesa cittadina, il 29 settembre 1089 esse trovano finalmente una sistemazione definitiva nella cripta, già pronta, della basilica che si sta innalzando in suo onore. E’ il Papa in persona, Urbano II, a deporle sotto l’altare.
San Nicola ed i suoi aiutanti: il Krampus ed il servo Ruprecht
Da Bari, attraverso il porto ed i collegamenti marittimi dell’area Normanna col Nord Europa, il Santo inizia ad essere invocato anche come protettore dei marinai: le gomene delle navi spesso sono intarsiate con la sua effige in abiti vescovili e barba lunga.
In quasi ogni città portuale Europea, persino dove c’è solo un porto fluviale, nascono chiese dedicate a San Nicola (persino a Berlino, c’è il quartiere di san Nicola, sebbene il fiume oggi lì nemmeno si vede più), ed i marinai cominciano ad esportare effigi del santo anche oltre oceano.
Durante il Medioevo la sua iconografia resta semplice, abbastanza aderente alle immagini originali del Vescovo di Myra: magro, con mitra e bastone pastorale, abito bianco, verde e rosso, dove però il rosso è ancora sporadico…
In Europa, soprattutto nel Nord, oltre le Alpi, il santo curiosamente inizia ad essere associato soprattutto ai bambini e quindi alla distribuzione di doni, soprattutto ai bambini buoni, e col tempo gli viene affiancato anche un losco aiutante, che in Germania chiamano Knecht Ruprecht, un mostro a metà strada tra un Troll ed un diavolo (sicuramente un retaggio pagano) il cui dovere invece è quello di spaventare i bambini cattivi con una frusta!
La festa di San Nicola (alla vigilia del 6 Dicembre) prende piede principalmente lungo l’arco alpino (in Tirolo, Baviera, Austria), e culmina in una sfilata per le vie del paese. La sfilata solitamente segue questo ordine: in primis sfila lo stesso San Nicolò, a piedi o su di un carro, accompagnato dagli angeli e dal suo servo Davide, che distribuiscono dolci e caramelle ai paesani.
Quei diavoli dei Krampus
A seguire, una masnada di diavoli inferociti, armati di fruste e catene: i krampus. I Krampus sono uomini-caproni scatenatie molto inquietanti che si aggirano per le strade alla ricerca dei bambini “cattivi”. Le loro facce sono coperte da maschere diaboliche e paurose; i loro abiti sono laceri, sporchi e consunti. I Krampus, vagando per le vie dei paesi, provocano rumori ottenuti da campanacci o corni, che li accompagnano nel tragitto che li porta in giro. L’origine di questa usanza, mantenuta con fiero orgoglio in molti comuni dell’Alto Adige, si perde nella notte dei tempi. Una delle poche cose di cui si è a conoscenza è che probabilmente è legata al solstizio invernale.
Una leggenda sui Krampus
L’apparizione di San Nicola tra le Alpi è legata ad un’usanza antichissima: nei periodi di carestia, i giovani pastori di montagna si travestivano con pellicce formate da piume e pelli, e con corna di animali. Così, irriconoscibili, andavano in giro a terrorizzare gli abitanti dei villaggi vicini, derubandoli delle provviste necessarie per la stagioneinvernale. Dopo un po’ di tempo, i giovani si accorsero però, che tra di loro vi era un impostore: era il diavolo in persona, che approfittando del suo reale volto diabolico si era inserito nel gruppo rimanendo riconoscibile solo grazie alle zampe a forma di zoccolo di capra.
Venne dunque chiamato il Vescovo Nicola, per esorcizzare l’inquietante presenza. Sconfitto il diavolo, tutti gli anni i giovani, travestiti da demoni, sfilarono lungo le strade dei paesi, non più a depredare ma a portare doni o a “picchiare i bambini cattivi”, accompagnati dalla figura del vescovo che aveva sconfitto il male.
Appena il sole tramonta però – ancora oggi – San Nicola lascia la sfilata,lasciando incontrollati i diavoli, che senza inibizioni rispondono colpo su colpo alle provocazioni dei ragazzi e degli adolescenti.
Nella sua trasmigrazione verso il Nord Europa il Santo ha poi ereditato un altro aiutante dalla tradizione pagana: nella tradizione germanica è infatti presente un servo (Knecht, appunto), vestito di nero, che porta una frusta legata alla cintura ed un sacco pieno di frutta (mandarini, noci, cioccolata e Lebkuchen) per i bambini.
Lo sbarco di San Nicola nel Nuovo Mondo
E’ stato grazie ai frequenti viaggi dei marinai olandesi (poi inglesi) tra il 17° ed il 18° secolo che figura di San Nicola giunge in America, dove viene conosciuto con il nome olandese di Sankt Nikolaus, un nome che però risultava ancora ostico alle orecchie degli abitanti del New England e quindi si iniziò a chiamarlo solo Saint Claus, poi – per una strano fenomeno di mutazione di genere per un aggettivo – Santa Claus.
La figura resta però ancora marginale, finchè – all’inizio del 20° secolo – l’aspetto moderno di Santa Claus assume la sua forma definitiva grazie alla pubblicazione della poesia “A visit form Saint Nicholas”, più nota con il titolo “La notte di Natale” (The Night Before Christmas), apparsa su un giornale della zona di New York, The Sentinel, nel 1823.
In questo racconto Santa Claus viene descritto come un signore un po’ tarchiato che possiede ben otto renne, che per la prima volta acquistano dei nomi: Dasher, Dancer, Prancer, Vixen, Comet, Cupid, Donder e Blitzen.
Santa Claus e il Marketing
L’evoluzione definitiva dell’immaginario collettivo moderno, dall’etereo San Nicola di Myra, poi di Bari, al paffuto Babbo Natale del presente avviene solo agli esordi del 20° secolo, grazie alla scelta oculata di una nota bevanda “para-medicinale” che aspirando ad essere venduta ad un pubblico più vasto, verrà pubblicizzata soprattuto come drink per le feste natalizie (è l’inizio del marketing moderno) e che sceglie proprio quell’immagine del 1823, affidandola però alle mani dell’artista Huddon Sundlbom (di origine svedese) che sfrutta le proprie rotondità fisiche e le esalta con i colori delle vesti di San Nicola, aumentando però la porzione di rosso a discapito della bianca veste originale del Vescico medievale.
Così le immagini di Santa Claus si sono ulteriormente fissate nell’immaginario collettivo grazie alla sua apparizione nelle pubblicità natalizie della bevanda, al punto che la popolarità di tale immagine ha fatto sì che si diffondessero varie leggende urbane che addirittura attribuirebbero alla Coca-Cola l’invenzione stessa di Santa Claus.
Dopo la guerra i soldati americani importano in Europa le loro tradizioni, che prendono velocemente piede anche da noi, ed ecco quindi come quel vecchio vescovo turco, magro e quasi ascetico, che nel Medioevo italiano abbandonò il continente a bordo delle navi che andavano a nord, portandosi dietro solo la propria fama di Protettore di bambini e marinai, dopo 1000 anni è finalmente tornato in Europa come Santa Claus.
Il vino non è solo una bevanda, più o meno pregiata, ma una ricca simbologia carica di significati.Dal sacrificio del sangue di Cristo, alla liberazione sfrenata delle libagioni di Bacco, alla verità di Dioniso (In vino veritas), alla forza e sapienza del mitraismo.
Il vino è compagno dell’uomo fin dalla sua creazione, in tutte le religioni, in particolare in quella Cristiana, dove è bevanda di vita dall’Antico Testamento, (e comunque già conosciuto sia in Egitto che in Israele) che diviene bevanda di salvezza, dopo l’ultima Cena di Cristo, comunque sempre simbolo di gioia, vita, festa, amore. Simbolo che non può non accompagnare S. Martino, in quella sorta di capodanno contadino (echi celtici del Samhain, cristianizzati dalla Chiesa, nei festeggiamenti del Santo) nel quale si celebrano tutte le simbologie di cui il Santo è carico.
S.Martino e l’oca
Martino, fra i santi più onorati del medioevo, fu vescovo di Tours nel IV secolo, è ad oggi celebrato sia dalla Chiesa Cattolica che dalla Ortodossa e Copta. Si ricorda essenzialmente per i miracoli che poi lo legarono ai fenomeni stagionali che ancora oggi lo contraddistinguono. L’aver donato, in pieno inverno metà del suo mantello ad un povero, originando la conversione, ha dato vita alla tiepida invernale “Estate di S. Martino”, premio divino per la rinuncia, l’esser scoperto dalla sua “fuga” dalla carica di Vescovo, alla quale non ambiva, dallo starnazzare delle oche, lo fa sempre accompagnare da un’oca, sia in iconografia, che sulle tavole dell’11 Novembre, giorno a lui dedicato, corrispondente ai suoi funerali a Tours. L’accostamento all’oca potrebbe altresì derivare anche dalle celebrazioni celtiche in cui venivano sacrificate le oche sacre simboli del Messaggero divino, per accompagnare le anime dei defunti nell’aldilà.
S. Martino, un pò “befana” un pò cornuto
Ma il Santo, quasi una “befana”, portava anche doni ai bambini, e nel suo giorno si festeggiavano anche le corna, tanto che il detto è ancora vivo anche dalle nostre zone, cioè che S. Martino è anche la “Festa dei Cornuti”. Ulteriore eco di festività pagane, durante le quali si consumavano i piaceri della carne finendo spesso in adulteri. Ma sopratutto, la festa dei cornuti deriva dalle corna animali, non solo per le fiere che si tenevano nel periodo ma per l’antica connotazione di potere che le circonda, simbolo di luce e di abbondanza. Il “corno dell’abbondanza” della tradizione greco-romana è simbolo di fertilità e felicità ed il primo frutto che esce dal corno è l’uva, della quale ancora oggi contare gli acini a capodanno, è sinonimo di abbondanza futura.
Festeggiare S. Martino a Narni
Fatto sta che anche a Narni la data dell’11 Novembre era assolutamente da festeggiare secondo Statuto, come retaggio della profondità del culto già presente da secoli nel territorio. Ben due chiese sono presenti a Narni e nel territorio limitrofo, agli inizi del millennio. Quella entro le mura, oggi distrutta, contigua a San Salvato, anch’essa perduta, e quella protoromanica a Taizzano, probabilmente possesso dell’Abbazia di Farfa, come la vicina abbazia di Sant’Angelo in Massa. Entrambe testimoniano le origine antiche e profonde di un culto verso un santo “francese”, primo non martirizzato, definito “europeo” da Sulplicio Severo, gallo-romano di Bordeaux, che ben ha saputo radicarsi infatti in tutta Europa grazie alla sua promozione del monachesimo e lotta agli antichi dei pagani, ponendosi come “antidoto all’arianesimo” franco, dopo il longobardo S. Severino (“Narni, da Odoacre agli Ottoni”, Guerriero Bolli).
Data la forza del culto, è del tutto naturale quindi la cristianizzazione dei miti e delle tradizioni pagane che da sempre accompagnavano i primi giorni di Novembre, dal capodanno celtico Samhain, alle tradizioni contadine legati ai riti di madre Terra, che divengono un tutt’uno con la figura di S. Martino. “Oche, castagne e vino”, citando solo uno solo dei numerosi proverbi che lo vedono protagonista, così come il vino e quanto lo circonda, è un protagonista degli Statuti, forse tra i frutti della terra il più citato, con una serie minuziosa di prescrizioni che ben dimostrano l’attenzione narnese ad esso dedicata.
Il vino e le sue zone di origine
Il vino si lega spesso alla sua zona di origine, in modo così inestricabile da conoscere a volte prima il vino della zona piuttosto che viceversa… Vini esteri famosi ancor oggi, medievali, sono lo Chablis, il Beaune, lo Chateauneuf du Pape, la Malvasia di Monemvasia e i vini Greci in generale, tanto che il nostro Grechetto, famoso quello di Todi, prende il nome proprio dal generico “Greco”. Ed ancora di maggior pregio il vino di La Rochelle, e su tutti il Bordeaux, che grazie ad Alienor d’Aquitaine diviene il vino più esportato d’Europa nel XII secolo. Ma anche in Italia i vini più conosciuti vengono dal Sud, (anche se debite eccezioni si trovano anche al nord con la Ribolla e il Terrano per esempio) e dalle zone centrali, per ovvi motivi climatologici. Così accanto ai moscati di Pantelleria e Lipari e al Primitivo di Manduria, sulle tavole dei Papi e dei potenti, spopolano i vini dell’Italia centrale, come l’Est, Est, Est, che proprio ad un Papa deve il nome e la fama, l’Orvieto, il Montepulciano, la Vernaccia, il Trebbiano, il Sangiovese e il suo parente prossimo… il Ciliegiolo, vitigno che a Narni prosperava e prospera essendo come il Sangiovese, da cui sembra derivasse, cultivar di provenienza ellenica.
La vigna infatti a Narni, quando erano presenti i grappoli, (da aprile al 15 ottobre) era protetta e tutelata, tanto che era prevista una pena per i cacciatori e non che vi portassero i cani, di 100 soldi cortonesi (Lib. III, Cap. XCIV). Grappoli non solo di ciliegiolo, o del suo antenato prossimo, ma anche di passerina, per il ricavo del “raime”, dell’uva passa cioè, che da essa prende direttamente il nome più comune. A Narni dire “passerina” equivaleva a dire “uva passa”. La città ne vantava una produzione talmente importante e di qualità,da essere considerata dal noto mercante di Prato, Francesco Datini, maggior centro di produzione italiano addirittura in concorrenza con la famosa uva di Corinto. (Al Racconto di Claudio Magnosi e Mariella Agri, il rimando per gli approfondimenti)
La gabella per il vino
Quindi è più che normale che a Narni e nel suo contado, si vendesse, rigidamente regolamentato, tutto quello che era prodotto dalla vigna, dall’uva passa appunto, al mosto, l’aceto, il vino, il chiaretto… Essendo una notevole fonte di reddito, innanzitutto, tutto era sottoposto a gabella. La gabella per l’uva passa era di 10 denari ogni centinaio (100 libbre) di grappoli (Lib. I, Cap. CLXXI) La gabella per il mosto al minuto era di 6 denari a salma (soma), mentre all’ingrosso diventava di 2 soldi cortonesi a libbra; per il chiaretto, o nettare cioè il novello quando è il suo tempo, (l’etimologia, potrebbe tuttavia anche suggerire un vino speziato preparato con vino bianco, tanto più che è associato alla parola “nettare” = idromele? O più semplicemente miele, ingrediente che compare comunque spesso nella composizione del vino speziato) di 12 denari a libbra per il venduto, pena 40 soldi cortonesi (Lib. II, Cap. LXXXIII)
La gabella per il vino,che poteva essere venduto o all’ingrosso, o al minuto o a salme, si basava sulla dichiarazione della quantità del vino da vendere, che doveva essere fatta sotto giuramento alla Camera del Comune e al Notaio, ogni volta che ci si accingeva a vendere, direttamente dal proprietario del vino se uomo, se donna invece dal taverniere che avrebbe poi venduto il vino. Il prezzo della gabella veniva deliberato e ordinato dal Consiglio del Popolo all’inizio di ogni mese, tanto che al momento della stesura di questo articolo del Libro I (CCLVIII), si pone il prezzo di vendita di 28 denari a boccale, mentre nel seguente articolo, nel Libro III (LXXX), aggiunto successivamente, sui dettagli delle vendite, il prezzo massimo a boccale diventa di 15 denari. La discrepanza è giustificata anche dal fatto che il valore delle monete nel frattempo è cambiato, parallelamente al diminuire del potere del comune narnese. “Nel corso del tempo la libbra (lira) si è assimilata al fiorino, battuto a grammi 3,5 circa. Un quarto di fiorino corrisponde all’incirca a cento soldi cortonesi che vanno declassati in denari dal valore ponderale di grammi 1,5. In effetti 150 – 160 grammi d’argento, che sarebbero i cento soldi cortonesi,valgono un più o meno un singolo singolo fiorino di Firenze.” (Studio di Bruno Marone)
La concessione a vendere, l’apodissa, (documento scritto che attesta un atto) rilasciata dal comune deve essere apposta, entro tre giorni, dopo il pagamento della gabella, direttamente sulle botti contenenti il vino da vendere da qualcuno nominato dai Priori dei Terzieri, con due bolle e marcata da due sigilli ordinati dai Sei Signori Eletti. Non era permesso ovviamente riutilizzare la stessa botte con apodissa e sigilli per vendere altro vino, ne tanto meno togliere l’apodissa dalla botte “concessa” per metterla su un’altra. Il controllo veniva effettuato due volte alla settimana dagli emissari del Vicario sulle dichiarazioni effettuate e una volta la settimana sulla fedeltà delle misure dichiarate.
Una solenne “frasca” di vino
Il taverniere, dopo aver ottenuto la dichiarazione in regola con tanto di sigilli, era innanzitutto obbligato ad esporre un’insegna o un ramo d’olivo, dove era la vendita del vino, che poteva anche essere una casa, che in dialetto è divenuto “frasca”, altrettanto sinonimo di solenne ubriacatura! Quindi, oltre a cessare la vendita dopo il terzo suono della campana, e chiudere la taverna al primo suono della campana di notte, aveva l’obbligo di non far portare armi all’interno della propria taverna. La milizia del Vicario, poteva irrompere in qualsiasi momento, insieme al Notaio, per controllare e punire gli eventuali trasgressori. Per la vendita diretta infine, il taverniere doveva tenere una serie di misure di bicchieri e boccali regolamentate ed approvate per le quali aveva anche limiti di prezzo. Non più di 15 denari a boccale. Il boccale era il petitto, poi veniva il mezzo petitto, la foglietta (un quarto di petitto) e la nummata, bicchiere corrispondente al valore di acquisto al compratore di un denaro, in proporzione forse un quarto di foglietta, che costituiva la misura base. In assenza di nummata, bastava avesse una “misura” corrispondente a quella dichiarata e sigillata.
Il boccale di Siena
A Siena la metadella, cioè il boccale, secondo gli statuti del XIV secolo, confortati dai ritrovamenti archeologici del Carmine di Siena, aveva la capacità di l 1,4 ca, (VIII Congresso Nazionale di Archeologia Medievale – Matera 2018) quindi considerando una capacità analoga per il petitto, la nummata, bicchiere da un denaro, conterrebbe 87,5 ml, praticamente all’incirca come un moderno bicchierino da liquore. Se si attesta per buona la ricerca pubblicata sul British Medical Journal, nella quale si dimostra che “Dal 1700 ad oggi, le dimensioni medie del bicchiere da rosso o da bianco sono cresciute di quasi 7 volte, passando dai 66 ml di capienza di un calice di 300 anni fa ai 449 ml di oggi. Un tipico bicchiere di vino settecentesco ne conteneva la metà rispetto al più piccolo calice disponibile (da 125 ml)”, la proporzione, scevra comunque di qualsiasi valore scientifico, potrebbe avere una qualche possibilità di verosimiglianza, in attesa di dati comprovati.
Similmente a quanto avviene ancor oggi, nelle nostre taverne, molti avventori amavano rientrare nelle proprie abitazioni con un souvenir della serata, vale a dire boccali e bicchieri, ma se colti in fragrante, dovevano pagare amaramente il loro furto, pena di 40 soldi cortonesi, così come chi li abbia deliberatamente rotti o sia andato via senza pagare… e qui le leggi erano a favore del taverniere, la cui parola veniva prima di quella degli avventori. (Lib. III, Cap. LXXX e LXXXI)
E a proposito di osti narnesi… la loro presenza su una importante via di transito come la Flaminia è certificata da tempo immemorabile, come attesta Sant’Ansovino, vescovo camerinese del IX secolo, che nella sua sosta a Narni si fermò in una locanda in cui incontrò un oste non particolarmente corretto nel proporre il vino, a riscontro delle “Effemeridi sacre di marzo” del 1690. (Contributo di Claudio Magnosi)
Non stupisca quindi che S. Martino sia, ancor oggi, il protettore di albergatori, bottai, cavalieri, mariti traditi, mendicanti, militari, osti, ubriachi e viaggiatori, e che nel suo giorno si assaggi il buon novello, accompagnato da fumanti castagne arrostite. E non può sfuggire che a Narni dagli anni Novanta si ripropone la Festa della castagna e del vino novello: a volte è bello poter dire che “certe cose non cambiano mai”. Questa è una di quelle volte…
“ il mondo è qualcosa di più che un problema da risolvere, è un mistero gaudioso che contempliamo nella letizia e nella lode”.
Dall’enciclica Laudato sì di Papa Francesco
Ottobre è il mese in cui si ricorda San Francesco d’Assisi ( 1182 – 1226), ricorrendo la sua memoria liturgica, proprio il quarto giorno di questo mese.
Nel libro primo, capitolo ventotto, degli Statuti trecenteschi della città di Narni, si elencano una serie di festività da osservare e tra queste la festa di San Francesco. In tali festività, erano vietate la maggior parte delle attività artigianali, di commercio e della giustizia civile, mentre le poche attività concesse erano specificate chiaramente, come alcune particolari ed inderogabili mansioni legate al nutrimento di persone e bestiame. Trasgredire tali norme comportava vedersi comminare forti sanzioni pecuniarie.
San Francesco ha dei legami rilevanti con Narni ed il territorio circostante, negli anni a cavallo tra il primo ed il secondo decennio del XIII secolo. E’ infatti attestato il suo passaggio a Narni e la memoria della sua presenza riscontrabile nelle antiche biografie come gli scritti di Tommaso da Celano ed altre fonti e in varie opere dipinte disseminate tra l’Umbria meridionale e l’alto Lazio. Sappiamo di sue predicazioni e miracoli nella nostra zona, come della sua permanenza in quel luogo ameno noto come Sacro Speco, vicino alla località di Sant’Urbano. Viene tramandato poi che, il Santo si fermò anche sotto ai castelli di San Vito e Guadamello, dove il Tevere fa da confine tra Umbria e Lazio, di ritorno da Roma, dove si era incontrato col potente papa Innocenzo III; siamo nel 1210, quando Francesco andò dal pontefice per discutere le modalità con le quali condurre la comunità dei suoi già numerosi seguaci, ottenendo il permesso di predicare e quindi il riconoscimento come comunità evangelica, che poi, circa dieci anni più tardi portò alla stabilizzazione ed istituzione dell’Ordine francescano, con la conseguente approvazione della Regola.
Saranno quindi narnesi alcuni dei suoi primi confratelli ed in città venne poi fondato il convento e la grande chiesa a lui intitolata. Inoltre sembra sia narnese uno tra quei protomartiri francescani, tutti comunque provenienti dal nostro territorio, che unitisi al nascente ordine francescano, partirono a predicare il Vangelo in Marocco, subendo il martirio nel 1220.
Le comunità dei frati minori si distribuivano in varie custodie, che erano sostanzialmente delle organizzazioni territoriali con funzione anche di tutela di luoghi particolarmente simbolici per il culto del santo e dei suoi primi seguaci, tra i quali frate Matteo da Narni. Proprio la città di Narni ospitava uno di questi insediamenti di riferimento per tutto il territorio limitrofo.
Della chiesa e del convento all’interno delle mura cittadine, dove si riunirono i frati minori francescani, abbiamo riscontri a partire dalla seconda metà del Duecento. La chiesa, che presenta elementi originali, sia nella collocazione, che nella facciata e nell’interno, rispetto ad altre chiese medievali narnesi, reca caratteristiche riscontrabili in molti edifici religiosi voluti dagli ordini mendicanti dell’epoca : un interno ampio e tendenzialmente unitario degli spazi, l’area del coro volutamente in evidenza rispetto a quella dei fedeli, la grande dimensione pur senza eccessive concessioni alla decorazione complessiva.
Gli ordini mendicanti ( francescani, domenicani e agostiniani tra quelli presenti a Narni ) in effetti erano portatori di una nuova radicale religiosità fortemente riformista, ad esempio promuovendo l’ideale della povertà e quindi anche nelle loro costruzioni, solevano marcare le istanze dei loro movimenti, cercando autonomia, pur con ovvi elementi di derivazione, rispetto al tradizionale assetto della chiesa medievale con la complessa spazialità romanica e al confronto coi grandi esempi dei complessi monastici benedettini e con il rigore delle proporzioni dei cistercensi. Tali peculiari nuove caratteristiche, riscontrabili suprattutto nelle chiese mendicanti del Duecento, saranno poi via via attenuate, basti pensare alla crescente complessità dell’area presbiteriale, per la caratteristica di questi movimenti di sapersi anche ben confrontare e quindi dialogare con le varie realtà locali e con le classi che rappresentavano la società del tempo. Ecco allora che le chiese mendicanti ebbero un ruolo nel diffondersi del linguaggio figurativo gotico e dell’edificio religioso come contenitore e palcoscenico favorevole alla funzione della predicazione alla moltitudine dei fedeli, che proprio gli ordini mendicanti perseguivano. Superavano comunque un’articolazione più complessa degli spazi, il rispetto assoluto delle proporzioni e di possenti e statiche strutture, uno stile più dotto e un utilizzo scenografico delle decorazioni, per favorire una più diretta fruibilità, una lettura più immediata, in sostanza un luogo di incontro anche talvolta imperfetto, dove, facendo un paragone con la letteratura del tempo, si parlasse una lingua più “volgare” e comprensibile.
E infatti anche nella chiesa narnese troviamo la diffusa grande aula ( le navate laterali hanno uno sviluppo che forma omogeneità rispetto a quella centrale) con copertura a tetto e con il coro in risalto, con volta in muratura ed elementi gotici nell’abside. Le navate laterali sono delimitate dal ritmo dei grandi pilastri cilindrici, mentre sul loro lato esterno si aprono delle cappelle che ancor più dilatano lo spazio. Sia nei pilastri che nelle cappelle laterali si sono conservati molti affreschi, attribuiti a vari artisti e datati a partire dal Trecento fino al Manierismo, che rappresentano temi mariani e santi venerati nel nostro territorio.
Nonostante i frati minori nel medioevo, come altri ordini mendicanti, insediassero le loro comunità nel tessuto cittadino e cercassero il rapporto fruttuoso con le componenti sociali delle realtà comunali, non disdegnavano comunque la ricerca di siti anche più solitari. Tra questi merita di essere preso in considerazione il Santuario denominato Sacro Speco, dove risiedono ancor oggi stabilmente dei frati minori francescani, situato in posizione dominante ed incastonato nei boschi vicino alla località di Sant’Urbano nel comune di Narni. In questo luogo suggestivo si trovava già un antico eremo legato ai benedettini e sappiamo che Francesco vi soggiornò intorno al 1213 con alcuni suoi compagni. Qui, inseriti sia all’interno che all’esterno del santuario stesso, troviamo diversi luoghi che la tradizione vede legati alla sua presenza. Alcuni dei più significativi sono un piccolo oratorio preesistente dedicato a San Silvestro; un pozzo di raccolta dell’acqua piovana dove per intercessione del santo che si trovava in stato di malattia, avvenne il miracolo della trasformazione dell’acqua in vino rigenerante; la profonda fenditura della roccia, quello specus da cui prende nome il luogo, dove il santo soleva ritirarsi in preghiera e meditazione ; un riparo in pietra dove poteva riposarsi durante la sua convalescenza.
Il personaggio Francesco d’Assisi, ha lasciato quindi delle tracce tangibili e delle memorie importanti nella nostra storia e al di là delle fede e dell’esempio che ci ha testimoniato nella sua intensa e breve vita, merita di essere festeggiato e ricordato proprio dalle terre dell’Umbria, che trasudano il suo messaggio di amore, pace, semplicità e rispetto del creato.
“La donna pubblica è, nella società, ciò che la sentina è sulla nave, e la cloaca nel palazzo. Togli la cloaca e tutto il palazzo diventerà fetido e marcio”. (Tommaso D’Aquino, De regimine principum)
Maddalena da Narni querelata dalla cortigiana e modella di Caravaggio
In “Caravaggio assassino. La carriera di un Valenthuomo fazioso nella Roma della Controriforma”, Donzelli, 1994, gli autori, Riccardo Bassani e Fiora Bellini, riportano la seguente notizia: nel 1599, Fillide Melandroni, famosa cortigiana e modella del Caravaggio, querelò Maddalena di Narni, prostituta a Roma, a causa di una lite degenerata. Tra le accuse, Fillide pose l’accento sul linguaggio volgare di Maddalena, la quale faceva parte di quella cerchia di ternani e narnesi che gravitavano nell’ambiente di Michelangelo Merisi.
Si trattava dei fratelli Tomassoni, uomini d’arme di piccola nobiltà, originari di Terni, che gestivano nel Rione Campo Marzio l’organizzazione e il controllo di un giro di cortigiane destinate ad una clientela scelta di gentiluomini, cardinali e nobili e di Girolomano Crocicchia, un sarto originario di Narni, che contribuì, insieme ad altri amici a trarre il pittore dal carcere di Tor di Nona, prestando la propria garanzia personale e pagando la cauzione fissata in 10 scudi.
La narnese Maddalena
La narnese Maddalena, cortigiana nella Roma rinascimentale è, al pari di altre delle quali si è perduto il nome, una testimonianza della tendenza alla migrazione dalla propria città di origine di donne che esercitavano l’arte del “meretricare”. La povertà di nascita oppure acquisita a seguito di una vedovanza, o ancora le violenze sessuali subite da serve e da donne di umili origini che non avevano una famiglia che le sostenesse, veicolavano le donne verso il mondo della prostituzione. Nella maggior parte dei casi era la fame dunque o l’impossibilità di maritarsi perché sprovviste di dote o non più vergini, a spingerle al meretricio.
“Donne cortesi” a Pistoia, “putas” in Castiglia, “mammole” a Ferrara, “bagasse” e “filles perdue” nel Sud della Francia, le meretrici, termine di chiara derivazione latina, si distinguevano il pubbliche e segrete, laddove le seconde, seppure vivevano nel costante timore di essere denunciate da “boni cives et honeste mulieres”, non erano costrette a sottostare alle leggi vigenti. Mantenevano perciò una sorta di autonomia e potevano anche scegliere, nel tempo, di abbandonare la professione per rifarsi una vita, possibilità assolutamente preclusa alle prostitute pubbliche.
Legislazione medievale e prostituzione
I legislatori medievali utilizzavano una precisa formula per definirle: “corpus suum libidini praebet pro prestio, lucro et questu”, laddove la parola “questu” indicava la specifica ricerca del guadagno attraverso il commercio sessuale, allo stesso modo con il quale si indicava, allora come oggi, il gesto di elemosinare: andare questuando.
Le disposizioni contenute negli Statuti narnesi sono poche e non offrono la possibilità di comprendere appieno le reali condizioni di vita delle meretrici pubbliche a Narni. Purtroppo, la dispersione e distruzione degli archivi storici conseguente al sacco dei Lanzichenecchi, ha generato un vuoto incolmabile per i lavori di ricerca. Sappiamo tuttavia che le pene previste per i reati di stupro e tentato stupro variavano a seconda dello status sociale della vittima. Si trattava in ogni caso di reati perseguibili solo in caso di querela, presentata, beninteso, non dalla donna violata ma dal marito, o padre o fratello carnale o da un altro consanguineo o parente uomo fino al secondo grado.
La pena capitale era comminata solo a coloro che avevano stuprato una vedova, una vergine o una donna sposata, mentre il tentato stupro era punito con una semplice pena pecuniaria di 200 libbre cortonesi. Nel caso in cui la vittima fosse stata una donna di cattiva reputazione, la somma era ridotta alla metà e, qualora si fosse trattato di una pubblica meretrice, non si comminava alcuna pena.
Nei secoli XIII e XIV, le donne pubbliche furono sottoposte a restrizioni ed obblighi sia per quanto riguardava i luoghi che potevano frequentare, sia in materia di abbigliamento. La situazione mutò parzialmente alla fine del XIV secolo e nel XV, quando le municipalità iniziarono a progettare e a realizzare spazi riservati e veri e propri postriboli, ma segni e distinzioni non scomparvero del tutto.
A Narni era fatto divieto alle meretrici di dimorare presso i monasteri e altri luoghi religiosi a meno di 10 case, alla pena di 100 soldi cortonesi e qualora qualcuna non fosse stata in grado di pagare la somma, veniva sottoposta alla fustigazione pubblica. Il meretricio non poteva essere praticato dal mercoledì santo fino a Pasqua e nel giorno di San Marco e, in ogni caso, le prostitute potevano andare per la città soltanto il sabato e fino all’angolo del Palazzo del Vicario e per il Palazzo Comunale (lontano dunque dai luoghi pubblici). Al di fuori del giorno stabilito ed oltre i confini fissati, erano punite con una pena di 20 soldi cortonesi.
Le disposizioni statutarie di Narni si conformavano a quelle stabilite anche nel resto d’Italia, dove si tendeva a proibire l’accesso delle prostitute nei centri cittadini e nelle vie che conducevano alle porte della città, e ciò nell’intento di non mostrare, a quanti venivano da fuori, lo spettacolo indecente di donne che mettevano in vendita il proprio corpo.
Una questione di look
L’abbigliamento imposto alle prostitute pubbliche (inteso come vero e proprio segno distintivo), variava a seconda dei luoghi. Rispetto a Narni purtroppo non si hanno notizie, ma sappiamo ad esempio che a Perugia si trattava di una striscia di panno rosso cucita sulla spalla destra, lunga tre dita e larga uno. A Venezia era prescritto un fazzoletto giallo legato al collo, mentre a Padova un cappuccio rosso. Alcune città aggiungevano ai segni distintivi particolari di natura infamante, come l’altissimo copricapo dotato di due corna lunghe almeno mezzo piede, inventato dal duca Amedeo VIII di Savoia, oppure il sonaglio da falcone applicato su una spalla a Siena. A Firenze il sonaglio andava invece applicato su un particolare cappuccio che copriva la testa. Queste due ultime prescrizioni rimandano al segno distintivo imposto ai lebbrosi: una campanella che serviva ad annunciare il loro passaggio.
Per quanto sottoposte a forme di controllo e di restrizione, le meretrici, sia pubbliche che segrete, facevano comunque parte della comunità ed in alcuni casi partecipavano anche a particolari celebrazioni, soprattutto quelle concernenti le feste in onore dei Santi Patroni. Seppure non si hanno notizie della eventuale presenza di prostitute narnesi alla corsa del palio per San Giovenale, sappiamo che in altre città italiane la loro partecipazione non era desueta: nel salone d’onore di Palazzo Schifanoia a Ferrara, nel ciclo degli affreschi dei mesi, fu rappresentato anche il palio annuale che comprendeva, oltre alla nobile gara di corse dei cavalli, anche quella degli asini, degli ebrei e delle prostitute. Per restare nei confini della nostra Regione, a Foligno, durante la metà del Quattrocento, le donne pubbliche correvano in occasione del palio di San Feliciano dalla porta del Governatore fino al palazzo dei Priori. La prostituta che arrivava per prima, doveva afferrare e riportare indietro gli oggetti lì depositati: un mannello di canapa, una libbra di pepe e due fasci di porri. E’ evidente che, in ogni caso, si trattava di tradizioni imposte alle meretrici al solo scopo di umiliarle pubblicamente ancora una volta.
Ciò nonostante, l’atteggiamento della società e della Chiesa nei loro confronti rimaneva decisamente ambiguo, la prostituzione era condannata ma anche tollerata perché considerata necessaria: a veicolare “l’insopprimibile urgenza della lussuria maschile”, a contrastare gli stupri perpetrati ai danni di donne oneste e a combattere “comportamenti contro natura”. “Sodomita del diavolo”, dice San Bernardino quando si scaglia contro gli omosessuali. Fu per tale motivo che i legislatori di molti Paesi europei, fra Tre e Quattrocento, si convinsero di poter trovare un rimedio opportuno attraverso il consolidamento o la creazione di postriboli pubblici. Con il tempo fu però evidente che la soluzione posta in essere non aveva portato alcuna utilità: il commercio di donne, la corruzione di giovani serve e schiave e gli stupri ai danni di donne “onorate” continuavano, mentre i bordelli avevano iniziato a palesare il loro vero volto di luoghi inquieti, nei quali circolava gente di infima condizione, impegnata spesso in traffici illeciti e risse.
Melusina è “dicotoma” prima e “trina” poi, la sua altra parte, il suo paredro, è Morgana, più famosa e temuta e più legata al ciclo bretone, ma suo complemento ed antitesi. …Melusina e Morgana, sono due dei tre volti della triplice Dea, colei dalla quale sono nati tutti gli altri dei. Le tre fasi della Luna, le tre fasi della donna, la fanciulla (la Vergine), la madre (Dea Madre propriamente detta), la anziana (la Strega), le tre Marie del culto cristiano…
E il terzo volto? La fanciulla, la Vergine non madre?
La dea primigenia è ravvisabile in tutte quelle divinità legate strettamente alla natura. È l’energia nuova, libera, indipendente e spesso è personificata da una Dea degli animali selvatici come Feronia, la ninfa, la dea dei frutti nascenti, che a Narni vantava un culto del tutto particolare.
Antica dea italica, Feronia, Dea Vergine non soggetta a vincoli matrimoniali, accompagnata dal suo paredro Picus, il sacro picchio, (portatore del fuoco celeste connesso all’energia fecondante), è dea dell’abbondanza, discendente dall’antica dea etrusca Cavtha, “il sole che nasce”, trasfigurata a volte in Persefone, a volte in Giunone vergine. Figura femminile magica sorgente di vita, feconda di messi, legata alla natura, alla fertilità, ai boschi e alle fonti. La dea romana per definizione è una grande Madre, una triplice Dea, per la ciclicità con cui è legata all’uno o all’altro fenomeno della natura, come l’alternanza tra luce e tenebre e tra le stagioni.
Il suo culto privilegia luoghi lontani dai centri abitati, preferendo le zone selvagge ai centri urbani, il suo tempio più sacro è il bosco, ma “Feronia tutela ‘la natura’, le forze ancora selvagge del mondo dell’incolto, ma per metterle al servizio degli uomini, della loro alimentazione, della loro salute, della loro fecondità” (Dumézil), ponendosi nel punto di passaggio tra colto ed incolto come forza primigenia, ordinatrice del caos. Ad essa infatti si rivolgono gli schiavi che divengono cittadini liberi con la “manomissio”, perché anche qui Feronia segna il passaggio dallo stato selvatico a quello civile, poiché lo schiavo non era considerato un essere umano ma quasi un animale… così come il rituale di Diana Nemorense rende lo “schiavo” che riusciva ad uccidere il “Re dei boschi di Nemi” un uomo libero e a sua volta nuovo Re.
Feronia, donando allo schiavo una nuova vita, assume una dimensione sciamanica, acquistando anche il potere di muoversi tra il mondo dei vivi e quello dei morti, e del controllo sugli elementi naturali.
A questo punto il sillogismo fra Feronia, che è oltretutto anche dea del fuoco, Diana e Morgana, sacerdotessa nella ierogamia delle nozze sacre di Beltaine o nel velo tra i mondi che si assottigliano di Sahmain, entrambe feste del fuoco, è fin troppo facile.
Feronia è sciamana portatrice di nuova vita, come forza primigenia, Morgana è sciamana, traghettatrice di Artù morente nell’aldilà di Avalon, alla fine della vita, come Anziana, terzo volto della Madre. La triplice Dea ha i suoi tre volti.
Feronia, Fortuna, Diana, Ana Hita, Dana, Anna Perenna, sino alla cristiana Befana e alla Vergine Maria… molte facce della stessa medaglia.
Passando per Morgana e Melusina.
Cambiano i nomi, cambiano i tempi e cambiano le genti, ma non il mito e le sue radici più profonde.
A Narni, un’altra delle festività da rispettare da Statuti (Libro I Capitolo XXVII – Statuta Illustrissimae Civitatis Narniae) era quella di San Martino, che cade, quasi esattamente con quella dell’antica dea, l’11 novembre il primo il 13 ed il 15 la seconda (comunque a cavallo delle Idi di Novembre). La differenza di due giorni non cambia il cristianizzare usanze pagane attraverso santi di importanza particolare.
La festa di San Martino era una sorta di capodanno (si avvicina anche al Samhain celtico – di nuovo un accostamento col mondo celtico, che avvalorerebbe le ipotesi che la gens narniensis, discenderebbe dalle tribù di derivazione celtica dei Naharci, etimo dal fiume Nahar, il Nera) contadino nel corso del quale si mangiava e beveva (oche e vino) in abbondanza e Feronia è la dea del “sole che nasce” e dell’abbondanza.
San Martino è generoso, divide il suo mantello con un povero, Feronia libera gli schiavi. A San Martino si celebra la festa dei cornuti, eco delle feste pagane. In molte città che lo festeggiano si accendono falò, Feronia è la dea del fuoco… Non può più essere adorata come divinità, ma le sue prerogative rimangono intatte.
Non solo, Feronia a Narni è ancora “presente” grazie alla sua splendida fonte, che per secoli ha rifornito di acqua i narnesi, anche dopo la distruzione del tempio e del bosco sacro di elci che la circondava, (non a caso cari alle “streghe”) noto poi infatti come “Macchia Morta” – il toponimo tuttavia potrebbe riferirsi ad un altro sito del comitato narnese –
“Fra li altri tempii che esistevano in Narni, dalla superstizione dei gentili applicati alle false deità, eravi quello del luco e fonte di Feronia in oggi con nome alterato detto quel sito Ferogna. Ivi probabilmente, come in altri luoghi, eravi il tempio e la statua della dea Ferocia…. essendovi anche presentemente un marmo in quel fonte in cui è scolpita una grande fiamma, forse l’insegna di quella antica vanità”. E aggiunge: “La verità si è che quella fonte avendo transito per miniere stimate è di un’acqua molto salubre e grandemente tenuta in pregio si quanto alla sua rara limpidezza, che la prerogativa che ha di facile digestione”. I primi cristiani di Narni dovettero certo abbattere il tempio e distruggere il sacro bosco, perché questo d’allora in poi si chiamò macchia morta, cioè non esistente, come rilevasi da un documento di donazione fatta al Monastero di Farfa, da Berardo figlio del q. Rolando, nobil’uomo del contado narnese e da Maria sua consorte, riportato dall’ illustre storico G. Eroli”
Manoscritto Cotogni
“Idest omnia quae ego habeo infra comitatum narniensem, intus civitatem, vel de foris excepto petiam unam terrae ubi dicitur macc1a mortua, quae vocatur Ferone…”
Gregorio di Catino, Regestum Farfense
Quod non fiat iniuria, vel offensa mulieribus euntibus ad fontes.
Item statuimus, quod nullus verbo, vel facto dicat, vel faciat iniuram, vel offensam mulieribus, quae ad fonts aquarum in civitate Narniae, Feroniae, et canali Forminae pro acqua portanda in eundo, stando, vel redeundo, et qui contrafecerit solvat pro banno duplum eius poenae, quae continentur in statuto de simili maleficio, et cum multitudo mulierum occurrit ad ipsos fontes, vel ad aliquem ipsorum pro aqua sumenda, viri inter ipsas non debeant se immescere, nisi starent ad ipsum fontem pro aqua sumenda pro eorum necessitate, vel dominorum suorum, vel alicuius, in cuius servitio essent, et qui contrafecerit puniatur vice qualibet in CL solidis cortonensibus.
Proviso, quod parentes teneant filias suos impuberes, qui ad dictos fontes aliquam laesionem, vel levem infestationem non faciant, et hoc dominus Vicarius faciat per civitate Narniae publice bandiri, et possit imponere poenam, et bannum XX solidorum cortoniensium, et de praedictis Vicarius omni mense inquirere teneantur.
Non sia fatto oltraggio od offesa alle donne, che vanno alle fontane.
Inoltre stabiliamo che, nessuno, con parole o fatti dica o faccia un’ingiuria o un’offesa alle donne, che [si recano] alle fontane delle acque nella città di Narni, di Feronia e del canale della Formina per prendere l’acqua, nell’andata, durante la sosta o al ritorno.
Chi non osserverà tale norma, paghi come condanna il doppio di quella pena che è contenuta nello statuto per un simile delitto, e quando un gran numero di donne si reca alle medesime fontane o a qualcuna delle medesime per raccogliere l’acqua, gli uomini non debbano perdersi tra le medesime, se non stessero alla medesima fontana, per raccogliere l’acqua, per la necessità loro o dei padroni di qualcuno, di cui sono al servizio. Chi non osserverà tale norma, sia punito per ogni volta di 40 soldi cortonesi.
Resta inteso che, i parenti controllino i loro figli impuberi, in modo che non facciano qualche guasto o lievi danni alle fontane, e che il Vicario provveda e questo sia annunciato pubblicamente dal banditore per la città di Narni, e possa imporre una pena e condanna di 20 soldi cortonesi, e il Vicario sia tenuto, ogni mese, ad indagare sui predetti.
Liber III, cap.CXLIII Statuta illustrissimae civitatis Narniae
Quod fiat quaendam via possessionem hospitalis Sancti Jacobi a strata romana uscque in viam Feroniae
Item statuimus, quod per possessionem hospitalis Sancti Jacobi, per quam est quaedam via, perquam non patest commodo iri a strata romana in viam Feroniae, quod a dicta strada romana usquie in dictam viam Feroniae per locum magis commudum fiat quaedam via, per quam iri commode, et rediri possit expensis adiacentium ipsi viae.
Et notarius viarum ipsam viam fieri faciat expensis dictorum adiacentium, et eligi faciat duos massarios, qui declarant adiacentes, et distrubuant inter eos pecuniam necessariam pro ipsa via, et adiacentes intelligantur omnes, qui per dictos massarios fuerint declarati.
Sia costruita una via attraverso la proprietà dell’ospedale di San Jacopo, dalla strada romana fino alla via di Feronia.
Parimenti, poiché attraverso la proprietà dell’ospedale di San Jacopo, in cui vi è una sola via, per la quale non si può comodamente andare dalla Strada romana alla via di Feronia, stabiliamo che dalla detta Strada romana fino alla detta via di Feronia per un luogo più comodo sia costruita una via, per la quale si possa andare e ritornare comodamente, a spese dei confinanti della medesima via.
E il notaio delle strade, faccia costruire quella via a spese dei detti confinanti, e faccia eleggere due massari, che stabiliscano chi siano i confinanti, e ripartiscano tra loro il costo necessario per la medesima via, e come confinanti siano intesi tutti quelli, che saranno dichiarati dai detti massari.
Libro I Cap. LXX Statuta illustrissimae civitatis Narniae
Colpisce l’attenzione la moltitudine di persone che si recassero alla fonte, tanto da far costruire una strada comoda per arrivarvi, dalla strada romana, quasi come se vi arrivassero anche da fuori, dal Lazio, terra dove il culto di Feronia era partito, arrivando addirittura in Austria (S. Peter) e dove era maggiormente sentito.
E tanto da tener separate le donne dagli uomini, quasi come se la memoria di antichi riti pagani, permeasse ancora la fonte, indulgendo troppo alla tentazione.
Suggestioni, ma tali da avvalorare ancor più l’origine matriarcale, legata alla terra, alla Madre Terra, della società narnese, dove Feronia, la vergine, Melusina, la madre, Morgana, l’anziana, si sovrappongono a creare la Dea Bianca di Graves. Da Dana a Ecate, da Diana alla Vergine Maria, in suggestioni senza tempo, legate ai cicli vitali dell’uomo e della natura. Talmente forti, in una Narni sempre ghibellina, sempre in rivolta contro la Chiesa, che appare impossibile quindi che nella medievale urbe non attecchissero fiorenti le molteplici leggende portate verosimilmente, oltre che da giullari e pellegrini, dalle truppe bretoni e francesi che nel tardo medioevo infestavano l’Italia e la bassa Umbria…
Feronia è stata e sarà legata per sempre a Narni alla sua sacra fonte, Melusina ad un luogo, una “silva” presso S’Urbano, Morgana, e il ciclo bretone, da Artù a Lancillotto, ad un “miraggio”, ed alla storia scritta dai narnesi, nei loro stessi nomi. Da Lancellotto, Cardoli e Lucantoni, a Ginevra Arca e Morgante Cardoli, inconsapevoli di portare nel nome un universo di storia, di conoscenze, di popoli e nazioni, contribuendo così ad espanderlo, in un continuo movimento e mutazioni di miti e leggende che invece di morire continuano a permanere ed evolversi nei secoli. Inconsapevoli di rimanere in primis esseri viventi legati direttamente alla natura che ne governa l’essere con i suoi cicli e le sue stagioni che tornano vichianamente a riproporsi nei corsi e i ricorsi, ma che finiscono per rimanere immutate a se stesse, fonte inesauribile di armonia e conoscenza.
Ma ancora una volta, anche questa è un’altra storia….
Patrizia Nannini
Moneta Sabina recante la Dea FeroniaFonte di Feronia a Narni
…Non è facile sintetizzare secoli e secoli di tradizioni orali, di consuetudini trasformate in leggende, di antropologismi che han creato i miti, di paesi che han creato leggende, di uomini che han creato storia, di donne divenute leggenda… Tutti sono stati e sono tutt’ora oggetto di studio. Innumerevoli libri son stati scritti. Innumerevoli storie da raccontare… e questa è un’altra storia…
Melusina è “dicotoma” prima e “trina” poi, la sua altra parte, il suo paredro, è Morgana, più famosa e temuta e più legata al ciclo bretone, ma suo complemento ed antitesi.
Melusina è “magia” donata ad un mortale, con uno scambio di promesse che finisce alla rottura di un patto con l’allontanamento della stessa, Morgana è “magia” ceduta in cambio di un’impresa ad un mortale che finisce per pagarla scomparendo con essa nel mondo ultraterreno.
Melusina è dunque, secondo la classificazione di Laurence Harf-Lancner, la fata amante portatrice di felicità, Morgana, è la fata che trascina nell’altro mondo il proprio amante o sposo umano, quindi fata dell’infelicità. Anche se poi, la felicità melusiniana, come già detto, non si libera completamente dal male originale e rimane sempre in bilico tra essere umano e animale diabolico.
Morgana, quindi, nonostante venga dalla stessa matrice di Melusina, (il nome significa “Nata dal Mare” e non a caso nel Roman de Melusine è la sorella di Presine, la madre di Melusina) è stata per questo quasi sempre vista con l’accezione negativa, rimando confinata nel mito, non scendendo a contorni più umani, identificabili in persone o luoghi, divenendo leggenda.
Morgana, per il mito arturiano è la sorellastra di re Artù, figlia di Igraine ed il suo primo marito duca di Cornovaglia, la fata, l’incantatrice per eccellenza, tanto da dare il proprio nome ad un effetto ottico che fa apparire le figure sospese. Come Melusina è molto discussa per la sua ambiguità, ora positiva, ora cupa ed oscura, comunque connessa all’energia lunare, portatrice di conoscenza in quanto herbaria, astronoma e astrologa, consigliera del re, ammaliante e seducente. Il medioevo maschio non poteva che considerarla diabolica, in senso assoluto, per i più.
La differenza sostanziale con Melusina è che Morgana non è “materna e dissodatrice” (J. Le Goff) Morgana è il potere, Morgana porta con se Artù ad Avalon alla fine, quindi vince, rendendosi così ancor più pericolosa agli occhi degli uomini, Melusina alla fine invece fugge disperata, divenendo una vittima, redimendosi e diventando più simile alle donne comuni.
Eppure e infatti, entrambe sono assimilabili al culto ancestrale della dea Madre, legate agli elementi naturali, portatrici di fecondità e prosperità.
Nonostante l’avvento del Cristianesimo abbia demonizzato i vecchi dei e contemporaneamente “cristianizzato” ove possibile le vecchie usanze, i riti più ancestrali, legati alla terra che scandisce ancora il tempo e la vita stessa del medioevo, finiscono per fondersi fra il sacro ed il profano, ma permangono profondi nell’essere dell’uomo e soprattutto della donna (figlia di Eva, portatrice di peccato) che in essi trova il rifugio nel quale essere se stessa e non solo il simbolo del male. Nella natura, le donne sono i primi medici non riconosciuti della storia (fino a Paracelso), conoscitrici delle erbe, e dei rimedi naturali, del cammino delle stelle e dell’andamento delle stagioni… “… Per questo motivo, per le religioni, la Donna è madre, nutrice e custode. Gli dei sono come gli uomini: nascono e muoiono con la donna. Regine, maghi di Persia, Circe maliarda, sublime Sibilla, non sono altro che il frutto di una metamorfosi: a colei che tramandò le virtù delle piante e il cammino delle stelle, che porgeva oracoli al mondo prostrato, mille anni dopo, le si dà la caccia come fosse una belva selvatica; è inseguita, umiliata, lapidata, piegata sui carboni ardenti…” (Cecilia D’Abrosca, antropologa culturale)
Melusina e Morgana, attraverso Circe, Diana, Sibilla, sono il frutto medievale della metamorfosi, due dei tre volti della triplice Dea, colei dalla quale sono nati tutti gli altri dei.
Le tre fasi della Luna, le tre Marie del culto cristiano, le tre fasi della donna, la fanciulla (la Vergine) la madre (Dea Madre propriamente detta), la anziana (la Strega).
Melusina è il volto medievale della Dea Madre, Morgana della Strega, l’Anziana che traghetta il mortale verso l’ultraterreno.
Ultraterreno che a Narni vanta una particolare incursione nel “terreno”, episodio alquanto singolare, scovato da Claudio Magnosi nel “Gran Dizionario Infernale, ossia Esposizione della Magia” libro ormai raro, edito a stampa nel 1870.
Si da per certo, in quanto “la verità è attesta dai leggendari, persone degne di fede, come ognuno sa” che nel secolo XI, una moltitudine di anime, tutte vestite di bianco, passassero sotto la città, viste da tutti, per andare alla “Nostra Donna di Farfa” ad espiare i peccati prima di poter ascendere al Paradiso…
Un miraggio collettivo dunque, una delle tante masnade Hellequin che Walter Map, chierico gallese alla corte di Enrico II Plantageneto, nel De nugis curialium (1182-1193), paragona, chiamandola familia Herlethingi, alla corte plantageneta, proponendosi di tracciarne un vero e proprio mito d’origine, avente fondamenta nelle origini celtiche della Gran Bretagna. Agli inizi del XIII secolo, anche Gervasio di Tilbury infatti, compone l’opera ”Otia imperialia” (1211), destinata sempre al diletto di Enrico II e comprendente una numerosa raccolta di mirabilia che attestano la presenza dell’esercito dei morti ovunque, dalla Catalogna alla Sicilia. Proprio da qui, a partire dal XII secolo, per influenza della cavalleria normanna, si diffonde in Italia la leggenda arturiana. Avalon, trova la sua trasposizione locale nell’Etna, sin dall’antichità considerato l’ingresso agli inferi e che, in epoca coeva, altri autori paragonavano al purgatorio. Ivi, la Caccia Selvaggia, la Masnada Hellequin, diviene “familia Arturi”.
Successivamente nel 1276, in una scena del “Jeu de la feuillée” di Adam de le Hale, messo in scena, non a caso, in occasione del Calendimaggio o di altra festa ciclica stagionale a carattere propiziatorio, è rappresentato il convito delle fate, ove un suono di campanelli annuncia l’approssimarsi della masnada di Arlecchino (che poi diverrà la maschera universalmente conosciuta)… Arriveranno fra gli altri, Croquesot il corriere-buffone e la fata Morgana seguita da altre due fate, Arsilla, buona e benefica, e Magloria, cattiva e dispettosa.
Morgana diviene quindi la trasfigurazione medievale della irlandese“Morrigan”, ossia “La Grande Regina”, Dea della morte che assume la forma di un corvo, e “Le Faye” (Il Fato), nonché della italica dea lunare Diana.
Diana, dea dei boschi, della caccia, è la dea principale (Diana Nemorense – 13 agosto) del ferragosto (Feriae Augusti), momento in cui si concentravano molte feste pagane come i Nemoralia o festa delle torce, i Portunalia, i Consualia, etc., che celebravano la fertilità della terra.
Anche dopo l’editto di Tessalonica, 380 d.C., che bandisce tutti gli dei ed i riti pagani, veniva invocata per proteggere le partorienti, per ottenere guarigioni e benedizioni, per invocare la fertilità dei campi la notte del 6 gennaio, nonostante fosse stata trasformata in vecchia megera e in signora delle streghe, lucifera figlia del demonio.
Nell’impossibilità di sopprimerla, la dea Diana trasmuta quindi, incorporandone tutta l’iconografia, la simbologia e i significati, in Maria, l’Assunta in Cielo.
Come Diana, Maria è vergine, come Diana, Maria è una rappresentazione lunare, come Diana, Maria è vergine-madre, e come Diana, Maria viene invocata per proteggere le partorienti, salvarsi, guarire…
A Narni il culto della Vergine Maria è il più sentito dopo quello del patrono Giovenale. Il Libro I Cap, XXVII – Statuta Illustrissimae Civitatis Narniae, De Festivitatibus Custiodendis, obbliga al rispetto di tutte le festività ad Ella dedicate, non solo, particolari onori le erano concessi, come la consegna di un palio alla chiesa di S. Maria Maggiore ma soprattutto una processione “cum ceri accesi”, alla vigilia della festa di mezzagosto. I ceri alla vigilia di San Giovenale, unico parallelo in tutte le festività narnesi, venivano consegnati spenti alla Chiesa, la cera era assai cara, ed oltre a costituire un simbolo di vassallaggio dei Castelli e di importanza delle corporazioni, avrebbero poi illuminato la Cattedrale. Perché lo sperpero allora di tale patrimonio per quest’altra importante festa?… La processione, non era vincolata alle rigide regole delle corporazioni, è lecito desumere vi partecipassero, in coda, distanti anche le donne, altrimenti escluse dalle cerimonie ufficiali delle Arti.
Probabilmente il ricordo ancestrale, forte, dei Nemoralia, dei tre giorni alle idi di agosto della Festa delle torce, in onore della dea lucifera Diana, (passando per le quattro feste del fuoco legate ai momenti stagionali e lunari della quali è sacerdotessa Morgana) è stato duro da scalzare, tanto da cristianizzarlo in un momento solenne ed importante, associandovi contemporaneamente il simbolico significato di protezione dai demoni che figure come Diana e Morgana ormai rappresentavano per antonomasia.
De palijs offerendi per commune infrascriptis ecclesijs
Item statuimus, quod Vicarius dictae civitatis ad honorem, et reverentiam Onnipotenti Dei, et gloriosissimae Mariae semper virginis matriseuis, et beatorum Iuvenalis martyris, et Cassij episcoporum, et aliorum sanctorum, et sanctarum Dei offerat, et offerri faciat infrascriptis ecclesijs videlicet ecclesiae beati Juvenalis in die festivitatis ipsius in mense maij unum pallium sericum.
Et unum aliud ecclesiae Sancta Mariae Majoris loci Fraci Praedicatorum in die festivitatis ipsius de mense augusti.
Et unum aliud ecclesiae Sancti Augustini loci Fratrum Heremitarum in die festivitatis ipsius.
Quae pallia sint valoris infrascriptae quantitatis, videlicet.
Pallium pro ecclesia Beati Juvenalis quatuor florenorum de auro, et alia residua tria valoria XII librarum cortonensium pro quolibet, et hoc fiat expensis dicti Communis de pecunia Camera narniensis, et camerarius dictae Camerae procuret ante tempus, quod ipsa pallia habantur.
Palii da offrire dal Comune alle chiese sottoelencate
Stabiliamo che il Vicario della Città, ad onore e reverenza di Dio Onnipotente, della gloriosissima Maria sempre Vergine sua madre, dei beati Vescovi Giovenale e Cassio, e degli altri Santi e Sante di Dio, offra e faccia offrire alle seguenti: Alla chiesa del Beato Giovenale, nel giorno della festività dello stesso nel mese di maggio un palio in seta. Un altro alla chiesa di Santa Maria Maggiore del convento dei frati minori, nel giorno della festività della stessa nel mese di agosto. Un altro alla chiesa di S. Francesco del convento dei frati eremitani, nel giorno della festività dello stesso.
Questi pali siano del valore seguente:
Il palio per la chiesa del Beato Giovenale di quattro fiorini d’oro, e per le altre tre chiese del valore di 20 libbre cortonesi per ciascuno, e questo sia fatto a spese del Comune narnese, e il camerario della Camera provveda che si abbiano i medesimi palii prima del tempo.
Liber I, cap. CVIII Statuta illustrissimae civitatis Narniae
De honore fiendo ecclesiae virginis Mariae in festa ipsius de mense augustii
Item statuimus ad specialem reverentiam virginis glorosiae matris Christi, quod dominus Vicarius dictae civitatis teneantur, et debeat juramento in vigilia festivitatis ipsius virginis de mensis augusti ire apud ecclesiam ipsius virginis loci Fratrum Praedicaturum, et secum ducere consiliaros Concili populi, et Communis, qui consiliarij una cum ipso dominoVicario ire debeant ad ipsam ecclesiam quilibet cum unum cereo, vel candela in manu accensa, et omnes, et singuli artifices, seu de artibus dicta civitatis videlicet, quaelibet ars per se faciat, et deferat unum cerum, vel plures, et hominibus dictarum artium videbitur, qui cerei portantum accensi, ut alij singuli homines vadant cum candelis accensis cum alijs hominibus universaliter ad dicta ecclesiam, et ipsi ecclesiae offerant es illo cero in dicta ecclesia, et de ipsis artibus intelligantur esse judices, et medici, et notarij, et qui contrafacerint ire nolentes, solvant pro banno, dicta Camerae C solidus cortonenses.
Et haec omnia publice banniantur per ipsam civitatem, ne quis valeat ignorantiam allegare.
Adijcimus, quod mane sequenti die festivitatis, ipse domnus Vicario faciat deferri ad ipsam ecclesia pallium, de quo supra sit mentio in hoc statuto, et si in hoc fuerit negligens perdat de suo salario XXV libras cortonenses.
Adijcimus quod si aliquis religiosus esset ibi suspectus, ad petitionem officij tales suspecti debeant amoveri, quod si non fecerint perdant dictum pallium, et totumid, quod deberant accipere a communepro elemosyna vigores praesentis statuti.
Del rendere onore alla chiesa della Vergine Maria nella festa della stessa
Stabiliamo, per particolare riverenza della Vergine gloriosa madre di Cristo, che il Vicario della città debba e sia tenuto a recarsi, sotto giuramento, nella vigilia della festività della stessa Vergine nel mese di Agosto, presso la chiesa della stessa Vergine del convento dei frati predicatori, e condurre con sé i consiglieri del Consiglio del popolo e del Comune, e questi consiglieri, insieme al Vicario, debbano andare a quella chiesa ciascuno con un cero o con una candela accesa in mano, e tutti e ciascuno degli artigiani, o delle arti della città, vale a dire, qualsiasi arte, per proprio conto faccia e porti un cero, o più, se gli uomini delle dette arti lo riterranno opportuno; e questi ceri siano portati accesi, e gli altri uomini vadano isolati, con le candele accese, con gli altri uomini, tutti insieme in quella chiesa, a alla stessa chiesa li offrano in quella sera nella detta chiesa, e delle medesime arti siano intesi essere i giudici, i medici, e i notai.
Coloro che avranno trasgredito, non volendo andare, paghino per sanzione alla Camera 100 soldi cortonesi e tutte queste disposizioni siano bandite pubblicamente per la città, affinché nessuno possa addurre a discolpa l’ignoranza.
Aggiungiamo che, la mattina del giorno della festività, il Vicario faccia portare il palio nella chiesa, di cui si fa menzione in questo statuto, e se in questo sarà stato negligente, perda 25 libbre cortonesi del suo salario.
Aggiungiamo che, se vi fosse presente qualche religioso sospetto, a richiesta dell’ufficio, i tali sospetti debbano essere allontanati, e se non avranno fatto ciò, perdano il detto palio, e tutto quello che, in virtù del presente statuto, dovrebbero ricevere in elemosina dal Comune
Liber I, cap. CX Statuta illustrissimae civitatis Narniae
Una civitade posta dunque sotto la duplice protezione del Santo Patrono Giovenale e della Vergine Maria, (la cattedrale intra moenia, prima cattedrale di Narni era S. Maria Maggiore, sorta sul tempio di Minerva, altra divinità femminile) retaggio di una società fortemente legata alla Madre, verosimilmente matriarcale, proveniente da una cultura antecedente a quella romana, antichissima, che affonda le radici nel Paleolitico, dove il Vescovo Giovenale iniziò la sua opera di evangelizzazione, lottando contro le radicate credenze pagane che tanto facilmente tendono a sovrapporre miti e divinità. Dalla Dea Madre a Diana, tramite Morgana e da Diana a Maria Vergine.
Talmente forte il legame con la Dea, col terzo volto della Dea, la primigenia Madre terra, da conservarne intatti divinità e simboli, senza nemmeno cristianizzarne i nomi…