Il Falconiere: una delle figure più affascinanti del medioevo.
Spesso raffigurata in affreschi e miniature, la scena della caccia col falcone ha da sempre catturato la nostra attenzione, anche perché accostata a personaggi nobili ed alle loro occupazioni, divertimenti ed esercizi militari. Il falco ben ammaestrato risulta ad esempio tra i premi accordati ai valorosi vincitori di tornei cavallereschi. Nella caccia poi la nobiltà medievale impiegava notevoli mezzi, comprese diverse specie di rapaci, in grado di volare a varie altezze e di operare in combinazione con i cani. Molti nobili si fanno rappresentare nell’atto di andare a caccia con il falcone in pugno, nei loro sigilli. Figure di alta nobiltà erano ritratte con in mano dei falchi, come segno del loro status, ed in effetti sia il tempo che la ricchezza necessaria per addestrare e mantenere questi uccelli e le attività a loro connesse, erano notevoli. A questa particolare forma di caccia poi avevano accesso anche le nobildonne. Infatti esistono diverse rappresentazioni che mostrano una dama, chiaramente in costumi signorili, sia a cavallo che a piedi, con un rapace al pugno, spesso indossando un guanto che serviva a proteggere la sua mano dagli artigli affilati del suo volatile. Nel Libro di St Albans, celebre volume stampato a fine ‘400, che tratta diffusamente di falconeria, in un elenco che associa i rapaci ai vari titoli nobiliari e particolari classi sociali, alla nobile dama è attribuito lo Smeriglio ( falco colombarius ), un falco di piccole dimensioni, molto abile nella caccia al volo in grandi spazi aperti.
Anche a Narni abbiamo una bella testimonianza in proposito; si tratta di una dama a cavallo raffigurata in un bassorilievo, datato al XIII secolo, inserito nella facciata del palazzo comunale, in un raffinato portale, che alcune ipotesi fanno risalire alla decorazione appartenente ad una soppressa cappella di San Salvato. Questa ed altre raffigurazioni, tra le quali dei cavalieri giostranti, fanno bella mostra di sé affacciandosi sulla piazza Dei Priori, luogo centrale del centro storico narnese e teatro di quella giostra all’anello che si teneva in onore del santo patrono Giovenale fin dal medioevo e che viene ogni anno rievocata proprio il pomeriggio del 3 maggio, giorno a lui dedicato. Durante l’odierna manifestazione Corsa all’Anello, diverse volte sono stati ospitati dei falconieri ed uno di questi, tra i più noti ed esperti, Fabrizio Piazza di Falconeria Maestra, è rimasto molto colpito dal bassorilievo citato e in occasione della sua ultima recente venuta a Narni, l’ha utilizzato come sfondo privilegiato ad una serie di considerazioni divulgative sull’arte della falconeria nel medioevo. Proprio riferendosi a questo bassorilievo, vicino al quale un altro raffigura i personaggi biblici Giuditta ed Oloferne, ha avanzato l’ipotesi suggestiva che lo scalpellino medievale avesse inteso rappresentare proprio la giovane ricca vedova ed il generale Assiro in una tipica scena di nobile caccia con il falcone, prima del banchetto in cui lo avrebbe eroicamente assassinato per salvare il suo popolo. Comunque poi immagini scolpite nella pietra, di dame con il falco, sempre in Umbria, si trovano per esempio anche a Perugia, sia in una formella della duecentesca Fontana Maggiore, ed in particolare quella che rappresenta il mese di maggio, sia nel portale del maestoso Palazzo dei Priori del capoluogo regionale. E allora, proprio ammirando in particolare tali antichi manufatti nei luoghi più rappresentativi dei nostri centri storici, come non pensare anche a rimandi con i romanzi cortesi. In particolare quell’Eric et Enide di Chrétien de Troyes, dove il nostro eroe si cimenta in una competizione in onore della sua bellissima futura amata, avente come posta in palio un magnifico sparviero. In ogni caso, al di là di quale sia stata l’ispirazione per la dama narnese, tanti sono i riferimenti letterari medievali, legati all’utilizzo di questi meravigliosi animali, tra i quali il Boccaccio in due famose novelle del Decamerone. Parliamo di Chichibio e la gru, nel quale il notabile cittadino che aveva dato la gru da cucinare al suo opportunista e beffardo cuoco, se l’era procurata cacciando con il falcone; e nell’altra dedicata a tal Federico degli Alberighinella quale il personaggio di nascita nobiliare, in modo quasi drammatico rinuncia al suo amato falcone per adattarsi saggiamente a valori più compatibili con la sua vita, ottenendo finalmente considerazione dalla sua amata.
Ma come è ben noto a tutti, il più importante trattato sull’arte della falconeria è il De arte venandi cum avibus, redatto da quell’immenso ed eclettico sovrano, che è stato Federico II. Il codice vaticano Palatino Latino 1071 contiene la copia più antica ed autorevole del trattato sulla caccia al volo, che Federico scrisse forse dopo il rientro dalla crociata e realizzato su commissione del figlio Manfredi, che ne aggiunse diverse integrazioni. Nel manoscritto possiamo ammirare un eccezionale corredo decorativo sui margini delle colonne del testo, con centinaia di miniature, raffiguranti principalmente uccelli. Un trattato così accurato era sicuramente frutto di anni di osservazioni dal vero nella natura, dal confronto con esperti cacciatori e consultazione di altri testi già conosciuti, entrambi presenti sia tra gli arabi che tra i normanni, parte rilevante dei suoi riferimenti culturali nei territori del suo Regno di Sicilia. Vi troviamo una dettagliata classificazione ornitologica e quindi tante specie di uccelli acquatici, terrestri e le loro peculiarità morfologiche e di comportamento. Poi si tratta dell’allevamento dei rapaci e del loro addestramento. E ancora luoghi e tecniche di caccia, gli animali più adatti a cacciare dall’alto, in picchiata in grandi spazi o quelli più in basso e addirittura nella boscaglia. I tipi di terreni, così come il clima ed i venti favorevoli. Intere parti dedicate alle varie specie di rapaci utilizzati, come girfalchi, sacri, astori, pellegrini e ancora cavalli, cani e un’autentica raccolta di vari accessori ed abiti dell’epoca. Guanti, polsiere in cuoio, borse, campanelli e sonagli legati ai tarsi dei falchi, cappucci, alcuni dei quali usati ancora oggi. Federico, circa 800 anni fa, descrive la perfezione estetica del volo di questi splendidi animali, in un vero e proprio testo di etologia ante litteram…e noi li guardiamo con ammirazione quando abbiamo la fortuna di avvistarli volteggiare sopra di noi.
un’antica tradizione cavalleresca che si svolgeva durante le festività in molte città italiane, tra cui Narni, Viterbo, Tarquinia e Tuscania. L’articolo esplora la natura sacra della corsa, le regole e le norme che la governano, l’abilità e la destrezza richieste ai cavalieri, e la sua graduale reintroduzione nel corso dei secoli.
Correre all’Anello
secondo gli antichi codici cavallereschi consiste nel sospendere un anello lungo la pista, <<e nel procurare correndo a briglia sciolta di trasportarlo sull’estremità della lancia>> (Ferrario). Mostrando capacità e destrezza. E gareggiare stando a cavallo, in un percorso determinato e con norme stabilite, era una pratica che nel tardo Medioevo si riscontrava per solito durante il Carniprivio, ossia a Carnevale, in diverse località e anche nel Patrimonio di san Pietro, provincia della Chiesa tra Viterbese e Umbria in cui si collocava Narni. Ma a Viterbo, dove la Corsa si ha pel Carnevale, si ripeteva la gara nel giorno di san Lorenzo. E a Tuscania si correva a febbraio e nelle feste patronali del 9 agosto, con l’obbligo di usare un’asta regolamentare. Mentre a Tarquinia, città in cui la Corsa all’Anello nel VI secolo avanti Cristo era Rito sacro, presieduto da una sacerdotessa e accompagnato da un suonatore di tibia- si disputava la gara al 12 di luglio, festa di san Litardo, per cui il gioco era contenuto nell’evento religioso.
Come a Narni
dove, secondo gli Statuti comunali, che sono noti nella versione del 1371, la gara si svolgeva il 3 maggio a onore e reverenza del Gloriosissimo san Giovenale Martire, Patrono, Governatore e Difensore del Popolo e del Comune, ponendosi così in un contesto di carattere sacro. E sviluppandosi nel luogo deputato, che era la piazza Maggiore o dei Priori. E qui la Corsa diventava Rito, le cui regole estratte dagli Statuti narnesi furono riportate tre secoli dopo anche negli Acta sanctorum, repertorio delle Vite dei Santi e dei Rituali delle ricorrenze. A confermare il nesso con la gara equestre, che di fatto chiudeva la Liturgia iniziata il secondo giorno di maggio con l’Offerta dei Ceri in Cattedrale, codificata nel 1311, e proseguita con la solenne Messa celebrata nella mattina successiva.
Gli ‘Atti dei Santi’
iniziati da Jean Bolland, e detti dei Bollandisti, attestavano quindi la sacralità di un Rito che si concludeva con la Corsa all’Anello. Un autorevole riscontro che però fu dato alle stampe nel 1680, quando già da qualche anno le Giostre e Corse dei palii in giorni di Festa erano ritenute di disturbo per le funzioni religiose, come si ricava dal Sinodo diocesano del 1665, i cui decreti furono ripetuti nel Settecento. Per cui si attraversò un lungo periodo di fermo, fino a un graduale ritorno delle gare equestri, comunque declinate, delle quali si tracciano episodi come al 4 maggio 1845, Festa in cui tra gli altri divertimenti, e <<per rendere poi vieppiù lieto questo giorno si eseguì una corsa di cavalli>> (Diario). E Corse vi furono anche nel maggio tra 1856, tra tombola, illuminazione e fuochi pirotecnici, per onorare il Santo e a ricordo della Incoronazione della Madonna del Ponte, avvenuta circa un secolo prima (Il vero). Nello stesso secolo si allestirono altri interventi equestri, con anello o con palio: quest’ultimo si effettuava raramente, e con cavalli berberi, da Porta Ternana sino a piazza del Lago, oggi Garibaldi.
Così lentamente
si reintroducevano le gare dei cavalli, e particolarmente dell’Anello, che erano nelle carte e nella memoria collettiva, e la Celebrazione di maggio, che si avvertiva <<poco o nulla curata, per cui sempre riesce languida e meschina>> (Eroli), si riappropriava di un Rito che le apparteneva e che tornava per cura di quei canonici che promuovevano i festeggiamenti. Come avvenne in due proposte di Corsa all’Anello realizzate negli anni Quaranta del Novecento, dalle cui scintille nel 1969 si riaccendeva definitivamente il fuoco della Sfida, effettuata a onore e reverenza di San Giovenale. E questo accadeva proprio nell’anno in cui si commemorava l’apostolato del Santo, che fu vescovo di Narni dal 369 al 376. Una Corsa ritrovata, la cui data fu poi associata alla seconda domenica di maggio, quando la Festa infine si completa e il Campo esulta per l’Anello sospeso sulla pista, e per conquistarlo <<si fa mostra di non ordinaria destrezza>> (Ferrario).
Claudio Magnosi
esempio di giostra medievale
G. Ferrario, Storia ed analisi degli antichi romanzi di cavalleria, Milano 1828 – L. Dasti, Notizie storiche archeologiche di Tarquinia e Corneto, 1878 (Tomba Barone)-F. Orioli, Florilegio viterbese, 1855 -S. Campanari, Tuscania e i suoi monumenti 1856 –Acta Sanctorum maii, I, 1680 (‘Excerpta ex Statutis narniensibus’) -G. Eroli, L’Album 1857 e Miscellanea 1862 -G. Mansuelli in ‘Narni’, 1973 -Diario di Roma, n. 38. 1845 -Il vero amico, 1856.
Carnevale, tempo di maschere. Ma cosa si nasconde dietro questo rito antichissimo? Se è evidente che la maschera permette di assumere una personalità diversa, è anche vero che seppur inconsciamente, evoca un aspetto molto più profondo, legato al dualismo morte-Plutone.
Plutone, dio degli inferi, amava le maschere, il mistero e le illusioni della notte, così come amava la morte, ultima illusione dell’esistenza. L’atto di mascherarsi non è solo una semplice trasformazione esteriore, ma anche un’operazione misterica che affonda le sue radici nelle antiche cerimonie sacre riservate agli iniziati, a coloro che avevano la capacità e il permesso di scendere nel regno di Plutone, accedendo così al mistero della vita e della morte. Trasformando l’apparenza di chi la indossava, la maschera aveva la funzione mistica di far uscire l’uomo dal sé stesso esteriore per farlo entrare nel profondo di sé stesso.
Dai Saturnali romani alle molte feste medievali di tipo carnevalesco
Per l’uomo medievale, la festa era il luogo nel quale si saldavano e in qualche modo si pacificavano le due opposte concezioni del tempo: quella lineare della vita umana, che ha un inizio e una fine, e quella ciclica della natura che non nasce e non muore mai, perché rinasce sempre uguale a sé stessa. Questo doppio momento di tempo poteva essere annullato solo nella festa, tornando al caos primordiale nel quale le divisioni sociali non esistevano ancora. Ed è proprio questo il senso delle inversioni di ruolo che si producevano in alcune feste: dai Saturnali romani alle molte feste medievali di tipo carnevalesco (anche se nacquero prima del Carnevale strettamente inteso). Erano le feste dei folli, nelle quali una sola volta durante l’anno, le gerarchie sociali venivano completamente rovesciate: si eleggevano re e regine della festa, vescovi bambini o folli. Tutto questo lo raccontano le fonti ecclesiastiche, attraversi i tanti divieti che comparvero sin dall’inizio del Medioevo, nei quali si condannavano questi riti: “travestimenti di uomini in animali o in donne, balli, canti, sfrenatezze sessuali e alimentari e che si consumano anche nelle chiese” (Sermo Pseudo-August., Cesario di Arles). Va detto infatti che a queste feste non partecipava solo il popolo, ma anche una parte del clero perché, soprattutto nei primi tempi, la loro organizzazione nasceva proprio all’interno della Schola. Quanto al dispregio delle “sfrenatezze alimentari”, non a caso anche gli Statuti narnesi del 1371 vietarono di offrire merende o qualsiasi tipo di cibo cotto o crudo da 15 giorni prima della fine del carnevale (Statuti, Libro III, Capitolo LXXXVIII).
I divieti ecclesiastici
I divieti ecclesiastici, persistenti e reiterati quasi sempre con le stesse argomentazioni, testimoniano da un lato l’impotenza della Chiesa di fronte alle tradizioni radicate, ma anche una sorta di accettazione delle stesse: i riti infatti erano circoscritti ad un periodo di tempo determinato e in un certo senso agivano da “tranquillante sociale”. Una sola volta l’anno, anche le classi subalterne potevano sperimentare modalità di vita completamente diverse dalla dura realtà di tutti i giorni. I Mondi alla rovescia e i Paesi di cuccagna dell’immaginario medievale, contrapponevano la realtà terrena a quella infinita ed eterna del mondo ultraterreno, uno dei temi centrali del cattolicesimo.
Molte di queste feste erano prima di tutto cerimonie propiziatorie per la fecondità della terra e ancora oggi conservano una sacralità pagana che neppure la loro cristianizzazione è mai riuscita a cancellare. Anche nei riti carnevaleschi, così come in tutti i riti propiziatori, c’era una sospensione tra il mondo terreno e l’aldilà nel quale i vivi e i morti potevano finalmente incontrarsi e comunicare. Gli uomini volevano salvaguardare i semi che avevano piantato sottoterra e per farlo dovevano ingraziarsi le forze che comandavano nel sottosuolo: gli dei degli inferi e i morti. Rovesciando l’ordine quotidiano, coloro che abitavano nell’aldilà, potevano tornare sulla terra e prenderne il potere una volta l’anno. Per questo motivo le brigate degli Arlecchini (già nella seconda metà del 1200, in Francia, Hellerquin/Hellequin era divenuto un diavolo comico) e le schiere dei diavoli potevano percorrere le strade indisturbati. Se nella quotidianità erano raffigurazioni spaventose e veri e propri deterrenti contro il peccato, durante la festa i diavoli finivano per essere esorcizzati: si poteva ridere di loro rappresentandone il lato grottesco.
Il Re Carnevale
Durante i riti carnevaleschi, l’incoronazione di un re del Carnevale era una vera e propria parodia che rappresentava l’essenza della visione di un Mondo alla rovescia, perchéad essere incoronato era generalmente un uomo qualunque, non di rado “lo scemo del villaggio”, un re per burla da contrapporre a quello vero.
Alla base di questa elezione, alla successiva detronizzazione ed uccisione simbolica di re Carnevale (peraltro accompagnata dalla stesura di un testamento e da processioni e pianti), c’era il significato stesso del rito: rovesciare la realtà, seppellire l’anno vecchio per andare verso il rinnovamento. Caratteristico in questo senso era anche l’utilizzo di oggetti indossati alla rovescia, come ad esempio gonne al posto dei mantelli, vasi indossati come copricapi e semplici utensili domestici esibiti come armi. Secondo alcuni studiosi il personaggio simbolico di re Carnevale nacque storicamente nella liturgia cristiana in funzione antitetica alla Quaresima e fu concepito come personificazione del tempo, di una stagione. Il Carnevale era infatti una sorta di festa di Capodanno e in un’esistenza misurata solo dalla vita nei campi, celebrava la morte dell’anno vecchio (la fine dell’inverno) e l’inizio del nuovo: la primavera e la rinascita vegetale. La sua funzione era quella d’instaurare un rituale rapporto con il regno dei morti, come testimonia la tradizione del testamento, con il quale, in forma pubblica, si denunziavano le disgrazie e i mali che si erano consumati nell’anno appena concluso. Ma il clamore delle feste carnevalesche era cosciente dei propri limiti. Si rideva con quel tanto di amaro in bocca dovuto alla coscienza di sapere che di lì a poco sarebbe iniziato il periodo quaresimale.
L’eterno contrasto tra Carnevale e Quaresima
L’eterno contrasto tra Carnevale e Quaresima era ben rappresentato nelle feste medievali: in alcuni casi infatti, alla processione che accompagnava al “rogo” re Carnevale, presenziava una donna che interpretava appunto “madonna Quaresima”, moglie, antagonista ed alter ego femminile di Carnevale. Il suo pianto per la detronizzazione e la condanna a morte del marito, erano puramente simbolici: ogni anno Quaresima, succedendo per motivi temporali al periodo carnevalesco, usciva vincitrice dallo scontro. Con il suo avvento si ripristinava la normalità quotidiana, intrisa di fatica, dolore e ingiustizie sociali, ma anche di una potente religiosità che mal si accordava agli eccessi, al riso e alla festa.
Alcuni riti del carnevale si conservano ancora oggi; per citare due esempi: a Ronciglione si elegge ancora un re Carnevale, al quale vengono simbolicamente consegnate le chiavi della città e ad Ivrea si usa piantare in terra dei pali di legno detti “scarli”, che vengono poi bruciati la sera del martedì grasso a simboleggiare il momento in cui Carnevale cede il posto alla Quaresima.
Narni e la tradizione carnevalesca
Per quanto riguarda Narni, la tradizione carnevalesca è ormai completamente perduta: oggi il Carnevale è un momento di festa e di maschere riservato quasi esclusivamente ai bambini. Non sono certe le ragioni che hanno comportato la scomparsa del Carnevale nella nostra città, ma forse affondano le loro radici in un “Manuale per la diocesi e il clero narnese” conservato nel Palazzo Vescovile di Narni, che alcuni anni fa mi segnalò Claudio Magnosi, al quale vanno come sempre i miei ringraziamenti. Nel testo “Constitutiones et decreta diocesanae synodi ab illustrissimo et reverendissimo domino comite Raymundo Castello Dei. & Apostolicae sedis gratia episcopo Narniensi”, il vescovo Raimondo Castelli, sulla scia dei suoi predecessori, nel 1665 proibì di fatto i giochi popolari e i divertimenti (lotte, corse di cavalli, carnevale, teatro e balli), riconducendo la “festa” alla sola sfera religiosa. L’ordinanza fu accettata a Narni e in tutta la diocesi, con la sola eccezione di Otricoli che si ribellò rivolgendosi alla Camera apostolica.
Mariella Agri
BIBLIOGRAFIA
Allegri L., Teatro e spettacolo nel Medioevo, Laterza, 2011
Bachtin M., L’opera di Rabelais e la cultura popolare. Riso, carnevale e festa nella tradizione medievale e rinascimentale, Einaudi, 2001
Bartolucci R., Statuta illustrissimae Civitatis Narniae, Morphema, 2016
Toschi P., Le origini del teatro italiano, Boringhieri, 1976
Giostre Medievali e Rievocazioni Storiche d’Italia
Rievocazioni storiche e giostre medievali: caratteristiche della nostra identità
L’Italia è nota per le sue giostre medievali, nella bella stagione che sta volgendo al termine, in molte realtà cittadine, si è tornati a programmare e realizzare quelle rievocazioni storiche che sono tanto apprezzate e caratteristiche dell’identità europea.
Tra queste sicuramente sono molto suggestive le tante che culminano con giostre cavalleresche o comunque varie forme di esibizione di destrezza da parte di binomi formati da un cavallo ed un abile cavaliere.
L’origine militare delle giostre medievali
È noto come, aldilà dell’immaginario dei tornei in cui gareggiavano i nobili, molte di queste giostre medievali fossero nate in seno a quegli esercizi preparatori all’arte militare che nel medioevo coinvolgevano ed interessavano un certo numero di uomini di altri ceti, che anche in tal modo, testavano la loro capacità nel difendere la propria comunità.
Vediamone alcune in particolare, nelle quali possiamo rintracciare delle peculiari connessioni con l’arte bellica.
Due forme di giochi in cui mostrare abilità in sella ad un cavallo erano ad esempio la cosiddetta Quintana e le giostre all’anello.
La prima in genere si riferisce ad una gara in cui un cavaliere lanciato al galoppo cerca di colpire con una lancia una sorta di fantoccio, che in alcuni casi, come ad Arezzo, rappresentava un saraceno, mentre nelle corse all’anello, i cavalieri devono centrare, sempre con una lancia appuntita, una serie di anelli sfidandosi sia in precisione che in velocità.
Quintana e corsa all’anello, come si evince dagli antichi statuti conservati negli archivi di molti di quei floridi e liberi comuni del medioevo, spesso erano comunque entrambe presenti in una stessa realtà, una di seguito all’altra, in occasioni festive importanti e solennità religiose, come ad esempio in onore del santo patrono.
Le giostre medievali più famose d’Italia – differenze e analogie
Tale compresenza è ancora oggi testimoniata in alcune importanti rievocazioni storiche dell’Italia centrale come Foligno, dove si corre all’anello pur avendo il titolo di quintana.
In effetti però, a Foligno, gli anelli da infilare sono appesi sotto il braccio disteso di una statua che rappresenta il dio Marte.
Ad Ascoli Piceno invece, lo scopo è colpire in vari assalti il bersaglio posto sullo scudo tenuto dal braccio di un fantoccio rappresentante un “moro”. Così a Faenza dove si corre il palio del Niballo nel quale i contendenti si sfidano, partendo da direzioni opposte, a chi colpisce prima un bersaglio posizionato sulle braccia tese della consueta rappresentazione di un guerriero nemico. Simile anche la Giostra dell’Orso di Pistoia, in onore di San Jacopo, dove i fantini devono colpire un bersaglio che rappresenta lo stemma della città.
Anche nella Giostra cavalleresca di Sulmona, si affrontano due sfidanti per volta, l’un contro l’altro, ma in una corsa all’anello. O ancora nella Giostra di Valfabbrica, in Umbria, i cavalieri si sfidano in tornate sia di anello che di quintana.
A Narni, la rievocazione prende proprio il nome di Corsa all’Anello, indicandone chiaramente la tipologia di giostra, ed anche in questo caso si rivela particolarmente avvincente proprio perché si affrontano di volta in volta due cavalieri in una gara che è contemporaneamente influenzata sia dalla mira nell’infilzare l’anello con la lancia che dalla velocità che può far la differenza per la vittoria finale.
Le lance della Corsa all’Anello di Narni
Da notare che la misura delle lance utilizzate nella più che cinquantennale riproposizione in chiave moderna della Corsa all’Anello di Narni, sia di circa tre metri di lunghezza. Questa misura risulta essere molto simile a quelle utilizzate dalla cavalleria del basso medioevo, come si può ricavare da fonti scritte ed iconografiche dell’Italia centro-settentrionale dalla metà del XIII secolo in avanti. Arrivavano infatti a tale lunghezza per competere con le micidiali lance lunghe che si stavano diffondendo tra le fanterie dell’epoca, che proprio per opporsi ai cavalieri, superavano anche i cinque metri.
Proprio a Narni, gli statuti medievali, ci raccontano che oltre alla corsa all’anello si svolgeva anche un palio, ossia una corsa di velocità su un percorso che dalla periferia portava verso il centro.
La differenza con i palii
Non meno diffusi infatti erano i palii, vere e proprie gare di velocità a cavallo, in alcuni casi anche asini e bufali, così denominate perché il premio per il cavaliere che vinceva, era un pregiato drappo di stoffa, il palio o pallio appunto. Erano anche eventi molto coinvolgenti per la popolazione e davvero molto comuni, ma comunque in corrispondenza di celebrazioni per il Santo patrono o altri momenti importanti delle rispettive comunità, come le fiere, le varie festività o particolari eventi eccezionali anche di natura politica. Talvolta si correva anche per motivi ludici e per celebrare vittorie in battaglia e in tal caso anche irridere l’avversario, magari correndo intorno alle mura di una città assediata.
Tra quelli che si disputano oggi, il più famoso è ovviamente il palio di Siena, conquistatosi un ruolo di riferimento del genere, per l’attaccamento ed investimenti in senso lato della sua comunità ed anche per la sua lunghissima continuità storica. Nel circuito dei giochi storici ce ne sono molte di queste corse, tra i quali il palio di Asti, di Ferrara, di Legnano e tanti altri disseminati in varie regioni d’Italia.
Gli statuti regolavano le giostre medievali
Sempre negli statuti narnesi (libro primo, capitoli IV e V) così come in altri comuni, troviamo diversi dettagli di come dovevano svolgersi queste gare, delle autorità istituzionali che sovrintendevano al loro svolgimento ed in particolare sia il vicario che il responsabile della milizia. Vi sono descritti il valore sia dei pali che degli anelli d’argento così come il fatto che dovessero essere esclusi cavalli usati per lavoro e quindi non adatti alle corse e diverse altre norme.
Terzieri, sestieri, contrade, rioni…tutti contro tutti!
Rilevante anche il fatto che in molte di queste esibizioni i partecipanti erano divisi per appartenenza a distinte parti delle città, denominate di volta in volta terzieri, sestieri, contrade, borghi, brigate, rioni; ciò ci riporta allo scontrarsi tra fazioni che era molto tipico sia dell’organizzazione militare che anche indicativo di uno spiccato spirito corporativo di quei tempi.
Questo suddividersi in schiere lo troviamo sia per queste corse e giostre medievali a cavallo che per altre forme di giochi più o meno legati ad esercizi militari, come le popolari “battagliole” e le più solenni “armeggerie” a cavallo; attività di natura molto diversa sia per le occasioni in cui si svolgevano che per la diversità di ceti sociali che ne prendevano parte, ma entrambe strettamente legate alle realtà urbane. Forme che via via si affievoliranno verso la fine del medioevo, perché spesso troppo cruente e per il cambiamento dell’arte bellica avviato con le compagnie di ventura.
Ora molte di queste giostre medievali giunte in vario modo quindi ai nostri giorni, magari in forma di commemorazione o di rievocazione storica, diventano occasione in cui riconoscere l’identità di un territorio, fare aggregazione e divertimento, producendo contemporaneamente cultura e turismo e di conseguenza economia e valorizzazione in senso lato.
Bibliografia:
Statuta Illustrissimae Civitatis Narniae
Duccio Balestracci , La Festa in armi
Aldo A. Settia, I mezzi della guerra
Bruno Marone, Esercizi ed abilità militari in La Corsa all’Anello di Narni
Quali cavalli venivano utilizzati nelle giostre medievali? Una “conversazione” difficoltosa
Questa “conversazione” porta con sé una difficoltà già evidente nel coniugare un’argomento così vasto, pur ponendosi limiti temporali e territoriali per individuare quali cavalli correvano le giostre Medievali in Italia.
Affrontando il tema per coordinate essenziali, andiamo a considerare soltanto quelle tipologie di cavalli, utilizzati in Italia nelle manifestazioni equestri come giostre medievali, tornei, quintane, gare all’anello, pali, inoltre termini ricorrenti saranno,” forse, si ipotizza, si crede,” perché non tutto è chiaro e condiviso.
Tra la documentazione studiata sui tornei in Italia, il professor Franco Cardini interviene nel merito lasciando la parola a Ludovico Antonio Muratori che dice: “ sappiamo da Ennodio (vescovo di Pavia +521 ) nel panegirico di Teodorico, ( + 451 ) che questo principe, affinchè i soldati e la gioventù non s’avvezzassero all’ozio, istituì finti combattimenti con i quali teneva in esercizio la loro bravura e si dava al popolo un gustoso spettacolo”.
Abbiamo già in queste poche righe, e in felice sintesi, la compresenza di tutti quegli elementi che andiamo cercando e che ci servono.
Lo stesso Muratori, però, ipotizza che il torneo fosse stato introdotto dai francesi dopo 1266, con la conquista dell’Italia meridionale da parte degli Angioini di Carlo d’Angio, nella battaglia di Benevento che li vide contrapposti agli svevi di Manfredi di Sicilia figlio di Federico II.
Ancora, in un intervento, il professor Duccio Balestracci ricorda che:
“le prime testimonianze italiane di tornei, risalgono a ben prima della spedizione angioina, infatti le cronache pisane della guerra delle Baleari, combattuta tra il 1113 e il 1115, ricordano Ugo Visconti, che morì in quella guerra, del quale si dice che primeggiava fra gli altri cavalieri della sua città in “hastarum ludibus e nei cursibus equorum. E possiamo fermarci a queste tre ipotesi, rimandando al ulteriori approfondimenti.
Ma chi erano i cavalieri? Chi si lanciava al galoppo sui cavalli nelle giostre Medievali?
Pur tenendo in grande considerazione il torneo “come simulazione della guerra” descritto efficacemente in “homo ludens” di Huizinga e altrettanto efficacemente troviamo rappresentato in Guglielmo il Maresciallo” di Georges Duby , si distinguono due manifestazioni che ci interessa raccontare; il palio e la giostra.
Questi giuochi richiedevano una buona forma fisica, un regolare allenamento e un’individuale abilità a maneggiare la lancia. Nelle società comunali la classe più impegnata nel partecipare ai giuochi era sicuramente la classe magnatizia, in genere con titoli nobiliari e ancora più chi in città deteneva una posizione influente.
Fra i tanti, come esempio, Giovanni di Bernardone di Assisi, meglio conosciuto come Francesco , e Durante Degli Alighieri meglio conosciuto come Dante. Giovani rampolli di famiglie arricchitesi spesso con il commercio. Questi due esempi famosi, sappiamo che furono investiti cavalieri tanto da partecipare in questo ruolo, alla guerra tra Assisi e Perugia nello scontro di (Collestrada fine 1100) e alla guerra tra Firenze ed Arezzo a ( Campaldino 1289).
Torneo e giostra rappresentano, dunque, la valvola di sfogo per una gioventù turbolenta, pericolosamente armata, vogliosa di mettere in mostra la propria grandezza familiare e che, quando non ha una guerra vera da combattere, deve pur dar prova della sola cosa che sa fare: menare le mani. Questi sono i protagonisti!
Dove si svolgono le giostre Medievali con i cavalli?
In tutta Italia. Nel nord, al centro caratterizzato dalla presenza di un forte ceto borghese nelle società comunali, e al sud normanno – svevo.
Come si svolgono le giostre Medievali con i cavalli?
Come abbiamo detto, l’abilità a combattere in sella ad un cavallo si acquisisce attraverso alcuni esercizi che possono essere considerati parenti stretti del torneo, si sviluppa allora quella forma di giuoco che consiste nel colpire con la lancia un manichino o nell’infilare la punta stessa della lancia entro un anello sospeso a mezz’aria. Si tratta come si vede, di un esercizio che deve sviluppare nel cavaliere la mira e la sua forza nell’infliggere il colpo di lancia all’avversario.
Le similitudini con il torneo-giostra sono ampie, nel caso della quintana oltre ad evitare di essere disarcionati dal contraccolpo del bersaglio, è importante colpirlo in certe parti, a ciascuno delle quali corrisponde un punteggio. Il giuoco dell’anello è soprattutto un esercizio di mira poiché l’anello da infilzare e da vincere è un cerchio d’argento sostenuto in aria da due corde, a loro volta attaccate ad una fune tesa tra due palazzi. Quintana ed anello si trovano non di rado collegati con il palio dei cavalli nelle giostre medievali di tutt’Italia.
Il palio si corre ovunque, nelle piccole come nelle grandi comunità, molte sono le occasioni per organizzare un palio, dalla festa patronale, al carnevale, alla festa di una corporazione. Il palio ha bisogno di uno spazio particolare dove potersi svolgere. Occorrono strade ampie e lunghe dove il pubblico possa assistervi in sicurezza. A Genova si corre lungo il mare, a Roma si sceglie quella strada che ancora oggi porta il nome di Corso. A Siena, infine, al palio alla “lunga” si affiancherà un altro palio che ha come protagonisti i cavalli delle contrade che si svolgerà nella piazza del Campo.
Quali erano allora i cavalli che venivano utilizzati nelle manifestazioni descritte. Sappiamo o meglio non sappiamo come venivano classificati i cavalli, al quel tempo genericamente si dividevano in cavalli da guerra, destriero o corsiero, da sella palafreno, da tiro o da soma, ronzino. Presumiamo che per quintana e anello venissero utilizzati cavalli come il destriero o palafreno più maneggevoli ed addestrati. Possiamo anche azzardare che potessero misurare al garrese una misura tra i 150 – 160 cm.
Ma in ordine all’aspetto morfologico ed alla misura al garrese, confrontando le rappresentazioni artistiche di monumenti equestri, e le ipotesi poste, può sorgere il sospetto che qualcosa di non chiaro ci sia.
Quali sono all’ora i monumenti in questione ?
In ordine cronologico: 1350, Cangrande della Scala 1363 – 1350, Barnabò Visconti 1436 – 1363, Giovanni Acuto 1450 Erasmo da Narni – 1463, Il Gattamelata 1480 –1450, e Bartolomeo Colleoni.
Ora tralasciando Cangrande, che appare in fattezze realistiche e congrue, gli altri sembrano smentire le conclusioni morfologiche ipotizzate, a meno che non assumiamo come convincenti le osservazioni degli specialisti che affermano, nel caso del monumento equestre del Gattamelata, ma valide per tutti, che “ Donatello realizza un animale massiccio, molto potente, dove facendo un rapido confronto si vede chiaramente che le proporzioni del cavallo sono doppie rispetto a quelle del condottiero, lo scultore vuole mettere in risalto così, il valore del Gattamelata, il quale con le sue abilità riesce a domare anche cavalli selvaggi e giganteschi.” In sostanza il monumento, più che una rappresentazione realistica, sembra suggerire una rappresentazione politica.
I cavalli che corrono il palio sono invece cavalli selezionati, ricercati nei migliori allevamenti e pagati fior di quattrini. Già a partire dalla metà del Duecento a Padova, nel palio che si corre l’undici di luglio, possono partecipare solo cavalli che non abbiano valore inferiore a 50 lire o libbre e che sono stati stimati da un pubblico ufficiale o da un fiduciario del Podestà. Per il palio di Verona a sua volta, si richiedono esplicitamente cavalli che siano sani e che non abbiano riportato infortuni. Nella città di Narni il palio aveva inizio fuori dalle mura cittadine fino a raggiungere una colonna posta nella piazza principale dove era collocato. Potevano partecipare solo cavalli, erano esclusi giumente e ronzini. I cavalli che partecipano alla corsa, in genere, vengono esaminati in precedenza e, onde evitare brogli o sostituzioni durante lo svolgimento, vengono segnati. A Terni nel Quattrocento, le regole sono severe. Dopo che è stata bandita la corsa, chi vuole partecipare deve recare il proprio cavallo presso il palazzo dei Priori. Là il cancelliere registra l’animale mettendo per iscritto, in un documento, il mantello, segni particolari, il nome del padrone e il soprannome del fantino.
I cavalli migliori, del resto, non si limitano a gareggiare in una sola località ma, al contrario, vengono impegnati nei vari pali che si corrono nelle piazze più importanti. A Terni nel Quattrocento, concorrono cavalli che vengono da tutta l’Italia centrale (Perugia, Foligno, Urbino, Rieti, Roma, Narni, Città di Castello, Todi, Amelia ,ecc.). Frequentemente, i proprietari dei cavalli migliori sono gli aristocratici. Fra quelli che iscrivono i loro al palio di Terni, troviamo i Baglioni, Savelli, Trinci e Malatesta. Possedere cavalli, curarli e indirizzarli alle varie piazze nelle quali si disputa il palio è una occupazione che impegna seriamente e personalmente alcuni di questi personaggi. Lorenzo dei Medici ( 1449 -1492 ) è capace di andarlo a cercare fin dentro le stalle di Ferrante di Aragona (1458-1494 ) re di Napoli che, con i Gonzaga e i Malatesta, risultavano essere i migliori allevatori di cavalli da palio. Le scuderie medicee ospitavano cavalli famosi come: Sfacciatello, Gentile, Gazzellino, e soprattutto la famosa Lucciola, uno dei cavalli, un berbero, più veloci dell’epoca, la metà del Quattrocento. Il costo di uno di loro può attestarsi su cifre ragguardevoli: Lorenzo acquista, un leardo pomellato ( grigio ) di cinque anni per la cifra di 200 fiorini d’oro (700gr.circa).
Come si è visto non compare in nessun caso, salvo Lucciola cavalla berbera, indicazione di razza. Questo perché nei documenti si ha la descrizione del nome, del mantello, del proprietario, e a volte della provenienza. Possiamo dire però che le corse al palio avevano bisogno di cavalli veloci, forti, nevrili che primeggiassero ovunque. Il duca di Mantova nel Quattrocento possedeva 300 cavalli di cui 100 berberi o turchi. Il cavallo, generalmente chiamato arabo si diffonde in Italia, prima con i commerci di Venezia, poi con gli arabi in Spagna, con le crociate ed infine subentra con gli aragonesi .
In conclusione sui tipi di cavalli :
sappiamo che, storicamente, l’Italia è stata sempre un crocevia di culture, migrazioni, e scambi grazie alla sua posizione strategica al centro del mediterraneo. Allo stesso modo anche i cavalli hanno subito movimenti, scambi, incroci. Per ricostruire la storia delle razze italiane, in mancanza di documenti, l’uso delle loro caratteristiche morfologiche è insufficiente e oggi con l’utilizzo delle più moderne tecnologiche che si basano su l’analisi genomica è possibile conoscere la loro origine.
Grazie ad uno studio portato avanti da ricercatori italiani della università di Perugia, Pavia e Roma, analizzando circa 400 cavalli è emerso che, la differenza genetica tra le diverse razze è piuttosto bassa e che l’influenza dell’arabo sulle nostre linee materne sia del tutto marginale, confermando il fatto che è soprattutto con l’incrocio di stalloni arabi più che con l’uso di fattrici, che è stato introdotto in Italia sangue arabo.
Quindi nonostante che, da un punto di vista delle caratteristiche morfologiche le diverse razze italiane si differenzino fra loro anche considerevolmente, da un punto di vista genetico hanno molto in comune. Sono derivate dall’introduzione di cavalli nel nostro paese che provenivano dall’Asia e dall’Europa e, solo nel caso che questi cavalli si siano trovati a isolarsi dal resto della popolazione a causa di barriere geografiche, si è riusciti ad individuare anche una chiara separazione genetica.
Tra le razze esaminate la maggiore variabilità genetica è stata individuata nel Maremmano e nell’ Anglo Arabo Sardo mentre il valore più basso nel Monterufolino ( Toscana Pisa ).
Il vino non è solo una bevanda, più o meno pregiata, ma una ricca simbologia carica di significati.Dal sacrificio del sangue di Cristo, alla liberazione sfrenata delle libagioni di Bacco, alla verità di Dioniso (In vino veritas), alla forza e sapienza del mitraismo.
Il vino è compagno dell’uomo fin dalla sua creazione, in tutte le religioni, in particolare in quella Cristiana, dove è bevanda di vita dall’Antico Testamento, (e comunque già conosciuto sia in Egitto che in Israele) che diviene bevanda di salvezza, dopo l’ultima Cena di Cristo, comunque sempre simbolo di gioia, vita, festa, amore. Simbolo che non può non accompagnare S. Martino, in quella sorta di capodanno contadino (echi celtici del Samhain, cristianizzati dalla Chiesa, nei festeggiamenti del Santo) nel quale si celebrano tutte le simbologie di cui il Santo è carico.
S.Martino e l’oca
Martino, fra i santi più onorati del medioevo, fu vescovo di Tours nel IV secolo, è ad oggi celebrato sia dalla Chiesa Cattolica che dalla Ortodossa e Copta. Si ricorda essenzialmente per i miracoli che poi lo legarono ai fenomeni stagionali che ancora oggi lo contraddistinguono. L’aver donato, in pieno inverno metà del suo mantello ad un povero, originando la conversione, ha dato vita alla tiepida invernale “Estate di S. Martino”, premio divino per la rinuncia, l’esser scoperto dalla sua “fuga” dalla carica di Vescovo, alla quale non ambiva, dallo starnazzare delle oche, lo fa sempre accompagnare da un’oca, sia in iconografia, che sulle tavole dell’11 Novembre, giorno a lui dedicato, corrispondente ai suoi funerali a Tours. L’accostamento all’oca potrebbe altresì derivare anche dalle celebrazioni celtiche in cui venivano sacrificate le oche sacre simboli del Messaggero divino, per accompagnare le anime dei defunti nell’aldilà.
S. Martino, un pò “befana” un pò cornuto
Ma il Santo, quasi una “befana”, portava anche doni ai bambini, e nel suo giorno si festeggiavano anche le corna, tanto che il detto è ancora vivo anche dalle nostre zone, cioè che S. Martino è anche la “Festa dei Cornuti”. Ulteriore eco di festività pagane, durante le quali si consumavano i piaceri della carne finendo spesso in adulteri. Ma sopratutto, la festa dei cornuti deriva dalle corna animali, non solo per le fiere che si tenevano nel periodo ma per l’antica connotazione di potere che le circonda, simbolo di luce e di abbondanza. Il “corno dell’abbondanza” della tradizione greco-romana è simbolo di fertilità e felicità ed il primo frutto che esce dal corno è l’uva, della quale ancora oggi contare gli acini a capodanno, è sinonimo di abbondanza futura.
Festeggiare S. Martino a Narni
Fatto sta che anche a Narni la data dell’11 Novembre era assolutamente da festeggiare secondo Statuto, come retaggio della profondità del culto già presente da secoli nel territorio. Ben due chiese sono presenti a Narni e nel territorio limitrofo, agli inizi del millennio. Quella entro le mura, oggi distrutta, contigua a San Salvato, anch’essa perduta, e quella protoromanica a Taizzano, probabilmente possesso dell’Abbazia di Farfa, come la vicina abbazia di Sant’Angelo in Massa. Entrambe testimoniano le origine antiche e profonde di un culto verso un santo “francese”, primo non martirizzato, definito “europeo” da Sulplicio Severo, gallo-romano di Bordeaux, che ben ha saputo radicarsi infatti in tutta Europa grazie alla sua promozione del monachesimo e lotta agli antichi dei pagani, ponendosi come “antidoto all’arianesimo” franco, dopo il longobardo S. Severino (“Narni, da Odoacre agli Ottoni”, Guerriero Bolli).
Data la forza del culto, è del tutto naturale quindi la cristianizzazione dei miti e delle tradizioni pagane che da sempre accompagnavano i primi giorni di Novembre, dal capodanno celtico Samhain, alle tradizioni contadine legati ai riti di madre Terra, che divengono un tutt’uno con la figura di S. Martino. “Oche, castagne e vino”, citando solo uno solo dei numerosi proverbi che lo vedono protagonista, così come il vino e quanto lo circonda, è un protagonista degli Statuti, forse tra i frutti della terra il più citato, con una serie minuziosa di prescrizioni che ben dimostrano l’attenzione narnese ad esso dedicata.
Il vino e le sue zone di origine
Il vino si lega spesso alla sua zona di origine, in modo così inestricabile da conoscere a volte prima il vino della zona piuttosto che viceversa… Vini esteri famosi ancor oggi, medievali, sono lo Chablis, il Beaune, lo Chateauneuf du Pape, la Malvasia di Monemvasia e i vini Greci in generale, tanto che il nostro Grechetto, famoso quello di Todi, prende il nome proprio dal generico “Greco”. Ed ancora di maggior pregio il vino di La Rochelle, e su tutti il Bordeaux, che grazie ad Alienor d’Aquitaine diviene il vino più esportato d’Europa nel XII secolo. Ma anche in Italia i vini più conosciuti vengono dal Sud, (anche se debite eccezioni si trovano anche al nord con la Ribolla e il Terrano per esempio) e dalle zone centrali, per ovvi motivi climatologici. Così accanto ai moscati di Pantelleria e Lipari e al Primitivo di Manduria, sulle tavole dei Papi e dei potenti, spopolano i vini dell’Italia centrale, come l’Est, Est, Est, che proprio ad un Papa deve il nome e la fama, l’Orvieto, il Montepulciano, la Vernaccia, il Trebbiano, il Sangiovese e il suo parente prossimo… il Ciliegiolo, vitigno che a Narni prosperava e prospera essendo come il Sangiovese, da cui sembra derivasse, cultivar di provenienza ellenica.
La vigna infatti a Narni, quando erano presenti i grappoli, (da aprile al 15 ottobre) era protetta e tutelata, tanto che era prevista una pena per i cacciatori e non che vi portassero i cani, di 100 soldi cortonesi (Lib. III, Cap. XCIV). Grappoli non solo di ciliegiolo, o del suo antenato prossimo, ma anche di passerina, per il ricavo del “raime”, dell’uva passa cioè, che da essa prende direttamente il nome più comune. A Narni dire “passerina” equivaleva a dire “uva passa”. La città ne vantava una produzione talmente importante e di qualità,da essere considerata dal noto mercante di Prato, Francesco Datini, maggior centro di produzione italiano addirittura in concorrenza con la famosa uva di Corinto. (Al Racconto di Claudio Magnosi e Mariella Agri, il rimando per gli approfondimenti)
La gabella per il vino
Quindi è più che normale che a Narni e nel suo contado, si vendesse, rigidamente regolamentato, tutto quello che era prodotto dalla vigna, dall’uva passa appunto, al mosto, l’aceto, il vino, il chiaretto… Essendo una notevole fonte di reddito, innanzitutto, tutto era sottoposto a gabella. La gabella per l’uva passa era di 10 denari ogni centinaio (100 libbre) di grappoli (Lib. I, Cap. CLXXI) La gabella per il mosto al minuto era di 6 denari a salma (soma), mentre all’ingrosso diventava di 2 soldi cortonesi a libbra; per il chiaretto, o nettare cioè il novello quando è il suo tempo, (l’etimologia, potrebbe tuttavia anche suggerire un vino speziato preparato con vino bianco, tanto più che è associato alla parola “nettare” = idromele? O più semplicemente miele, ingrediente che compare comunque spesso nella composizione del vino speziato) di 12 denari a libbra per il venduto, pena 40 soldi cortonesi (Lib. II, Cap. LXXXIII)
La gabella per il vino,che poteva essere venduto o all’ingrosso, o al minuto o a salme, si basava sulla dichiarazione della quantità del vino da vendere, che doveva essere fatta sotto giuramento alla Camera del Comune e al Notaio, ogni volta che ci si accingeva a vendere, direttamente dal proprietario del vino se uomo, se donna invece dal taverniere che avrebbe poi venduto il vino. Il prezzo della gabella veniva deliberato e ordinato dal Consiglio del Popolo all’inizio di ogni mese, tanto che al momento della stesura di questo articolo del Libro I (CCLVIII), si pone il prezzo di vendita di 28 denari a boccale, mentre nel seguente articolo, nel Libro III (LXXX), aggiunto successivamente, sui dettagli delle vendite, il prezzo massimo a boccale diventa di 15 denari. La discrepanza è giustificata anche dal fatto che il valore delle monete nel frattempo è cambiato, parallelamente al diminuire del potere del comune narnese. “Nel corso del tempo la libbra (lira) si è assimilata al fiorino, battuto a grammi 3,5 circa. Un quarto di fiorino corrisponde all’incirca a cento soldi cortonesi che vanno declassati in denari dal valore ponderale di grammi 1,5. In effetti 150 – 160 grammi d’argento, che sarebbero i cento soldi cortonesi,valgono un più o meno un singolo singolo fiorino di Firenze.” (Studio di Bruno Marone)
La concessione a vendere, l’apodissa, (documento scritto che attesta un atto) rilasciata dal comune deve essere apposta, entro tre giorni, dopo il pagamento della gabella, direttamente sulle botti contenenti il vino da vendere da qualcuno nominato dai Priori dei Terzieri, con due bolle e marcata da due sigilli ordinati dai Sei Signori Eletti. Non era permesso ovviamente riutilizzare la stessa botte con apodissa e sigilli per vendere altro vino, ne tanto meno togliere l’apodissa dalla botte “concessa” per metterla su un’altra. Il controllo veniva effettuato due volte alla settimana dagli emissari del Vicario sulle dichiarazioni effettuate e una volta la settimana sulla fedeltà delle misure dichiarate.
Una solenne “frasca” di vino
Il taverniere, dopo aver ottenuto la dichiarazione in regola con tanto di sigilli, era innanzitutto obbligato ad esporre un’insegna o un ramo d’olivo, dove era la vendita del vino, che poteva anche essere una casa, che in dialetto è divenuto “frasca”, altrettanto sinonimo di solenne ubriacatura! Quindi, oltre a cessare la vendita dopo il terzo suono della campana, e chiudere la taverna al primo suono della campana di notte, aveva l’obbligo di non far portare armi all’interno della propria taverna. La milizia del Vicario, poteva irrompere in qualsiasi momento, insieme al Notaio, per controllare e punire gli eventuali trasgressori. Per la vendita diretta infine, il taverniere doveva tenere una serie di misure di bicchieri e boccali regolamentate ed approvate per le quali aveva anche limiti di prezzo. Non più di 15 denari a boccale. Il boccale era il petitto, poi veniva il mezzo petitto, la foglietta (un quarto di petitto) e la nummata, bicchiere corrispondente al valore di acquisto al compratore di un denaro, in proporzione forse un quarto di foglietta, che costituiva la misura base. In assenza di nummata, bastava avesse una “misura” corrispondente a quella dichiarata e sigillata.
Il boccale di Siena
A Siena la metadella, cioè il boccale, secondo gli statuti del XIV secolo, confortati dai ritrovamenti archeologici del Carmine di Siena, aveva la capacità di l 1,4 ca, (VIII Congresso Nazionale di Archeologia Medievale – Matera 2018) quindi considerando una capacità analoga per il petitto, la nummata, bicchiere da un denaro, conterrebbe 87,5 ml, praticamente all’incirca come un moderno bicchierino da liquore. Se si attesta per buona la ricerca pubblicata sul British Medical Journal, nella quale si dimostra che “Dal 1700 ad oggi, le dimensioni medie del bicchiere da rosso o da bianco sono cresciute di quasi 7 volte, passando dai 66 ml di capienza di un calice di 300 anni fa ai 449 ml di oggi. Un tipico bicchiere di vino settecentesco ne conteneva la metà rispetto al più piccolo calice disponibile (da 125 ml)”, la proporzione, scevra comunque di qualsiasi valore scientifico, potrebbe avere una qualche possibilità di verosimiglianza, in attesa di dati comprovati.
Similmente a quanto avviene ancor oggi, nelle nostre taverne, molti avventori amavano rientrare nelle proprie abitazioni con un souvenir della serata, vale a dire boccali e bicchieri, ma se colti in fragrante, dovevano pagare amaramente il loro furto, pena di 40 soldi cortonesi, così come chi li abbia deliberatamente rotti o sia andato via senza pagare… e qui le leggi erano a favore del taverniere, la cui parola veniva prima di quella degli avventori. (Lib. III, Cap. LXXX e LXXXI)
E a proposito di osti narnesi… la loro presenza su una importante via di transito come la Flaminia è certificata da tempo immemorabile, come attesta Sant’Ansovino, vescovo camerinese del IX secolo, che nella sua sosta a Narni si fermò in una locanda in cui incontrò un oste non particolarmente corretto nel proporre il vino, a riscontro delle “Effemeridi sacre di marzo” del 1690. (Contributo di Claudio Magnosi)
Non stupisca quindi che S. Martino sia, ancor oggi, il protettore di albergatori, bottai, cavalieri, mariti traditi, mendicanti, militari, osti, ubriachi e viaggiatori, e che nel suo giorno si assaggi il buon novello, accompagnato da fumanti castagne arrostite. E non può sfuggire che a Narni dagli anni Novanta si ripropone la Festa della castagna e del vino novello: a volte è bello poter dire che “certe cose non cambiano mai”. Questa è una di quelle volte…
Il palio l’altra corsa equestre del medioevo narnese
Gli eventi tradizionali in onore del santo patrono
I capitoli IV e V del primo libro degli Statuti narnesi indicano, rispettivamente, le modalità di effettuazione del Palioe della Corsa all’Anello, eventi che si tenevano tradizionalmente in onore del Santo Patrono Giovenale nel mese di Maggio.
Una riscrittura frutto delle Costituzioni Egidiane
E’ noto che la riscrittura degli Statuti Narnesi del 1371 è una conseguenza diretta del riordino legislativo che avvenne in tutto lo Stato Pontificio grazie alle cosiddette Costituzioni Egidiane, promulgate a Fano nel corso di un apposito parlamento, convocato il 29 aprile 1357, su ordine del cardinale Egidio Albornoz, legato e vicario generale dello Stato Pontificio, e su incarico del pontefice Innocenzo VI (1352-1362). QuesteConstitutiones (rimastein vigore dal 1357 fino al 1816) fornivano, di fatto, un nuovo assetto legislativo all’intero Stato Pontificio, rivedendo le legislazioni precedenti, ponendo ordine all’enorme materiale a disposizione, ed eliminando quelle ormai obsolete.
La struttura “autonoma” pre-Albornoziana
Dallo studio dei documenti locali sappiamo infatti che un insieme di leggi e regolamenti “Comunali” doveva esistere da molti secoli; la presenza di strutture “autonome”, (che preannunciano la nascita di un vero e propio Comune) si fa risalire addirittura al 9° secolo: nell’anno 846 – ad esempio – la città doveva già disporre di proprie milizie regolari, visto che i soldati narnesi furono mandati in aiuto di Roma durante l’assedio dei Saraceni.
Altri documenti ci testimoniano poi dell’importanza della Diocesi di Narni già dal 10° secolo, visto che i Castelli del Comitatus narniensis erano legati al Capitolo della Cattedrale da rapporti di tipo “feudale” in quanto pagavano tasse ed oneri in misura diversa, secondo la loro grandezza.
Le autorità civili sembrano invece assestarsi in città più tardi, a partire dal 12° secolo, quando abbiano notizia dell’elezione dei boni homines, o consoli, ovvero le prime autorità locali elette dal popolo. E risale al 1143 il primo documento ufficiale di sottomissione di un castello (Miranda) tramite il suo Comes (Transaricus) che “…conferma e sottomette alla potestà ed al dominio della città di Narni ed al suo popolo maggiore e minore..” le sue terre. Questo atto è trascritto in una pergamena ed è considerato la prima testimonianza dell’esistenza del Comune narnese, indipendente, autorizzato a stringere patti, alleanze, controllare dazi e pedaggi, ed accogliere donazioni da terze parti.
Dal 13° secolo (come testimonia il “Fondo diplomatico dell’archivio storico” di Narni) il Comune pubblica atti e decisioni che poi vengono trascritte in un “Liber Statutorum”.
Interessante – sotto questo punto di vista – è la trascrizione di alcune sentenze di condanna contro malfattori e criminali nello stesso Libro: nell’anno 1286 per una sentenza di condanna emessa dal “Comune e popolo di Narni” contro un traditore della città si richiede esplicitamente che la sentenza “…venga trascritta nel libro degli statuti e in due grosse pergamene da affiggersi un nel Palazzo Comunale e l’altra nella Chiesa di San Giovenale…”.
Facciamo un po di ordine … o quasi
La revisione degli Statuti del 1371 quindi accorpa e sistema tutti i vecchi provvedimenti, spesso anche di carattere transitorio, che sono stati emessi dal Comune a partire (almeno) dal 13° secolo, suddividendoli in tre libri:il primo elenca provvedimenti di varia natura, attinenti alla vita quotidiana, religiosa, all’urbanistica, ed all’economia; il secondo è dedicato alle cause civili, ed il terzo a quelle penali.
L’ordine in cui appaiono i diversi provvedimenti sembra casuale, per cui i primi due articoli del libro I° si occupano dei Mugnai e dei mulini (una delle maggiori fonti di ricchezza del Comune), per poi essere seguiti da un terzo capitolo che si occupa invece della riparazione delle strade cittadine. Da ciò si evince che – almeno per ciò che riguarda il primo libro – le leggi non sembrano seguire un ordine stabilito (a parte alcuni punti in cui due o tre capitoli consecutivi si occupano della stessa materia…) ed è quindi interessante che il 4° ed il 5° capitolo degli Statuti presentino subito le due gare equestri organizzate per la Festa del Santo Patrono Giovenale, prima ancora di elencare tutte le feste religiose da “preservare” (lista che appare invece molto più avanti, ai capitoli 28 e 210) nel Comune.
Il Palio e la Corsa all’Anello sono tradizione antica
L’importanza della Corsa del Palio (capitolo 4) e dell’Anello (capitolo 5) è quindi palese: il legislatore / riordinatore delle leggi si premura di inserire subito la codifica delle due celebrazioni, con l’intento di “fissare” sulla carta un evento ormai tradizionale, dettandone per sempre regole e limiti.
Che Il Palio e l’Anello fossero i due eventi maggiori all’interno dei festeggiamenti narnesi è cosa nota da tempo, sebbene la prima testimonianza scritta (codificata, appunto) degli eventi risalga proprio alla stesura di questi Statuti, mentre precedentemente il rapporto tra il Comitatus ed il Santo è rappresentato esclusivamente dalla consegna dei Ceri. ( vedi foto )
In alcuni documenti risalenti al 13° secolo si citano infatti i castelli che devono rendere omaggio al Comune nel giorno di San Giovenale recando dei ceri alla tomba del Santo (un’usanza tipica in molte città italiane, retaggio di un simbolico atto di vassallaggio), come nel caso del castello di Tarano che nel 1283 si pone sotto la potestà di Narni, e promette di portare ogni anno, il 3 Maggio, 40 libre di cera nuova.
La faccia “civile” della Festa appare quindi ben codificata nei “nuovi” Statuti cittadini solo a partire dal 1370.Eppure la regolamentazione delle due manifestazioni equestri indica implicitamente – soprattutto nel capitolo dedicato alla Corsa all’anello – una tradizione più antica: nel 5° capitolo, il testo recita infatti: “…omnes volentes currere ad anulum, debeant stare ab angulo Ecclesae Sancti Salvati, infra versus Fontem et posto anulo in loco solito…”, quindil’anello viene messo “nel solito luogo” un fatto noto evidentemente a tutti, così che il legislatore non ritiene utile dare ulteriori spiegazioni.
Il Palio e le sue regole
Il Palio è essenzialmente una corsa di fantini, simile a centinaia di altre che si tengono sul territorio italiano sin dall’alto Medioevo, e che non implica un richiamo “militare”, di addestramento alle armi come succede invece per l’Anello.
E’ una corsa libera, presumibilmente a pelo, in cui i concorrenti devono percorrere un certo tratto di strada (anche extra urbano) per giungere ad un luogo dove è stato fissato il Drappo, il Palio appunto, che sarà assegnato al primo cavaliere che riuscirà a portarselo via.
Anche in questo caso – così come per l’Anello – la comunità ebraica della città è obbligata a pagare per “sovvenzionare” i divertimenti dei “gentili”: una tassa di soggiorno e permanenza a cui sono sottoposte più o meno tutte le comunità ebraiche nel medioevo in Italia. Anche nella vicina Terni, ad esempio, gli ebrei sono tenuti a pagare il Palio che si corre in città il Lunedì di Pasqua, come testimoniano i documenti redatti nel 1427.
A Narni i pattitra la comunità ebraica ed il Comune sono parte integrante degli Statuti, ed il capitolo 142 del libro I° specifica anche la somma da pagare: 4 fiorini d’oro per l’acquisto del Palio e dell’anello.
La corsa al Palio è aperta a tutti, locali e forestieri (contrariamente a ciò che viene per l’Anello, i cui cavalieri devono anche appartenere ai 3 Terzieri cittadini), e l’unica condizione è quella di partecipare con un buon cavallo, escludendo quindi ronzini, giumenti (cavalli da soma) o cavali da traino (“ad vecturam” secondo la dicitura originale).
Il Vicario, o il suo Socius Miles (l’ufficiale che affianca il Vicario nelle funzioni militari) dovranno recarsi insieme ai currentes presso la Chiesa di S.Andrea in Lagia, e qui l’ufficiale dovrà controllare che ci siano almeno due cavalieri, per far sì che la gara sia valida, e quindi dovrà metterli in fila, uno dietro l’altro, pronti per la partenza.
Mentre la storia della Corsa all’anello è stata oggetto di grande interesse nel tempo, intorno alla Corsa del Palio ci sono ancora alcune curiosità che non sono state completamente chiarite, nostra intenzione è proprio quella di proporre alcune spiegazioni plausibili e nuovi spunti di riflessione che riguardano anche l’evoluzione urbanistica della nostra città.
La Chiesa dimenticata lungo il fiume Lagia
La prima curiositàriguarda proprio il luogo di partenza della corsa: la chiesa di S.Andrea in Lagia; così infatti recitano gli Statuti: “…Miles, seu socius Domini Vicarij […] accedere debeat ad Sanctum Andream in Lagia, cum volentibus ad palium currere, et ipsis adscriptis ibidem si fuerint saltem duo; ipsos citra et juxta Lagiam stare facet seriatim…”, quindi chiunque vorrà correre il Palio dovrà posizionarsi presso la Lagia (al di qua e presso la Lagia, secondo il testo) pronto per partire verso Narni.
La chiesa di S. Andrea in Lagia all’epoca era posizionata lungo la Flaminia, ed il toponimo Lagia col tempo si è trasformato in Laia, il nome del lungo corso d’acqua che scorre lungo la Sabina per arrivare a Narni, dividendo la diocesi della Sabina da quella narnese.
Prima dell’ubicazione della chiesa è interessante notare che l’idronimo Lagia è un termine comune che indica spesso propio un corso d’acqua – cosa che ci è testimoniata anche dal volume “Sabina sagra e profana” di Francesco Paolo Sperandio, pubblicato nel 1790, e che raccoglie vari documenti inerenti la storia della Sabina nel corso dei secoli.
Qui, nella riproduzione di una breve di Papa Clemente XII del 1708, nel chiarire i confini della regione, appare la seguente frase: “…terminum divisorium diocesis Sabinae, a diocesis Narniensis, esse quondam foveam seu fossa qui vulgariter dicitur la Laja…” (ringrazio Claudio Magnosi per la fonte storica). Il termine latino fovea può essere tradotto come fossa, buca, ma anche antro (di una grotta), mentre il Du Cange suggerisce un’ulteriore significato al termine Lagia: semita, ovvero sentiero, viottolo, ma anche solco (del terreno).
Da tutto ciò si evince quindi la diruta chiesa di S. Andrea si trovava presso il torrente Lagia, e che questo toponimo può riferirsi sia ad una fossa che ad un corso (d’acqua o nel terreno in questo caso), ma dove era esattamente la chiesa?
Fino qualche anno fa’ – quando la vegetazione non aveva ancora modificato parte del territorio circostante – i resti di un’arco di fattezze medievali erano ancora visibili proprio lungo il corso più accessibile del torrente, vicino la strada Flaminia. Oggi purtroppo la struttura sembra completamente occultata (o forse fagocitata) da altre costruzioni moderne, ma chi ha memoria può testimoniare della sua presenza, e quindi avvalorare la presenza della chiesa propio juxta Lagiam – come recitano gli statuti.
L’abitudine di ostacolare i fantini
A questo punto abbiamo stabilito – con una certa sicurezza – il punto di partenza del Palio: dalla chiesa di S.Andrea, lungo la vecchia Strada consolare, i fantini corrono verso Narni, risalendo la strada principale, un percorso abbastanza aspro e sicuramente non breve: quasi tre chilometririsalendo la Flaminia – che all’epoca era probabilmente in sterrato e piena di impedimenti – con gli spettatori assiepati lungo il percorso, pronti a tifare o a cercare di ostacolare i fantini con ogni mezzo.
L’articolo degli statuti infatti mette in guardia gli eventuali “guastatori”:
“…nullus de civitate Narniae, vel aliunde faciat aliquod impedimentum, seu obstaculum ad poena X librarum cortoniensium…”.
L’abitudine di ostacolare i fantini lungo il percorso era infatti pratica comune nelle feste popolari: anche nella corsa del Bravio di Terni (di cui abbiamo parlato sopra) c’è infatti un simile richiamo, quando si specifica che “nessun cittadino, di qualsiasi condizione, sia abitante del comitato o anche forestiero e di qualsiasi sesso, osi o presuma dare o provocare qualche impedimento in qualsivoglia modo ai cavalli mentre corrono il bravio, sotto pene pecuniarie o personali…”.
Una volta giunti in città, il primo tra i currentes che riuscirà “toccare” il Palio, lo avrà come premio. Il fatto che il vincitore debba solo toccarlo è legato anche alla sua posizione: il Palio “…stare debeat supra Petronum, ubi est affixa catena, et qui primus attigerit, acque pervenerit ad ipsum Petronum ipsum Palium tradatur et detur per illum tenentem…”.
Due curiosità
Ora, due sono le curiosità che sorgono dalla lettura di questo brano, e la prima riguarda proprio la modalità di attribuzione del Palio: il primo cavaliere chepervenerit (ovvero giungerà) oattigerit (toccherà) il Palio lo avrà in premio. Questa procedura si ripete anche nei sopraccitati documenti ternani del 1427, anche in quel caso infatti “..il bravio verrà concesso al cavallo che primo sarà arrivato col fantino sopra di lui e il cui fantino avrà toccato quello..”. L’annotazione sul fantino che dovrà arrivare sul suo cavallo fa pensare che – come avviene ancora oggi a Siena – potevano esserci anche cavalli scossi, che avrebbero potuto arrivare prima degli altri, ma senza ricevere il premio.
La seconda curiosità riguarda invece il termine Petromum: per molto tempo si è ipotizzato che questa parola indicasse genericamente una pietra, o un cumulo di pietre, su cui veniva issato il Palio. Sulla sua ubicazione in città non c’è mai stata un’ipotesi generalmente accettata, ma chiaro è che la linea dell’arrivo doveva trovarsi nel centro cittadino, come già accade in altre realtà simili (sempre per citare il caso di Terni la corsa finiva nella piazza delle Colonne “…sulla colonna dove viene misurato il grano..”, oggi Piazza del popolo).
Petronum la nostra ipotesi
Oggi proponiamo qui un’altra ipotesi: il termine Petronum appare infatti in altri contesti urbani in Italia ed all’estero, spesso collegato ad un luogo dove si amministra la giustizia, un arcaismo che dal latino passa al Provenzale, e da qui torna nell’uso comune anche nell’Italia Comunale.
Come spesso accade per i vocaboli presenti negli Statuti del 1371, molti termini legali sono il frutto della contaminazionetra una radice tardo latina e la sua evoluzione nel volgare, per cui la lingua latina degli statuti redatti tra 13° e 14° secolo in Italia risente di questa necessità di arrivare ad un pubblico più ampio, non è ancora volgare (come sarà, invece, in parte dei più tardi statuti Ternani) ma non è più latino classico.
Ecco quindi che un termine come Petronum non è semplicemente traducibile come “cumulo di pietre”, ma si collega ad altre tradizioni: nell’ambito francese medievale, ad esempio, il termine Perron (proprio dal latino petronus) indicava proprio la colonna presso cui i sovrani usavano ricevere i loro vassalli, di norma posta di fronte al palazzo del potere, ed infatti di fronte a molti municipi c’era una simile colonna dove si amministrava la giustizia, ovvero si leggevano le sentenze e si eseguivano le punizioni.
A Liegi – ad esempio – il petronus (i.e. Perron) divenne il nome stesso di una scala sormontata da una colonna, presso cui venivano letti i decreti pubblici e si eseguivano alcune sentenze.
In altri luoghi, soprattutto nell’Italia subalpina, ed in ambito francofono, il perron era infatti una sorta di tribunale “open air”, municipale o comitale, presso cui si svolgeva parte dell’attività legislativa.
La particolarità del “Petronum” Narnese
La particolarità del petronun narnese però è anche la presenza di una “catena” (cit. “…ubi est affixa catena..”), sopra la suddetta colonna, e quindi – osservando le strutture presenti in Piazza dei Priori – l’occhio non può che cadere sulla “gogna”, la parte centrale del Palazzo dei Priori, dove sono ancora ben visibili i segni degli anelli per le catene ed addirittura i solchi lasciati nella pietra riconducibili alla posizione assunta dal condannato.
Tra l’altro la forma originaria della tipica gogna è quella di una colonna, a cui è fissato un collare di ferro per mezzo di una catena.
A questo punto possiamo ipotizzare che il petronum narnese, su cui viene issato il palio che i cavalieri dovranno toccare, non sia altro che il tronco di colonna che oggi si trova all’interno del loggiato di Palazzo dei Priori (forse spostato qui per preservarlo dalle intemperie del tempo, in un passato più recente) proprio dietro la colonna centrale, e che – curiosamente – somiglia molto ad un cippo usato per le decapitazioni che oggi è ospitato all’interno della cattedrale di Salerno (anche per questa informazione ringrazio Claudio Magnosi), e a sua volta analogo ad altri manufatti simili in Italia ed in Europa.
Ora abbiamo alcune certezze in più riguardo al Palio narnese, e con questo intervento speriamo di aver soddisfatto anche qualche curiosità, e di averne stimolato altre, in relazione alla gara ed all’assetto urbano della città medievale nei suoi spazi comuni.
Tradizionale Offerta dei Ceri, presso la Cattedrale di Narni Foto: Fabio Oddi
La cerimonia della consegna dei ceri, che il 2 maggio fa rivivere una pagina di storia narnese nel luogo e con le figure di un tempo, ricorda che fra i tributi che i soggetti dovevano per la festa di san Giovenale la cera rivestiva un ruolo importante. Tuttavia la reverenza verso il Capitolo dei canonici si manifestava anche in altri momenti del calendario liturgico, e con alcune modalità trascritte da Carlo Stefano Bocciarelli in “Cathedralis Narniensis Ecclesiae”, edita a Narni nel 1720; e da altri studi. Dai quali, tralasciando i versamenti in cassa, dai soldi agli oboli, dagli scudi ai “carolenos”, si può cogliere un aspetto meno noto della Mensa dei canonici, ovvero i beni e i frutti che ne costituivano il patrimonio, partendo da un testo che riguarda il pane.
Panectas, l’offerta del pane
panectas = pane Pane che due volte l’anno la chiesa di san Lorenzo, “posita in Civitate Narniae prope Ecclesiam Cathedralem et muros canonicae”, della quale rimane soltanto la dizione sant’Alò in via del Campanile, doveva offrire al Capitolo della Cattedrale in numero di dodici pagnotte a Natale, ed altrettante a Pasqua, per un totale di 24 “panectas”.
La pratica di distribuire pani, non necessariamente legata a un’imposta, si riscontrava anche in altre chiese: a Roma san Biagio in via Giulia era “detto della Panetta, overo Pagnotta, perché nel giorno della festa si distribuisce il pane” (De Rossi, Ritratto di Roma, 1612). E accanto ai pani, nella Mensa del Capitolo canonicale, e in quella del vescovo, si potevano aggiungere dei pesci.
Pisces, l’offerta dei pesci
pisces = pesci Che erano nella Mensa già nel 1227, quando papa Gregorio IX in una bolla rivolta ai canonici di Narni confermava il “redditum centum piscium, quem habetis in Castro Modii”. Moggio, nella giurisdizione di Rieti e in diocesi di Narni, ogni anno per san Giovenale, o per l’Ascensione, doveva ossequiare la Cattedrale con “centum pisces”, ed altrove cento libbre di pesci. I quali, per facilitare il computo, non dovevano essere avvolti dalle foglie di salca, o salga, un’erba prossima al fiume Velino, utilizzata per tale scopo (Ceroni, Latina gens, 1939).
Circa la distribuzione si animò una lite tra il vescovo Raimondo Castelli e il Capitolo dei canonici, appianata intorno al 1662, quando “ebbe luogo una convenzione sulle cento libbre di pesce che il castel di Moggio deve contribuire annualmente, una parte al vescovo e due al capitolo”, come riassumeva Gaetano Moroni nel “Dizionario di erudizione storico ecclesiastica”, al 1857.
In un’ideale vicinanza tra i pani di san Lorenzo e i pesci di Moggio avrebbero trovato spazio la consistenza di un buon vino e la leggerezza di un’acqua che sfiorava il mito.
De bono vino, cum aqua de Feronia
E così accadeva: l”“Ecclesia parrocchialis S. Jacobi sita in dicta Civitate Narniae in suburbio”, il 25 luglio festa dell’Apostolo, oltre ad offrire cera e denaro, era invitata ad ospitare quattro canonici con quattro famigli e, “se piacerà”, a dissetarli con “de bono vino, cum aqua de Feronia”. E in un territorio con vigne e ricco di sorgenti, non povevano mancare un buon vino e quell’acqua che nella fonte di Feronia racconta un antichissimo culto, celebrato da poeti quali Pannonio e tramutato nel detto popolare “Chi beve l’acqua di Ferogna non parte più da Narni”, (Eroli, Miscellanea, 1858).
La perduta chiesa, che insisteva sull’attuale via XX Settembre, definita anche al titolo dei santi Filippo e Giacomo, condivideva con l’“Ecclesia S. Mariae de Visciano”, poi nota come santa Pudenziana, l’onere di ristorare una parte del Capitolo. Infatti anche quest’ultima chiesa, che possedeva alcuni vigneti già nel 1129 (Bolla di Onorio II), alla ricorrenza di santa Maria in agosto doveva invitare quattro canonici e altrettanti famigli, ma non era tenuta ad offrire loro vino ed acqua di qualità.
Additio
Dei tributi analizzati, scanditi nelle pergamene e confluiti nell’“Additio miscellanea” in “Cathedralis Narniensis Ecclesiae” del citato canonico Bocciarelli, ai nostri giorni si nutre una corretta memoria solo per i pesci di Moggio, evocati nel rito dei ceri alla Vigilia del Santo, a differenza del pane, del vino e dell’acqua di Feronia che cadevano in altre festività, legate a chiese non più esistenti.
Così nella diocesi di Narni, mentre in quella di Rieti, “certe regalie di alcuni Castrati in tempo di Carne, e di Pesci in tempo di Vigilie, e di Quaresima, e di certa quantità di Pane e di Vino”, rivolte ad alcuni conventi, nel 1438 avevano generato una lite tra quelle fraternite e diverse parrocchie, poi risolta dal “Dilecto filio Abbati Monasterij S. Angeli in Massa extra muros Narnien”, su incarico di papa Eugenio IV (L.Torelli, Secoli agostiniani, 1680).
1.Fonte di Feronia in Narni2.Offerta dei Ceri – Cattedrale di Narni
“Seta moneta le donne di Gaeta che filano la seta la seta e la bambace a me non mi piace mi piace San Giovanni che batte le castagne le batte forte forte da far tremar le porte le porte son d’argento…”
La memoria corre lontana e ci riporta a quando eravamo bambini e alle voci delle mamme e delle nonne che, cantandola, ci dondolavano sulle gambe.
Mamme e nonne non sapevano che ci stavano raccontando una delle storie più antiche del mondo. Perché ne parliamo proprio oggi? Perché tra martedì 23 e mercoledì 24 giugno sarà la notte di San Giovanni.
La notte più magica dell’anno
Notte di magia e di girotondi, di anime inquiete e aspettative, durante la quale i frutti e le erbe diventano malefici o purificatori e tutto può accadere…è la notte del climax del tempo balsamico, per questo alcuni di noi prepareranno l’acqua odorosa per lavarsi e rigenerarsi l’indomani, altri saranno impegnati a cogliere i malli delle noci per preparare il Nocino migliore, mentre, i più superstiziosi metteranno una scopa di sagina fuori della porta di casa per evitare l’ingresso delle streghe… questa è la notte più magica dell’anno!
Dal dio Giano a San Giovanni
La religione si fonde con la superstizione, insieme diventano tradizione, ma va bene così, sono tutti aspetti della nostra cultura che, attraverso i SantiGiovanni, il Battista (24 giugno) e l’Evangelista (27 dicembre) ha ancora bisogno di aprire le porte del Tempo per dar inizio al declino e all’ascesa del cammino solare.
Dall’alba dei tempi le chiavi delle porte erano appartenute a Giano, divinità infatti solare, che ha lasciato il compito di sorvegliare i “varchi solstiziali” a due santi speciali, quelli con la vicinanza fonetica più stringente.
Janus/Joannes, un binomio perfetto e necessario per accompagnare gli uomini dalla religione arcaico romana a quella cristiana in un mondo dove la vita, i ritmi e l’agricoltura erano dettati dalla stagionalità e dalla luce del sole.
Tutto questo a Narni era già tradizione almeno sette secoli fa, ce lo raccontano gli Statuti (Libro III, Cap.LXXXVII) “Nessuna persona nella festa del Beato Giovanni o in altra festa vada la corona”.
Gli elementi vegetali erano armi contro il Maligno
La corona non era di fiori ma di teste d’aglio, serviva ad allontanare il Maligno, aveva quindi la funzione di protezione contro il male ed il peccato ma serviva anche ad allontanare i dolori.
Se il divieto esisteva è evidente che la pratica di festeggiare il santo così adornati doveva essere abbastanza diffusa e comune, ma da dove proveniva questa abitudine?
Difficile dire con certezza in quali tempi si sia formata questa mentalità magica e tra quali genti avesse più forza. Nei lunghi secoli dalla tarda antichità all’alto medioevo il territorio narnese, come tutta la penisola, aveva conosciuto una forte “carica sacrale” che la magia poi perderà nei secoli successivi. A portarla erano stati soprattutto i Longobardi, ce lo raccontano due singolari e suggestivi monumenti della loro cultura, gli editti di Rotari (643) e di Liutprano(712).
Nel secondo documento soprattutto si percepisce in modo più chiaro un’idea della magia legata d’istinto alla nozione di natura, di forza, di valore, di dominio lecito o illecito; un passo è illuminante: “Nessun campione presuma, accingendosi al combattimento, di avere con se erbe malefiche o altre cose simili, ma soltanto le armi convenienti..”.
Gli elementi vegetali della natura quindi sono considerati armi, dotate di forza e di capacità di agire, esattamente come l’aglio delle corone di San Giovanni…uno dei santi più cari proprio ai Longobardi..ma sono solo tracce, deboli, affascinanti del tempo.
Con il viso profumato dall’acqua odorosa o con un bicchierino di Nocino…Buon San Giovanni a tutti !
Pensieri sparsi di un commensale all’osteria di Narni
Le hanno chiamate Hostarie. E passi. Entri e ti trovi in un medioevo palpabile, per quanto talvolta approssimativo. Ambienti che viaggiano, ormai, oltre i mille anni. Incannucciati e laterizi, mattoni di riuso e materiali di spoglio. Va bene. Siedi su rustici sgabelli. Fanciulla che si avvicina. Ha in mano carte: il mangiar del giorno. “Bianco o Rosso”, “Blu” rispondo “ragazza mia, se non so cosa mangerò, come faccio a dirti?”. E’ poco più che bambina, arrossisce leggermente compunta, mia moglie mi guarda alla verme. “Su, dai, portalo rosso che fa sangue”. Anche lei, giovane, sa che la diceria è una sciocchezza e sorride. Equilibrio ristabilito. “Voglio braciola e salsicce”. Lei “Vabbè, avrei optato per i fagioli con le cotiche ma tant’è…andiamo sul leggero.
Mangiamo sotto il livello di una chiesa Benedettina
Ha 1028 anni quest’anno. Un tizio donò un monastero che era lì e loro, i farfensi, ne fecero una chiesa-capolavoro. Il portale di destra, scanso equivoci, ci misero due aquile. Cornu evangeli. Il loro abate, Berardo Ascarello, aveva affermato, nel bel mezzo della lotta per le investiture, che la prima obbedienza si deve a Cesare e la seconda a Dio “Perché nel Vangelo sta scritto -Date a Cesare…e dopo è aggiunto -E date a Dio…quel che è di Dio”.Così l’abate fissò le precedenze e le raffigurò nel portale di sinistra (ma di destra per chi officiasse) della chiesa. Imperatore e “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Questi era in principio…” e non come da traduzione di Umberto Eco!
Arrivano le salsicce ma prima ascolto il vino
Brilla tremulo, vermiglio nella controluce dell’oscillante lampada. Riempie il gotto di terracotta. Traditoro quant’altri mai. Tiene un buon mezzo e sei portato a tirarlo giù di botto. Ma di botto in botto, poi le gambe reggono sempre peggio. C’è anche la braciola. Ancora soffrigge appena tolta della brace ardente. Mangi assorto: “Dove ti sei cacciato?” fa lei che sa bene come questa città rapisca troppo spesso la mia presenza.
C’è una cisterna nascosta in una chiesa sotterranea
E’ che sotto quella chiesa c’è una cisterna romana. In perfetta efficienza. Sta alla fine di una chiesa sotterranea, esattamente sotto la prima ma orientata in senso inverso, ove certe sere piovose non entra nessuno ed il silenzio ovatta. Te ne stai lì e senti gocciare. Lento. Prima, terza, sesta, nona, vespero e compieta. Poi, Prima et Secunda vigilia e….il monachello passava con la lucerna, nelle gelide notti invernali, per vedere se qualche giovane confratello continuasse il sonno. Trovava il miserello e gli passava la lucerna. Finito l’uffizio chi aveva in mano il lume rimaneva digiuno il giorno dopo. Al monastero si mangiava una sola volta al giorno. Quindi digiuno lunghissimo tranne se fosse stata estate, nella quale si mangiavano due pasti al giorno. Altri tempi!
Mai giocato a Filomena? Se sbagli bevi!
Arrivano nuovi commensali. L’hostaria si riempie. Ragazzi . Mangiano. Poi comincia un gioco per sbronze: si chiama Filomena. Intreccia prontezza di lingua e sveltezza di braccia. Se sbagli bevi. E più bevi, più ti sbagli. Finisce in sbornia com’è normale.
Bizzarri capitelli ammoniscono contro i peccati
La chiesa ha capitelli che ammoniscono contro il peccato. La gola è peccato. E, nell’ultimo capitello di destra, che sarebbe poi di sinistra per l’officiante, c’è un’intreccio di diavoli peccatori che promuove angoscia. Alla luce delle tremolanti candele sembrano serpenti vivi. Lato epistulae. Si può rimediare. La richiesta di perdono (in quanti modi, nei secoli, è mutata la confessione!) riguarda anche i peccati di gola. In quell’angolo oscuro di Narni avvengono anche peccati di carne. Gli angeli sorridono, le aquile girano la regale testa e i demoni bestemmiano; sanno che Dante ha detto bugia quando ha spedito loro Paolo e Francesca. Mai pervenuti, laggiù ma si sa, i fiorentini mentono per la gola.
Si esce e piove autunno. E pensi al volvere irresistibile delle stagioni. Quanti amici, quante gioie, quante storie hanno intrecciato le vicende sotto il portico animato dai leoni ormai smozzicati dall’uso. Sale lentamente una nebbia nell’anima. E fino a quando, fino a quando non svanirai anche tu nella presenza e nella memoria? Prima, terza, sesta, nona, vespero e compieta…
Chiesa di Santa Maria Impensole Basilica sotterranea