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La Moneta Cortonese – Cortonese “Caput Monetae”

La Moneta Cortonese – Cortonese “Caput Monetae”

Nel “racconto” sulla circolazione monetaria a Narni, precedentemente inserito nelle uscite quindicinali delle Pergamene, abbiamo affrontato, tra l’altro, il Cortonese inteso come moneta. In questo nuovo proveremo, senza pretesa di essere esauriente, a capire perché questa moneta, nel periodo considerato, abbia goduto di tanta fortuna.

Gulielmino degli Uberti e la Zecca a Cortona

Dunque, sappiamo che il vescovo Guglielmino degli Uberti dovette aver installato una zecca in Cortona dopo aver sottomesso quel centro, (1258) tanto che ci giunge un documento del 1 ottobre 1262 con il quale il presule diffida i “dominis de moneta de Cortona” di coniare in quella zecca in assenza di un suo mandato. ( Guazzesi 1769. Scharf 2013)

Sappiamo, anche che la zecca coniò, per breve periodo, dal 1258 al 1289 e che le monete dette “cortonesi” vennero battute con “ legenda” di Arezzo, e con un numerario talmente basso, da far dire a Girolamo Mancini :
“ della moneta cortonese sono straordinariamente rari gli esemplari”.

 In alcuni atti cortonesi del 1272-1276, le cifre sono espresse nella valuta di “denariorum blancorum aretinorum qui volgo dicantur cortonenses”. In un contratto rogato nel dicembre 1283 dal notaio Orlando le monete vengono qualificate come “ libras bonorum denariorum alborum nunc usualium, qui dicuntur denari cortonensis”, dove  cortonensis sostituisce la parola  arretinos precedentemente cassata.    ( Stahl. Mancini. Montagano-Sozzi.)

Chiarito il tema della identificazione del cortonese, (vedi anche I Racconti delle Pergamene. N° 25) è bene identificare l’area monetaria dove la moneta esercitò il ruolo dominante. Per area monetaria si intende l’area geografica all’interno della quale, le specie monetarie prodotte da una determinata zecca, “dominavano” su tutte le altre monete circolanti nella regione.
La suddetta moneta guida avrebbe rappresentato una sorta di punto di riferimento per ogni altra moneta.
Questo implica di conseguenza un’attenzione per gli usi di una “moneta di conto” basati sulla moneta della zecca dominante, cui le diverse monete circolanti devono fare riferimento.

Ma quando una moneta si può definire dominante?  Ed il cortonese fu moneta dominante?

 Un lungo elenco di documenti, sembra accreditare la moneta cortonese come “caput moneta”. L’Alticozzi cita contratti stabiliti in moneta cortonese rogati a Castel del Piano 1268, a Montepulciano 1269, a Todi 1270. I capitoli conclusi nel 18 giugno 1269 fra Perugia e Orvieto menzionano soldi di denari cortonesi e nel maggio 1270 Orvieto prese in prestito lire 1232 di denari cortonesi. Luigi Fumi aggiunge che: “ la moneta cortonese dal 1260 al 1380 circa è adottata da quasi  tutte le città toscane e pontificie.

 Discorso a parte meritano gli statuti; infatti oltre a Narni, troviamo che, negli statuti dei comuni dell’Italia centrale molti usano il cortonese come moneta di riferimento, tra i quali, Castel del Piano, Montepulciano, Todi, Radicofani, Arcidosso, Chianciano, Città di Castello, Orvieto. A Foligno sono messi fuori corso nel 1322 e sostituiti con quelli di Perugia, così come ad Amelia nello statuto del 1346.

Ed è a questo punto che sorgono alcune perplessità sulla effettiva corrispondenza monetaria negli statuti alla reale portata economica del denaro cortonese.

 In molti documenti il denaro viene definito come buoni denari e cattivi denari ( mali piczioli, boni piczioli ) ;  per la differenza di intrinseco valore ( il valore del metallo contenuto nella moneta), vengono definiti, anche se con repentini spostamenti, buoni i denari di Siena, Lucca, Pisa, Firenze, Ravenna e Ancona. Vengono definiti cattivi i denari di Viterbo, Arezzo, Cortona, Santa Fiora, Volterra e Perugia.  (A. Rovelli).

I cattivi denari venivano, con delibere comunali, messi fuori dalla circolazione legale, perchè andavano a sostituire i buoni, che venivano tesaurizzati dai cittadini, in quanto coniati con maggior intrinseco di argento (legge di  Gresham, il cattivo denaro scaccia dalla circolazione il buono. Es. 500 lire d’argento e di carta) ma Cortona rimane sempre catalogata tra i cattivi denari. Se questo è vero, come può il denaro cortonese essere considerato di riferimento negli statuti comunali?

 I notai

La stesura degli statuti comunali veniva affidata, oltre che a “ boni homines” della città, ad un notaio;

 ……” uno di quei notai che girovagavano da una città all’altra come ufficiali, sia entro che fuori i confini dello Stato della Chiesa. E a cinquant’anni e un po’ di più, poteva dire di aver acquistato una bella esperienza. Aveva ricoperto incarichi di questo tipi nelle città marchigiane di Ancona, Jesi, Fano, Pesaro, Ascoli, Macerata, con le rispettive diocesi. In Romagna aveva servito sei mesi ogni volta a Rimini e Forlì, e aveva frequentato con il medesimo scopo o altro scopo, le città di Cesena, Forlimpopoli, Faenza. Era stato inoltre ufficiale nella provincia spoletana, precisamente a Spello, Montefalco, Bevagna, Foligno, ed in Toscana e nelle grandi città di Firenze e Siena. Aveva anche servito il re Roberto di Napoli, e per diciotto mesi a Manfredonia, Barletta, Bari, Trani, Napoli e altri luoghi”

(A. Luongo) .

 

……” I notai in rapido avvicendamento e spostamento da luogo a luogo (Gioacchino Volpe li paragonò ad uccelli migratori), ebbero verosimilmente una grande importanza nel plasmare il diritto statutario dei comuni del territorio ove operavano, proponendo modelli, suggerendo soluzioni altrove seguite, rappresentando istanze cittadine, mettendo il proprio bagaglio di conoscenza tecnica al servizio di locali organi deliberanti. Il loro ruolo può essere comunque valutato meglio considerandolo entro il tema, più generale, delle “influenze esterne” sui contenuti giuridici dello statuto. Vi sono d’altronde anche evidenti similitudini e in certi casi vere adozioni o “copiaticci”, in cui probabilmente giocarono un ruolo fondamentale i notai a servizio presso i comuni, in rapido spostamento da un luogo all’altro al termine del breve servizio di carica. 

( Alessandro Dani).

 

Chi erano dunque questi notai ?

Per noi tra molti, importante è Nicola di ser Marco, che faceva parte di una famiglia di notai. Il genitore, ser Marco Dovizi Alberghetti, fu console di Gubbio (1327, 1330, 1337 e 1342) e partecipò per otto volte alle commissioni straordinarie degli stessi decenni. La posizione di Marco consentì a due dei tre figli, Nicola e Francesco di diventare a loro volta notai. Il figlio di Nicola, Ghino o meglio Ser Ghino di ser Nicola di ser Marco, divenne notaio di fiducia del vescovo- rettore Gabriele Gabrielli, testimoniato dagli atti relativi alle trattative fra il vescovo e i fuoriusciti eugubini mediate dal comune di Perugia. Tra i registri giunti fino a noi, ser Ghino compare come “curie episcopali notari”. (Alberto Luongo).

 Lo stesso, ser Ghino di ser Nicola di ser Marco, che redasse in lingua latina gli statuti narnesi del 1371. (Giffoni- Mosca)

Può essere spiegato cosi, la presenza della moneta detta cortonese, nei tanti statuti medioevali?

 E se si quale fu lo statuto madre?

Domande a cui per ora non siamo in grado di dare risposta, ma poniamo invece ulteriori interrogativi.  Cosa circolava allora in Umbria?

Valore della moneta cortonese circolante

…..” Per l’oro, tutti i documenti sono espliciti: il fiorino costituiva la valuta comunemente accettata per i grossi pagamenti e come misura di valore per i beni importanti. Per la moneta d’argento, denari lucchesi, senesi, moneta di Ravenna, di Ancona e infine, e qui veniamo a un caso piuttosto singolare, i denari cortonesi, presenti non a Perugia, ma a Spoleto, come risulta soprattutto dagli statuti del 1296.

 Però la moneta di Cortona di questo periodo non esiste o almeno i pochissimi esemplari noti sono di autenticità molto dubbia, tanto da far pensare che come città non abbia mai battuto moneta.
Questione questa, ancora aperta, che necessita di ulteriori approfondimenti sui documenti e sulle collezioni numismatiche, che riguarda la circolazione monetaria in Umbria nel periodo comunale, “uno di quei casi di divergenza, tra documento scritto e documento moneta, tuttora insoluti.” (Francesco Pavini Rosati).

Che il ruolo della lira e del soldo cortonese, negli statuti, fosse invece solo semplice riferimento numerico delle monete effettivamente circolanti, è solo nostra ipotesi?  ……” i termini lira e soldo avevano un significato universalmente identico: ovunque, a Genova come a Milano, a Firenze come a Barcellona o a Marsiglia, essi significavano rispettivamente 240 e 12. I denari a cui facevano riferimento non erano gli stessi; ma il numero dei denari che essi rappresentavano era ovunque e sempre lo stesso…la gente usò sempre i termini lira e soldo per dire rispettivamente 240 volte e 12 volte la moneta di base effettiva, di solito cioè il denaro circolante.”  (Carlo M. Cipolla)

Che il denaro detto “cortonese” negli statuti abbia assolto, solo, questa funzione numerica?

 

Marco Carlini

 

 

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Le Gole del Nera

Le Gole del Nera

E’ di prima mattina che passi sotto il ponte romano, ed inizio il percorso alle Gole del Nera. Lo chiamano di Augusto ma di recente sono nate incertezze. Tecnica costruttiva dubbia. Sembra vada collocato più tardi. Forse Marziale lo vide poco dopo costruito. Più o meno sotto i Flavi. Venne giù oltre mille anni dopo. Sinistrato forse dal terribile terremoto visto da Benedetto del Soratte e sfinito da qualche piena del Nera. Rimane un’arcata. Imponente.

Oltre il mulino

Più oltre un mulino, oggi diversamente utilizzato, possesso degli Eroli. Lassù in alto S. Casciano. Abbazia tardantica distrutta i primi anni del 900 dai saraceni e restaurata da Orso abile monaco, attivo forse anche a S. Pietro a Ferentillo. Abbazia vescovile ebbe una storia con Farfa. Poi , nel 14esimo secolo, un Eroli vescovo ne fece abbazia commendatizia. E questo potrebbe spiegare la proprietà attuale del mulino che era, prima, possesso abbaziale. Vai oltre nel fresco mattino.

A sinistra la grotta che accoglieva tombe romane. La zona si chiama funara ma nulla ha a che fare con le corde. Sentieri di cinghiali per l’abbeverata. A destra Il Nera adesso limpido e rumoroso. Gattici altissimi. Salici gentili. Rovi ovunque che qui nascondono altro mulino. Il sole, adesso, è sceso. Splendono corrusche le rupi abitate ab antiquo dall’eremita di San Jacobo. Vennero giù in pezzi dal terremoto evocato da Benedetto. Occuparono il Nera emergendo di un cubito. Scendiamo più oltre e biforchiamo la strada dell’Asse. ” Da Roma a Berlino un cipresso e un pino” rimangono, il cipresso e il pino, oltre a un nuovo sistema viario.

Stifone

Più avanti centrali e centrali e fiume soggetto a torsioni. Da queste parti una delle centrali più antiche d’Italia. Sgorga acqua acidula. Gelida. Attraversiamo. Su, a media costa, il convento di S. Giovanni e miniere di ferro. A sinistra Stifone ed acque di singolare colore come diceva Claudiano. Laggiù, sullo sfondo, la strettoia ove Tiberio immaginava diga che difendesse Roma dalle piene del Tevere che erano, poi, quelle del Nera. Dopo: il porto fluviale di Narni da dove molti amavano imbarcarsi per l’ Urbe. Una poiana gira verso il sole. Il silenzio accarezza un alito di vento e si conclude il mio cammino alle Gole del Nera.

 

Bruno Marone

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Il senso dello spazio nel medievo

 Il senso dello spazio nella cultura medievale

Qual era la concezione dello spazio e nel Medioevo? 

Seppur con limitazioni e regole siamo tornati a vivere i nostri spazi: piazze, vie, monumenti storici, campo dei giochi. Spazi nostri, non solo perché viviamo nella dimensione spaziale, o come sarebbe più corretto affermare, spazio-temporale, ma anche, e soprattutto perché, questo spatium lo trasformiamo continuamente in qualcosa di nuovo e diverso; siamo proprio noi la discriminante che vivendolo lo rende una costruzione sociale. Ma il termine nel tempo ha assunto significati diversi.

“Spatium” indicava una distanza e non un concetto astratto o matematico.

In età alto medievale per esempio è completamente assente la nostra nozione di spazio: spatium indicava una distanza e non un concetto astratto o matematico; anzi il sistema di rappresentazione medievale si basava proprio sulle “distanze” generate dal binomio fondativo creatore-creazione (le creature vengono di conseguenza): il “perfetto” e l’ ”imperfetto” non possono condividere lo stesso piano e per questo si generano relazioni spaziali che danno origine ad un sistema gerarchico polarizzato da coppie di opposti (caro-spiritus, terra-coelum, intus-foris e così via) e caratterizzato dall’idea della diffusione (dal perfetto all’imperfetto). In particolare la relazione antinomica alto-basso costituisce l’asse che coordina lo spazio cristiano Medievale, asse che è discendente nell’incarnazione ed ascendente nella redenzione e assunzione): essa non solo è all’origine della verticalità dei mondi «al-di-là», ma spiega anche come nel mondo umano, per sua natura intermedio, lo spazio si carichi ed esprima una complessa simbologia. L’arte narnese offre notevoli esempi per capire come poi venissero messi in pratica questi concetti: chi non ha in mente il contrasto tra il giardino perfetto e la ordinata architettura dentro le mura della casa di Maria contro il caos dell’incolta vegetazione all’esterno nell’opera dell’Annunciazione di Benozzo Gozzoli?
(intus/foris e terra/coelum), oppure la forte carica di ascensione verticale nell’Incoronazione della Vergine di Domenico Ghirlandaio? (terra/coelum e caro/spititus).
Regaliamoci qualche minuto al Museo Eroli per osservare queste meravigliose opere.


La relazione fra uomo e spazio fisico

In ogni tempo della relazione tra uomo e spazio fisico inteso come “contenitore” di azioni umane (coltivazione, residenziali, religiose) questo ha sempre avuto bisogno di essere analizzato nelle sue dimensioni geometriche e quantitative. Il finis (confine) e qualunque elemento lo rappresenti, dalla semplice pianta o pietra al cippo, trasformano lo spazio in un reticolo geometrico e divengono i soli strumenti utili per difenderlo e riconoscerlo nelle parti prescelte, compensando la perdita del tempo felice del regno di Saturno.
La cartografia restituisce con generosità toponimi riferibili a località che devono il loro nome al fatto di essere stati luoghi di confine: Termini e Configni sono due tra gli esempi più semplici presenti nella toponomastica narnese. Su di essi in tempi remoti avrà sicuramente vegliato Terminus, divinità tutelare dei confini, emanazione di Giove, il dio dell’ordine che, succedendo al caotico Saturno, avrebbe liberato l’umanità dallo stato ferino primordiale attraverso una serie di stimoli, che portarono all’invenzione dell’agricoltura, della pro­prietà privata e naturalmente del segno di confine.

I Romani probabilmen­te ereditarono questo modello cosmogonico dalla vicina cultura etrusca. Nel­la cosiddetta ‘profezia di Vegoia’ si racconta infatti che, quando Giove prese possesso di questa terra, provvide a delimitarla servendosi di cippi terminali, in modo tale da rendere «conosciuta ogni cosa» (terminis omnia scita esse voluit). Per questa ragione la loro rimozione è destinata a provocare crisi di natura sociale. Se non nella cultura religiosa medievale sicuramente nell’ordine delle cose ciò è ancora vero nel XIV°secolo, come testimonia la fonte dello Statuto narnese al Libro III cap. LXX De eo, qui exterminaverit terminum) e lo è ovviamente tutt’ora.

 “Ci siamo, se farò ancora un passo non sarò mai stato così lontano da casa mia”, dice preoccupato e impaurito Sam a Frodo prima di uscire da La Contea (Signore degli Anelli).

Il fines è anche una soglia che assume un preciso valore come archetipo del confine fra il noto e l’ignoto, fra ciò che ha ordine e ciò che ne è privo e si fa pertanto temibile e minaccioso. Non si tratta solo dei «confini del mondo» e del caos che vi si immagina al di là, ma anche della porta – o delle porte – della città.

La porta urbana non rappresenta, come spesso si è indotti a supporre, un limite rigido, bensì un permeabile confine di “civiltà”. Massimo Montanari ha dimostrato come, attraverso l’incontro fra civiltà romana e civiltà germanica, il bosco-foresta diventa compatibile con ‘cultura’ e città, in modo tale che terrae et silvae – colto e incolto – si armonizzano nello spazio.

Ma lo spazio medievale è anche realtà aperta


Segno di questa apertura sono gli scambi commerciali, le mercanzie che si vendono fuori e quelle che non possono invece entrare e a tal proposito sono numerosi i capitoli degli statuti che regolano tassazioni e sanzioni per chi contravviene (solo qualche esempio, libro I cap CCLXII- libro III Cap. CLV), indice che quindi la “vitalità” sul confine era alta.
Segno di questa sono anche i religiosi e i pellegrini che misurano lo spazio anche con il tempo (percorrenza a giornata). E questo territorio pieno di significati, nei lunghi secoli che ci hanno preceduto, era spesso ritenuto da chi usciva dalla città per lavorare fuori le mura, ancora sicuro e conosciuto perché raggiunto dal suono della campana e diventava più ostile quando troppo ci si allontanava dal cuore della città e lo scampanio non si avvertiva più.

 

Eleonora Mancini

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Viaggiatori stranieri e pellegrini

Viaggiatori stranieri e pellegrini a Narni dal Medioevo ai Grand Tour

La città di Narni, posta lungo l’ultimo tratto umbro della Via Flaminia,  ha da sempre goduto di una discreta importanza all’interno dei percorsi “Romei”,  tanto che i viaggiatori e pellegrini di ogni epoca hanno eletto la città come ultima tappa del loro viaggio prima di giungere a Roma.

Questa sua relativa vicinanza alla Città Santa ne ha però determinato  anche una certa “marginalità”, prima all’interno dei pellegrinaggi, quindi nella storia del Grand Tour, in quanto i viaggiatori sono fatalmente attratti da Roma – che ormai dista meno di 100 miglia – e quindi tendono a non fermarsi a lungo all’interno delle mura cittadine, desiderosi invece di giungere a San Pietro nel più breve tempo possibile.

L’immagine di Narni è legata indissolubilmente al suo Ponte d’Augusto – specialmente tra il 17° ed il 19° secolo – un’ opera imponente che ancora oggi testimonia del passato imperiale della Narnia romana: poeti, scrittori, artisti (il Corot, tra i più noti) lo hanno descritto, dipinto, raffigurato nei secoli, e praticamente ogni viaggiatore lo cita all’interno delle sue memorie di viaggio.

La sola visita al ponte però non comporta la salita verso il borgo, spesso ammirato solo dal basso, dal fiume Nera, e quindi la città medievale sfugge all’attenzione dei viaggiatori moderni.   

Il tipico viaggiatore del Grand Tour europeo è infatti attratto dalle antichità classiche, dalle tracce di Roma, dal fascino del marmo (come scrive Goethe), e tende a tralasciare gli scenari “gotici” delle città umbre, troppo simili a quelli nordici da cui è fuggito…

Il sacello del Santo: un’attrazione per pellegrini e viagiatori

La storia però non è sempre stata così: nel medioevo Narni accoglie viaggiatori, stranieri, mercanti, e persino i pellegrini Romei, che vengono appositamente  ad ammirare la cattedrale locale,  attratti dal Sacello del Santo Patrono Giovenale, a cui la religiosità popolare ha attribuito miracoli sin dalla metà del 6° secolo, come ci testimonia il Liber Pontificalis, redatto all’epoca di Papa Virgilio (537-55).[1]
Nell’alto medioevo questo culto si estende, e diverse sono le chiese che vengono dedicate al Santo, tra cui quella a Rieti (nel 792) e a Magliano Sabina (nel 817)[2].
Il Sacello di San Giovenale verrà però depredato dal marchese Adalberto di Toscana nell’anno 878, e le spoglie del Santo (insieme a quelle dei Santi Cassio e Fausta) saranno portate a Lucca, per ritornare a  Narni solo nel 880, grazie all’intercessione del Pontefice Giovanni VIII.
Il viaggio delle spoglie verso “casa” seguirà l’itinerario della Via Francigena, lungo la quale nasceranno altri luoghi di culto dedicati al Santo, che  – secondo la tradizione popolare – saranno benedetti proprio dai miracoli operati dalle stesse spoglie.
La notorietà del Santo quindi è bene attestata lungo l’alto medioevo, ma cresce nei secoli a venire, fino ad essere “normata” persino negli Statuti cittadini, il corpus di leggi che regolano la vita di Narni in ogni aspetto per tutto il medioevo, e che saranno rivisti ed adeguati nel 1371, dopo il ritorno della città nell’alveo dello Stato Pontificio.

La fortuna di essere lungo la via Flaminia

La città, propio grazie all’antica strada consiliare Flaminia,  si trova quindi naturaliter lungo uno dei  percorsi che i pellegrini scelgono per muoversi verso  Roma provenendo dalla costa orientale d’Italia, un cammino che si intensificherà a partire dal 16° secolo, grazie alla fama del Santuario di Loreto, che diverrà una delle tappe fondamentali dei nuovi pellegrini e dei viaggiatori del Grand Tour.

La presenza di viaggiatori e pellegrini nel Medioevo è quindi ancora legata alla prossimità di Roma, e come tale il loro passaggio e la loro sosta in città viene – per così dire – regolamentata persino negli  Statuti cittadini.

Viaggiatori, studenti e pellegrini possono sostare ed essere accuditi nei vari “Hospitales e nelle strutture religiose della città, protetti e senza correre  il rischio di essere attaccati dagli indigeni, così almeno possiamo leggere tra le righe dei vari capitoli statutari che trattano la loro presenza.

Accoglienza e incoming nella Narni medievale

Nella Narni medievaleoltre alle diverse Tabernaei viaggiatori possono chiedere ospitalità  nei locali appartenenti ai vari monasteri, oppure dormire presso l’Ospedale di San Giacomo (Hospitalis Sancti Jacobi), posto  lungo il tratto interno della Flaminia, nel Terziere di Sopra, di cui ancora oggi sono visibili gli  imponenti resti.[3]

A tale struttura – per pellegrini, viaggiatori, ma anche per i  narnesi, con particolare attenzione alle bambine orfane ed ai malati – sono dedicati molti capitoli negli Statuti: il Cap. LXI del libro I ne regola la gestione, tramite un Rettore indipendente, laico e benestante; nel Cap. LXX si raccomanda invece di costruire una strada nuova che colleghi l’ospedale alla strada romana nei pressi della strada di Feronia, ciò affinché sia più comodo  per i pellegrini giungere alla loro meta senza passare per strade private confinanti.  Questo capitolo ci testimonia quindi indirettamente della “vivacità” di questo percorso, che rischia di essere “ingolfato” dai passanti.

L’ospedale di San Giacomo funziona anche – come già accennato – da rifugio per  le bambine orfane e le madri singole: nel Cap. CCXVIII del Libro I si stabilisce che  il palazzo adiacente all’ospedale deve essere adibito a rifugio per  le bambine orfane, le quali potranno vivere qui fino all’età del matrimonio. Il Comune devolve delle elemosine per questo scopo, anche se le bambine potranno filare la lana per guadagnare qualche introito extra.

Questo è ciò che succede dentro le mura cittadine, ma la strada che percorrono viaggiatori e cittadini passa anche al di fuori del borgo, quindi il  Comune è tenuto a sistemare e “mattonare” le vie d’accesso più comuni, tra cui la Via Flaminia nei pressi di Porta delle Arvolte (l’attuale Porta Ternana), come stabilito nel Cap. LXXXVII del Libro I, così come spetta al Vicario della città la pulizia dei fossi e dei vicoli per facilitare il passaggio dei forestieri.

Dal punto di vista dell’accoglienza – come accennato sopra – Narni dispone di molte Taverne ed alcune Locande (la distinzione sta nel fatto che mentre la taverna serve solo cibo e bevande, la Locanda offre anche un giaciglio…), ma i pellegrini possono essere ospitati anche in casa di privati cittadini, o nelle sedi degli ordini religiosi.

Il Cap. XXXV del Libro III affronta addirittura il caso della morte di un pellegrino  in casa altrui: nel caso in cui questo non avesse fatto testamento, il padrone di casa dovrà custodire i suoi  beni – comunicandolo al Vicario – per due mesi, in attesa che un erede legittimo li richieda per se’; passato questo periodo i beni saranno  dati ai poveri.

I pellegrini o i viaggiatori che intendono invece alloggiare nelle taverne non dovranno portare armi in città, ma dovranno lasciarle in custodia al locandiere, così come stabilito dal Cap. LXXIII del Libro III.

Oltre a preoccuparsi della salute e del ricovero dei viaggiatori “di passaggio”, spesso diretti a Roma, Narni è ospitale anche nei confronti degli studenti, alla cui cura è dedicato il Capitolo CXIV del libro I degli  Statuti; questo tipo di ospiti sono molto apprezzati dalla Comunitas, in quanto accrescono il prestigio culturale e partecipano alla vita cittadina. 
I suddetti studenti godono infatti del privilegio dell’incolumità, e la loro sicurezza viene garantita dalle autorità al pari di quella dei locali. Hanno diritto ad un alloggio e ad un contributo in denaro di 25 soldi cortonesi l’anno per mantenersi agli studi in città.

Come traspare da questi pochi esempi, il tema del viaggio, della permanenza e della sicurezza in città è presente sin dal Medioevo, a testimonianza dell’attenzione che le autorità locali prestano ai forestieri, che – con il passare dei secoli – transiteranno sempre più numerosi lungo la Flaminia, attratti tra i due poli religiosi classici del Grand Tour nascente: Loreto e Roma.

Fabio Ronci


[1] Pani Ermini Letizia, da: San Giovenale: la Cattedrale di Narni  nella Storia dell’Arte – Atti del convegno; Pg. 86 – Ed. Centro Studi Storici  Narni 1998

[2]Pani Ermini Letizia, ibid.

[3] L’ospedale si trovava lungo l’attuale via XX Settembre, di fronte alla chiesa di S. Agnese.

Il Natale, i doni e i giochi…sembra una storia semplice

Dagli antichi festeggiamenti in onore di Saturno ai rituali moderni del Natale

Molti sono i retaggi dei festeggiamenti dedicati a Saturno dai Romani, che possiamo ritrovare nei nostro Natale moderno: doni, frutta secca, giochi d’azzardo e molto altro.

La data del Natale è inesatta

«I Romani stabilirono la festa del Natale del Sole non nel giorno esatto della conversione solare, ma nel giorno in cui il ritorno del sole, dal sud al nord, appare agli occhi di tutti. Nell’ignoranza in cui si trovavano ancora delle leggi scoperte dai Caldei e dagli Egizi, e condotte alla loro perfezione da Ipparco e Tolomeo, si fondarono sulle testimonianze sensibili e sulle semplici apparenze, imitati poi dai loro successori che, come ho già detto, hanno adottato questo punto di vista».

Dalla festa del dio-Sole a Natale in un decreto

Così l’imperatore Giuliano (331-363), l’ultimo dichiaratamente pagano, spiegava la festa del 25 dicembre, il Natalis Solis, una delle più sentite e partecipate celebrazioni del mondo romano che il suocero Costantino, dopo la sua conversione, attraverso un decreto, trasformò nella festa della nascita di Gesù. A Roma al Sol Invictus era stato consacrato un tempio da Aureliano in una data non tramandata precisamente dalle fonti ma attestata alla  fine dicembre del 274, facendo del dio-Sole la principale divinità del suo impero e, come altri prima di lui, fu raffigurato con una corona a raggi. Si presume che a lui risalga la festa solstiziale del Dies Natalis Solis Invicti, “Giorno di nascita del Sole Invitto”. La scelta di questa data poteva rendere più importante la festa, in quanto la inseriva, concludendola, sulla festa romana più antica, i Saturnali.

Saturno, l’origine misteriosa di un dio

Questi festeggiamenti in onore di Saturno sono noti per gli eccessi, per lo scambio dei ruoli sociali, per i doni soprattutto ai bambini, per le abbuffate a tavola, il gioco d’azzardo e una pronunciata licenziosità dei costumi…ma cosa significava esattamente tutto questo? E cosa rappresentava Saturno per i romani? Ma soprattutto, chi era?

Per gli stessi antichi l’origine del dio era difficile da stabilire; Varrone faceva derivare il nome Saturnus da sero/ satum (seminare) e della stesso opinione erano Festo, Lattanzio, Sant’Agostino e Macrobio. Cicerone da satura o saturare ma a livello linguistico bisogna piuttosto accogliere una derivazione dall’etrusco Satre che per effetto della latinizzazione restituisce l’onomastica in –arnus,-urnus, –erna (Volturnus, Mastarna, Saserna). Conferma di ciò si ha da un famoso reperto archeologico noto con il nome di Fegato di Piacenza, dove un dio Satre compare nella 14°regione, tra due regioni ctonie, la 13° dedicata agli dei Mani e la 15°a Veiove, un dio appartenente al mondo infero.

Saturno quindi apparteneva al mondo dei morti e per questo quando gli si rendeva omaggio bisognava farlo in modo adeguato: lui pretendeva vittime in dono!

I romani non si erano sottratti del tutto ai desideri divini ma quando potevano, con il giusto escamotage, cercavano di eludere l’obbligo di uccidere, soprattutto i più piccoli.

Ciò dipendeva dal mito collegato all’arrivo del culto di Saturno in area laziale e dai rituali che ne erano derivati e, secondo Macrobio, solo Ercole, passando per l’Italia, insegnò il modo di aggirare il volere del dio: offrire degli oscilla di terracotta a imitazione della figura umana e dei ceri; da qui si sviluppò la festa dei Saturnalia e l’usanza di offrire in dono statuine e ceri/torce .

Saturno e gli eccessi a lui dedicati

Sappiamo che il ciclo dei festeggiamenti comprendeva almeno sette giorni, dal 17 al 23 dicembre. Vi risultavano quindi compresi, oltre agli stessi Saturnalia del 17, gli Opalia del 19, i Sigillaria del 20, i Divalia in onore di Angerona del 21 e i Larentalia, in onore di Acca Larenzia madre dei Lari,del 23. C’erano poi i Compitalia, una festa mobile ma fortemente legata ai Larentalia che cadeva tra gli ultimi giorni di dicembre ed i primi di gennaio. E’ chiaro che è tutto un ciclo strettamente legato al solstizio d’inverno.

Proprio durante i Compitalia avveniva lo scambio delle Maniae, piccole bambole che si appendevano alle porte delle case per onorare i morti e Macrobio ce ne svela il significato vero: «anticamente si immolavano dei bambini a Mania, madre dei Lari, usanza che fu interrotta da Bruto, primo console, il quale ordinò di sostituire le teste di bambini con teste di papavero». Sappiamo anche che durante i Compitalia si appendevano sulle porte tante statuine quanti erano gli abitanti di una casa: si offriva quindi una bambola per riscattare una vita umana; più tardi essi divennero dei semplici giocattoli, delle frivolezze che ci si scambiava in dono. Il commercio di queste bambole era assai attivo, e pare addirittura che il prolungamento dei Saturnalia con i Sigillaria, della durata di 7 giorni, si spiegasse in una certa misura con la volontà di favorirlo. A Roma ci furono dei negozi specializzati, dei veri e propri mercatini, prima nel Portico di Agrippa, nel Campo Marzio, e quindi nelle terme di Traiano sul Celio. Col tempo ci si donarono non solo bambole, ma un’infinità di oggettini di modico prezzo. Leggi speciali addirittura indicavano il prezzo massimo che era lecito spendere per fare i doni più importanti.

Le divinità a cui si rendeva omaggio nel periodo dei Saturnalia erano tutte poste idealmente e fisicamente (almeno come sede del culto), nei luoghi critici di confine di due mondi, tra la morte e la rinascita del sole e tra il mondo dei morti e quello dei vivi.

La fine dell’anno e il disordine cosmico

Tutti i passaggi implicano una crisi e la fine dell’anno è un periodo di disordine cosmico che deve essere esorcizzato. L’uomo vive nel timore di vedere esaurite le forze che lo circondano, nel timore per esempio che il sole si spenga definitivamente nel solstizio invernale, che il grano non rinasca. La vegetazione ha dei momenti di estinzione apparente che lo turbano. La forza sacra operante nei raccolti va accresciuta, rigenerata. E allora si devono pregare i morti, perché i morti hanno sotto la loro giurisdizione il seme seppellito e anche i raccolti ammassati nei granai, alimento dei vivi per tutto l’inverno. Ma i morti, come i semi, potenzialmente aspettano di rinascere. Per questo si accostano ai vivi specie nei momenti in cui la tensione vitale della collettività raggiunge il massimo.

A questa si aggiunge il vigore della fiamma delle torce e delle candele che va in soccorso al sole nel momento in cui questo è più debole proprio nel periodo del solstizio d’inverno.

L’importanza del gioco d’azzardo

Durante i festeggiamenti una parte importante la svolgeva il gioco d’azzardo, soprattutto quello legato ai dadi ed ha un carattere fortemente ctonio (funerario) e legato al ciclo della natura.
Erodoto racconta la storia di un re egizio che, sceso nel regno dei morti, gioca a dadi con Demetra, la dea del grano. Interessante è un altro racconto dello stesso relativo alla invenzione stessa dei dadi. Sarebbero stati i Lidii a inventare questo gioco allorché, colpiti da una carestia, un giorno mangiavano e il successivo giocavano a dadi per distrarsi e scordare la fame. E probabile che Erodoto abbia qui banalizzato un contenuto simbolico molto più complesso. Il dado è espressione del gioco intrapreso dai mortali con le potenze della profondità. La semenza viene considerata come la posta, e si gioca nella speranza di vincere un buon raccolto. Il contadino che ha finito di seminare non ha più da lavorare. Costretto all’inerzia, al lavoro non può che subentrare l’azzardo, l’alea di una scommessa ingaggiata con la natura.

In definitiva è questa l’essenza dei Saturnalia, da un lato è la celebrazione del lavoro della semina e del riposo che la succede ma dall’altra è necessaria per sistemare il rapporto tra i vivi e i morti perché in quella società e in quei tempi questo rapporto doveva giocarsi come una delicata “crisi sacrale” che doveva assolutamente risolversi a favore dei vivi.

I saturnalia quasi un carnevale

Quindi, in definitiva, i Saturnalia, spesso accostati per vari aspetti al carnevale, altro non sono una grandiosa “festa dei morti”, ma allora perché sono più famosi per lo scambio dei ruoli tra servi e padroni e per i doni ai bambini? Perché queste due categorie non essendo pienamente integrate nella società dei vivi, da un punto di vista dei rapporti sociali, rappresentano “gli altri”, cioè i morti e conviene festeggiarli.

Nella nostra società sono ancora molti i retaggi di questo antichissimo e complesso sistema di festeggiamenti anche se sono mutati i significati e gli intenti ma…quante candele accenderemo a Natale? Quanti doni scambieremo, quanta frutta secca, quindi idealmente morta, mangeremo? Quante volte lanceremo i dadi sperando che il futuro sia migliore? Buon Natale e “Io Saturnalia”, come dicevano i nostri antenati.

Eleonora Mancini 

Vino ed acqua di Feronia nella Mensa dei canonici

De cereis, l’offerta dei ceri

La cerimonia della consegna dei ceri, che il 2 maggio fa rivivere una pagina di storia narnese nel luogo e con le figure di un tempo, ricorda che fra i tributi che i soggetti dovevano per la festa di san Giovenale la cera rivestiva un ruolo importante. Tuttavia la reverenza verso il Capitolo dei canonici si manifestava anche in altri momenti del calendario liturgico, e con alcune modalità trascritte da Carlo Stefano Bocciarelli in “Cathedralis Narniensis Ecclesiae”, edita a Narni nel 1720; e da altri studi. Dai quali, tralasciando i versamenti in cassa, dai soldi agli oboli, dagli scudi ai “carolenos”, si può cogliere un aspetto meno noto della Mensa dei canonici, ovvero i beni e i frutti che ne costituivano il patrimonio, partendo da un testo che riguarda il pane.

Panectas, l’offerta del pane

panectas = pane
Pane che due volte l’anno la chiesa di san Lorenzo, “posita in Civitate Narniae prope Ecclesiam Cathedralem et muros canonicae”, della quale rimane soltanto la dizione sant’Alò in via del Campanile, doveva offrire al Capitolo della Cattedrale in numero di dodici pagnotte a Natale, ed altrettante a Pasqua, per un totale di 24 “panectas”.

La pratica di distribuire pani, non necessariamente legata a un’imposta, si riscontrava anche in altre chiese: a Roma san Biagio in via Giulia era “detto della Panetta, overo Pagnotta, perché nel giorno della festa si distribuisce il pane” (De Rossi, Ritratto di Roma, 1612). E accanto ai pani, nella Mensa del Capitolo canonicale, e in quella del vescovo, si potevano aggiungere dei pesci.

Pisces, l’offerta dei pesci

pisces = pesci
Che erano nella Mensa già nel 1227, quando papa Gregorio IX in una bolla rivolta ai canonici di Narni confermava il “redditum centum piscium, quem habetis in Castro Modii”.
Moggio, nella giurisdizione di Rieti e in diocesi di Narni, ogni anno per san Giovenale, o per l’Ascensione, doveva ossequiare la Cattedrale con “centum pisces”, ed altrove cento libbre di pesci. I quali, per facilitare il computo, non dovevano essere avvolti dalle foglie di salca, o salga, un’erba prossima al fiume Velino, utilizzata per tale scopo (Ceroni, Latina gens, 1939).

Circa la distribuzione si animò una lite tra il vescovo Raimondo Castelli e il Capitolo dei canonici, appianata intorno al 1662, quando “ebbe luogo una convenzione sulle cento libbre di pesce che il castel di Moggio deve contribuire annualmente, una parte al vescovo e due al capitolo”, come riassumeva Gaetano Moroni nel “Dizionario di erudizione storico ecclesiastica”, al 1857.

In un’ideale vicinanza tra i pani di san Lorenzo e i pesci di Moggio avrebbero trovato spazio la consistenza di un buon vino e la leggerezza di un’acqua che sfiorava il mito.

De bono vino, cum aqua de Feronia

E così accadeva: l”“Ecclesia parrocchialis S. Jacobi sita in dicta Civitate Narniae in suburbio”, il 25 luglio festa dell’Apostolo, oltre ad offrire cera e denaro, era invitata ad ospitare quattro canonici con quattro famigli e, “se piacerà”, a dissetarli con “de bono vino, cum aqua de Feronia”. E in un territorio con vigne e ricco di sorgenti, non povevano mancare un buon vino e quell’acqua che nella fonte di Feronia racconta un antichissimo culto, celebrato da poeti quali Pannonio e tramutato nel detto popolare “Chi beve l’acqua di Ferogna non parte più da Narni”, (Eroli, Miscellanea, 1858).

La perduta chiesa, che insisteva sull’attuale via XX Settembre, definita anche al titolo dei santi Filippo e Giacomo, condivideva con l’“Ecclesia S. Mariae de Visciano”, poi nota come santa Pudenziana, l’onere di ristorare una parte del Capitolo. Infatti anche quest’ultima chiesa, che possedeva alcuni vigneti già nel 1129 (Bolla di Onorio II), alla ricorrenza di santa Maria in agosto doveva invitare quattro canonici e altrettanti famigli, ma non era tenuta ad offrire loro vino ed acqua di qualità.

Additio

Dei tributi analizzati, scanditi nelle pergamene e confluiti nell’“Additio miscellanea” in “Cathedralis Narniensis Ecclesiae” del citato canonico Bocciarelli, ai nostri giorni si nutre una corretta memoria solo per i pesci di Moggio, evocati nel rito dei ceri alla Vigilia del Santo, a differenza del pane, del vino e dell’acqua di Feronia che cadevano in altre festività, legate a chiese non più esistenti.

Così nella diocesi di Narni, mentre in quella di Rieti, “certe regalie di alcuni Castrati in tempo di Carne, e di Pesci in tempo di Vigilie, e di Quaresima, e di certa quantità di Pane e di Vino”, rivolte ad alcuni conventi, nel 1438 avevano generato una lite tra quelle fraternite e diverse parrocchie, poi risolta dal “Dilecto filio Abbati Monasterij S. Angeli in Massa extra muros Narnien”, su incarico di papa Eugenio IV (L.Torelli, Secoli agostiniani, 1680).

Foto:
1. Google Street View
2. Fabio Oddi

Claudio Magnosi