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L’Oro di Terni

Lo sfruttamento delle risorse idriche tra XIII-XVI sec. d. C. nel comune di Terni

L'oro di Terni, le sue acque
L’oro di Terni, le sue acque

I – Terni e le sue acque
“L’acqua è fonte di vita e fonte di morte”

Il rapporto uomo-acqua, da sempre, è stato un elemento caratterizzante il processo di sviluppo storico ed ha lasciato una profonda impronta nella storia dei territori, nelle società che vi si sono sviluppate e degli uomini che in questi ambienti hanno lottato, sudato, vissuto e lavorato.
La storia di Terni nasce proprio da questo, la grande presenza di risorse idriche, ben tre sono i fiumi che la circondano, il Nera, il Serra e il Velino, che, sin dall’età del ferro ( X-IX sec. a. C. )    spingeranno un popolo, di origine umbro-sabino, a stanziarsi permanentemente nella valle del Nera.
Questa vicinanza veniva fortemente cercata per due validi motivi : -sfruttamento dei corsi d’acqua per i primi scambi commerciali, a carattere fluviale; – sviluppo dell’agricoltura.
Tuttavia le scarse conoscenze riguardanti la gestione delle acque, portavano questi popoli a stanziarsi nelle vicinanze di corsi d’acqua,e a subire il loro variare imprevedibile, causando alluvioni e smottamenti.
Per una prima soluzione del problema dovremo aspettare il VI sec. a.C. ,quando la città entra già nell’orbita d’interesse di Roma, la quale iniziò anche una riorganizzazione dell’abitato, coinvolgendo i nuclei cittadini già presenti e quelli sparsi nelle circostanti campagne, conferendo alla nascente città quell’assetto urbanistico che la caratterizzerà fino ai giorni nostri ( l’antico cardo maximus è oggi visibile nell’asse Corso del Popolo-Corso vecchio, mentre il decumano maximus nell’asse Via Garibaldi- Via Cavour ).
Sotto Roma iniziarono importanti opere di bonifica e canalizzazione, a partire dal 271 a.C., vennero scavati i canali Cervino e Sersimone, inoltre nel 291 ebbe inizio la colossale opera di deviazione del Velino nel Nera, grazie al genio di Manio Curio Dentato, che diede vita alla cascata delle Marmore, con la quale, insieme all’escavazione della cava Curiana, si cercava di limitare e controllare le alluvioni del Tevere.
Purtroppo questa ondata di sviluppo cittadino e di accrescimento economico si arrestò bruscamente con la fine dell’impero Romano, a causa delle continue invasioni e della scarsa difendibilità della città, poiché posta in piano all’interno di un anfiteatro naturale, la città si spopolo’ e le mura romane vennero quasi completamente rase al suolo.
La situazione rimase così immutata per molto tempo.
Tra l’ XI-XIII sec. d. C. la situazione ternana ebbe un mutamento, grazie alla sua vicinanza allo stato pontificio e all’avvento dei comuni nel XII sec. Terni diede il via ad una seconda fioritura, che vide nello sfruttamento delle risorse idriche il suo trampolino di lancio.
In un periodo compreso tra il XII e il XVI sec. la città ebbe un incremento demografico ed economico mai visto in precedenza, intorno alla metà del XV sec. contava la bellezza di 61 mulini ( agli inizi del XX sec. se ne contavano 124 in funzione ).
Il primo segnale che evidenzia questa ripresa fu proprio la ricostruzione e l’ampliamento del circuito murario nel XIII sec., a questa seguì l’edificazione del palazzo del comune con annessa torre dell’orologio ad opera di Anastasio di Giovanni di Tebalduccio, con questa opera si voleva sottolineare un grande cambiamento, cioè la vita non sarebbe più stata regolata dai tempi della campagna, ma dai ritmi della civiltà.

II – I Mulini

La storia della macinazione, attraverso le ricerche archeologiche, ci ha mostrato che le tecniche di frantumazione e macinazione delle granaglie risalivano almeno all’età neolitica, che si sviluppò fino a raggiungere la storica macina a due palmenti rotondi, azionati dalla forza dell’uomo o di un’animale, come nella famosa mola Asinara di epoca romana, culmine di un processo di ricerca.
Con il passare del tempo dalla mola asinara si passò ad un mulino alimentato ad acqua ( ed a vento) e il primo modello fù quello a ruota orizzontale, detto anche a ritrecine, da considerarsi una invenzione della civiltà mussulmana, che poi si diffuse dapprima in Grecia, poi nel resto dell’Europa, per giungere a Roma intorno al I sec. a. C. in piena età augustea.
Questo tipo di mulino a ruota orizzontale era costituito da una piccola ruota orizzontale a cucchiaio (o anche detta cucchiara ) che veniva alimentata da un canale di legno, o murato, inclinato ad una angolazione di 45°.
La caduta a 45° era fondamentale per il corretto funzionamento del mulino, perché serviva a generare una forte pressione sulle pale della piccola ruota, posta sotto l’edificio, che attraverso un albero verticale trasmetteva la forza motrice generata direttamente alla macina, molto pesante, con la quale si polverizzava il grano e o si schiacciavano le olive.
Intorno al finire del I sec. a. C. dai romani venne realizzata una seconda tipologia di mulino a ruota verticale, o anche chiamato Vitruviano, dove una ruota motrice verticale a pale, mediante un primo albero orizzontale, trasmette energia ad un secondo albero verticale, e da li direttamente alla macina, questa nuova tecnologia necessitava di un minor quantitativo di acqua, ma doveva essere costante.
In ambo i casi il canale era parte integrante della macchina-mulino, perché doveva rifornire di abbondante e costante acqua la struttura, che meccanicamente la trasformava in energia utile allo svolgimento delle attività e per questo erano collegati direttamente al fiume che li alimentava, nel nostro caso il Nera.
Per quanto concerne Terni, vista la grande disponibilità di corsi d’acqua a carattere torrenziale e la costante presenza idrica data soprattutto dal Nera, si vide l’affermarsi di mulini a ruota orizzontale, che seppur lentamente, iniziarono ad essere costruiti in numero sempre maggiore, fino ad avere una vera esplosione nel XIV sec., fu lo stesso comune ad effettuare interventi legislativi mirati ad un loro sviluppo.
Le fonti locali ci spiegano che per un corretto funzionamento dei mulini i canali venivano dotati di condutture e fossati, all’interno delle quali si trovavano delle chiuse con cui regolare l’afflusso delle acque.
In alcuni casi si attestava anche la presenza del bottaio, in cui veniva accumulata una cospicua quantità di acqua con cui ottimizzare la caduta e la pressione sulla cucchiara.
I mulini di epoca basso medioevale erano affiancati da un altro edificio, dove vi abitavano gli operatori e solitamente vi si svolgevano anche altre attività, sempre collegate alle operazioni di macinatura, ma oltre alla funzione economica del mulino, vorrei soffermarmi anche sul ruolo sociale che ricoprivano questi edifici, poiché l’afflusso di persone/clienti era numeroso. Considerando che l’economia locale era incentrata sulla coltivazione di grano e di olive, i mulini diventavano dei veri e propri luoghi di incontro, dove si effettuavano operazioni di scambio, ma ci si fermava anche solo per mangiare e condividere informazioni con i forestieri o con i concittadini, fondamentalmente i mulini davano vita a dei veri e propri micro cosmi sociali, che purtroppo con il passare dei secoli sono andati diminuendo, fino a sparire quasi del tutto.

III – Gestione delle Risorse Idriche

L’avvento dei Comuni nel XII-XIII sec. lo possiamo definire come un punto focale del processo di cambiamento che aprì la strada a quel periodo aureo che noi tutti conosciamo come Rinascimento.
In questa fase le città iniziarono a svilupparsi in modo autonomo nella loro legislazione ed economia, seppur sotto l’occhio vigile del papato, da una parte, e dell’imperatore dall’altra, ma nonostante ciò, si generò una    sorta di mentalità indipendente ed indipendentista.
Per Terni questo processo non fù rapido e tanto meno indolore, in quanto città al confine dello stato pontificio, con una forte identità “ghibellina”, più volte si trovò coinvolta in scontri e conflitti che la videro vincitrice, a volte, e perdente, più spesso.
Tuttavia i moti e gli scontri non hanno arrestato un processo di crescita e sviluppo lento e costante che partì proprio dallo sfruttamento delle risorse idriche e abbiamo una data ben precisa, che venne trascritta nelle riformanze o Riformationes (erano le decisioni prese in seno al consiglio comunale e trascritte da un notaio ), 23 Febbraio 1393.
Il 23 Febbraio 1393 ai congregati venne esposto un sopruso secondo cui un taluni di Papigno si permise di effettuare alcune innovazioni, o modifiche del canale Cervino di proprietà del communis Interamnis, l’intento della persona era quella di edificare un mulino e cercò di deviare il canale così da rifornire l’edificio della forza motrice necessaria.
Alla fine della seduta municipale venne deciso, a pieno suffragio, che il taluni di Papigno doveva provvedere immediatamente alla demolizione del lavoro fatto e al ripristino del canale come era in precedenza, poiché non si doveva modificare il naturale fluire delle acque, inoltre si dovevano far rispettare gli indissolubili diritti del Comune di Terni il quale ne era proprietario assoluto, a lui spettava il controllo del fluire dei vari corsi d’acqua e le opere di manutenzione, inoltre si decise che nessuno avrebbe potuto costruire e/ o modificare i canali e forme senza previo permesso del Comune.
Questo episodio diede il via ad un progressivo e costante cambiamento della situazione, il comune si rese conto che la concessione dello sfruttamento delle acque per generare economia si sarebbe potuta tramutare in una serie di entrate costanti nelle casse, ma queste concessioni vennero regolate in modo capillare e preciso, senza generare eccessi.
In primis vennero decise le funzioni dei singoli canali ovvero: – Canali Cervino e Sersimone, risalenti all’epoca romana avevano un’unica funzione, cioè irrigua, le loro acque dovevano essere utilizzate solamente per irrigare i campi; – forma del Raggio Vecchio, del Raggio Nuovo, delle Murelle, forma Molendinorum e tre monumenti, sarebbero state sfruttate per alimentare i mulini.
Se un privato voleva ristrutturare o edificare un mulino, per prima cosa doveva chiedere al comune il permesso, che concedeva al richiedente lo sfruttamento del mulino per un periodo di anni necessario al rientro della spesa sostenuta e la creazione di un guadagno congruo al lavoro svolto.
Alla fine del periodo stabilito il mulino sia che fosse costruito da zero o ristrutturato da un edificio già esistente, tornava nelle mani del Comune, il quale avrebbe deciso se rinnovare ai precedenti usufruttuari, o trovarne di nuovi.
L’acqua determinò, per la seconda volta nella sua storia, uno sviluppo della città impressionante e rapido, l’acqua dava fertilità ai campi di grano e soprattutto di olive e la grande disponibilità di queste portò alla costruzione di mulini dentro e fuori le mura, le cui concessioni e tassazioni delle acque arricchivano le casse del Comune, il quale alla fine del XVI sec. contava la proprietà di ben 61 mulini operativi.

IV – Lo statuto e le acque

Se sopra ho evidenziato l’importanza dell’avvento dei Comuni in Italia come momento cruciale per la rinascita di Terni,dopo le devastazioni delle invasioni barbariche, per quanto riguarda la stesura dello Statuto dovremo aspettare il 1524.
La stesura degli Statuti lex municipalis ebbe inizio nel XIII sec. e come li descrisse Alberico Rosciate ( XIV sec. ) questi erano una fonte di norme provenienti dall’autonoma capacità di autoregolamentazione di un popolo o comunità, all’interno di cui si sanciva l’esercizio dell’autonomia politica, della giustizia e dell’amministrazione.
Purtroppo questa “autonomia” non si è mai espletata fino in fondo a causa della presenza costante, a volte opprimente, dello stato Pontificio, che vista la vicinanza di Terni a Roma, vista la grande ricchezza idrica, vista la fertilità delle terre e soprattutto, vista la mai celata identità ghibellina della città, poneva un controllo, spesso armato sulla città e le istituzioni.
A causa di questa situazione lo statuto, come sopra detto, venne trascritto solamente nel 1524, in notevole ritardo rispetto ai comuni italiani e quelli circostanti.
Nonostante le limitazioni, venne suddiviso in cinque libri, ognuno dei quali si occupava di tematiche differenti, ed erano suddivisi in rubriche, così da evitare fraintendimenti e confusioni nel suo utilizzo.
Per quanto riguarda la gestione delle acque, se ne parla proprio nel primo libro ( Liber primus ) , il quale è senza titolo, che si occupava di tutto quello che concerneva l’amministrazione della città, dell’elezione del governo di Terni ( priori, durata, competenze, etc. etc. ), del fisco e della selezione dei dipendenti comunali, dove notiamo che due posti erano da destinarsi ai sovrintendenti addetti alle forme.
Questi costituivano una vera magistratura delle acque e per svolgere i loro compiti godevano di ampi poteri di intervento, poiché, per volere del Consiglio Generale, dovevano garantire l’irrigazione di tutte le terre del contado e per questo potevano e dovevano prendere le decisioni ed i provvedimenti necessari.
Per fare un esempio, nella rubrica XXVIII intitolata Delle Formarii et la Sera et Tissino si specificava che i sovrastanti alla forma ( coloro che dovevano controllare e sorvegliare le condizioni delle forme e il corretto fluire delle acque ) dovevano essere quattro, due per ciascun semestre, uno si sarebbe occupato del Serra, mentre l’altro del Cervino.
Se, come specificato in precedenza, lo statuto di Terni era esempio di un’autonomia parziale e condizionata, per quanto riguarda il controllo e la gestione delle acque, la situazione cambia drasticamente e tutto si concentra sul mantenimento di una risorsa che si specificava di proprietà assoluta del Comune di Terni.   

Galeotto Marzio: appunti per una rilettura

Galeotto Marzio: appunti per una rilettura

Il ‘400 Narnese

Il ‘400 Narnese  è essenzialmente un’epoca di riassestamento, sia a livello urbanistico (dopo le modifiche imponenti dell’ultimo scorcio del 14° secolo, a partire dall’erezione dell Rocca Albornoziana, ed il successivo spostamento dell’asse pubblico anche verso il “Monte”), che politico, dopo il rientro della città ribelle nell’alveo dello Stato della Chiesa.

E’  questo un periodo  in cui le famiglie illustri forniscono più soldati che letterati al paese, anche grazie alle innumerevoli guerre di potere ai confini del Patrimonio di S. Pietro, e tra questi spicca sicuramente Erasmo (il Gattamelata), il più celebre, ma non l’unico Soldato di Ventura della città. 

Non esiste invece un’ altrettanto imponente emigrazione di cervelli.

Narni sembra mostrare poca sensibilità verso le aperture dell’Umanesimo italiano, gli apporti sono sovente esterni e sporadici, prevalentemente sotto forma artistica (il Maestro da Narni del 1409 è sicuramente uno spirito proto-rinascimentale, rispetto alla cultura letteraria formalmente inesistente…).

Galeotto Marzio, l’umanista eretico

Figura di spicco, eccezione alla regola, è proprio Galeotto Marzio, della famiglia dei Marzi: i suoi vari interessi, dalla medicina alla chiromanzia, dalla cultura scritta a quella orale, ne fanno un uomo moderno, europeo, interessante sotto molti aspetti.

Della famiglia Marzi poco sappiamo dai documenti: solo nel 1400 viene nominata una tale Francesca Martius, figlia di Paolo, che sposa un Rodolfini, mentre il nome sull’architrave dell’abitazione gentilizia, tuttora visibile in Via Mazzini, è posteriore a quest’epoca, sebbene forse la casa-torre appartenesse a quella famiglia già da tempo.

Nato a Narni nel 1427, Galeotto può aver frequentato le scuole locali, ma di sicuro sappiamo che già nel 1447 si trova presso la scuola di Guarino Veronese, a Ferrara, a studiare le arti liberali, poi lo ritroviamo a Bologna, dal 1462 al 1477, dove già  ricopre la carica di lettore di Retorica e Poesia presso l’Università.

A seguito della pubblicazione dell’opera “De incogniti Vulgo” nel 1477 viene accusato di eresia dall’Inquisizione, e – come tanti intellettuali prima e dopo di lui – è costretto a ritrattare pubblicamente le sue tesi, dopo essere stato messo alla berlina.

Attorno alla sua figura di intellettuale nasce però un problema di ricostruzione filologica: ci rimangono infatti solo 10 lettere autografe, mentre mancano completamente le trascrizioni delle sue lezioni a Padova, o i ricordi dei suoi alunni.   Restano invece alcune polemiche con altri Umanisti dell’epoca, spesso a causa della sua professione di medico, suo primo interesse, ed è proprio questa sintesi tra letteratura e medicina un segno della modernità dell’umanesimo di Galeotto Marzio.

Galeotto Marzio medico e poeta

Alcuni umanisti lo attaccano perché lui – caso quasi unico nella cultura ufficiale dell’epoca – è accusato di non conoscere il greco, né la cultura ellenistica, sebbene il Marzio dichiara di averla invece imparata da Giano Pannonio, che gliela insegnò nella sua casa di Montagnana (fatto poi smentito). 

Nell’opera “De Homine” (una ricognizione della fisicità dell’uomo sotto l’aspetto medico – filosofico) si preoccupa del bene fisico degli uomini, ed indica alcune ricette per curare malattie quali la sciatica, sbagliando l’etimo delle parole greche (disonorevole colpa!), eppure egli stesso rileverà più volte l’esigenza (umanistica, questa sì) di studiare il greco.

Esiste anche una raccolta di Carmina di Galeotto, troppo esigua però per ricostruire la sua fisionomia di poeta della lingua latina. Si interessa sicuramente di filologia, è antiquario nell’accezione umanistica, almeno fino al 1476, anno in cui rinuncia a pubblicare opere di carattere filologico – letterario.

Con il libro “De doctrina Promiscua” (1489), dedicato a Lorenzo de Medici, Galeotto cerca di ristabilire un contatto con l’ambiente Mediceo e con l’avanzato umanesimo fiorentino, ma senza successo: troppo distante è il suo umanesimo da quello Fiorentino. 

Galeotto intuisce la distanza di un Umanesimo italiano forse corretto filologicamente (per così dire alla Bembo), ma sterile, e mai vicino ad esprimere un Erasmo da Rotterdam, mentre il suo ideale resta quello di una perizia universale nelle arti e nelle scienze.

I soggiorni ungheresi

Medico in un periodo in cui la medicina umanistica sfocia spesso in altre materie: lettere, filologia, astrologia, chiromanzia, filosofia. 

Il Serdonati, traduttore in volgare fiorentino del “De Doctrina Promiscua”, lo dipinge, infatti, come “…interessato alla filosofia ed alla medicina, astrologia, arti matematiche ed arte oratoria e poetica…”

Un interesse particolare Galeotto lo dimostra anche per le scienze alchemiche, fatto non raro in questo periodo in cui chimica ed alchimia spesso coincidono nelle tesi degli Umanisti.

Per alcuni scienziati però questa rimane fortemente legata alla magia, all’idea di imbroglio. 

Anche l’ambiente ungherese, quella corte di Mattia Corvino che lo vede protagonista a Budapest, offre nel 15° secolo la compresenza di molte personalità a metà strada tra arti mediche e magiche, che vanno a sovrapporsi con l’anatomia vera e propria.

Galeotto alla corte di Budapest: alcune suggestioni

Grazie all’interesse di Re Mattia per la filosofia di Ficino, Budapest nel ‘400 diventa una sorta di succursale della scuola platonica fiorentina. 

Il Re simpatizza però anche con alcune forme di religiosità ereticale, mentre accoglie nelle scuole del regno molti maestri dominicani. 

Re umanista in toto dunque, che accetta e favorisce lo scambio di idee culturali e religiose, ma anche fortemente impegnato a difendere le frontiere orientali del cristianesimo contro il pericolo turco, come il padre Giovanni, il quale utilizzò a questo scopo, supportato dal placet del Pontefice Pio II, personaggi di dubbia moralità, veri e propri guerrieri sanguinari, tra cui il conte Vlad III di Valachia, passato alla leggenda come Dracul.

Questo personaggio storicamente attestato, diverrà poi incubo leggendario, mago ed alchimista, esaltato difensore del suo piccolo regno, combattente contro i crudeli turchi, la cui crudeltà egli volle emulare fino a raggiungere la fama di impalatore. 

Dracul sarà quindi messo da parte, e persino imprigionato proprio da Mattia nel 1463. 

Precedentemente a questa data egli però frequenta la corte quale strano umanista, che legge i Platonici e studiava Ficino, discutendo di filosofia con altri ospiti di riguardo, provenienti da altre nazioni, tutti convenuti a quell’ultimo lembo orientale di accademia umanistica. 

E’ interessante rilevare  che anche Galeotto frequenta la corte di Mattia almeno a partire dal 1461, e quindi egli stesso potrebbe aver sperimentato almeno alcuni anni di compresenza a Corte con questo, leggendario strano personaggio…

Il periodo Montagnanese

Montagnana, in provincia di Padova, è il luogo che ospita Galeotto Marzio, almeno dal 1456, epoca a cui si riferiscono alcuni contratti stipulati da lui, ed altri conclusi dalla moglie mentre lui era docente a Bologna.

Non è un caso che la scelta sia caduta su Montagnana, in quanto qui si era già stabilita  una colonia di Narnesi a seguito del Gattamelata, il quale proprio in città  ebbe la sua dimora a spese della Repubblica di Venezia, tanto è vero che la vedova stessa del Gattamelata restò a Montagnana, dopo la morte di Erasmo, e da quel momento sono riscontrabili diversi cognomi “Gatteschi” in città, in contratti e stipule legali.

Qualcuno pensa addirittura che la città sia poi divenuta una sorta di meta di pellegrinaggio dei Narnesi, sulla scorta della memoria Erasmiana, per cui – nel momento in cui insegna a Padova – anche Galeotto si sentì attratto dal luogo di residenza del suo illustre concittadino.

All’interno del Duomo di Montagnana, si può ancora ammirare un affresco in una cappella laterale, attribuito proprio a Galeotto Marzio: esso raffigura strani disegni alchemici, tra cui un serpente, una stella a cinque punte ed altri animali fantastici, una rara testimonianza (se effettivamente opera di Galeotto) su cui bisognerebbe indagare più approfonditamente.

L’immagine di Galeotto Marzio

Tra le medaglie ungheresi pervenuteci, molte lo  ritraggono nella usuale forma tondeggiante, mentre altre testimonianze circa il suo aspetto fisico ci pervengono dai contemporanei che lo conobbero, anche quando fu messo alla berlina in piazza S.Marco a Venezia, consegnato all’Inquisizione prima di abiurare il suo testo tacciato di eresia.

In questa occasione la plebe riunita lì per godersi lo spettacolo gridava: “Che bel porco grasso!”, a che il nostro rispose: “meglio un porco grasso che una capra mingherlina!”.

Questa testimonianza concorda completamente con le usuali effigi in cui è raffigurato con pancia e doppio mento, nonché una folta capigliatura con riccioli; di particolare importanza è anche l’affresco celebrativo all’interno della sala consiliare del Comune, dietro la cui figura si intravede la città di Narni, come appariva attorno al XV° secolo.

Una ultima immagine appare anche in un codice miniato ungherese, dove è descritta la consacrazione del Vescovo Giovanni Vitez (circa 1489), in cui Galeotto appare alle spalle del Vescovo, confuso tra la folla, comunque ben preciso nelle fattezze.

Fabio Ronci 

 

 

 

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Narni Rubata

Nel Patrimonio di San Pietro

Negli anni Quaranta del Trecento, mentre la sede pontificia era ad Avignone, Narni non era molto allineata al Patrimonio di san Pietro, che era il governo tra Viterbese e Umbria dal quale dipendeva. E che richiedeva una sottomissione regolamentata da statuti, testimoniati dall’affresco laico in Cattedrale, dei quali nel 1347 era garante il vescovo Agostino Tinacci.

Ma la città, pur aderendo formalmente a quei dettati, di fatto si considerava libera, e si comportava come tale. Perché era capace di autonomia e sapeva coltivare alleanze, favorita da una via di notevole transito e da avviati commerci, come quelli dell’uva passa e della lana, che coinvolgevano mercanti e banchieri di Firenze, Prato, Signa e di altre località della Toscana.

 

Nella ‘libera’ Narni

E proprio Firenze divenne riferimento per la ‘libera’ Narni, che accolse ambasciatori a iniziare da ser Bartolo Benni da Signa che arrivò nell’agosto 1346, a proseguire fino al 1381 con Nicolò di Pietro Pucci, Lapo Pieri, Giovanni Gucci, di nobili famiglie, ed altri ancora, quasi a delineare una Delegazione stabile.

Mentre si registrava l’invio a Firenze di alcuni cittadini narnesi che potevano giovare  alla Repubblica. E tra loro Berardo Massei, che fu podestà nel 1345, e Francesco di Bartolomeo che era giudice nello stesso anno. Ed ancora nel 1369 Paolo Andrielli di Alvenino, e Antonio di Andrea di Marinata, che operava nel 1383.

Era un rapporto pari, e i visitatori fiorentini, garantirono vicinanza anche nel 1357, tempo in cui il vescovo Agostino Tinacci a nome del cardinale Albornoz -che allora firmava le Costituzioni egidiane- cercava di ridimensionare la stessa Firenze, dove per altro benedisse alcune fondamenta della Cattedrale meritandosi una statua sulla facciata. E quei contatti  proseguirono oltre un decennio dopo la stesura degli Statuti del 1371 e dell’arrivo del governatore pontificio, consentendo a Narni di praticare una amministrazione in qualche modo autonoma.

 

Quando Narni fu rubata

Tuttavia negli anni Settanta era mutato lo scenario politico, ed era cambiato il profilo della città, sul cui monte dove prima era il monastero di santa Maria Maddalena era sorta una fortezza, voluta dal cardinale Albornoz a controllo del territorio.                                                                                    Ma la ‘libera’ Narni si ribellò al nuovo sistema, restando unita a Firenze, per cui nel 1375 ‘riceve dai fiorentini un vessillo rosso ove leggesi in argento la magica parola Libertas’ (Ceroni). E nel contesto si inseriva anche il vescovo Luca Bertini, che dal Patrimonio fu inviato come ambasciatore a Firenze e lì imprigionato nel 1376.

Intanto in città tornavano i diplomatici, come Jacopo di Villano da Piombino, venuto a tacitare il dissenso per conto del legato pontificio per l’Umbria. Mentre tra le mura si generava una guerra tra chi era a favore o contro la Chiesa, con interventi di forze esterne. E non meraviglia che Piero Minerbetti nella Cronaca dal 1385 abbia titolato quel confuso periodo di libertà tradita ‘Come la Città di Narni fu rubata dagli amici e da’ nimici’.

 

Tutto diventa Storia

Nel 1381 compariva Jacopo di Tommaso, ultimo ambasciatore di Firenze a noi noto, nel tempo in cui Roma era già dominante. E lo confermano gli Statuti che sancivano il riconoscimento del nuovo governo e indicavano lo stato di sudditanza, e dai quali è comunque iniziato il racconto della Corsa all’Anello, che vi ha saputo cogliere norme fatti e figure, trasformando una intimazione in risorsa.

Per cui dall’indipendenza acquisita mentre il papa era ad Avignone, alla autonomia ‘rubata’, tutto diventa storia, e restano tra le pagine il fantasma di una libertà perduta, e la vicenda delle ‘illustri ambascerie’ fiorentine, che furono occasioni di confronto e lasciarono lunga memoria. Come dimostrava Piero de’ Medici che, in esilio dalla sua Firenze, nel 1495 trovò riparo a Narni.

Claudio Magnosi

 

 

  1. M. Soldini, Delle eccellenze e grandezze della della Nazione fiorentina, 1780. V. Registro ‘Casate e Nomi, le quali sostennero per la Repubblica, e pe’ Dieci di Balia illustri ambascerie dall’Anno 1340 all’Anno 1400’. -P. Tronci, Memorie storiche della città di Pisa, 1682 -AA.vv, Monumenti storici, 1903 -G. Degli Azzi Vitelleschi, Le relazioni tra la Repubblica di Firenze e l’Umbria nei secoli XIII e XIV, 1904 -G. Ceroni, Spicilegio storico, 1921

Gli Ebrei e i quattro fiorini

“…… Stabiliamo che i giudei o gli ebrei, che dimorano nella città, o che vi abiteranno in futuro, siano tenuti e debbano pagare in qualunque anno, nelle calende del mese di Maggio, al camerario del comune, 4 fiorini d’oro, che siano e debbano essere convertiti nel costo e per l’acquisto di un palio e di un anello d’argento, placcato d’oro….” Statuti Lib. I° Cap. XXLXII.

La consuetudine dei comuni medievali di chiamare le comunità ebraiche a contribuire alle celebrazioni per la festa del santo patrono, secondo un uso praticato in tutti i centri dello Stato Pontificio, che non di rado erano legate alla concessione di nuove condotte ferenatizie e dei diritti connessi, li obbligava a partecipare alle spese dei palii organizzati in quelle festività.

Da questa premessa, nasce la curiosità di capire quanto fosse oneroso, per la piccola “universitas iudeorum” di Narni, versare il contributo annuale.

Per farlo dobbiamo circoscrivere un periodo temporale, in cui posizionare la norma statuaria.

Dalle testimonianze dei protocolli notarili e della toponomastica, si può ipotizzare un insediamento degli ebrei in città, già dal 1276, dove è attestata a Narni una “ ecclesia Santi Petri Iudeorum “, che sorgeva all’interno del territorio della parrocchia di Santa Maria Impensole. ( P. Pellegrini )

Altra data de tenere in considerazione, è quella della stesura degli statuti, 1371. Dentro questo quadro temporale, altri indizi aiuteranno a precisare meglio il periodo di riferimento, monetario, utile.

E dunque, ci soccorre, un secondo capitolo degli Statuti, il XXV del Lib. I°, dove il legislatore dispone che gli

ebrei non possano risiedere a meno di 25 piedi dalle fonti d’acqua, a pena di 25 libbre cortonesi.

Questo mito nato in Savoia, e poi diffusosi in larga parte dell’Europa durante la pestilenza del 1348, voleva gli ebrei avvelenatori di pozzi e sorgenti, agenti di satana nella lotta contro la cristianità. ( P. Pellegrini )

Da questo secondo elemento, possiamo restringere la forbice di oltre un secolo, sapendo comunque, che gli statuti raccolgono leggi e norme nel tempo susseguitesi.

Dopo di che, possiamo, nel periodo considerato cioè 1348 – 1371 e dintorni, valutare la possibilità di conoscere il valore commerciale del Fiorino.

 

IL DOLLARO DEL MEDIOEVO

Nel 1252, le repubbliche mercantili italiane cominciarono a battere una moneta d’oro puro, dal peso di 3,5 grammi circa. Non furono le prime monete d’oro dell’Occidente dopo Carlo Magno (Augustale gr,5,25 Federico II 1231),  ma la sua coniazione rappresentò una riforma epocale ed ebbe immediata diffusione in tutta Europa. Da allora fino alla fine del Medioevo, il dollaro dell’area mediterranea, fu la moneta d’oro delle repubbliche mercantili.

Tra queste, dal 1252 e la fine del XIV sec, è la moneta d’oro di Firenze quella che di gran lunga godette di maggior prestigio, e i funzionari della zecca fiorentina potevano orgogliosamente rivendicare il “communem cursum quem habet dicta moneta auri per Universum orbe terranum”. ( Storia delle monete della Repubblica Fiorentina. Ignazio Orsini)

Chi vuol comprendere le cause del trionfo del fiorino, deve tener conto della meravigliosa capacità espansionistica dell’economia fiorentina di quel tempo, e del suo ruolo nell’attività internazionale, bancariae commerciale.

 

Alto valore unitario, stabilità intrinseca, supporto di una economia forte e sana, sembrano essere stati i tre fondamentali elementi della formula che fece la fortuna del dollaro del medioevo. ( C.M. Cipolla )

 

I CAMBI

La comparsa del Fiorino ebbe come diretta conseguenza la creazione dei rapporti di cambio con le monete argentee che furono documentati, in maniera talvolta giornaliera, a partire già dal 1252.

In generale la possibilità di equiparare un dato ad un altro è legata direttamente al metro di confronto che, per essere tale, deve essere una costante. Ritenere la moneta fiorentina, costante, è provato dalla sua fama. Lo è per il peso e per il titolo, gr. 3,5 a 18 carati.

Altro elemento essenziale per comprendere il potere d’acquisto del Fiorino, è il “denaro Piccolo” con cui veniva rapportato in termini reali, questi fu moneta circolante nelle contrattazioni di basso valore e soggetto a spinta inflazionistica, ed il cosiddetto “denaro Grosso”, per transazioni internazionali, caratterizzato da notevole stabilità.

Di seguito alcuni valori che possono servire di riferimento nella comprensione del testo selle cronache, quando si parla del denaro e delle sue equivalenze:

1libbra o lira= 20 soldi= 240 denari= 410gr. Argento fino.

Che il Fiorino, al momento della sua coniazione, valesse 240 denari fiorentini è cosa sicura, ma per il continuo svilimento del denaro nel suo intrinseco d’argento, e non solo, questo rapporto prese a salire in maniera costante, tanto che la moneta d’oro passò nel giro di 25 anni da 240 a 360 denari.

Sulla continua diminuzione dell’intrinseco del denaro, moneta piena, si inserisce la sua prima definizione di moneta segno o fiduciaria.

Nelle cronache si fa spesso riferimento ai denari piccioli, denarius parvus, questo è il nome dei denari d’argento quando sono ridotti di peso e titolo. Se essi non fossero ridotti nel contenuto di argento, dovrebbe valere l’equazione, una libbra di piccioli = 1 Lira.

A Firenze nel 1300 un Fiorino d’oro vale 4 soldi e 6 denari di piccioli, ovvero 558 denari piccioli e poiché una lira è 240 denari, un Fiorino vale 558: 240 = 2,3 lire.

Dentro questo quadro i rapporti di cambio variavano giornalmente in base a moliti fattori, dal momento che, essendo moneta fiduciaria, il rapporto era condizionato anche, dalla perenne carenza, varietà delle monete e non ultimo il profitto dei cambiavalute. A Firenze alla metà del “300 i banchi dei “cambiatori” erano 80. ( Villani, Cronaca )

 

IL FIORINO E IL DENARO

Quale denaro può essere preso a riferimento negli anni tra il 1350 / 1370 ?

Appartenere ad un’area monetaria non consente certezze, perché all’ interno della stessa circolava liberamente e legalmente una massa notevole di denari, di altri stati, di altre aree. ( Racconti delle Pergamene n° 25 ) .

Abbiamo, dunque scelto di considerare solo aspetti di carattere politico, cioè, orbitare e sottostare nel Patrimonium Beati Petri, il rientro della sede papale, il trasferimento della zecca del Patrimonio da Viterbo a Montefiascone, diventata residenza del rettore e centro amministrativo dello stesso.

Esiste prova dell’avvenuto trasferimento della zecca da Viterbo a Montefiascone in un documento datato 1334 nel quale il tesoriere del Patrimonio di S. Pietro, tale Stefano Lascoutz, richiede la presenza di Angelozzo Peponi da Orvieto a Montefiascone per prendere accordi necessari alla coniazione di moneta “ per mandato del Papa”. E in ultimo le lettere inviate da Giovanni XXII nel 1334, e da Benedetto XII nel 1337 per sollecitare il rettore del Patrimonio ad incrementare la produzione monetaria, e lo scopo sembra essere raggiunto.

( Martinori, “ Della moneta Paparina”).

Dunque il denaro Paparino.

 

 

TASSI DI CAMBIO ( P. Spufford. Handbook of medieval exchange )

Di seguito alcuni tassi di cambio, tra Fiorino e Paparino, e la loro evoluzione nel secolo:

1300 Firenze. 1 fiorino = 46 soldi e 6 denari piccioli. // Montefiascone 1 fiorino = 43 s. e 4 d. paparini

1340 Firenze. 1 fiorino = 64 soldi.                                    // Montefiascone 1 fiorino = 57 s.

1350 Firenze. 1 fiorino = 64 soldi                                    // Montefiascone. 1 fiorino = 54 s.

1360 Firenze. 1 fiorino = 68 soldi                                   // Montefiascone. 1 fiorino = 58 s.

1370 Firenze. 1 fiorino = 65 soldi e 6 denari               // Montefiascone . 1 fiorino = 58 s.

 

 

Ricordiamo che al momento della prima coniazione, il Fiorino 1252, si cambiava a 240 denari.

Per dare ulteriori riferimenti, inseriamo dati che aiutano a capire il potere di acquisto del Fiorino, con la consapevolezza che questo non possa rappresentare un quadro completo e preciso, ma solo valore indicativo. Anzi diciamo pure che possa valere solo come curiosità. Sappiamo quanto sia ingenuo i prezzi espressi in monete di altri, in prezzi espressi in monete attuali; oppure trasformare le monete in grammi di metallo fino, sapendo quanto il valore del metallo sia cambiato nel tempo; e in ultimo, che il costo della vita e i beni di consumo, anche rimasti gli stessi, avesse uguale valore. Vale per tutti il libro prima dell’invenzione della stampa.

Un primo dato ci viene dal prezzo del frumento per staio (24,4 lt.) a Firenze 1360/1370, fissato a 19 soldi di denari piccioli. (Ugo Tucci, Annali6. Storia d’Italia Einaudi)

Per il sec. XIV disponiamo di inventari di due biblioteche di Pavia, un medico e un avvocato. Il primo disponeva di 30 volumi ed era valutata 133 fiorini, con una media generale di 4,5 fiorini per volume. Il secondo 15 libri, tutti di argomento giuridico, erano stimati per un totale di 385 fiorini, per una media generale di 27,5 fiorini. Va da se’ che i libri di argomento giuridico raggiungessero un valore economico maggiore.

Il salario del Podestà (Firenze metà del “300) e di sua famiglia, l’anno è di 15240 denari piccioli. Circa 21 fiorini. Il salario del Capitano del Popolo e di sua famiglia, è di 5880 piccioli. Circa 8 fiorini.

Il palio, di sciamito, che si corre per S. Giovanni, e quelli di panno per S. Barbara e per S. Reparata costano

l’anno fiorini 100 d’oro. (Cronaca, Villani)

Nel 1355 il legato apostolico Egidio Albornoz, dichiara di aver ricevuto dal vescovo di Narni, la somma di 81 fiorini d’oro, dovutagli da parte sua e del clero narnese, come compenso per il terzo anno della sua legazione, e rilascia quietanza. (Pergamene del Capitolo della Cattedrale di Narni.)

Nel 1376 in Pavia un certo Zanino dichiarava, con atto notarile, di essere debitore ad un tale chiamato Borello, di 80 fiorini, perché quest’ultimo lo aveva mantenuto per quattro anni e due mesi, fornendogli tutto il necessario, viveri e vesti. (Carlo Maria Cipolla)

Ultimi riferimenti, riguardano i tassi d’interessi. Mercanti ed imprenditori, nelle città di Toscana, potevano denaro a breve e medio termine ad un tasso d’interesse del 7% al 15%. I prestiti al consumatore tendevano naturalmente a costare di più, sopratutto per il maggior rischio del prestatore. Generalmente, questi,  venivano fatti ad un tasso d’interesse variabile dal 15 al 50% all’anno.

Alla lettura di questi dati, la considerazione che viene da fare è che il prezzo pagato per contribuire alla celebrazione del Patrono, e non solo, da parte della comunità ebraica narnese, non fosse così onerosa come in un primo momento potesse sembrare. Quattro fiorini, sono ben poca cosa, se rapportati ai denari occorrenti per coprire costi e spese per servizi e beni utili alla ricca borghesia del tempo.

Che fosse già un obolo destinato a coprire solo una formalità, nel solco di una tradizione, e non più una tassa che garantisse loro, esercizio della professione, pace sociale e riconferma di una sottomissione nei rapporti con la maggioranza cristiana?

 

Marco Carlini

Istituti Formativi a Narni, dal Medioevo ad oggi

Gli Statuti della città di Narni, la cui genesi va ascritta fra i secoli  XII e XIV, parlano, sostanzialmente, a tre riprese, degli istituti formativi relativi allo STUDIUM della città. In uno si parla della retribuzione dovuta agli insegnanti, in un altro si norma in termini positivi l’ospitalità a favore degli studenti provenienti da altre città, in un terzo dell’esenzione da ogni altro pubblico esercizio, per quanto attiene il corpo insegnante.

È ragguardevole il trattamento riserbato ai magistri. Non solo per le cifre, ma per la qualità della monetazione; non il divisionale misero corrente in città, il denaro cortonese, ma il fiorino fiorentino. Il che ci fa collocare quello specifico provvedimento oltre la metà del duecento da una parte e ci induce ad immaginare che qui insegnassero docenti provenienti da altre aree culturali. L’assieme dei provvedimenti postula un’istituzione di alto livello.

A questo quadro, francamente sorprendente, si era pervenuti grazie ad una serie di opportunità.

In primo luogo la rete delle abbazie, almeno 5 in ambito comitatense. Dotate dubitosamente di scriptoria, su un paio almeno ci si sta riflettendo ( S. Angelo e Benedetto in Massa e San Cassiano), ma certo in possesso di adeguati strumenti formativi. In secondo luogo una probabile scuola vescovile. Esistono elementi che ne postulano l’esistenza. In altra istanza la centralità politica e territoriale di Narni, unica città della conca ternana fino al primo quarto del dodicesimo secolo.

Su questi presupposti dobbiamo pensare poggiasse lo STUDIUM di età comunale di Narni, che continuò ad esistere anche in età moderna quando acquistò ulteriore prestigio, non tanto per la presenza delle Scuole Pie, i Padri Scolopi, quanto perché il Calasanzio, loro fondatore, scrisse qui’ la loro regola.

Inoltre alla metà del seicento, il vescovo Castelli creò il seminario diocesano, altro presidio culturale di bella importanza. Queste compresenze motivarono, nei secoli, un’incredibile biblioteca. Con titoli e testimonianza sorprendenti. Dal Muratori (opera omnia) alla produzione culturale francese di sedicesimo e diciassettesimo secolo, come alle coeve pubblicazioni culturali italiane. Tutto cio’ diede origine ad una vivacità culturale con esponenti di bella grandezza di cui amiamo qui citare il Mautini e Galeotto Marzio per tacere dei Cesi ben presenti a Narni.

Vivacità che parve un poco venir meno nel milleottocento tranne nell’ultimo periodo, quando l’industrializzazione forte della zona, produsse altre esigenze formative e con le riforme messe in campo dallo stato unitario si allargò ulteriormente l’area culturale di base. Processo che si arricchì ancora nel secolo appena trascorso, connotato da due elementi.

Ci fu, specie nella seconda metà del secolo, un’imponente opera di edilizia scolastica. Edifici sorsero un po’ ovunque e la parabola si concluso con la costruzione di un plesso modernissimo di scuola media superiore.

L’aspetto didattico più ragguardevole, tuttavia, attendeva la nascita di un nuovo metodo di apprendimento dovuto ad un grande talento di docente, Carlo Piantoni, che, partendo da Grotta Murella, località assolutamente periferica, arrivò a istituzioni educative mondiali anche attraverso l’esperienza condivisa con l’Alberto Manzi del programma televisivo” Non è mai troppo tardi”.

E ora? Ora si è concluso l’iter con l’istituzione in città di una facoltà universitaria sede locale di quella di Perugia. Presenza essenziale da molti punti di vista, ma piace sottolineare quello di una rinnovata vivacità culturale mai, tuttavia, venuta meno.

 

Bruno Marone

I lussi proibiti alle donne nel Medioevo

I lussi proibiti alle donne nel Medioevo – Sul corpo delle donne

La moda, l’effimero che viene “proibito”

La moda, l’effimero, sono fenomeni niente affatto moderni: l’urgenza per le donne di abbigliarsi per apparire nasce nel Medioevo e in maniera così prepotente, che si ritenne opportuno disciplinare questa tendenza con apposite norme.

Se consideriamo che molte donne sono ancora oggi obbligate ad indossare determinati abiti ed accessori, non possiamo stupirci del fatto che a partire dal XIII secolo e fino alla Rivoluzione francese, furono emanate le cosiddette “Leggi suntuarie”, un insieme di provvedimenti volti a limitare il lusso nell’abbigliamento, nelle concessioni dotali e in alcune occasioni sociali come feste, banchetti e funerali.
L’insieme delle norme è estremamente corposo e può essere approfondito nell’importante lavoro
della professoressa Muzzarelli citato nella bibliografia di riferimento. In questa sede, ci limiteremo ad esporre alcune normative narnesi relative ad abiti, doti e funerali.

Va subito detto che gli scopi dei legislatori erano tutt’altro che univoci: i divieti erano rivolti ad entrambe i sessi, ma in realtà nel Medioevo le limitazioni erano imposte in maniera quasi esclusiva alle donne.

Il lusso vietato, ma non per tutti

Il lusso era sì vietato, ma in base alle diverse categorie sociali, anche e soprattutto allo scopo di rendere immediatamente riconoscibile il ceto di appartenenza. La normativa poteva essere facilmente aggirata: chi denunziava spontaneamente il possesso di abiti contra legem, pagando un’apposita tassa poteva farli registrare e bollare, acquisendo di fatto il diritto di continuare ad indossarli. Tenuto conto che le sanzioni per chi esibiva un abito “vietato” e non denunziato, consistevano in pene pecuniarie elevate (inasprite dalla confisca dell’oggetto del reato e in alcuni casi persino dalla scomunica papale), appare evidente che le leggi suntuarie non colpivano equamente tutti i ceti sociali: i ricchi, semplicemente pagando (la bollatura o la sanzione), potevano abbigliarsi a loro piacimento in barba a qualsiasi divieto.

Un altro aspetto paradossale di queste leggi stava nel fatto che le multe si applicavano anche a coloro che avevano realizzato un abito o un accessorio vietato, sicché sarti, ricamatori e calzolai erano spesso costretti a sborsare somme che superavano di gran lunga il prezzo percepito per il loro lavoro (ferma restando, in molti casi, anche l’applicazione di pene corporali).
Il ricavato delle ammende serviva a rimpinguare le casse cittadine, ma anche le tasche dei denunzianti (una regola che si riscontra in moltissime norme degli Statuti di Narni).

Nel Medioevo c’era chi misurava la lunghezza degli strascichi delle donne

Con l’avvento delle leggi suntuarie, al fianco dei comuni cittadini che si peritavano di denunciare i lussi altrui (per moralità o semplice tornaconto personale), le città si animarono di ufficiali armati di metro, che andavano in cerca di strascichi e maniche fuori misura, “pianelle” e sopralzi eccessivi (tali da poter raggiungere anche un metro e mezzo di altezza), accessori e gioielli proibiti o che eccedevano il limite consentito, stoffe e pellicce vietate e persino colori fuori legge o destinati solo a determinate categorie.

Il campo d’azione di ufficiali e delatori era infinito, ma spesso si concentrava davanti alle chiese: le messe, soprattutto quelle domenicali e nelle festività più importanti, erano un’occasione per sfoggiare abiti sontuosi ed esibire il proprio status sociale. Quest’usanza è sopravvissuta a lungo nelle nostre zone: almeno sino agli anni ’70, soprattutto a Natale e a Pasqua, molte donne si recavano in chiesa con abiti e calzature nuove (a Narni si diceva che s’erano “ripulite” a festa) e le signore abbienti facevano largo sfoggio di pellicce. La pratica sembra essere caduta ormai in disuso, ma è ancora viva nei matrimoni, nelle feste e persino in alcuni funerali.

All’asprezza delle leggi suntuarie, si sommava l’opera di moralizzazione dei tanti predicatori che nel Medioevo si spostavano di città in città scagliandosi contro i cattivi costumi (delle donne, ben inteso).
Ciò che si stigmatizzava nelle prediche non era soltanto il danno economico prodotto da abiti e gioielli lussuosi, ma anche la contraffazione messa in atto dalla perfidia insita nelle donne: applicare imbottiture che facevano apparire in carne quelle troppo magre e indossare calzature vertiginose che rendevano alte quelle basse, significava alterare l’opera di Dio ed ingannare gli uomini circa le proprie reali fattezze.

Cosa dicono gli Statuti Narnesi

Alla vasta storiografia di molte città italiane, capace di illustrare nel dettaglio i divieti, le regole, l’entità delle pene e persino i nomi di molti contravventori, fa da contrappunto la scarsità di notizie riguardo Narni. Poche le norme degli Statuti del 1371 in proposito ed assolutamente assenti in materia di abbigliamento, tanto che per approfondire i divieti relativi agli indumenti e agli accessori è necessario consultare le Riformanze (le cui copie, purtroppo, sono disponibili solo a partire dal XVI secolo).

Al Capitolo XI del Libro Primo, si stabilisce che “nessun erede possa avere per il funerale al lutto di qualche defunto, più di due torce di cera fino a dieci libbre di peso, se sarà stato cavaliere, giudice o canonico: negli altri casi fino a un massimo di cinque libbre per ciascun cero, alla pena di 10 libbre cortonesi per ciascun trasgressore. E il Vicario della città sia tenuto ad inviare uno dei notai con i loro dipendenti e un baiulo, a qualsiasi funerale, per indagare e investigare sulle predette disposizioni, alla pena di 10 libbre cortonesi del suo salario. E nessuno o nessuna possa vestirsi di nero tranne la moglie e due servitori al massimo, alla detta pena”.

Questa norma introduce subito un importante distinguo: il peso delle torce di cera variava in base allo status del defunto: cinque libbre per i comuni mortali, il doppio per cavalieri, giudici e canonici.
I cavalieri appartenevano ad una categoria privilegiata, oggetto di limitazioni/concessioni in molte leggi suntuarie. A Siena, alcune norme dello “Statuto del Donnaio” (nome indubbiamente evocativo), dettavano precise regole riguardanti le cerimonie d’investitura, al fine di limitare lo sfarzo e lo scambio di doni importanti. Per contro, ai cavalieri era però concesso d’indossare farsetti e giubbe di mussolina o di altro tessuto di seta ed era a loro che, una volta defunti, si tributavano onoranze funebri dispendiose e spesso talmente solenni da meritare cronache dettagliate, come ad esempio quella che fu composta per il funerale di Giovanni da Pietramala: il suo corpo fu adagiato in una bara coperta di drappo vermiglio, i chierici della Cattedrale recavano cento doppieri accesi. Il corteo era aperto da “due beccamorti a cavallo”, ciascuno dei quali era seguito da sei famigli vestiti di scuro. Erano presenti quindici cavalli bardati ed altri erano coperti da insegne del comune; seguiva lo stendardo da campo del defunto, mentre il cavallo di Giovanni sfilava precedendo la bara del suo padrone, montato da un soldato che indossava l’armatura, le insegne del condottiero e impugnava il suo bastone di comando. In altre città italiane, subito dopo i cavalieri, venivano contemplati i medici piuttosto che i giudici.
Abbastanza rara è invece l’aggiunta dei canonici contemplata nei nostri Statuti, ma bisogna ricordare che Narni era pur sempre territorio del Patrimonio di San Pietro.
Una costante delle leggi suntuarie è invece la limitazione all’uso dell’abito nero: dopo la peste nera del 1348 ed il conseguente, perpetuo lutto, fu proibito a qualsiasi categoria sociale di vestire a lutto, con la sola eccezione delle vedove.

La seconda norma degli Statuti cittadini è contenuta nel Libro III (Super Maleficijs et Criminalibus causis). Al Capitolo LXVII si legge: “Stabiliamo che, per ciascuna donna da maritare o da dotare non possano essere promessi o dati, come beni mobili dotali, se non questi beni mobili dotale scritti sotto, vale a dire: panni di lana da donna, due letti di panni, un soppedaneo di legno, alla pena di 25 libbre cortonesi, da applicare alla Camera, per chi dà, promette o ottiene o riceve la promessa. E la tale promessa, da qui in poi, non abbia valore né vigore per legge; e per essa non si possa agire o difendere nei tribunali della città di Narni, e nessun notaio faccia scrivere né scriva oltre la detta forma, alla pena di 10 libbre cortonesi, da applicarsi alla Camera. E chiunque possa denunciare e
accusare i trasgressori delle cose predette”.

Un esempio pratico di una dote del XIV secolo, del tutto in linea con le limitazioni fissate dai nostri Statuti, ci viene fornito da un atto notarile stipulato a Narni l’11 marzo 1375 dal notaio Macthiutius Salvatelli. L’atto/quietanza ci informa che “Petrucolus Iohannis Lucarelli rilascia quietanza a Tomas Cecchi Petrignani per la corresponsione della dote di sua sorella Sabecta, promessa a lui in sposa con atto immediatamente precedente. La dote in questione consiste in 600 lire di denari cortonesi, due letti ben forniti di biancheria, una tunica, un mantello ed un tappeto”.

In teoria si potrebbe pensare che le restrizioni riguardo ai beni mobili dotali fossero identiche per ogni ceto sociale, ma nella pratica è evidente che “i panni di lana da donna” non meglio specificati, potevano variare di qualità e numero in base alle disponibilità economiche della famiglia, così come i “due letti di panni”. Anche il valore del “soppedaneo” (cassone per i capi di vestiario che normalmente veniva collocato ai piedi del letto) poteva essere ben diverso a seconda del tipo di legno utilizzato e dei decori.

La dote di Giacoma di messer Antonio Bocarini Brunori di Leonessa, sposa del Gattamelata.

Si pensi ad esempio alla dote di Giacoma di messer Antonio Bocarini Brunori di Leonessa, andata in sposa nel 1410 al Gattamelata. La sua dote era piuttosto esigua: 500 ducati d’oro, ma il suo corredo di nozze era magnifico e contenuto in splendide casse di legno, lavorate con intagli a rilievo, dipinte con arabeschi di fiori e frutti, decorate con storie sacre e profane (soprattutto sponsali antichi), massime morali, versetti della Bibbia, dei Salmi e il Pater noster in latino volgare. Quindi, ancora una volta, semplicemente tacendo i dettagli, la normativa non poneva limiti alle categorie più ricche.

Venendo alle Riformanze, al volume 4, in data 21 gennaio 1537, si legge: “In considerazione della Rovina et danni ch’avemo patiti, riformiamo il vestire delle donne. Statuimo et ordinamo che nessuna donna di qualunque stato, qualità e condizione, se sia tanto narnese che forestiera, essendo maritata e abitando in Narni, possa né debba portare alcuna sorte di veste di broccato, velluto, seta, damasco e altra sorte di drappi, eccetto Ciambellotto del quale ne possono avere una vesta e non di più. (Il Ciambellotto o Camellotto era un tessuto di lana pesante in armatura di tela, fatto con peli di cammello, solitamente usato per abiti invernali). Si prescrive che possano portare tre braccia di drappo di broccato e broccadello in fuora le maniche. Statuimo et ordinamo che le dicte donne come sopra, non possano né debbano portare alcuna sorta d’oro, d’argento, perle né gioielli, né catene, né collane in capo né al collo né al petto né in alcun altro loco, né portare scuffie, corone, centure d’oro ed argento né di perle. Item statuimo et ordinamo che le dicte donne non possano né debbano portare più di tre anelli d’oro o d’argento con quelle pietre che gli piacerà. Nessuna donna che abbia una dote di 100 ducati o di 200 ducati, possa né debba portare sbernia o drappo di nessuna sorte, né vesti di rosato né di pavonazzo, eccetto possa portare maniche di rosato ovvero di pavonazzo. Donna con 300 ducati di dote: non possa e non debba portare vesti di Cabilotto (forse anche qui si intendeva Ciambellotto). Nessuna donna, di qualunque condizione e qualità non possa né debba portare vesti d’alcuna sorte con intagli, ovvero ricami per alcun modo. E se qualcuno non osservasse i presenti Capitoli, acciocché il timor della pena abbia ad osservar, statuimo et ordinamo che qualunque persona contravverà alli sopradetti Capitoli & Riformanze, caschi ipso facto et ipso iure nella pena di Cinquanta ducati e perda tutto quello che indossa contro la forma dei presenti Capitoli. Item statuimo et ordinamo che qualunque persona contravvenga ai sopradetti Capitoli caschi ipso facto nella scomunica papale e non si possa assolvere se non dal Papa, eccetto in articulo mortis. Item statuimo et ordinamo che qualunque sarto, ovvero ricamatore tagliasse ovvero cucisse o ricamasse o intagliasse alcuna sorte di vesti contro la forma dei presenti Capitoli, caschi ipso facto nella pena di venticinque scudi”.

Al primo capitolo si riforma anche la misura delle doti da dare nella città di Narni e nel suo distretto, che debbono limitarsi a 100, 200, 300 o al massimo 400 ducati. A questo proposito “si statuisce e si ordina che nessun padre, né madre, né fratelli, né zii, né alcuna altra persona, possa né debba promettere o dare alcuna cosa tanto in denari, quanto in beni stabili o ancora in mobili, né in nessun altro modo, al di sopra dei limiti anzidetti, quindi non oltre i 400 ducati, in modo che la donna non abbia alcuna cosa che valga oltre la cifra stabilita, eccetto che derivasse da eredità ovvero legati”.

La formula di queste disposizioni è ufficiale: “convocati Magistri D. Prioris ecc, in nome di Dio,
Amen”. Segue la data della stipula e l’elenco nominativo di tutti i convenuti.
Appare chiaro che in quella sede si riformarono norme precedenti che purtroppo sono andate perdute, perché, in particolar modo nella parte riguardante gli abiti e gli accessori vietati, non si fece certo riferimento agli Statuti del 1371, che come abbiamo visto non ne parlano affatto.

Quanto alla dote, furono fissati limiti precisi anche riguardo al valore dei beni dotali mobili, pertanto è difficile capire se anche in questo caso, si riformarono norme precedenti oppure se si trattò di un semplice ampliamento della norma statutaria in materia.
Fatto sta che nel 1537, oltre alla multa e alla perdita dell’abito, a Narni si comminava anche la scomunica papale ed è facile intuire che questa “sanzione” aggiuntiva fosse già presente anche nelle precedenti Riformanze. Allo stesso modo nella nostra città, gli artigiani che avevano realizzato l’abito incriminato, erano tenuti al pagamento di una multa, pari alla metà di quanto dovuto dai reali contravventori.

Il controllo del patrimonio delle donne nel Medioevo

Quanto alle limitazioni in materia di dote, vale forse la pena specificare che il reale intento dei legislatori non era certo arginare il fenomeno del lusso, quanto controllare in maniera efficace i diritti patrimoniali delle donne nel Medioevo.
Alla morte del marito infatti, la dote tornava alla vedova in piena e libera proprietà, ecco dunque che bisognava limitarla, per evitare che le donne possedessero un patrimonio personale importante.
Resta il fatto che la parte più incisiva delle Riformanze narnesi è tutta nel prologo: “in considerazione della Rovina et danni ch’avemo patiti, riformiamo il vestire delle donne”. Segno evidente che i legislatori erano pericolosi misogini terrorizzati dal gentil sesso e da un malinteso cristianesimo. Dispiace dirlo, ma è indubbio che alcuni di loro siano ancora tra noi.

Mariella Agri

Leggi altri: Racconti delle Pergamene – approfondimenti di storia medievale
Consulta gli Statuti di Narni online


Bibliografia di riferimento:

  • Duccio Balestracci, Le armi, i cavalieri, loro: Giovanni Acuto e i condottieri nell’Italia del
    Trecento. Editori Laterza, 2009
  • Raffaello Bartolucci (traduzione a cura di), Statuta Illustrissimae Civitatis Narniae, Terni, 2016
    E. David, C. Perissinotto, C. Carmi, V. Coronelli (a cura di) – Le pergamene dell’archivio del
    Capitolo della cattedrale di Narni (1047-1941). Regesti, Selci-Lama (PG), 2017
  • Maria Giuseppina Muzzarelli, Le regole del lusso. Apparenza e vita quotidiana dal Medioevo
    all’età moderna. Bologna, Il Mulino, 2020

Le formule magiche nel Medioevo e le donne curiose

Le formule magiche nel Medioevo e le donne curiose

La voce, uno strumento potente

Le donne curiose hanno anche voce ed è questo lo strumento più potente a loro disposizione, anche più delle mani: con queste infatti si possono tagliare e cogliere le erbe medicamentose solo dopo che con la voce si è pronunciato il cantus necessario per in – cantare dove “in” è una particella che esprime “volontà” e “intensità” e “cantare”, derivante da “canere”, cantare, indica l’esprimere un’intenzione, un vaticinio, una magia.
“Formule magiche”, sussurri, litanie, invocazioni accompagnano movimenti e gesti antichi e per ‘funzionare’ devono ripetersi inalterati di nonna in madre in figlia, tutte anelli di una eterna catena.
La voce quindi è il medium attraverso il quale il potere dell’asserzione travalica le frontiere del mondo fantastico per invadere quello sensibile, modificando la realtà.

Nel Medioevo, è credenza comune che con le giuste formule magiche le erbe attivano il loro potenziale curativo e possono intervenire nei processi di guarigione delle malattie attraverso filtri, unguenti, sciroppi..
Il potere dunque è nella parola, il mezzo magico più antico di tutti perché connesso con la credenza che nel verbo risieda un potere misterioso e tremendo capace, per bocca dell’incantatrice, di modificare e plasmare la natura inesorabile delle cose.

Nel Medioevo la legge punisce chi utilizza “formule magiche” o ingiurie

Le parole hanno una forza che deve essere rispettata e temuta, per questo non vanno usate a sproposito. Non meravigli che leggi e norme sanzionavano il loro uso improprio come anche il cap. XXIV del III libro degli Statuti dell’illustrissima città di Narni ricordano:

Nel Medioevo Narnese, chi pronuncia “formule magiche” o parole ingiuriose contro qualcuno doveva pagare una sanzione
“Inoltre stabiliamo che chiunque abbia proferito parole ingiuriose o una parola ingiuriosa a qualcuno, se abbia detto a qualcuno traditore, omicida, ladro, falso, cornuto o parole equivalenti, incorra nella pena di 10 libbre cortonesi per ogni volta, per altre parole ingiuriose sia pena, per ogni volta 40 soldi cortonesi, e per parole
ingiuriose non si applichi la norma della duplicazione delle pene, se le predette parole ingiuriose non siano state rivolte a un cavaliere giudice oppure ad un medico.”

‘ciò che è stato detto’

Lo statuto non cerca solo di favorire la buona educazione quanto cercare di evitare ciò che potrebbe essere nefasto: è nella natura umana creare corrispondenze tra parole e azioni, tra miti e riti.
Fatum significa ‘destino’ e deriva dal verbo latino fari ( dire, parlare), letteralmente si traduce con ‘ciò che è stato detto’, dunque decretato/stabilito. Fas è la cosa lecita perché è stata sancita da una norma già detta.

Attenti a quel che dite…potrebbe succedere davvero!

Eleonora Mancini

Leggi anche: “Il veleno nel Medioevo e le donne curiose”
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Il veleno nel Medioevo e le donne curiose

Il veleno nel Medioevo e le donne curiose

Qual’era la pena nel medioevo per chi utilizzava il veleno?

Lib.III Cap.XXII
Pena per chi mette il veleno nel cibo e nelle bevande ( nel Medioevo )
(De poena dantis venenum in cibo, vel potu)

“Inoltre stabiliamo che, chiunque nel cibo o nella bevanda, o, in  altro modo, abbia dato il veleno o qualcosa di letale a qualcuno, paghi come condanna 500 libbre cortonesi, e se quello, a cui sia stato dato il veleno, fosse morto per esso, chi lo ha dato sia bruciato con il fuoco, di modo che muoia.
E così diciamo di colui, che abbia fatto dare, e quello che abbia preparato tale veleno, e lo abbia dato consapevolmente, paghi altrettanto, vale a dire 500 libbre, e se quello, a cui sia stato dato il veleno fosse morto, il tale, che lo ha preparato, sia bruciato.”

Dalla cura alla curisità

Il terzo libro degli Statuti narnesi è dedicato ai malefici e ai crimini. Temi scabrosi e scottanti allo stesso tempo. Temi a cui volge facilmente la curiosità.
L’aspetto più inaspettato della parola “curiosità” è il fatto che essa derivi dal latino cura, nel senso di premura, attenzione. Sarebbe quindi “curioso” colui che si cura di qualcosa o qualcuno; noi diamo questo significato a chi vuol sapere, indagare, conoscere. La curiosità, si dice, essere la madre della ricerca ma la ricerca ha bisogno di pratica e applicazione.

Malefici sì, ma scienziati. O, più spesso, scienziate.

E’ forse un preambolo lungo ma è il volo mentale che credo necessario per giungere col pensiero a chi quei veleni letali li preparava davvero, a chi sapeva scegliere, triturare, mischiare, estrarre olii esseziali dalle giuste piante per dare la morte. Malefici sì, ma scienziati. O, più spesso, scienziate.

Erano quasi sempre donne le detentrici di questi saperi pratici ed erboristici, formati dall’alba dei tempi sul campo, nel vero senso del termine, o nei boschi dove abbondano le herbae che rappresentano la base della farmacopea domestica: artemisia, ruta, mirto, menta, verbena, caprifoglio, betonica, malva e salvia. Tutte erbe “buone” e, non stupirà, sono ancora alla base di tanti rimedi detti “della nonna”. Ma la Natura è Madre e Matrigna; dà (per mantenere la salute) e prende (la vita) con le piante dette psicotrope che a volte possono essere letali, come i narcotici e gli allucinogeni che servono per confezionare gli unguenti per il famoso “volo della strega”: belladonna, mandragora, stremonio, canapa, papavero, oppio, giusquiamo, cicuta e aconito.

Non basta però saper scegliere l’erba giusta, bisogna raccoglierla nel momento più propizio che è sempre regolato dalla posizione degli astri che donano, solo in alcuni momenti dell’anno, una speciale e potente carica medicinale agli elementi terrestri, piante o pietre che siano. E ’sempre quando si aprono le porte solstiziali di San Giovanni che il momento “balsamico” giunge e l’esperta Erbaria, colei che raccoglie le erbe, avrà le piante magiche migliori per confezionare i medicamenti: iperico, verbena, artemisia, rosmarino, lavanda ruta, aglio, prezzemolo; tutti finiranno in unguenti, balsami, impiastri o preparati per futuri infusi, decotti e sciroppi con aggiunta di olio, meglio se benedetto. Ad un sapere sacro antico se ne unisce uno nuovo e tutto serve per produrre rimedi dal potere lenitivo, antinfiammatorio, emolliente, per curare le piaghe, le punture di insetti, ferite da morso o da taglio.

Il valore degli u-mani che raccolgono e trasformano

Le erbe sono nelle case come nei monasteri e nei conventi e le stesse mani che le raccolgono e trasformano in medicamento sono le stesse che cucinano, spesso con le stesse erbe ed il cibo giusto, si sa, è la prima medicina per il corpo. 

Le mani delle donne sono mani magiche, grandi sapienze maneggiano e quasi sempre chi sa guarire sa, o capita, che possa provocare anche il suo contrario e a quel punto si è considerate streghe, E per loro c’è il fuoco. 

Lo statuto non dice la parola terribile ma la lascia intendere.

Una donna che sa è una donna curiosa, una donna curiosa è una donna che cura.

Eleonora Mancini

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Narni 1311, l’Offerta dei Ceri

Narni 1311, l’Offerta dei Ceri 

1879, Memoria della Vigilia

La sera del 2 maggio, Vigilia della Festa di san Giovenale, ‘nell’ora della completa gl’illustrissimi Priori seguiti dal Medico, dal Direttore delle scuole e dai Castaldi in costume movendo dal Palazzo Municipale si recavano in Cattedrale, ed adorata la tomba del Santo, presentavano un’offerta di Ceri e due Palli di seta’. Così annotava nel 1879 Giacinto Nicolai in “Vita e miracoli di s. Giovenale africano”, certificando un antichissimo rito narnese, per la cui origine è necessario entrare nei primi decenni del XIII secolo.

1283, Tra Umbria e Sabina

In quel tempo la consegna di un cero per il Patrono da parte dei castelli soggetti era una prassi comune, e per Narni alcuni autori indicano l’anno 1227 come data iniziale, partendo da una Lettera di papa Gregorio IX indirizzata al Capitolo della Cattedrale. Un documento che in realtà conferma i beni già elencati nel 1139 e nel 1224, e che tuttavia non tratta della consegna dei ceri, pratica comunque attestata nel territorio, e ne è esempio Amelia che nel 1208 ne recava uno a Todi per la festa di san Fortunato (G. Ceci “Todi nel Medioevo”, 1897). 

Di quella usanza si hanno pure riscontri con la Sabina nel 1283, anno in cui Configni e Tarano si obbligavano a portare ceri per san Giovenale, mentre Monte Calvo, oggi località di Cottanello, nel 1299 si impegnava a versare a Narni un cero di tre libbre in denari lucchesi. Ed erano offerte che rispondevano a protocolli individuali, ma forse era giunto il momento di mettere a sistema quella sorta di imposta, e di uniformare le modalità delle consegne. 

1311, L’Offerta dei Ceri

Di fatto, qualche anno dopo, ed esattamente l’8 agosto 1311, il Capitano del popolo Burdonus de Sinerilglo convocò nella chiesa di sant’Agostino un’Assemblea generale per regolamentare l’Offerta dei ceri per la Festa di san Giovenale. Il Console anziano Giovenale Malatesta fu coordinatore della proposta, approvata con 112 voti e quattro contrari, per cui subito si istituì una commissione formata dallo stesso Capitano, dai Consoli e dal Podestà (Archivio capitolare). 

L’intervento fu trascritto dal cancelliere Petrus Andree Jacobi, certamente lo stesso  ‘Petri Andreae de Narnia olim Notarij’ che compare al capitolo 242 del Libro Primo degli Statuti, trascritti nel 1371 (Statuta, 1716). Disposizioni che raccontano la vita della città, soffermandosi anche sulla normativa dei ceri.

1371, Dagli Statuti

Disciplina di cui si può cogliere il senso ai capitoli 210 (De cereis..) e 220 del Libro Primo, che rivelano le terre sottoposte alla giurisdizione di Narni. Un elenco che si completa nelle figure degli Ufficiali comunali e degli Anteposti di quelle Arti che già il primo aprile erano invitate a fabbricare il cero (Primo, cp. 188), che doveva essere di cera bianca, con stoppino di cotone, senza scarto della lavorazione dell’olio, come si ricava dal capitolo 124 del Libro Terzo, che considera la maniera di trattare la cera: ‘de modo laborandi ceram in Civitate Narnia’.

1599, I Ceri perduti e l’Indulto ritrovato

Il rituale dei ceri, nel quale si inserisce il donativo di pesci di Moggio nel Reatino, documentato nel 1227, si è modellato negli anni omettendo alcune realtà, tra le quali  i monasteri di santa Croce, di santa Margherita e di san Luca, nell’abitato di Narni, 

ed il convento di san Giovanni di Lugnola, nell’area di Configni, che recavano ceri ‘in festo s. Juvenalis’ (Bocciarelli).

Quindi ceri dimenticati, al pari dei ‘Palli di seta’ presentati alla Vigilia e nella Festa, ricordati dal Nicolai, che al 3 maggio elencava anche la grazia per un condannato a morte dal Governatore, un Privilegio conferito dai pontefici, e in ultimo da Clemente VIII nel 1599. E probabilmente quella Concessione era sostenuta dalla Compagnia della Misericordia, insediata nella chiesa di san Giovanni, come sembra suggerire un passo delle Riformanze del 17 aprile 1591. 

Oggi la liberazione di un prigioniero è una parte della liturgia dei ceri, proposta dal vescovo Vincenzo Paglia -in diocesi dal 2000 al 2012-, che ha reinterpretato l’antico Indulto come riscatto ‘di uno dei condannati a morte che giacciono in tante prigioni del mondo’ (Omelia, 3 maggio 2002). 

La sera del 2 maggio l’Offerta dei Ceri rivive ogni anno

La cera, indicata nel peso secondo la consistenza finanziaria dell’offerente, nuova e bianca per stato e qualità, era elemento indispensabile nell’esercizio del culto. Aver trasformato quel tributo nella solennità di un rito è merito dell’Assemblea del 1311, mentre si deve alle pergamene del Capitolo dei canonici e dell’Archivio comunale averne mantenuto la memoria, che poi è un tratto della storia del Territorio, -quindi della città e delle frazioni che lo compongono-, rivissuto nel segno del Santo che lo identifica.
Per cui ieri come oggi la sera del 2 maggio,
‘nell’ora della completa gl’illustrissimi Priori…,’.

 

Claudio Magnosi

 LEGGI ALTRI “Racconti delle Pergamene”

 

  1. Diamanti- C. Mariani, Il Fondo diplomatico dell’Archivio storico comunale di Narni, 1986 -“Le pergamene dell’archivio del Capitolo della cattedrale di Narni (1047-1941) Regesti”, per C. Perissinotto, E. David, C. Carmi, V. Coronelli, e per la Sovrintendenza archivista e bibliografica dell’Umbria e delle Marche, Perugia 2017 -C. S. Bocciarelli “Cathedralis narniensis Ecclesiae”, 1720.

I canonici di Vienne

 

I CANONICI DI VIENNE
e il fuoco sacro a Narni

Il Fuoco e il Tau

Nel Tesoro della Cattedrale di Narni si conserva un busto d’argento di Sant’Antonio abate, ricollegabile alla omonima e perduta chiesa che sorgeva sulla piazza del Lago, oggi Garibaldi.

Un reliquiario del XVII secolo, esposto nel 1974 nella “Mostra di Arredi sacri delle Diocesi di Terni Narni Amelia”, curata da Mario D’Onofrio, sul quale compaiono la Fiamma e il Tau, ossia il ‘Fuoco Sacro’ e la lettera che identifica la Croce. Simboli che suggeriscono la consistenza dell’Ordine ospitaliero di sant’Antonio abate, detto di Vienne, e talvolta di Vienda, dalla città francese in cui era stato fondato nel 1070. Una ‘Religione’ riformata dopo oltre due secoli da papa Bonifacio VIII, e affidata a Canonici che seguivano la regola di sant’Agostino, e che si distinguevano per il Tau cucito sulle vesti.

 

I porci di sant’Antonio

Gli Antoniani di Vienne, che in seguito aprirono diversi ospizi in località di grande transito, come la piemontese Ranverso, furono anche definiti ‘Cavalieri del Fuoco Sacro’, in quanto esperti nel curare la malattia detta ‘Fuoco di sant’Antonio’, per cui avevano facoltà di accudire alcuni maiali tra le mura urbane, al fine di utilizzarne il lardo come medicamento. Ed è noto che tra le mura di Narni non potevano aggirarsi i maiali, ‘eccetto sei porci di Sant’Antonio’, ossia ‘Exceptis Porcis de Sancto Antonio in quantitatem VI’, come si legge negli Statuti del 1371, al 150 del Libro Terzo.

Tuttavia quegli animali dovevano essere muniti di un anello di ferro alle narici, per non devastare il manto stradale con il muso, e della regola ne rispondevano i custodi, passibili di una multa di venti soldi cortonesi.

 

La Precettoria

A dare evidenza ai ‘porci di sant’Antonio’, e ad avvalorare l’esistenza di un Ospedale, Precettoria o Casa, che di quell’uso poteva trarne un vantaggio, si cita una pergamena del 17 novembre 1399, in cui si porta come confine l’Ospedale di sant’Antonio, ossia un suo tenimento in località Alvanecte (Doc. 147 Arch. Capitolare di Narni).

Si ha quindi certezza che sul finire del Trecento a Narni esisteva una Casa ospitaliera antoniana, o Precettoria, retta dai Canonici di Vienne; e si aggiunge che la medesima era soggetta alla Precettoria generale di Firenze, come si ricava da una Lettera del 17 maggio 1412 dell’antipapa Giovanni XXIII, che intendeva appianare alcune questioni verificate in quegli anni di Scisma (Arch. Firenze).

La Casa di Narni, che si configurava nel complesso della chiesa del Lago, dipendeva pertanto da una Precettoria di maggior rilevanza, e a sua volta poteva essere a capo di altri ospizi esistenti nel circondario, come solitamente avveniva in quel sistema.

 

La Confraternita di Sant’Antonio

La Sede toscana diminuì di importanza verso i primi decenni del Cinquecento, e con essa si spegnevano le Precettorie collegate, e quella di Narni, tra le prime nell’elenco del ricordato Giovanni XXIII, era di certo tra le più importanti. E forse fu la sola a proseguire un percorso ricomponendosi in Confraternita, e tanto si desume dal manoscritto Brusoni (II, 1095. Bibl. Narni), che indica l’origine dell’Associazione al 15 aprile 1519, come da convalida, -confirmet et approbet-, di papa Leone X: quel Giovanni dei Medici che nel 1491 era Commendatario della Precettoria antoniana di Firenze (Manni), e poteva ben conoscere la realtà di Narni.

Dove, dalla Casa alla Confraternita si registrava una continuità di luogo e di beni, tra i quali la statua lignea dell’Abate, del 1475, e la tavola di san Giovenale, entrambi del senese Lorenzo di Pietro detto Vecchietta.

Non tutte le Precettorie scomparvero in quel periodo, e molte continuarono solo nella gestione dei patrimoni accumulati con offerte e lasciti. Mentre sulla loro decadenza poté incidere il peso di altri ospizi, come a Narni, dove predominava l”Hospitalis S. Iacobi’ (Statuti, I, 61 e vari), al quale era seguito l’Ospedale della Santissima Trinità, “deputato a curar infermi, ricever peregrini, viandanti, et a certo tempo si trova anco haver allevato li infanti esposti, et maritate alcune zitelle”, come riferiva nell’anno 1571 Pietro Lunel, vescovo di Gaeta e visitatore apostolico (Arch. Dioc.).

 

Segni di Devozione

Comunque sia stato, le rimanenti Case antoniane si protrassero fino al 16 dicembre 1775, quando papa Pio VI abolì l’Ordine, confluito con religiosi e proprietà in quello di Malta.

E della vasta rete di accoglienza che aveva attraversato l’Europa, insistendo anche su Narni, restava appena una memoria nel culto per il “Vertudioso Confessore Santo Antonio de Vienda” (Lauda di Assisi, sec. XIV, in AA-vv.), che essendo anche protettore di animali da tiro, da soma e da trasporto, coinvolgeva diversi strati sociali, dai bifolchi ai mercanti e naturalmente ai cavalieri, per i quali quei quadrupedi erano mezzi indispensabili per il lavoro e per gli spostamenti.

Tra i cavalieri, il Gattamelata, vissuto negli anni in cui operava la Precettoria narnese, si dichiarava devoto del “beatissimo sancto Antonio de Vienda” (Testamento, 1441). Una venerazione espressa anche dai pellegrini che andavano a Vienne, e tra loro Luca Panacta di Nepi, che il 7 aprile 1463, a scrittura del notaio Antonio Lotieri, procedeva “a lo viagio de sancto Antonio de Vienda, lo quale ad esso et ad noi faccia bona gratia et ad omne fedele christiano” (G. Levi, in A.S.R.S.P., VI, 1883).

 

Caffè e Spezieria

Sant’Antonio abate, o di Vienne, era celebrato il 17 gennaio, giorno in cui a Narni si procedeva alla benedizione degli animali, e dalla chiesa si snodava “il solenne e così detto strascino de’ travi”, rituale, forse associato al fuoco, del quale parlava Giovanni Eroli in una Lettera datata 1851 (L’Album, XXIII, 1857).

Inoltre, quasi a rapportarsi alle attività legate un tempo ai ‘porci di sant’Antonio’, si macellavano i maiali, la cui carne era “mangiata dai ‘festaroli’, dai canonici, dai ‘fratelloni’, dai padroni e anche da altri per divozione”, come annotava Gelindo Ceroni in “Castelli umbro sabini”, editi nel 1930.

Alla metà dell’Ottocento, quando Eroli scriveva sulla festa, i locali della chiesa erano già stati reinventati in un Caffè e in una Spezieria, o farmacia. Una trasformazione che attestava il declino della Fraternita, e concludeva l’avventura antoniana di Narni, della quale restano tracce nei documenti e quelle testimonianze d’Arte che oggi si trovano in Cattedrale, e che in origine erano nella chiesa del Lago, dove tutto è iniziato.

 

Claudio Magnosi

Leggi anche l’articolo su Capitolo della Cattedrale

Altre note:

-L.Torelli, Secoli agostiniani, 1678. -Doc. 147 in Le pergamene dell’archivio del Capitolo della Cattedrale di Narni (1047-1941) Regesti. C. Perissinotto, E .David, C. Carmi, V. Coronelli, -Sovrintendenza archivistica per l’Umbria, Perugia 2017.

-Arch. Dipl. di Firenze, Inv. 1913,79- I. Ruffino, Storia ospedaliera antoniana, Effatà 2006. -D. M. Manni, Delle Osservazioni, 1749 – G. Richa, Notizie istoriche delle chiese fiorentine, 1756.

 

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