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Boccaccio tra tavola e alcova – Cibo ed erotismo nel Decamerone

Martedì 28 aprile, alle 18, nell’ambito degli eventi della Corsa all’Anello 2026, l’Orto di poca considerazione di Palazzo dei Priori ospita “Boccaccio tra tavola e alcova: cibo ed erotismo nel Decamerone”, una lettura di novelle scelte, a cura di Francesco Franceschini. Il progetto nasce dalla volontà di dimostrare non solo la modernità del linguaggio del grande narratore a sette secoli di distanza dalla sua esperienza artistica ma anche l’attualità di un connubio (quello tra amore sensuale e piacere della tavola) visto a volte come peccaminoso ma estremamente fertile di suggestioni culturali e umane. L’ingresso è libero e al termine è prevista una degustazione di piatti tipici della mensa trecentesca, che lo scrittore di Certaldo amò frequentare nel suo soggiorno giovanile a Napoli e anche nelle esperienze più mature nella amata Toscana.

Museo Multimedievale della Corsa all’Anello – una nuova fase

Il Museo multimedievale della Corsa all’Anello sta per vivere un secondo passaggio fondamentale per quel che riguarda il periodo recente: l’Associazione Corsa all’Anello si è infatti assunta l’onere, che è in realtà principalmente un onore, di gestire il museo che la rappresenta. Museo che diventerà in questo modo il punto di partenza ideale per conoscere nei dettagli la manifestazione, e dal quale poi procedere per vivere esperienze sempre più immersive nel medioevo, epoca che la festa ricostruisce in modo rigoroso e filologicamente corretto. Laboratori e visite guidate sono il primo obiettivo, da concretizzare e organizzare non solo nel periodo della rievocazione ma durante tutto il resto dell’anno. Un nuovo percorso sarà già usufruibile a partire dalla inaugurazione, prevista per sabato 11 Aprile alle 18,00, al termine della presentazione ufficiale del programma, inserita a sua volta nell’ambito dell’Assemblea dei Sessanta.

Il progetto introduce un’innovativa modalità di fruizione museale, pensata per consentire ai visitatori di vivere l’esperienza in totale autonomia. Attraverso un’applicazione dedicata, accessibile al momento della prenotazione e attivabile con il supporto della biglietteria del museo, il turista potrà scegliere il percorso di visita più affine ai propri interessi e accedere successivamente in autonomia.
In particolare, saranno disponibili due itinerari principali: uno dedicato alla Corsa all’Anello, simbolo identitario del territorio, e uno incentrato sul Medioevo, con approfondimenti storici e culturali.
Il museo si distingue per essere l’unico a offrire una gestione dinamica e personalizzata dell’esperienza, permettendo all’utente di gestire i contenuti in autonomia, modulare il proprio percorso di visita e accedere a contenuti multimediali per una fruizione immersiva e interattiva.
Questa soluzione rappresenta un modello innovativo di accessibilità culturale, capace di coniugare tecnologia, autonomia del visitatore e valorizzazione del patrimonio locale.

Ma il Museo non rappresenterà solo l’eccellenza che è ormai unanimemente diventata la Corsa all’Anello. Sarà infatti anche il luogo dove mettere in mostra tutte le altre eccellenze territoriali che gravitano attorno alla festa. Con il bookshop – progetto che sta nascendo in questi giorni – sarà anche il punto di riferimento per i prodotti che meglio caratterizzano non solo la Corsa ma la città di Narni nella sua complessità culturale, e tutto il territorio circostanze. In primis vi si troveranno libri specificamente legati al medioevo e alla città, per far emergere in modo sempre più esplicito il lavoro che si svolge intorno alla Rievocazione Storica, a partire da quanto l’Università dei Rievocatori produce nell’ambito dei suoi studi e dei suoi corsi. Saranno poi disponibili collezioni legate al mondo dell’Arte e al Bravio, che ogni anno viene appositamente creato da artisti di fama proprio per la Corsa all’Anello.

Un mondo insomma, quello del Museo multimedievale, che attende solo di essere approfondito ed esplorato in tutti i suoi aspetti.

Che io ti cerchi trovandoti e ti trovi cercandoti

Era il 3 maggio secondo la celebrazione assegnata dal Gelasiano, nel 376 secondo la tradizione, più probabilmente il 7 agosto – aggiungiamo anche il 7 maggio –  per gli agiografi, ma forse del 371 secondo i più attuali studi. Forse. Io non c’ero…

… e cosa cambia per te?

Niente, chiaro, ma mi piacerebbe essere sicuro.

Ti abbiamo seppellito come tutti fuori delle mura civiche e sin da subito abbiamo avuto voglia di riposare accanto a te; non eravamo soli: alcuni naviganti ti hanno riconosciuto e ti hanno voluto costruire una tomba più monumentale perché chiunque potesse riconoscerti.

Riconoscermi per cosa? Per una tomba?

Si. La tua in principio era come tutte le altre. Il tempo ti ha dato gloria e quindi abbiamo cominciato a far ricordare le tue mirabili giornate con noi. Chi ti ha seguito sulla Cattedra non ha smesso di   fare il tuo nome: Massimo, i Pancrazi, Erculio, Vitaliano, Proculo e poi Cassio ne ha fatto parola anche con Gregorio, il vicario di Cristo. Ti sei mostrato ad anni ed anni dalla tua morte – pardon – nascita al Cielo, hai continuato a guarirci con la tua presenza quasi fisica, ci hai spinti ad essere migliori. Abbiamo parlato talmente bene di te che alla fine ciò si è rivelato un boomerang.

Cos’ è un boomerang?

Già, scusa. Un oggetto che abbiamo imparato ad usare prendendolo in prestito dal più lontano dei Continenti: se non becca il bersaglio torna indietro e può far male a chi lo ha lanciato. E così fu per noi: a forza di tessere le tue lodi circa sei secoli dopo la tua morte ti hanno rapito, traslato con l’inganno, rubato, strappato da Narni – fracassando la tua bella tomba, ormai sacello, forse tempietto votivo – per portarti a Lucca dal margravio Adalberto di Toscana e fare del bene solo a loro (e certo, no?!?!): non so cosa tu abbia potuto fare in esilio, ma loro non ti ricordano più. Si ricordano molto bene però di Cassio e Fausta. Forse sei stato tropo poco: sei tornato a Narni dopo una quaresima di anni di nostra orfanezza. Sembra che tu, là non ci volessi istare: hai preso un cavallo e te ne sei tornato a Narni (abbiamo ancora due pezzi di legno del nobile trasporto medievale).  Secondo me il ‘cavallo’ che ti sei scelto per tornare era papa Adriano. Comunque sia andata non è durata molto la tua pace …

Non cascarci, noi defunti in Cristo non riposiamo mai, ci diamo da fare per voi …

Ce ne siamo accorti, grazie. Intendevo dire, non sono passati che tre secoli e tu, che avevi ripreso a mostrarti e a liberarci da malattie animæ et corporis, sei stato di nuovo sottratto. Era il 1233, dicono, e il tuo licor continuava a guarire malati e storpi: ratto di nuovo. Da chi poi? Da un prete, un canonico che voleva portarti a fare il bene solo ai tolosani (e come no?!?!) e tu hai fatto impuntare un altro cavallo a Romanisio (ormai la chiamiamo Fossano) compiendo segni inconfondibili della tua volontà di fare del bene ovunque abbiano portato il tuo corpo. Ma anche lì la storia, forse, non è stata lunga seppure ancora oggi ci sia chi crede che tu sia rimasto in Piemonte e noi dovremmo ‘accontentarci’ del tuo omonimo Santo successore – o viceversa, vacci a capire -, infatti al tuo ritorno ti abbiamo nascosto ben bene, si narra. Quasi a voler dimenticare la tua posizione in quella bella e spaziosa chiesa che nel frattempo abbiamo eletto Cattedrale. Che martirio questi viaggi post mortem! Però ti ricordano in tutta l’Italia centrale e non solo.

Ricorda tu, però, che io sono restato anche in Piemonte e in un certo senso in tutti i luoghi in cui il mio corpo è transitato.

Certo, altrimenti non ti avrebbero menzionato in tantissimi luoghi e a Fossano, città della quale sei Titolare, non ti avrebbero nascosto parte della testa in quel bel reliquiario argenteo! Però, permettimi, perché il tuo successore Giampaolo ti avrebbe sognato vestito di tutto punto e ti avrebbe ritrovato esattamente nel luogo che gli hai indicato tra il 16 e il 20 aprile 1642 se fossi rimasto a Fossano?

Domanda inutile. Inutilmente complicato spiegarti. Inutili fiumi di inchiostro.

Abbi pazienza, vivo nel 2026, ormai sono solo queste le domande che mi fanno su di te. Siamo veramente figli del sospetto: c’è chi dice addirittura che tu a Narni ci sia stato, sì, ma ci sia arrivato già in forma…di reliquia! Altri dicono che tu sia stato ‘inventato’ da Cassio che ti voleva tanto bene. Voleva bene ad una sua invenzione sapendo di mentire anche al Papa?

Vado avanti, va: in tempi non brevissimi (dal 1642 fino al 1726, trecento anni fa) ti abbiamo costruito un Monumento che ha cambiato per sempre l’aspetto della Cattedrale e che ha chiesto altri due anni perché fosse riconsacrata nell’episcopato del tuo successore Nicola. Quasi dodici metri di altezza con materiali tra i migliori che potessimo trovare! Dopo tutti questi viaggi in corpo e anima, dopo tutti questi sforzi ecclesiali, cittadini e nobiliari, dopo tutti questi trionfi sacri, letterari e musicali è una gloria visibile che ti si addice!

Ah sì? Mi vedi?

Ti immagino. Chiaramente, come se ci conoscessimo da sempre. Come ti hanno immaginato in tanti e in tanti hanno continuato a portare avanti sembianze che a noi sono ormai familiari. Però mi piacerebbe vederti oggi.

E cosa ti aspetteresti di vedere di me che non hai già visto?

Il tuo corpo come resta fosse anche polvere; toccare il tuo liquor e portarlo a chi non ha più speranza; prendere le tue povere spoglie – già qualcosa ho nel busto narnese (a proposito, grazie per tenere in piedi Narni tra i terremoti, noi siamo maestri nel volerla distruggere anche in periodi di pace) – e fare in modo che il tempo non porti via anche il ricordo… ma dove ti cerco? Sotto l’Altare maggiore, certo, ma ricomposto nell’urna barocca? Disteso sotto la pietra purpurea nelle tre casse? Ancora nascosto nel vecchio sacello tra un gradino e l’altro? Sotto il vecchio sarcofago dove ti sei mostrato? Sangiovena’ dove sei ora???

Crescerebbe la tua fede in Dio se mi trovassi?

Non lo so, ma mi piacerebbe vederti.

Questi discorsi li fanno i bambini …

Non voglio tornare bambino.

Allora cercami nei loro occhi …

Di chi? Dei narnesi?

Cos’hanno i narnesi che gli altri non hanno?

Dai Giovy, fatti vedere!

Mi hai già visto!

Che dici… Dove?

Non te ne accorgi?

… vero. Sei proprio qui.

… … …

Don Sergio Rossini

Un falco volava su Piazza dei Priori

Il Falconiere: una delle figure più affascinanti del medioevo.

Spesso raffigurata in affreschi e miniature, la scena della caccia col falcone ha da sempre catturato la nostra attenzione, anche perché accostata a personaggi nobili ed alle loro occupazioni, divertimenti ed esercizi militari. Il falco ben ammaestrato risulta ad esempio tra i premi accordati ai valorosi vincitori di tornei cavallereschi. Nella caccia poi la nobiltà medievale impiegava notevoli mezzi, comprese diverse specie di rapaci, in grado di volare a varie altezze e di operare in combinazione con i cani. Molti nobili si fanno rappresentare nell’atto di andare a caccia con il falcone in pugno, nei loro sigilli. Figure di alta nobiltà erano ritratte con in mano dei falchi, come segno del loro status, ed in effetti sia il tempo che la ricchezza necessaria per addestrare e mantenere questi uccelli e le attività a loro connesse, erano notevoli. A questa particolare forma di caccia poi avevano accesso anche le nobildonne. Infatti esistono diverse rappresentazioni che mostrano una dama, chiaramente in costumi signorili, sia a cavallo che a piedi, con un rapace al pugno, spesso indossando un guanto che serviva a proteggere la sua mano dagli artigli affilati del suo volatile. Nel Libro di St Albans, celebre volume stampato a fine ‘400, che tratta diffusamente di falconeria, in un elenco che associa i rapaci ai vari titoli nobiliari e particolari classi sociali, alla nobile dama è attribuito lo Smeriglio ( falco colombarius ), un falco di piccole dimensioni, molto abile nella caccia al volo in grandi spazi aperti.

Anche a Narni abbiamo una bella testimonianza in proposito; si tratta di una dama a cavallo raffigurata in un bassorilievo, datato al XIII secolo, inserito nella facciata del palazzo comunale, in un raffinato portale, che alcune ipotesi fanno risalire alla decorazione appartenente ad una  soppressa cappella di San Salvato. Questa ed altre raffigurazioni, tra le quali dei cavalieri giostranti, fanno bella mostra di sé affacciandosi sulla piazza Dei Priori, luogo centrale del centro storico narnese e teatro di quella giostra all’anello che si teneva in onore del santo patrono Giovenale fin dal medioevo e che viene ogni anno rievocata proprio il pomeriggio del 3 maggio, giorno a lui dedicato. Durante l’odierna manifestazione Corsa all’Anello, diverse volte sono stati ospitati dei falconieri ed uno di questi, tra i più noti ed esperti, Fabrizio Piazza di Falconeria Maestra, è rimasto molto colpito dal bassorilievo citato e in occasione della sua ultima recente venuta a Narni, l’ha utilizzato come sfondo privilegiato ad una serie di considerazioni divulgative sull’arte della falconeria nel medioevo. Proprio riferendosi a questo bassorilievo, vicino al quale un altro raffigura i personaggi biblici Giuditta ed Oloferne, ha avanzato l’ipotesi suggestiva che lo scalpellino medievale avesse inteso rappresentare proprio la giovane ricca vedova ed il generale Assiro in una tipica scena di nobile caccia con il falcone, prima del banchetto in cui lo avrebbe eroicamente assassinato per salvare il suo popolo.  Comunque poi immagini scolpite nella pietra, di dame con il falco, sempre in Umbria, si trovano per esempio anche a Perugia, sia in una formella della duecentesca Fontana Maggiore, ed in particolare quella che rappresenta il mese di maggio, sia nel portale del maestoso Palazzo dei Priori del capoluogo regionale. E allora, proprio ammirando in particolare tali antichi manufatti nei luoghi più rappresentativi dei nostri centri storici, come non pensare anche a rimandi con i romanzi cortesi. In particolare quell’Eric et Enide di Chrétien de Troyes, dove il nostro eroe si cimenta in una competizione in onore della sua bellissima futura amata, avente come posta in palio un magnifico sparviero. In ogni caso, al di là di quale sia stata l’ispirazione per la dama narnese, tanti sono i riferimenti letterari medievali, legati all’utilizzo di questi meravigliosi animali, tra i quali il Boccaccio in due famose novelle del Decamerone. Parliamo di Chichibio e la gru, nel quale il notabile cittadino che aveva dato la gru da cucinare al suo opportunista e beffardo cuoco, se l’era procurata cacciando con il falcone; e nell’altra dedicata a tal Federico degli Alberighi nella quale il personaggio di nascita nobiliare, in modo quasi drammatico rinuncia al suo amato falcone per adattarsi saggiamente a valori più compatibili con la sua vita, ottenendo finalmente considerazione dalla sua amata.

Ma come è ben noto a tutti, il più importante trattato sull’arte della falconeria è il De arte venandi cum avibus, redatto  da quell’immenso ed eclettico sovrano, che è stato Federico II. Il codice vaticano Palatino Latino 1071 contiene la copia più antica ed autorevole del trattato sulla caccia al volo, che Federico scrisse forse dopo il rientro dalla crociata e realizzato su commissione del figlio Manfredi, che ne aggiunse diverse integrazioni. Nel manoscritto possiamo ammirare un eccezionale corredo decorativo sui margini delle colonne del testo, con centinaia  di miniature, raffiguranti principalmente uccelli. Un trattato così accurato era sicuramente frutto di anni di osservazioni dal vero nella natura, dal confronto con esperti cacciatori e consultazione di altri testi già conosciuti, entrambi presenti sia tra gli arabi che tra i normanni, parte rilevante dei suoi riferimenti culturali nei territori del suo Regno di Sicilia. Vi troviamo una dettagliata classificazione ornitologica e quindi tante specie di uccelli acquatici, terrestri e le loro peculiarità morfologiche e di comportamento. Poi si tratta dell’allevamento dei rapaci e del loro addestramento. E ancora luoghi e tecniche di caccia, gli animali più adatti a cacciare dall’alto, in picchiata  in grandi spazi o quelli più in basso e addirittura nella boscaglia. I tipi di terreni, così come il clima ed i venti favorevoli. Intere parti dedicate alle varie specie di rapaci utilizzati, come girfalchi, sacri, astori, pellegrini e ancora cavalli, cani e un’autentica raccolta di vari accessori ed abiti dell’epoca. Guanti, polsiere in cuoio, borse, campanelli e sonagli legati ai tarsi dei falchi, cappucci, alcuni dei quali usati ancora oggi. Federico, circa 800 anni fa, descrive la perfezione estetica del volo di questi splendidi animali, in un vero e proprio testo di etologia ante litteram…e noi li guardiamo con ammirazione quando abbiamo la fortuna di avvistarli volteggiare sopra di noi.

Marco Matticari

L’Oro di Terni

Lo sfruttamento delle risorse idriche tra XIII-XVI sec. d. C. nel comune di Terni

L'oro di Terni, le sue acque
L’oro di Terni, le sue acque

I – Terni e le sue acque
“L’acqua è fonte di vita e fonte di morte”

Il rapporto uomo-acqua, da sempre, è stato un elemento caratterizzante il processo di sviluppo storico ed ha lasciato una profonda impronta nella storia dei territori, nelle società che vi si sono sviluppate e degli uomini che in questi ambienti hanno lottato, sudato, vissuto e lavorato.
La storia di Terni nasce proprio da questo, la grande presenza di risorse idriche, ben tre sono i fiumi che la circondano, il Nera, il Serra e il Velino, che, sin dall’età del ferro ( X-IX sec. a. C. )    spingeranno un popolo, di origine umbro-sabino, a stanziarsi permanentemente nella valle del Nera.
Questa vicinanza veniva fortemente cercata per due validi motivi : -sfruttamento dei corsi d’acqua per i primi scambi commerciali, a carattere fluviale; – sviluppo dell’agricoltura.
Tuttavia le scarse conoscenze riguardanti la gestione delle acque, portavano questi popoli a stanziarsi nelle vicinanze di corsi d’acqua,e a subire il loro variare imprevedibile, causando alluvioni e smottamenti.
Per una prima soluzione del problema dovremo aspettare il VI sec. a.C. ,quando la città entra già nell’orbita d’interesse di Roma, la quale iniziò anche una riorganizzazione dell’abitato, coinvolgendo i nuclei cittadini già presenti e quelli sparsi nelle circostanti campagne, conferendo alla nascente città quell’assetto urbanistico che la caratterizzerà fino ai giorni nostri ( l’antico cardo maximus è oggi visibile nell’asse Corso del Popolo-Corso vecchio, mentre il decumano maximus nell’asse Via Garibaldi- Via Cavour ).
Sotto Roma iniziarono importanti opere di bonifica e canalizzazione, a partire dal 271 a.C., vennero scavati i canali Cervino e Sersimone, inoltre nel 291 ebbe inizio la colossale opera di deviazione del Velino nel Nera, grazie al genio di Manio Curio Dentato, che diede vita alla cascata delle Marmore, con la quale, insieme all’escavazione della cava Curiana, si cercava di limitare e controllare le alluvioni del Tevere.
Purtroppo questa ondata di sviluppo cittadino e di accrescimento economico si arrestò bruscamente con la fine dell’impero Romano, a causa delle continue invasioni e della scarsa difendibilità della città, poiché posta in piano all’interno di un anfiteatro naturale, la città si spopolo’ e le mura romane vennero quasi completamente rase al suolo.
La situazione rimase così immutata per molto tempo.
Tra l’ XI-XIII sec. d. C. la situazione ternana ebbe un mutamento, grazie alla sua vicinanza allo stato pontificio e all’avvento dei comuni nel XII sec. Terni diede il via ad una seconda fioritura, che vide nello sfruttamento delle risorse idriche il suo trampolino di lancio.
In un periodo compreso tra il XII e il XVI sec. la città ebbe un incremento demografico ed economico mai visto in precedenza, intorno alla metà del XV sec. contava la bellezza di 61 mulini ( agli inizi del XX sec. se ne contavano 124 in funzione ).
Il primo segnale che evidenzia questa ripresa fu proprio la ricostruzione e l’ampliamento del circuito murario nel XIII sec., a questa seguì l’edificazione del palazzo del comune con annessa torre dell’orologio ad opera di Anastasio di Giovanni di Tebalduccio, con questa opera si voleva sottolineare un grande cambiamento, cioè la vita non sarebbe più stata regolata dai tempi della campagna, ma dai ritmi della civiltà.

II – I Mulini

La storia della macinazione, attraverso le ricerche archeologiche, ci ha mostrato che le tecniche di frantumazione e macinazione delle granaglie risalivano almeno all’età neolitica, che si sviluppò fino a raggiungere la storica macina a due palmenti rotondi, azionati dalla forza dell’uomo o di un’animale, come nella famosa mola Asinara di epoca romana, culmine di un processo di ricerca.
Con il passare del tempo dalla mola asinara si passò ad un mulino alimentato ad acqua ( ed a vento) e il primo modello fù quello a ruota orizzontale, detto anche a ritrecine, da considerarsi una invenzione della civiltà mussulmana, che poi si diffuse dapprima in Grecia, poi nel resto dell’Europa, per giungere a Roma intorno al I sec. a. C. in piena età augustea.
Questo tipo di mulino a ruota orizzontale era costituito da una piccola ruota orizzontale a cucchiaio (o anche detta cucchiara ) che veniva alimentata da un canale di legno, o murato, inclinato ad una angolazione di 45°.
La caduta a 45° era fondamentale per il corretto funzionamento del mulino, perché serviva a generare una forte pressione sulle pale della piccola ruota, posta sotto l’edificio, che attraverso un albero verticale trasmetteva la forza motrice generata direttamente alla macina, molto pesante, con la quale si polverizzava il grano e o si schiacciavano le olive.
Intorno al finire del I sec. a. C. dai romani venne realizzata una seconda tipologia di mulino a ruota verticale, o anche chiamato Vitruviano, dove una ruota motrice verticale a pale, mediante un primo albero orizzontale, trasmette energia ad un secondo albero verticale, e da li direttamente alla macina, questa nuova tecnologia necessitava di un minor quantitativo di acqua, ma doveva essere costante.
In ambo i casi il canale era parte integrante della macchina-mulino, perché doveva rifornire di abbondante e costante acqua la struttura, che meccanicamente la trasformava in energia utile allo svolgimento delle attività e per questo erano collegati direttamente al fiume che li alimentava, nel nostro caso il Nera.
Per quanto concerne Terni, vista la grande disponibilità di corsi d’acqua a carattere torrenziale e la costante presenza idrica data soprattutto dal Nera, si vide l’affermarsi di mulini a ruota orizzontale, che seppur lentamente, iniziarono ad essere costruiti in numero sempre maggiore, fino ad avere una vera esplosione nel XIV sec., fu lo stesso comune ad effettuare interventi legislativi mirati ad un loro sviluppo.
Le fonti locali ci spiegano che per un corretto funzionamento dei mulini i canali venivano dotati di condutture e fossati, all’interno delle quali si trovavano delle chiuse con cui regolare l’afflusso delle acque.
In alcuni casi si attestava anche la presenza del bottaio, in cui veniva accumulata una cospicua quantità di acqua con cui ottimizzare la caduta e la pressione sulla cucchiara.
I mulini di epoca basso medioevale erano affiancati da un altro edificio, dove vi abitavano gli operatori e solitamente vi si svolgevano anche altre attività, sempre collegate alle operazioni di macinatura, ma oltre alla funzione economica del mulino, vorrei soffermarmi anche sul ruolo sociale che ricoprivano questi edifici, poiché l’afflusso di persone/clienti era numeroso. Considerando che l’economia locale era incentrata sulla coltivazione di grano e di olive, i mulini diventavano dei veri e propri luoghi di incontro, dove si effettuavano operazioni di scambio, ma ci si fermava anche solo per mangiare e condividere informazioni con i forestieri o con i concittadini, fondamentalmente i mulini davano vita a dei veri e propri micro cosmi sociali, che purtroppo con il passare dei secoli sono andati diminuendo, fino a sparire quasi del tutto.

III – Gestione delle Risorse Idriche

L’avvento dei Comuni nel XII-XIII sec. lo possiamo definire come un punto focale del processo di cambiamento che aprì la strada a quel periodo aureo che noi tutti conosciamo come Rinascimento.
In questa fase le città iniziarono a svilupparsi in modo autonomo nella loro legislazione ed economia, seppur sotto l’occhio vigile del papato, da una parte, e dell’imperatore dall’altra, ma nonostante ciò, si generò una    sorta di mentalità indipendente ed indipendentista.
Per Terni questo processo non fù rapido e tanto meno indolore, in quanto città al confine dello stato pontificio, con una forte identità “ghibellina”, più volte si trovò coinvolta in scontri e conflitti che la videro vincitrice, a volte, e perdente, più spesso.
Tuttavia i moti e gli scontri non hanno arrestato un processo di crescita e sviluppo lento e costante che partì proprio dallo sfruttamento delle risorse idriche e abbiamo una data ben precisa, che venne trascritta nelle riformanze o Riformationes (erano le decisioni prese in seno al consiglio comunale e trascritte da un notaio ), 23 Febbraio 1393.
Il 23 Febbraio 1393 ai congregati venne esposto un sopruso secondo cui un taluni di Papigno si permise di effettuare alcune innovazioni, o modifiche del canale Cervino di proprietà del communis Interamnis, l’intento della persona era quella di edificare un mulino e cercò di deviare il canale così da rifornire l’edificio della forza motrice necessaria.
Alla fine della seduta municipale venne deciso, a pieno suffragio, che il taluni di Papigno doveva provvedere immediatamente alla demolizione del lavoro fatto e al ripristino del canale come era in precedenza, poiché non si doveva modificare il naturale fluire delle acque, inoltre si dovevano far rispettare gli indissolubili diritti del Comune di Terni il quale ne era proprietario assoluto, a lui spettava il controllo del fluire dei vari corsi d’acqua e le opere di manutenzione, inoltre si decise che nessuno avrebbe potuto costruire e/ o modificare i canali e forme senza previo permesso del Comune.
Questo episodio diede il via ad un progressivo e costante cambiamento della situazione, il comune si rese conto che la concessione dello sfruttamento delle acque per generare economia si sarebbe potuta tramutare in una serie di entrate costanti nelle casse, ma queste concessioni vennero regolate in modo capillare e preciso, senza generare eccessi.
In primis vennero decise le funzioni dei singoli canali ovvero: – Canali Cervino e Sersimone, risalenti all’epoca romana avevano un’unica funzione, cioè irrigua, le loro acque dovevano essere utilizzate solamente per irrigare i campi; – forma del Raggio Vecchio, del Raggio Nuovo, delle Murelle, forma Molendinorum e tre monumenti, sarebbero state sfruttate per alimentare i mulini.
Se un privato voleva ristrutturare o edificare un mulino, per prima cosa doveva chiedere al comune il permesso, che concedeva al richiedente lo sfruttamento del mulino per un periodo di anni necessario al rientro della spesa sostenuta e la creazione di un guadagno congruo al lavoro svolto.
Alla fine del periodo stabilito il mulino sia che fosse costruito da zero o ristrutturato da un edificio già esistente, tornava nelle mani del Comune, il quale avrebbe deciso se rinnovare ai precedenti usufruttuari, o trovarne di nuovi.
L’acqua determinò, per la seconda volta nella sua storia, uno sviluppo della città impressionante e rapido, l’acqua dava fertilità ai campi di grano e soprattutto di olive e la grande disponibilità di queste portò alla costruzione di mulini dentro e fuori le mura, le cui concessioni e tassazioni delle acque arricchivano le casse del Comune, il quale alla fine del XVI sec. contava la proprietà di ben 61 mulini operativi.

IV – Lo statuto e le acque

Se sopra ho evidenziato l’importanza dell’avvento dei Comuni in Italia come momento cruciale per la rinascita di Terni,dopo le devastazioni delle invasioni barbariche, per quanto riguarda la stesura dello Statuto dovremo aspettare il 1524.
La stesura degli Statuti lex municipalis ebbe inizio nel XIII sec. e come li descrisse Alberico Rosciate ( XIV sec. ) questi erano una fonte di norme provenienti dall’autonoma capacità di autoregolamentazione di un popolo o comunità, all’interno di cui si sanciva l’esercizio dell’autonomia politica, della giustizia e dell’amministrazione.
Purtroppo questa “autonomia” non si è mai espletata fino in fondo a causa della presenza costante, a volte opprimente, dello stato Pontificio, che vista la vicinanza di Terni a Roma, vista la grande ricchezza idrica, vista la fertilità delle terre e soprattutto, vista la mai celata identità ghibellina della città, poneva un controllo, spesso armato sulla città e le istituzioni.
A causa di questa situazione lo statuto, come sopra detto, venne trascritto solamente nel 1524, in notevole ritardo rispetto ai comuni italiani e quelli circostanti.
Nonostante le limitazioni, venne suddiviso in cinque libri, ognuno dei quali si occupava di tematiche differenti, ed erano suddivisi in rubriche, così da evitare fraintendimenti e confusioni nel suo utilizzo.
Per quanto riguarda la gestione delle acque, se ne parla proprio nel primo libro ( Liber primus ) , il quale è senza titolo, che si occupava di tutto quello che concerneva l’amministrazione della città, dell’elezione del governo di Terni ( priori, durata, competenze, etc. etc. ), del fisco e della selezione dei dipendenti comunali, dove notiamo che due posti erano da destinarsi ai sovrintendenti addetti alle forme.
Questi costituivano una vera magistratura delle acque e per svolgere i loro compiti godevano di ampi poteri di intervento, poiché, per volere del Consiglio Generale, dovevano garantire l’irrigazione di tutte le terre del contado e per questo potevano e dovevano prendere le decisioni ed i provvedimenti necessari.
Per fare un esempio, nella rubrica XXVIII intitolata Delle Formarii et la Sera et Tissino si specificava che i sovrastanti alla forma ( coloro che dovevano controllare e sorvegliare le condizioni delle forme e il corretto fluire delle acque ) dovevano essere quattro, due per ciascun semestre, uno si sarebbe occupato del Serra, mentre l’altro del Cervino.
Se, come specificato in precedenza, lo statuto di Terni era esempio di un’autonomia parziale e condizionata, per quanto riguarda il controllo e la gestione delle acque, la situazione cambia drasticamente e tutto si concentra sul mantenimento di una risorsa che si specificava di proprietà assoluta del Comune di Terni.   

Corsa all’Anello, rito sacro e mostra di destrezza

Scopri la storia della Corsa all’Anello

un’antica tradizione cavalleresca che si svolgeva durante le festività in molte città italiane, tra cui Narni, Viterbo, Tarquinia e Tuscania. L’articolo esplora la natura sacra della corsa, le regole e le norme che la governano, l’abilità e la destrezza richieste ai cavalieri, e la sua graduale reintroduzione nel corso dei secoli.

Correre all’Anello

secondo gli antichi codici cavallereschi consiste nel sospendere un anello lungo la pista, <<e nel procurare correndo a briglia sciolta di trasportarlo sull’estremità della lancia>> (Ferrario). Mostrando capacità e destrezza.
E gareggiare stando a cavallo, in un percorso determinato e con norme stabilite, era una pratica che nel tardo Medioevo si riscontrava per solito durante il Carniprivio, ossia a Carnevale, in diverse località e anche nel Patrimonio di san Pietro, provincia della Chiesa tra Viterbese e Umbria in cui si collocava Narni.
Ma a Viterbo, dove la Corsa si ha pel Carnevale, si ripeteva la gara nel giorno di san Lorenzo. E a Tuscania si correva a febbraio e nelle feste patronali del 9 agosto, con l’obbligo di usare un’asta regolamentare. Mentre a Tarquinia, città in cui la Corsa all’Anello nel VI secolo avanti Cristo era Rito sacro, presieduto da una sacerdotessa e accompagnato da un suonatore di tibia- si disputava la gara al 12 di luglio, festa di san Litardo, per cui il gioco era contenuto nell’evento religioso.

Come a Narni

dove, secondo gli Statuti comunali, che sono noti nella versione del 1371, la gara si svolgeva il 3 maggio a onore e reverenza del Gloriosissimo san Giovenale Martire, Patrono, Governatore e Difensore del Popolo e del Comune, ponendosi così in un contesto di carattere sacro.
E sviluppandosi nel luogo deputato, che era la piazza Maggiore o dei Priori. E qui la Corsa diventava Rito, le cui regole estratte dagli Statuti narnesi furono riportate tre secoli dopo anche negli Acta sanctorum, repertorio delle Vite dei Santi e dei Rituali delle ricorrenze.
A confermare il nesso con la gara equestre, che di fatto chiudeva la Liturgia iniziata il secondo giorno di maggio con l’Offerta dei Ceri in Cattedrale, codificata nel 1311, e proseguita con la solenne Messa celebrata nella mattina successiva.

Gli ‘Atti dei Santi’

iniziati da Jean Bolland, e detti dei Bollandisti, attestavano quindi la sacralità di un Rito che si concludeva con la Corsa all’Anello. Un autorevole riscontro che però fu dato alle stampe nel 1680, quando già da qualche anno le Giostre e Corse dei palii in giorni di Festa erano ritenute di disturbo per le funzioni religiose, come si ricava dal Sinodo diocesano del 1665, i cui decreti furono ripetuti nel Settecento.
Per cui si attraversò un lungo periodo di fermo, fino a un graduale ritorno delle gare equestri, comunque declinate, delle quali si tracciano episodi come al 4 maggio 1845, Festa in cui tra gli altri divertimenti, e <<per rendere poi vieppiù lieto questo giorno si eseguì una corsa di cavalli>> (Diario).
E Corse vi furono anche nel maggio tra 1856, tra tombola, illuminazione e fuochi pirotecnici, per onorare il Santo e a ricordo della Incoronazione della Madonna del Ponte, avvenuta circa un secolo prima (Il vero). Nello stesso secolo si allestirono altri interventi equestri, con anello o con palio: quest’ultimo si effettuava raramente, e con cavalli berberi, da Porta Ternana sino a piazza del Lago, oggi Garibaldi.

Così lentamente

si reintroducevano le gare dei cavalli, e particolarmente dell’Anello, che erano nelle carte e nella memoria collettiva, e la Celebrazione di maggio, che si avvertiva <<poco o nulla curata, per cui sempre riesce languida e meschina>> (Eroli), si riappropriava di un Rito che le apparteneva e che tornava per cura di quei canonici che promuovevano i festeggiamenti.
Come avvenne in due proposte di Corsa all’Anello realizzate negli anni Quaranta del Novecento, dalle cui scintille nel 1969 si riaccendeva definitivamente il fuoco della Sfida, effettuata a onore e reverenza di San Giovenale. E questo accadeva proprio nell’anno in cui si commemorava l’apostolato del Santo, che fu vescovo di Narni dal 369 al 376.
Una Corsa ritrovata, la cui data fu poi associata alla seconda domenica di maggio, quando la Festa infine si completa e il Campo esulta per l’Anello sospeso sulla pista, e per conquistarlo <<si fa mostra di non ordinaria destrezza>> (Ferrario).

Claudio Magnosi


G. Ferrario, Storia ed analisi degli antichi romanzi di cavalleria, Milano 1828 – L. Dasti,
Notizie storiche archeologiche di Tarquinia e Corneto, 1878 (Tomba Barone)-F. Orioli,
Florilegio viterbese, 1855 -S. Campanari, Tuscania e i suoi monumenti 1856 –Acta
Sanctorum maii, I, 1680 (‘Excerpta ex Statutis narniensibus’) -G. Eroli, L’Album 1857 e
Miscellanea 1862 -G. Mansuelli in ‘Narni’, 1973 -Diario di Roma, n. 38. 1845 -Il vero
amico, 1856.

L’orafo nel tardo Medioevo – Battista da Narni

Nell’antica città di Narni, la tradizione orafa è stata tramandata nel corso dei secoli. In questo articolo, ci concentreremo sull’arte orafo nel tardo Medioevo e su uno degli orafi più famosi dell’epoca, Battista da Narni.

E’ trascorso qualche anno, -ma per la Festa di Narni tutto è senza tempo-, da quando nel Terziere di Santa Maria si aprì una bottega medievale in cui appariva un orafo, e la figura era Mario Matticari, che orafo lo era per davvero. E certo interpretava, pur non sapendolo, un artista che in città era vissuto a fine Trecento, e che si firmava Battista da Narni. E a dicembre 2022 tutto è tornato in mente, e ho scritto poche righe su un calice di Battista da Narni, che Marco ha letto…e anche così può nascere un Racconto delle Pergamene.

Questo è dedicato a Mario Matticari (C.M.).

La produzione orafa nel Medioevo

L’oreficeria è da sempre tra le tecniche artistiche più apprezzate ed evocative, sia per i materiali preziosi utilizzati che per le tecniche raffinate. Inoltre nel Medioevo sono evidenti le sue strette connessioni con le altre arti figurative, e basti pensare alle tipiche forme dei turiboli in stile gotico che richiamano edifici sacri.

Nella seconda metà del Trecento, l’ornamento venne sempre più concepito come opera del genio di un singolo artista, quindi svincolato dal compito di celebrare principalmente il potere divino e quello temporale, che da sempre si sono avvalsi dell’arte orafa per rappresentarsi.

Questa nuova forma di libertà espressiva stimola il desiderio dei benestanti di possedere gioielli, abiti, per cui nel lusso investe anche la borghesia arricchita.
I gioielli si fanno sempre più carichi di pietre preziose e perle, fin quasi a nascondere le stesse montature. Ora l’immagine di tipo religioso come ad esempio un’Annunciazione o una Crocifissione, vengono presentate in una cornice più ricca di decorazioni naturalistiche.

Così spille “ad anello” si evolvono in forma di cuore, e diventano di moda in tutta l’Europa
occidentale, generalmente regalate come pegno d’amore. Ancora spille in oro, con perle e pietre preziose; e pendagli con rosetta sbalzata e con decorazioni in rose di perline, erano anch’essi simbolo d’amore, come le fibbie da cintura, con raffigurazioni di mani che si stringono in segno di fidanzamento.

Gli anelli, usati come talismani o come sigilli, assumono una funzione decorativa e sono realizzati in oro, argento e pietre preziose con decorazioni araldiche o simboli religiosi ad uso degli ecclesiastici e non solo. Molto diffuso anche l’anello con il nodo d’amore o con le mani intrecciate o in segno di giuramento, recanti scritte sul gambo “io a te, tu a me”.

La tecnica dell’orafo del Medioevo

Tipica dell’epoca la tecnica del niello, (che consiste nel riempire i solchi di un’incisione a bulino con un composto colorato) e soprattutto dello smalto traslucido, per decorare anelli, spille, diademi ed altri monili.
Celebre per utilizzare tale tecnica già a fine Duecento è stato il senese Guccio di Mannaia, che realizzò un calice per il papa Niccolò IV, nella Basilica di San Francesco ad Assisi.
E con lo smalto traslucido è stato eseguito il Reliquiario del Corporale di Bolsena di Ugolino da Vieri (1338), attualmente all’interno del Duomo di Orvieto. Entrambi sono esempi della raffinatezza e del livello estetico raggiunti dall’oreficeria senese, nel XIV secolo.

Nel Medioevo in molte città gli orafi, inizialmente iscritti alle corporazioni dei Fabbri, nel tempo si associarono in una propria aggregazione professionale, rientrando a pieno titolo tra le arti maggiori, di cui talvolta diffondono se non anticipano i modelli. Nasce dunque a tutti gli effetti nel Medioevo la figura dell’orafo.

L’Orafo di Narni

A Narni l’attività di orafo era una pratica di cui si ha riscontro con la figura di Battista detto appunto ‘da Narni’, vissuto verso la fine del Trecento e i primi decenni del secolo successivo. E del quale resta un calice il cui valore si compenetra nella bellezza degli smalti, degli sbalzi e dei ceselli e delle dorature che donano lucentezza all’argento che è materiale di base. (M. D’Onofrio, Mostra di arredi sacri, Catalogo, 1974).
‘Battista de Narne me fe’ un capolavoro di devozione religiosa raccolta in diciotto riquadri dedicati ai Santi rappresentativi dell’area, da Santa Caterina di Alessandria a santa Margherita di Antiochia, da Gesù alla Madonna addolorata, da san Michele Arcangelo a san Giovanni Battista, ed altri ancora della venerazione popolare, nella quale trovava spazio il culto di san Francesco di Assisi.

Si può credere che l’orafo di Narni abbia avuto esperienze comuni ad altri artisti dell’area tra Toscana e Umbria, e un riferimento può riscontrarsi in un simile manufatto di Catalauccio da Todi
Il calice di Battista era stato richiesto da Giacomo di Francesco Donatucci, riferibile alla famiglia che ancora ai primi decenni del Quattrocento rivestiva un importante ruolo sociale a Terni, ed è conservato in quella Cattedrale.

Nel 1651 è’ stato trasformato in reliquiario del Preziosissimo
Sangue, ed è annualmente esposto in quella ricorrenza.

La bottega dell’orafo nel Medioevo

E torniamo dove abbiamo iniziato, ossia alla bottega dell’orafo, che era a metà strada tra l’officina di un fabbro e lo studio di uno scultore, e presentava caratteri simili ovunque, a prescindere dalla sua localizzazione, considerando che le tecniche utilizzate da Parigi a Norimberga da Firenze a Roma, erano le stesse, salvo il prevalere, per gusto o preferenze locali, di questo o quel tipo di lavorazione.

orafo nel medioevo al lavoro

Vi era il banco – e qui si riportano appunti di Mario Matticari, scritti proprio per la bottega ricostruita nel Terziere di Santa Mariasu cui si eseguiva gran parte delle lavorazioni mentre i vari strumenti erano sistemati alle pareti, su una serie di ripiani nei cui fori trovavano alloggio in bell’ordine bulini, martelli, lime, ceselli, pinze, tenaglie, trapani e quant’altro necessario alle diverse tecniche impiegate.
Sparsi sul banco, sui ripiani e a terra, potevamo trovare i numerosi
modelli in legno, in cera o in bronzo per le fusioni. E non poteva mancare la fornace, utilizzata per le fusioni dei metalli, per cuocere lo smalto e per eseguire la doratura a fuoco.
Accanto alcune macchine tipiche del medioevo, come la pressa, il filatoio, il tornio ed il laminatoio che avevano lo scopo di rendere più efficiente il lavoro dell’orafo.

realizzazione orafo nel medioevo

In questi ambienti fecero il loro apprendistato alcuni dei grandi artisti del tempo rappresentato, da Andrea Pisano a Lorenzo Ghiberti, e ancora Masolino, il Pollaiolo, Filippo Brunelleschi, Donatello, Sandro Botticelli e Andrea Verrocchio e il ‘nostro’ Domenico Ghirlandaio.

Dimostrando che I’oreficeria era arte in cui conoscenza e manualità vanno di pari passo con il gusto ed estetica, sperimentate in tutte le sue forme, a creare Bellezza.

Marco Matticari con Claudio Magnosi

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Nel regno di Plutone

NEL REGNO DI PLUTONE

Il Carnevale nel Medioevo

Cosa si nasconde dietro questo rito antichissimo?

Carnevale, tempo di maschere. Ma cosa si nasconde dietro questo rito antichissimo? Se è evidente che la maschera permette di assumere una personalità diversa, è anche vero che seppur inconsciamente, evoca un aspetto molto più profondo, legato al dualismo morte-Plutone.

Plutone, dio degli inferi, amava le maschere, il mistero e le illusioni della notte, così come amava la morte, ultima illusione dell’esistenza. L’atto di mascherarsi non è solo una semplice trasformazione esteriore, ma anche un’operazione misterica che affonda le sue radici nelle antiche cerimonie sacre riservate agli iniziati, a coloro che avevano la capacità e il permesso di scendere nel regno di Plutone, accedendo così al mistero della vita e della morte. Trasformando l’apparenza di chi la indossava, la maschera aveva la funzione mistica di far uscire l’uomo dal sé stesso esteriore per farlo entrare nel profondo di sé stesso.

Dai Saturnali romani alle molte feste medievali di tipo carnevalesco

Per l’uomo medievale, la festa era il luogo nel quale si saldavano e in qualche modo si pacificavano le due opposte concezioni del tempo: quella lineare della vita umana, che ha un inizio e una fine, e quella ciclica della natura che non nasce e non muore mai, perché rinasce sempre uguale a sé stessa. Questo doppio momento di tempo poteva essere annullato solo nella festa, tornando al caos primordiale nel quale le divisioni sociali non esistevano ancora. Ed è proprio questo il senso delle inversioni di ruolo che si producevano in alcune feste: dai Saturnali romani alle molte feste medievali di tipo carnevalesco (anche se nacquero prima del Carnevale strettamente inteso). Erano le feste dei folli, nelle quali una sola volta durante l’anno, le gerarchie sociali venivano completamente rovesciate: si eleggevano re e regine della festa, vescovi bambini o folli. Tutto questo lo raccontano le fonti ecclesiastiche, attraversi i tanti divieti che comparvero sin dall’inizio del Medioevo, nei quali si condannavano questi riti: “travestimenti di uomini in animali o in donne, balli, canti, sfrenatezze sessuali e alimentari e che si consumano anche nelle chiese” (Sermo Pseudo-August., Cesario di Arles). Va detto infatti che a queste feste non partecipava solo il popolo, ma anche una parte del clero perché, soprattutto nei primi tempi, la loro organizzazione nasceva proprio all’interno della Schola. Quanto al dispregio delle “sfrenatezze alimentari”, non a caso anche gli Statuti narnesi del 1371 vietarono di offrire merende o qualsiasi tipo di cibo cotto o crudo da 15 giorni prima della fine del carnevale (Statuti, Libro III, Capitolo LXXXVIII).

I divieti ecclesiastici

I divieti ecclesiastici, persistenti e reiterati quasi sempre con le stesse argomentazioni, testimoniano da un lato l’impotenza della Chiesa di fronte alle tradizioni radicate, ma anche una sorta di accettazione delle stesse: i riti infatti erano circoscritti ad un periodo di tempo determinato e in un certo senso agivano da “tranquillante sociale”. Una sola volta l’anno, anche le classi subalterne potevano sperimentare modalità di vita completamente diverse dalla dura realtà di tutti i giorni. I Mondi alla rovescia e i Paesi di cuccagna dell’immaginario medievale, contrapponevano la realtà terrena a quella infinita ed eterna del mondo ultraterreno, uno dei temi centrali del cattolicesimo.

Molte di queste feste erano prima di tutto cerimonie propiziatorie per la fecondità della terra e ancora oggi conservano una sacralità pagana che neppure la loro cristianizzazione è mai riuscita a cancellare. Anche nei riti carnevaleschi, così come in tutti i riti propiziatori, c’era una sospensione tra il mondo terreno e l’aldilà nel quale i vivi e i morti potevano finalmente incontrarsi e comunicare. Gli uomini volevano salvaguardare i semi che avevano piantato sottoterra e per farlo dovevano ingraziarsi le forze che comandavano nel sottosuolo: gli dei degli inferi e i morti. Rovesciando l’ordine quotidiano, coloro che abitavano nell’aldilà, potevano tornare sulla terra e prenderne il potere una volta l’anno. Per questo motivo le brigate degli Arlecchini (già nella seconda metà del 1200, in Francia, Hellerquin/Hellequin era divenuto un diavolo comico) e le schiere dei diavoli potevano percorrere le strade indisturbati. Se nella quotidianità erano raffigurazioni spaventose e veri e propri deterrenti contro il peccato, durante la festa i diavoli finivano per essere esorcizzati: si poteva ridere di loro rappresentandone il lato grottesco.

Il Re Carnevale

Durante i riti carnevaleschi, l’incoronazione di un re del Carnevale era una vera e propria parodia che rappresentava l’essenza della visione di un Mondo alla rovescia, perché ad essere incoronato era generalmente un uomo qualunque, non di rado “lo scemo del villaggio”, un re per burla da contrapporre a quello vero.

Alla base di questa elezione, alla successiva detronizzazione ed uccisione simbolica di re Carnevale (peraltro accompagnata dalla stesura di un testamento e da processioni e pianti), c’era il significato stesso del rito: rovesciare la realtà, seppellire l’anno vecchio per andare verso il rinnovamento. Caratteristico in questo senso era anche l’utilizzo di oggetti indossati alla rovescia, come ad esempio gonne al posto dei mantelli, vasi indossati come copricapi e semplici utensili domestici esibiti come armi. Secondo alcuni studiosi il personaggio simbolico di re Carnevale nacque storicamente nella liturgia cristiana in funzione antitetica alla Quaresima e fu concepito come personificazione del tempo, di una stagione. Il Carnevale era infatti una sorta di festa di Capodanno e in un’esistenza misurata solo dalla vita nei campi, celebrava la morte dell’anno vecchio (la fine dell’inverno) e l’inizio del nuovo: la primavera e la rinascita vegetale. La sua funzione era quella d’instaurare un rituale rapporto con il regno dei morti, come testimonia la tradizione del testamento, con il quale, in forma pubblica, si denunziavano le disgrazie e i mali che si erano consumati nell’anno appena concluso. Ma il clamore delle feste carnevalesche era cosciente dei propri limiti. Si rideva con quel tanto di amaro in bocca dovuto alla coscienza di sapere che di lì a poco sarebbe iniziato il periodo quaresimale.

L’eterno contrasto tra Carnevale e Quaresima

L’eterno contrasto tra Carnevale e Quaresima era ben rappresentato nelle feste medievali: in alcuni casi infatti, alla processione che accompagnava al “rogo” re Carnevale, presenziava una donna che interpretava appunto “madonna Quaresima”, moglie, antagonista ed alter ego femminile di Carnevale. Il suo pianto per la detronizzazione e la condanna a morte del marito, erano puramente simbolici: ogni anno Quaresima, succedendo per motivi temporali al periodo carnevalesco, usciva vincitrice dallo scontro. Con il suo avvento si ripristinava la normalità quotidiana, intrisa di fatica, dolore e ingiustizie sociali, ma anche di una potente religiosità che mal si accordava agli eccessi, al riso e alla festa.

Alcuni riti del carnevale si conservano ancora oggi; per citare due esempi: a Ronciglione si elegge ancora un re Carnevale, al quale vengono simbolicamente consegnate le chiavi della città e ad Ivrea si usa piantare in terra dei pali di legno detti “scarli”, che vengono poi bruciati la sera del martedì grasso a simboleggiare il momento in cui Carnevale cede il posto alla Quaresima.

Narni e la tradizione carnevalesca

Per quanto riguarda Narni, la tradizione carnevalesca è ormai completamente perduta: oggi il Carnevale è un momento di festa e di maschere riservato quasi esclusivamente ai bambini. Non sono certe le ragioni che hanno comportato la scomparsa del Carnevale nella nostra città, ma forse affondano le loro radici in un “Manuale per la diocesi e il clero narnese” conservato nel Palazzo Vescovile di Narni, che alcuni anni fa mi segnalò Claudio Magnosi, al quale vanno come sempre i miei ringraziamenti. Nel testo “Constitutiones et decreta diocesanae synodi ab illustrissimo et reverendissimo domino comite Raymundo Castello Dei. & Apostolicae sedis gratia episcopo Narniensi”, il vescovo Raimondo Castelli, sulla scia dei suoi predecessori, nel 1665 proibì di fatto i giochi popolari e i divertimenti (lotte, corse di cavalli, carnevale, teatro e balli), riconducendo la “festa” alla sola sfera religiosa. L’ordinanza fu accettata a Narni e in tutta la diocesi, con la sola eccezione di Otricoli che si ribellò rivolgendosi alla Camera apostolica.

Mariella Agri

BIBLIOGRAFIA

Allegri L., Teatro e spettacolo nel Medioevo, Laterza, 2011

Bachtin M., L’opera di Rabelais e la cultura popolare. Riso, carnevale e festa nella tradizione medievale e rinascimentale, Einaudi, 2001

Bartolucci R., Statuta illustrissimae Civitatis Narniae, Morphema, 2016

Toschi P., Le origini del teatro italiano, Boringhieri, 1976

Galeotto Marzio: appunti per una rilettura

Galeotto Marzio: appunti per una rilettura

Il ‘400 Narnese

Il ‘400 Narnese  è essenzialmente un’epoca di riassestamento, sia a livello urbanistico (dopo le modifiche imponenti dell’ultimo scorcio del 14° secolo, a partire dall’erezione dell Rocca Albornoziana, ed il successivo spostamento dell’asse pubblico anche verso il “Monte”), che politico, dopo il rientro della città ribelle nell’alveo dello Stato della Chiesa.

E’  questo un periodo  in cui le famiglie illustri forniscono più soldati che letterati al paese, anche grazie alle innumerevoli guerre di potere ai confini del Patrimonio di S. Pietro, e tra questi spicca sicuramente Erasmo (il Gattamelata), il più celebre, ma non l’unico Soldato di Ventura della città. 

Non esiste invece un’ altrettanto imponente emigrazione di cervelli.

Narni sembra mostrare poca sensibilità verso le aperture dell’Umanesimo italiano, gli apporti sono sovente esterni e sporadici, prevalentemente sotto forma artistica (il Maestro da Narni del 1409 è sicuramente uno spirito proto-rinascimentale, rispetto alla cultura letteraria formalmente inesistente…).

Galeotto Marzio, l’umanista eretico

Figura di spicco, eccezione alla regola, è proprio Galeotto Marzio, della famiglia dei Marzi: i suoi vari interessi, dalla medicina alla chiromanzia, dalla cultura scritta a quella orale, ne fanno un uomo moderno, europeo, interessante sotto molti aspetti.

Della famiglia Marzi poco sappiamo dai documenti: solo nel 1400 viene nominata una tale Francesca Martius, figlia di Paolo, che sposa un Rodolfini, mentre il nome sull’architrave dell’abitazione gentilizia, tuttora visibile in Via Mazzini, è posteriore a quest’epoca, sebbene forse la casa-torre appartenesse a quella famiglia già da tempo.

Nato a Narni nel 1427, Galeotto può aver frequentato le scuole locali, ma di sicuro sappiamo che già nel 1447 si trova presso la scuola di Guarino Veronese, a Ferrara, a studiare le arti liberali, poi lo ritroviamo a Bologna, dal 1462 al 1477, dove già  ricopre la carica di lettore di Retorica e Poesia presso l’Università.

A seguito della pubblicazione dell’opera “De incogniti Vulgo” nel 1477 viene accusato di eresia dall’Inquisizione, e – come tanti intellettuali prima e dopo di lui – è costretto a ritrattare pubblicamente le sue tesi, dopo essere stato messo alla berlina.

Attorno alla sua figura di intellettuale nasce però un problema di ricostruzione filologica: ci rimangono infatti solo 10 lettere autografe, mentre mancano completamente le trascrizioni delle sue lezioni a Padova, o i ricordi dei suoi alunni.   Restano invece alcune polemiche con altri Umanisti dell’epoca, spesso a causa della sua professione di medico, suo primo interesse, ed è proprio questa sintesi tra letteratura e medicina un segno della modernità dell’umanesimo di Galeotto Marzio.

Galeotto Marzio medico e poeta

Alcuni umanisti lo attaccano perché lui – caso quasi unico nella cultura ufficiale dell’epoca – è accusato di non conoscere il greco, né la cultura ellenistica, sebbene il Marzio dichiara di averla invece imparata da Giano Pannonio, che gliela insegnò nella sua casa di Montagnana (fatto poi smentito). 

Nell’opera “De Homine” (una ricognizione della fisicità dell’uomo sotto l’aspetto medico – filosofico) si preoccupa del bene fisico degli uomini, ed indica alcune ricette per curare malattie quali la sciatica, sbagliando l’etimo delle parole greche (disonorevole colpa!), eppure egli stesso rileverà più volte l’esigenza (umanistica, questa sì) di studiare il greco.

Esiste anche una raccolta di Carmina di Galeotto, troppo esigua però per ricostruire la sua fisionomia di poeta della lingua latina. Si interessa sicuramente di filologia, è antiquario nell’accezione umanistica, almeno fino al 1476, anno in cui rinuncia a pubblicare opere di carattere filologico – letterario.

Con il libro “De doctrina Promiscua” (1489), dedicato a Lorenzo de Medici, Galeotto cerca di ristabilire un contatto con l’ambiente Mediceo e con l’avanzato umanesimo fiorentino, ma senza successo: troppo distante è il suo umanesimo da quello Fiorentino. 

Galeotto intuisce la distanza di un Umanesimo italiano forse corretto filologicamente (per così dire alla Bembo), ma sterile, e mai vicino ad esprimere un Erasmo da Rotterdam, mentre il suo ideale resta quello di una perizia universale nelle arti e nelle scienze.

I soggiorni ungheresi

Medico in un periodo in cui la medicina umanistica sfocia spesso in altre materie: lettere, filologia, astrologia, chiromanzia, filosofia. 

Il Serdonati, traduttore in volgare fiorentino del “De Doctrina Promiscua”, lo dipinge, infatti, come “…interessato alla filosofia ed alla medicina, astrologia, arti matematiche ed arte oratoria e poetica…”

Un interesse particolare Galeotto lo dimostra anche per le scienze alchemiche, fatto non raro in questo periodo in cui chimica ed alchimia spesso coincidono nelle tesi degli Umanisti.

Per alcuni scienziati però questa rimane fortemente legata alla magia, all’idea di imbroglio. 

Anche l’ambiente ungherese, quella corte di Mattia Corvino che lo vede protagonista a Budapest, offre nel 15° secolo la compresenza di molte personalità a metà strada tra arti mediche e magiche, che vanno a sovrapporsi con l’anatomia vera e propria.

Galeotto alla corte di Budapest: alcune suggestioni

Grazie all’interesse di Re Mattia per la filosofia di Ficino, Budapest nel ‘400 diventa una sorta di succursale della scuola platonica fiorentina. 

Il Re simpatizza però anche con alcune forme di religiosità ereticale, mentre accoglie nelle scuole del regno molti maestri dominicani. 

Re umanista in toto dunque, che accetta e favorisce lo scambio di idee culturali e religiose, ma anche fortemente impegnato a difendere le frontiere orientali del cristianesimo contro il pericolo turco, come il padre Giovanni, il quale utilizzò a questo scopo, supportato dal placet del Pontefice Pio II, personaggi di dubbia moralità, veri e propri guerrieri sanguinari, tra cui il conte Vlad III di Valachia, passato alla leggenda come Dracul.

Questo personaggio storicamente attestato, diverrà poi incubo leggendario, mago ed alchimista, esaltato difensore del suo piccolo regno, combattente contro i crudeli turchi, la cui crudeltà egli volle emulare fino a raggiungere la fama di impalatore. 

Dracul sarà quindi messo da parte, e persino imprigionato proprio da Mattia nel 1463. 

Precedentemente a questa data egli però frequenta la corte quale strano umanista, che legge i Platonici e studiava Ficino, discutendo di filosofia con altri ospiti di riguardo, provenienti da altre nazioni, tutti convenuti a quell’ultimo lembo orientale di accademia umanistica. 

E’ interessante rilevare  che anche Galeotto frequenta la corte di Mattia almeno a partire dal 1461, e quindi egli stesso potrebbe aver sperimentato almeno alcuni anni di compresenza a Corte con questo, leggendario strano personaggio…

Il periodo Montagnanese

Montagnana, in provincia di Padova, è il luogo che ospita Galeotto Marzio, almeno dal 1456, epoca a cui si riferiscono alcuni contratti stipulati da lui, ed altri conclusi dalla moglie mentre lui era docente a Bologna.

Non è un caso che la scelta sia caduta su Montagnana, in quanto qui si era già stabilita  una colonia di Narnesi a seguito del Gattamelata, il quale proprio in città  ebbe la sua dimora a spese della Repubblica di Venezia, tanto è vero che la vedova stessa del Gattamelata restò a Montagnana, dopo la morte di Erasmo, e da quel momento sono riscontrabili diversi cognomi “Gatteschi” in città, in contratti e stipule legali.

Qualcuno pensa addirittura che la città sia poi divenuta una sorta di meta di pellegrinaggio dei Narnesi, sulla scorta della memoria Erasmiana, per cui – nel momento in cui insegna a Padova – anche Galeotto si sentì attratto dal luogo di residenza del suo illustre concittadino.

All’interno del Duomo di Montagnana, si può ancora ammirare un affresco in una cappella laterale, attribuito proprio a Galeotto Marzio: esso raffigura strani disegni alchemici, tra cui un serpente, una stella a cinque punte ed altri animali fantastici, una rara testimonianza (se effettivamente opera di Galeotto) su cui bisognerebbe indagare più approfonditamente.

L’immagine di Galeotto Marzio

Tra le medaglie ungheresi pervenuteci, molte lo  ritraggono nella usuale forma tondeggiante, mentre altre testimonianze circa il suo aspetto fisico ci pervengono dai contemporanei che lo conobbero, anche quando fu messo alla berlina in piazza S.Marco a Venezia, consegnato all’Inquisizione prima di abiurare il suo testo tacciato di eresia.

In questa occasione la plebe riunita lì per godersi lo spettacolo gridava: “Che bel porco grasso!”, a che il nostro rispose: “meglio un porco grasso che una capra mingherlina!”.

Questa testimonianza concorda completamente con le usuali effigi in cui è raffigurato con pancia e doppio mento, nonché una folta capigliatura con riccioli; di particolare importanza è anche l’affresco celebrativo all’interno della sala consiliare del Comune, dietro la cui figura si intravede la città di Narni, come appariva attorno al XV° secolo.

Una ultima immagine appare anche in un codice miniato ungherese, dove è descritta la consacrazione del Vescovo Giovanni Vitez (circa 1489), in cui Galeotto appare alle spalle del Vescovo, confuso tra la folla, comunque ben preciso nelle fattezze.

Fabio Ronci 

 

 

 

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Delle cose che si mangiano: i dolci del basso Medioevo

Delle cose che si mangiano: i dolci del basso Medioevo

Tra i Racconti delle Pergamene alcuni si soffermano sui prodotti e sulla cucina di Narni, e tra questi si ricorda il percorso dell’uva passa, o raime, che si incontra nelle carte di Francesco Datini di Prato, tra i più noti mercanti del XIV secolo.

E un altro Racconto parla del panpepato, che per tradizione e componenti si colloca nel periodo invernale, in un procedimento che raccoglie ricette familiari e formule provenienti dai monasteri e dai conventi, i cui profili tuttora si avvertono nel tessuto urbano.

 

Nel Cathalogo delli inventori

Sulla medesima linea si procede con un antico ‘Cathalogo delli inventori delle cose che si mangiano’ in cui tra i dolci si elencano quelli preparati per la prima volta da Abrone da Narni, ovvero i ‘bericoccoli, canistrelli e caviadine, guardiani, confortini fatte con zuccaro, cannella, uova fresche e butiro fresco’, che si assegnano ai secoli XIV e XV, e che qui sono stati elencati da Ortensio Lando, frate agostiniano vissuto nella prima metà del Cinquecento.

Dolci famosi, come gli ‘anici confettati’ e simili impasti con mandorle detti ‘treggea’, citati tra uva passa e nocelline da Simone Prodenzani, nato ad Orvieto nel 1351, e autore di ‘Sollazzo e Saporetto’. E altri confetti insieme ai marzapani sono nominati nelle Riformanze comunali del 1531, ed erano noti a Reale Fusoritto da Narni che a fine secolo ne ‘Il Trinciante’ li evocava inserendoli nella cucina di corte.

 

Bericoccoli

Ma era una pratica alquanto comune quella che riguarda ‘il conciare dei bericoccoli’, inventati, proprio a Narni. E che in un’area, che comprende anche la Toscana, erano chiamati cavallucci, per forma, o perché molto richiesti nelle stazioni di cambio dei cavalli.

La ricetta, che è stata riprodotta e attualizzata in grammi, ne vuole trecento di farina e altrettanti di ‘zuccaro stemperato’, inoltre cento grammi di noci sgusciate, e cinque di spezie tra coriandolo, pepe, chiodi di garofano e noce moscata. Infine un cucchiaio di anice e una buccia grattugiata di arancia amara, ossia di melangola.

Se necessario, si aggiunge farina, a formare palline grandi come noci da cuocere con fuoco moderato, senza indorare troppo. Ed è questa è la ricetta dei Bericoccoli, che erano mangiati a Narni, a Siena e in tante città ancora.

 

Canestrelli e Ciambelle di Narni

Ma Abrone da Narni aveva creato anche i canestrelli, con zuccaro e farina, butiro fresco appena ammorbidito e due tuorli d’uovo di giornata, a impastare a forma di palla tenuta in un panno umido, poi stesa e tagliata a losanghe infornate per pochi minuti, e da gustare subito a fine cottura.

Poi, accanto a bericoccoli e canistrelli, e oltre le caviadine, guardiani e confortini, ideati dall’estrosità di Abrone, sempre in Terra di Narni si collocano le ciambelle all’anice cotte al forno, la cui memoria si riallaccia ad antichi culti resi tra Itieli e Sant’Urbano.

Quindi ciambelle di carattere sacrale, tuttora offerte nelle feste dei Santi collegati, e delle quali ancora al primo Novecento era venduta una variante, per cui si scriveva che ‘a Narni v’ha la specialità dei biscotti, ciambelle dolci, con semi d’anice, cotte nell’olio’ in una Guida gastronomica d’Italia, che le poneva quale prodotto tipico.

 

Con vino cotto o crudo

Quelle citate, ed altre, sono ricette che hanno attraversato i secoli, interessando non solo Narni e il suo Contado, e la cui preparazione si attuava seguendo un calendario di feste e di stagioni.

Ma in ogni tempo nel gustare i dolci si può proporre un accostamento, sapendo che a Visciano, Alvenino e in altre contrade erano citate vigne già nelle bolla del 1129 di Onorio II, e che ‘Narni ha vino cotto et anco qualche vinetto crudo’, come attestava al 1538 Sante Lancerio, che fu bottigliere di Sua Santità Paolo Terzo. Consolidando in tal modo le eccellenze del Territorio.

 

Riformanze comunali, 1531 -O, Lando, Commentario delle più notabili e mostruose cose d’Italia, 1548 -D. Romoli il Panonto, La singolar dottrina, 1560 -D. Romoli Il Panonto, La singolar dottrina, 1637 -TCI, Guida gastronomica d’Italia, Milano 1931 -Sante Lancerio, I vini d’Italia, msc, prima ed. 1876.  -P. Corelli, Savonarola, in app, 1831.

Dosando ricette e datazioni, hanno cucinato questo Racconto

Carla Chiuppi e Claudio Magnosi