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Che io ti cerchi trovandoti e ti trovi cercandoti

Era il 3 maggio secondo la celebrazione assegnata dal Gelasiano, nel 376 secondo la tradizione, più probabilmente il 7 agosto – aggiungiamo anche il 7 maggio –  per gli agiografi, ma forse del 371 secondo i più attuali studi. Forse. Io non c’ero…

… e cosa cambia per te?

Niente, chiaro, ma mi piacerebbe essere sicuro.

Ti abbiamo seppellito come tutti fuori delle mura civiche e sin da subito abbiamo avuto voglia di riposare accanto a te; non eravamo soli: alcuni naviganti ti hanno riconosciuto e ti hanno voluto costruire una tomba più monumentale perché chiunque potesse riconoscerti.

Riconoscermi per cosa? Per una tomba?

Si. La tua in principio era come tutte le altre. Il tempo ti ha dato gloria e quindi abbiamo cominciato a far ricordare le tue mirabili giornate con noi. Chi ti ha seguito sulla Cattedra non ha smesso di   fare il tuo nome: Massimo, i Pancrazi, Erculio, Vitaliano, Proculo e poi Cassio ne ha fatto parola anche con Gregorio, il vicario di Cristo. Ti sei mostrato ad anni ed anni dalla tua morte – pardon – nascita al Cielo, hai continuato a guarirci con la tua presenza quasi fisica, ci hai spinti ad essere migliori. Abbiamo parlato talmente bene di te che alla fine ciò si è rivelato un boomerang.

Cos’ è un boomerang?

Già, scusa. Un oggetto che abbiamo imparato ad usare prendendolo in prestito dal più lontano dei Continenti: se non becca il bersaglio torna indietro e può far male a chi lo ha lanciato. E così fu per noi: a forza di tessere le tue lodi circa sei secoli dopo la tua morte ti hanno rapito, traslato con l’inganno, rubato, strappato da Narni – fracassando la tua bella tomba, ormai sacello, forse tempietto votivo – per portarti a Lucca dal margravio Adalberto di Toscana e fare del bene solo a loro (e certo, no?!?!): non so cosa tu abbia potuto fare in esilio, ma loro non ti ricordano più. Si ricordano molto bene però di Cassio e Fausta. Forse sei stato tropo poco: sei tornato a Narni dopo una quaresima di anni di nostra orfanezza. Sembra che tu, là non ci volessi istare: hai preso un cavallo e te ne sei tornato a Narni (abbiamo ancora due pezzi di legno del nobile trasporto medievale).  Secondo me il ‘cavallo’ che ti sei scelto per tornare era papa Adriano. Comunque sia andata non è durata molto la tua pace …

Non cascarci, noi defunti in Cristo non riposiamo mai, ci diamo da fare per voi …

Ce ne siamo accorti, grazie. Intendevo dire, non sono passati che tre secoli e tu, che avevi ripreso a mostrarti e a liberarci da malattie animæ et corporis, sei stato di nuovo sottratto. Era il 1233, dicono, e il tuo licor continuava a guarire malati e storpi: ratto di nuovo. Da chi poi? Da un prete, un canonico che voleva portarti a fare il bene solo ai tolosani (e come no?!?!) e tu hai fatto impuntare un altro cavallo a Romanisio (ormai la chiamiamo Fossano) compiendo segni inconfondibili della tua volontà di fare del bene ovunque abbiano portato il tuo corpo. Ma anche lì la storia, forse, non è stata lunga seppure ancora oggi ci sia chi crede che tu sia rimasto in Piemonte e noi dovremmo ‘accontentarci’ del tuo omonimo Santo successore – o viceversa, vacci a capire -, infatti al tuo ritorno ti abbiamo nascosto ben bene, si narra. Quasi a voler dimenticare la tua posizione in quella bella e spaziosa chiesa che nel frattempo abbiamo eletto Cattedrale. Che martirio questi viaggi post mortem! Però ti ricordano in tutta l’Italia centrale e non solo.

Ricorda tu, però, che io sono restato anche in Piemonte e in un certo senso in tutti i luoghi in cui il mio corpo è transitato.

Certo, altrimenti non ti avrebbero menzionato in tantissimi luoghi e a Fossano, città della quale sei Titolare, non ti avrebbero nascosto parte della testa in quel bel reliquiario argenteo! Però, permettimi, perché il tuo successore Giampaolo ti avrebbe sognato vestito di tutto punto e ti avrebbe ritrovato esattamente nel luogo che gli hai indicato tra il 16 e il 20 aprile 1642 se fossi rimasto a Fossano?

Domanda inutile. Inutilmente complicato spiegarti. Inutili fiumi di inchiostro.

Abbi pazienza, vivo nel 2026, ormai sono solo queste le domande che mi fanno su di te. Siamo veramente figli del sospetto: c’è chi dice addirittura che tu a Narni ci sia stato, sì, ma ci sia arrivato già in forma…di reliquia! Altri dicono che tu sia stato ‘inventato’ da Cassio che ti voleva tanto bene. Voleva bene ad una sua invenzione sapendo di mentire anche al Papa?

Vado avanti, va: in tempi non brevissimi (dal 1642 fino al 1726, trecento anni fa) ti abbiamo costruito un Monumento che ha cambiato per sempre l’aspetto della Cattedrale e che ha chiesto altri due anni perché fosse riconsacrata nell’episcopato del tuo successore Nicola. Quasi dodici metri di altezza con materiali tra i migliori che potessimo trovare! Dopo tutti questi viaggi in corpo e anima, dopo tutti questi sforzi ecclesiali, cittadini e nobiliari, dopo tutti questi trionfi sacri, letterari e musicali è una gloria visibile che ti si addice!

Ah sì? Mi vedi?

Ti immagino. Chiaramente, come se ci conoscessimo da sempre. Come ti hanno immaginato in tanti e in tanti hanno continuato a portare avanti sembianze che a noi sono ormai familiari. Però mi piacerebbe vederti oggi.

E cosa ti aspetteresti di vedere di me che non hai già visto?

Il tuo corpo come resta fosse anche polvere; toccare il tuo liquor e portarlo a chi non ha più speranza; prendere le tue povere spoglie – già qualcosa ho nel busto narnese (a proposito, grazie per tenere in piedi Narni tra i terremoti, noi siamo maestri nel volerla distruggere anche in periodi di pace) – e fare in modo che il tempo non porti via anche il ricordo… ma dove ti cerco? Sotto l’Altare maggiore, certo, ma ricomposto nell’urna barocca? Disteso sotto la pietra purpurea nelle tre casse? Ancora nascosto nel vecchio sacello tra un gradino e l’altro? Sotto il vecchio sarcofago dove ti sei mostrato? Sangiovena’ dove sei ora???

Crescerebbe la tua fede in Dio se mi trovassi?

Non lo so, ma mi piacerebbe vederti.

Questi discorsi li fanno i bambini …

Non voglio tornare bambino.

Allora cercami nei loro occhi …

Di chi? Dei narnesi?

Cos’hanno i narnesi che gli altri non hanno?

Dai Giovy, fatti vedere!

Mi hai già visto!

Che dici… Dove?

Non te ne accorgi?

… vero. Sei proprio qui.

… … …

Don Sergio Rossini

Il migliore degli arcieri: Robin Hood fra storia e leggenda

Il migliore degli arcieri: Robin Hood fra storia e leggenda

Il solo nome evoca un  medioevo immaginario

Robin Hood: il solo nome evoca un  medioevo immaginario, con i suoi fuorilegge, l’amore vissuto tra castelli e foreste, le facce cinematografiche di Douglas Fairbanks e Kevin Costner, ma anche la simpatica volpe di Walt Disney con tanto di allegra brigata animalesca.

Sebbene le leggende di Robin Hood ci siano pervenute nei secoli attraverso diverse fonti (tra cui molte reinterpretazioni della prima  trasmissione orale), e gran parte della letteratura “favolistica” sia frutto di una rielaborazione tardo medievale, non bisogna dimenticare che gran parte delle nostre conoscenze della storia e dei personaggi del mitico arciere di Sherwood sono in realtà il frutto del lavoro di Alexandre Dumas, che dopo aver affrontato i Tre Moschettieri ed il Conte di Montecristo si volle cimentare anche con questo eroe popolare.

La sua versione di Robin Hood apparve postuma nel 1863, con il sottotitolo “il Proscritto”, proprio ad evidenziare la sua caratteristica di fuorilegge, e collegarlo così al suo personale Olimpo di eroi popolari che aveva già abilmente descritto nei suoi romanzi precedenti.

Dumas consegna alla letteratura di genere il paradigma perfetto delle storie precedenti, creando una sintesi completa delle varie leggende, inserendovi tutti quei personaggi di contorno che sarebbero poi divenuti  familiari grazie al cinema ed alla cultura “pop”. Eppure il suo lavoro letterario ha basi ben solide anche nella tradizione orale e nella storia medievale, tanto da spingerci a chiederci (ancora oggi) chi fosse realmente Robin Hood.

Robin Hood è il ”miglior arciere d’Inghilterra”,

Robin è il ”miglior arciere d’Inghilterra”, la personificazione della giustizia e della lotta contro le angherie e le soverchie dei Normanni nelle antiche terre Sassoni, il protagonista di ben trentotto ballate popolari giunte fino a noi attraverso i secoli, nonché il personaggio principale in oltre sessanta anni di storie hollywoodiane, ma è mai esistito il vero Robin Hood, oppure ci troviamo di fronte all’ennesimo parto della fantasia popolare, sempre alla ricerca di eroi da emulare, con cui giustificare, a posteriori, le proprie azioni ?

La questione non è nuova, diverse sono le tesi a favore, ma altrettanto numerose sono quelle contrarie, quindi proviamo a fare in po’ di ordine, iniziando proprio dai fatti.

Le storie narrate pongono Robin e le sue gesta in luoghi e tempi reali, ben rintracciabili ancora oggi: il Nottinghamshire, al centro dell’Inghilterra, a sud della vecchia capitale York.
La leggenda lo vuole attivo qui, attorno al 1190, durante il regno di Riccardo Cuor di Leone, ma le testimonianze letterarie sono molto più recenti, al massimo risalgono al XIV secolo.

E’ dunque verosimile che la figura di Robin fosse nota sin dagli albori del XIII secolo ?

Alcune testimonianze ci portano ad affermare ciò: al 1261 risale infatti un documento redatto nel Berkshire (centro dell’Inghilterra), in cui un tale William, figlio di Robert il fabbro, viene accusato di furto. Nell’atto di ratifica delle accuse un ufficiale copia il nome del presunto ladro modificandolo in William Robinhood, avvalorando così la tesi che quel nome era ormai divenuto sinonimo di ladro già durante il XIII secolo !

Un  possibile candidato a ricoprire il ruolo storico è un tenente dell’arcivescovo di York, il quale venne accusato di diverse malefatte e dovette fuggire nel 1225, ed allora fu registrato nei documenti del 1227 come “Robin Hod fugitive”.
Non si può però provare che questo Robin Hod fosse proprio quello delle leggende, anche perché il suo stato di fuorilegge, ed il supposto periodo della sua attività non coinciderebbero con quello delle leggende. Gli storici azzardano allora un’altra ipotesi: poiché la leggenda di Robin è diffusa sin dal 1266, anno in cui il suo nome, e quello dei suoi compari, è citato da Walter Bower quale esempio di famoso fuorilegge, si può affermare che a questa data il nome fosse  già noto alle cronache.

Andando a ritroso nel tempo però possiamo richiamare i celebri versi di William Langland, autore che scrive il suo “Piers Plowman” nel XIV secolo, ed all’interno del quale uno dei personaggi, accusato di non essere un buon cristiano, risponde con le testuali parole: “I do not know my Paternoster perfectly as the priest sings it. But I know the rhymes of Robin Hood and Ranulf Earl of Chester” (“Non conosco il paternoster così bene come lo recita il prete, ma conosco le canzoni di Robin Hood e del duca di Chester”).  A questo riguardo sappiamo che tale duca Ranulf morì nell’anno 1153, e visto che Robin viene associato alla sua persona, ecco che il quadro si fa più chiaro… 

Robin viene spesso citato nei racconti come Duca di Huntingdon, e quindi può essere vissuto in un periodo in cui tale ducato aveva ancora legami con la stirpe dei Loxley (che è l’altro nome con cui è noto Robin). La storia testimonia della fine di tale ducato nel 1069, a seguito del quale i Normanni fanno decapitare Sir Waltheof nell’anno 1076.  Questa figura verrà poi associata alla stirpe di Loxley proprio grazie a Robin, e l’evento storico tornerà nella leggenda, in quanto Waltheof potrebbe essere proprio il padre di Robin, ucciso dai Normanni.

Infine il nome di Robin viene inoltre sempre associato a quello dello sceriffo di Nottingham, secondo la tradizione William Peveril, che fu anche capo guardia della foresta di Sherwood proprio all’epoca della conquista normanna, quindi attorno al 1066 !

Un’altra questione collegata all’esistenza di Robin è quella inerente alla permanenza del suo gruppo nella foresta di Sherwood: perché tali uomini furono costretti a rifugiarsi lì, lontano dalla città di Nottingham, per divenire fuorilegge ? In questo caso ci viene di nuovo incontro la storia: dopo la conquista normanna del 1066 molti nobili sassoni furono uccisi ad Hastings, chi rimase in vita fu privato dei propri possedimenti e costretto a vivere in tenda, ai margini della città.

Molte di queste persone furono chiamate Tilvatid (chi vive in una tenda), ed i Normanni li chiamarono con disprezzo Silvatici. Ciò potrebbe chiarire anche perché Robin è associato (come i sassoni ribelli) alla vita nella foresta.
Il Robin della leggenda sembra quindi coincidere con Robin duca di Huntigdon, imparentato con i Loxley, vissuto all’epoca della conquista normanna, morto prima del 1100, sulla cui tomba (o supposta tale) a Kirklees è incisa la seguente iscrizione:

Robert Earl of Huntingdon
Lies under this little stone.
No archer was like him so good;
His wildness named him ROBIN HOOD.
For thirteen years, and something more,
These northern parts he vexed sore.
Such outlaws as he and his men
May England never know again.

(Robert Duca di Huntingdon   Giace sotto questa pietra  Nessun arciere fu pari a lui  Per la sua natura fu detto ROBIN HOOD.  Per tredici anni e più  Queste terre del nord egli rese aride.
Fuorillege come lui ed I suoi uomini Possa l’Inghilterra non vederne più)

La leggenda ci consegna quindi  l’immagine di un fuorilegge, divenuto tale perché accusato di molti crimini dal perfido Sceriffo di Nottingham, tra cui rapine ai danni di viaggiatori inermi e l’uccisione di diversi cervi reali.  Tra le altre cose storicamente Sherwood era infatti una foresta reale, soggetta alle leggi del Re, ed esclusivo spazio di caccia della corte.
Ciò in quanto la caccia è sempre stata passione reale, ed il fatto di aver deliberatamente ucciso dei cervi “reali” in quel luogo rappresenta un’esplicita violazione della legge, e quindi la messa al bando di Robin e dei suoi uomini, i quali però – con sprezzo del pericolo e delle convenzioni – torneranno a vivere di nascosto proprio là.

Un ennesimo mistero circonda poi la sua figura: perché Robin Hood viene sempre ricordato come arciere e non, come succede ad altri eroi, come cavaliere?
L’arco in questione è il cosiddetto Long Bow, o arco lungo, vanto e delizia di tutti i nobili inglesi che lo usano per andare a caccia, o per fare la guerra, come è ancora ben visibile sul famoso arazzo di Bayeux risalente al XII – XIII secolo.

Tra il 1150 ed il 1500 è proprio l’arco l’arma più micidiale d’Europa, quella che permette alle truppe inglesi di vincere e sconfiggere avversari di diverso genere, con lanci di frecce che possono sorvolare le prime linee della fanteria e colpire la cavalleria nelle seconde linee degli eserciti; un’arma la cui gittata poderosa può arrivar fino a 200 metri, e che sarà ancora nel XVI secolo fondamentale, ad esempio, al Re Enrico V (quello di Shakespeare, di “…noi felici pochi, noi manipolo di fratelli…”) i quale se ne servirà per sconfiggere Francesi ad Azincourt.

Ecco quindi che Robin, grazie alla sua maestria con l’arco, rappresenta in pieno il carattere e le virtù inglesi, o forse dovremmo dire sassoni, in opposizione ai Normanni, contro cui userà spesso la sua arma, a mo’ di stendardo di liberazione.

La fama letteraria della figura è molto antica: esistono ben trentotto ballate tradizionali nate attorno alle gesta ed alla figura di Robin. Molte di esse però furono scritte solo tra il XVII ed il XVIII secolo, altre invece risalgono almeno al XV secolo, e si suppone che siano state scritte almeno un secolo prima.
Le figure che attorniano di volta in volta Robin sono altrettanto note, e spesso hanno anch’esse legami con la storia ufficiale: Guy di Gisborne, il Frate (a volte Tac, a volte con altri nomi), vari monaci dei Monasteri attorno a Nottingham, e Lady Marian chiaramente…

In conclusione

In conclusione: luci ed  ombre si proiettano sulla figura storica di Robin Hood, ma l’impatto popolare delle sue storie, delle leggende e le canzoni che lo hanno descritto è ancora vivo e pulsante.  Il pregio del libro di Dumas è quello di aver “sintetizzato” la storia e le leggende, donando loro una veste letteraria degna dei migliori romanzi del Romanticismo europeo, consegnandoci la figura del buon fuorilegge che tanto successo avrà nella nostra cultura letteraria.

 

Fabio Ronci

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Maledetti doni

Nella Narni Medievale erano vietate le strenne di capodanno, mance in denaro considerate doni maledetti.

Perché una bizzarra norma vietava lo scambio di doni in denaro?

Scorrendo gli Statuti narnesi del 1371, non è insolito imbattersi in qualche norma che ad un esame superficiale, può sembrare bizzarra se non addirittura inesplicabile. Questo è il caso di una disposizione contenuta nel III Libro “Super maleficijs & Criminalibus causis”: Capitolo LXXXVIII: “Quod nulla persona det manciam de pecunia alicui in anno novo, seu kalendis mensis januarij”.    

Perché i legislatori narnesi della fine del XIV secolo si preoccuparono di condannare, assimilandolo ad un crimine, un gesto che ai nostri occhi può sembrare del tutto innocuo? Nella versione italiana degli Statuti, il nostro concittadino Raffaello Bartolucci, tradusse così questa norma: “Inoltre stabiliamo che nel nuovo anno, cioè nel giorno delle calende del mese di gennaio, nessuna persona dia la mancia in denaro a qualche ragazzo o ad altra persona. E nessuna persona al tempo del carnevale, da 15 giorni prima della fine del carnevale, dia alla figlia o nipote o pronipote o sorella o ad altra persona, la merenda o qualche cibo cotto o crudo. E il trasgressore sia punito per ogni volta in 10 libbre cortonesi e questa pena di fatto sia attribuita e applicata al Comune di Narni, e qualsiasi possa accusare e denunciare il trasgressore e si stia al giuramento del denunciante o dell’accusante, e abbia metà della sanzione, gli si dia credito, e questo capitolo sia annunciato dal banditore”.

Una norma a matrioska

Questa norma statutaria è una sorta di matrioska, nella quale si nascondono temi e problematiche tipiche dell’epoca di riferimento: la festa “mobile” del Capodanno, i riti leciti e proibiti in occasione di particolari festività, ma anche la diffusa tendenza dei legislatori medievali a incoraggiare e remunerare coloro che oggi definiremmo con malcelato disprezzo “delatori”, ai quali veniva dispensata metà della sanzione imposta ai trasgressori. Una storia dentro l’altra che per economia di spazio, non è possibile esaurire in un solo racconto.

Soffermiamoci allora sulla prima parte della disposizione: Item statuimus, quod in anno novo, seu die kalendarum mensis januarij nulla personam det manciam alicui in pecunia peurorum, vel alteri personae.

Il dio Giano e il Capodanno spostato a Gennaio

Il mese di gennaio (Ianuarius per i latini), deve il suo nome a Giano, il dio dei due volti: fine e principio, passato e presente, morte e vita; le Kalendis mensis januarii delle quali si occupa la norma degli Statuti, corrispondono al nostro attuale Capodanno. Nel 1371 dunque, a Narni si era già imposta la pratica di far coincidere l’inizio dell’anno con il primo giorno di gennaio.

La precisazione non è del tutto inutile se si considera che nella seconda metà del Trecento, la data d’inizio anno era ancora difforme in molti Paesi europei e in alcune zone d’Italia, malgrado l’introduzione, nel 46 a.C., del calendario giuliano, che aveva di fatto spostato il Capodanno dal primo marzo al primo di gennaio. Soltanto nel 1691, per volere di Innocenzo XII, la data fu uniformata e adottata in tutti quei Paesi che introdussero il calendario gregoriano.  

Nonostante l’avvento del cristianesimo e la abolizione delle solennità romane con l’editto di Tessalonia del 380 d.C., in tutte le festività ereditate dal passato, sopravvive ancora oggi una forte componente pagana. La Chiesa cattolica fece “sue” le solennità celebrate in onore delle divinità romane, depurandole del significato originario, ma in alcuni casi, non riuscì ad estirparne anche i riti. Tra queste festività, il Capodanno è probabilmente la ricorrenza nella quale la Chiesa si è imposta con maggiore fatica: le usanze pagane sono sopravvissute attraverso i secoli, e se nei Paesi storicamente cattolici hanno nel tempo perduto vigore, in altri si tramandano ancora oggi.  L’ aspetto è piuttosto evidente nella laicissima Francia dove, seppur in maniera minore rispetto al passato, si osserva ancora l’usanza di dare mance a portieri e domestici nel giorno di Capodanno. Questi doni in denaro sono chiamati étrennes, termine che rimanda inequivocabilmente alle strenne romane del primo giorno dell’anno.

L’origine Romana delle strenne e lo scambio dei doni

Le calende per il nuovo anno erano dedicate a Strenia (o Strenua), divinità forse di origine sabina, simbolo di prosperità, salute e buona fortuna, tanto da essere raffigurata con una cornucopia in mano. In quel giorno i Romani, in segno di buon augurio e di purificazione, si scambiavano rami di verbena raccolti nel boschetto sacro dedicato alla dea. La verbena, consacrata alle divinità femminili, al pari dell’alloro era considerata arbor felix. Oltre a questi rami, chiamati strenae dal nome della dea, si offrivano in dono cibi dolci come datteri, miele, noci e fichi secchi, allo scopo di augurare dolcezza nel nuovo anno, ma anche mance in denaro per auspicare ricchezza materiale.
Nel tempo i donativi persero probabilmente il loro significato originario, assumendo la forma di mance offerte a scopo clientelare per ingraziarsi i favori o la fedeltà dei donatari (si pensi agli odierni doni aziendali in occasione del Natale).
Il Capodanno, assorbito dalla religione cristiana nelle celebrazioni post-natalizie, divenne una solennità consacrata dalla Chiesa alla Circoncisione di Gesù, secondo quanto testimoniato dal Vangelo di San Luca (II, 21): “Passati gli otto giorni, in capo ai quali il bambino doveva essere circonciso, gli fu posto il nome di Gesù, com’era stato indicato dall’Angelo, prima che fosse concepito nel grembo di sua madre”. Tuttavia, la ricorrenza della Circoncisione non suscitò mai una particolare attrattiva sul popolo, che continuò a celebrare le calende di gennaio come la Festa del Nuovo anno, con danze, canti, strenne e cortei mascherati.

La Chiesa osteggia lo scambio dei regali, ma i Cristiani conservarono i riti donativi pagani

La partecipazione dei Cristiani alle festività pagane delle Calende di gennaio fu sin da subito condannata dalla Chiesa: già nel II secolo, Tertulliano osservava che queste celebrazioni, insieme ai Saturnalia di dicembre e ai Matronalia   di marzo, erano più occasioni sociali che religiose e venivano seguite per semplice convenzione sociale. Nel 585 ca., il Concilio di Auxerre stabilì che “alle Calende di gennaio non è consentito travestirsi da giovenca o da cervo, come pure seguire il costume diabolico di scambiarsi doni”. D’ altra parte la Chiesa ha lungamente osteggiato lo scambio di regali, dal momento che il cristianesimo è fondato sul massimo dei doni possibili: il sacrificio di Cristo che offrì la sua vita per la salvezza degli uomini. Ancor più, lo scambio reciproco di strenae, era considerato opposto all’idea di carità, cioè del donare disinteressatamente. Agli inizi del VI secolo, San Cesario di Arles ammoniva: “Vi ho detto, non date strenne, ma date ai poveri. Ora mi si obietta: “quando do strenne, a mia volta ne ricevo”. Ma secondo la promessa del Signore, se darete ai poveri riceverete cento volte tanto”.

Alla luce di queste considerazioni, appare evidente che a Narni, territorio del Patrimonio di San Pietro, i legislatori dovettero esprimersi conformemente alle direttive ecclesiastiche.
Il divieto imposto dalla norma degli Statuti, assume maggior chiarezza se si legge un passo di Gaetano Moroni in “Dizionario di erudizione storico ecclesiastica da San Pietro sino ai nostri giorni”: “Il Boccaccio fa dare ad alcuno il buon anno e le buone calende (1) e il Passavanti parla della buona mancia delle calende.

Le strenne, o calende di gennaio, a Roma era un giorno di festa e di licenziosità in onore di Giano e di Strenia, dea dei donativi. La festa era stata istituita da Tazio, re dei Sanniti. Nel primo giorno dell’anno nuovo, il popolo portava un ramo di verbena tolto da un boschetto nei dintorni di Roma e consacrato a Strenia. I rami di verbena erano considerati di buon augurio e in questo giorno ognuno faceva doni agli amici, a clienti, ai padroni, i vassalli ai principi, i gentiluomini agli imperatori. Quantunque i cristiani aborrissero il culto di Giano e di Strenia, tuttavia conservarono i riti dei donativi, i giochi e i banchetti. Diversi Concili condannarono tali abusi e molti zelanti Vescovi procurarono di estirparli, per cui abbiamo molti sermoni contro le feste delle Calende di gennaio. Anzi fu persino comminata la scomunica ai colpevoli, onde la Chiesa fece delle Calende di gennaio un giorno di digiuno e di orazione”.

(1) Boccaccio, Giornata III, n. 8, fa dire a Ferondo:
“di che io priego Iddio, che vi dea il buon anno e le buone calendi, oggi e tuttavia”.

Boccaccio

E’ curioso notare che le parole di Jacopo Passavanti, citate dal Moroni a titolo di buon esempio, furono poi riprese per opposti motivi, nel XVIII secolo da Girolamo Tartarotti il quale, nel tentativo di demolire le credenze intorno alle streghe, spesso alimentate proprio da dotti superstiziosi, le inserì nella sua opera “De congresso notturno delle Lammie”:

l’andar cercando la buona mancia nelle calende, il primo dì dell’anno nuovo, vanità e grave peccato fu creduto anche da Jacopo Passavanti”.

Girolamo Tartarotti

Il giusto prezzo da pagare

La disposizione statutaria presa in esame, rappresenta uno dei tanti esempi della volontà dei legislatori dell’epoca, di utilizzare il diritto per correggere comportamenti e stili di vita privati dei cittadini. L’applicazione dello strumento della multa, che di fatto sanava la disobbedienza, ricalcava il modello religioso di remissione dei peccati “a tariffa”. Se per la Chiesa il prezzo del perdono era spesso rappresentato da una dieta a pane e acqua, per uno o più giorni a seconda della gravità del peccato, il mancato rispetto di una norma comunale era sanzionato con una precisa somma di denaro. Va da sé che questo sistema, apparentemente volto alla moralizzazione dei cittadini, consentiva di rimpinguare abbondantemente le casse comunali, perché andava a sommarsi alle gabelle ordinarie e a tutte quelle multe imposte per reati di tutt’altro genere.

Verrebbe quasi da dire che le strenne di Capodanno, almeno per le casse cittadine, erano in realtà “benedetti doni”.

Mariella Agri

Dieci denari per cento libbre.

Appunti per una storia dell’uva passa di Narni nel Medioevo

1956 Le origini

Nella storia della nostra città, c’è un capitolo ancora tutto da studiare: riguarda un prodotto narnese di tale eccellenza, che nel corso del XIV secolo fu largamente esportato oltralpe. Un capitolo che può iniziare nel 1956, quando la rivista di Economia e Storia, pubblicata a Milano per l’editore Giuffré, riportò un lavoro di Federigo Melis, intitolato “Malaga sul sentiero economico del XIV e XV secolo”, fondato sulle corrispondenze commerciali tra Francesco di Marco Datini, mercante di Prato, e le compagnie, a lui riconducibili, aventi sede in diverse città italiane ed estere.

Il lavoro di Melis sulla storia dell’uva passa nel medioevo

Nel suo lavoro Melis, analizzando il corpus dell’archivio datiniano e soffermandosi sulle lettere, ricostruì il commercio e le rotte mercantili di svariati prodotti dell’agricoltura e dell’artigianato diretti a Malaga o da essa provenienti, e ciò tenuto conto del fatto che il mezzo epistolare era l’unico, nel Medioevo, per la diffusione di notizie di qualsiasi natura. La “piazza” di Malaga, nella quale Datini non ebbe mai interessi diretti, né rappresentanti propri, era comunque nel raggio d’azione del mercante pratese, per mezzo dell’intervento della sua Compagnia di Valenza. Tra gli innumerevoli prodotti dei quali Melis seguì le rotte mercantili, c’era la cosiddetta “fructa”, termine utilizzato nei carteggi datiniani per indicare esclusivamente l’uva passa e i fichi secchi.
Per quanto riguarda l’uva passa, chiamata in molte lettere anche “panza” e “raime”, Melis afferma che “Narni era il maggior centro italiano di produzione di uva passa” e che “L’Italia – l’Adriatico,
Pisa e Genova – era raggiunta dall’uva passa di Levante; ma essa ne era anche produttrice, a Narni e nell’Isola di Pantelleria, con esportazione in Provenza”.

In “Appunti di metrologia mercatile genovese. Un contributo della documentazione aziendale Datini”, Firenze, University Press, 2014, Maria Giagnacovo ribadisce: “Le aziende del pratese importavano da Genova e sulle altre piazze della Penisola la cosiddetta “frutta”, sostantivo utilizzato nei rapporti commerciali fissati nelle carte Datini per indicare i fichi secchi e l’uva passa prodotti nella Penisola iberica e distribuiti soprattutto nelle Fiandre e in Inghilterra.
A queste produzioni, caratteristiche della regione che da Valenza si estendeva fino a Malaga, si affiancavano i fichi secchi provenienti dalla Provenza, da Marsiglia, da Nimes e da Arles, e l’uva passa di Narni, il maggior centro di produzione italiano, dove essa era chiamata “raime”, termine però talvolta impiegato anche per richiamare quella spagnola.

Per l’uva passa di Narni, già esportata in Provenza e che sul mercato
di Genova trova spaccio “a folate”, le carte aziendali offrono dettagliate informazioni sul tipo di imballaggio da preferire per il trasporto via mare. L’azienda Datini di Avignone, che ne aveva chieste a Pisa quattro balle “di quele pichole”, invitando i commissionari ad “avere righuardo che sieno novele e chiare e non sieno muffite”, precisava a scanso di equivoci: “sogliono venire in picchole balete e però farete de le due una e mettere intorno un pogho di paglia e una scharpigliera poi di suso

10 denari per 100 libbre

Negli Statuti di Narni vi è un chiaro riferimento alla produzione di uva passa nei nostri territori.
Nel Capitolo CLXXI del Libro I, al titolo “De gabella colligenda de fructibus a Civibus et Comitanensibus Civitatis Narniae”, sono elencati diversi prodotti agricoli rispetto ai quali, sulla base di pesi o misure specifiche, il Comune esigeva il pagamento di una gabella.

Tra questi, per ogni: “centenario Uvarum passarum 10 den.”, ovvero 10 denari per 100 libbre.
A parte un generico rimando ai “frutti, che si rapportano periodicamente nelle gabelle e un accenno rinvenuto nelle Riformanze comunali del 1531, circa l’offerta di uva passerina agli ospiti di rilievo, questa norma degli Statuti è l’unica conferma negli archivi locali dell’effettiva produzione di uva passa nelle nostre campagne.

Alla ricerca di nuovi documenti sulla storia dell’uva passa nel Medioevo

Tenuto conto che i catasti e i documenti economici della Narni tardo medievale sono andati perduti, risulta difficile specificare l’entità della produzione, le dinamiche di esportazione, la precisa localizzazione dei terreni nei quali era coltivata l’uva “narnese” e l’eventuale esistenza di compagnie narnesi e di fondaci nei quali doveva avvenire lo stivaggio del prodotto. Allo stato attuale di questa ricerca dunque, la vastità e l’importanza delle coltivazioni sono testimoniate solo dalle lettere commerciali dell’Archivio Datini. Ciò non esclude che si possano raggiungere altri risultati con un riscontro più approfondito di queste lettere ed estendendo la ricerca ai Registri di contabilità e finanza degli Archivi Storici di Roma.

I Narnesi la chiamavano “Passolina”

A prescindere da ciò, tutte le fonti sono concordi nell’affermare che l’uva passa di Narni aveva acini piccoli, dolci, bianchi, privi di semi ed era chiamata dalla popolazione locale “passerina” o “passolina”, termine che ancora oggi sopravvive nel nostro dialetto.

Del vitigno “narnese” si trovano tracce anche nei secoli successivi al XIV: Sante Lancerio, bottigliere di papa Paolo III, in un minuzioso racconto circa i vini degustati da sua santità durante il viaggio dall’Emilia a Roma, passando per le Marche e per l’Umbria, testimonia che “Narni ha vino cotto et anche qualche vinetto crudo, et qui si fanno uve passoline assai”.
E l’uva passolina, di Narni e di altre località, oltre ad arricchire le tavole, era utilizzata anche in medicina, come si può dedurre dalle “Osservazioni” del celebre Girolamo Calestani, il quale peraltro, verso la metà del Cinquecento, fu farmacista nell’Ospedale di Narni e, tra “i semi necessarii” per uno speziale elencava, appunto, l’uva passa.

Durante lo stesso secolo, Leandro Alberti, in “Descrittione di tutta Italia, nella quale si contiene il sito di essa, l’origine, et le Signorie delle Città et più gli huomini famosi che l’hanno illustrata” (Venezia, 1551), scrive di Narni: “Sono questi colli per maggior parte ornati di viti, olivi, fichi & altri alberi producevoli de frutti. Anche qui veggonsi alcune topie dalle quali pendono, nei tempi idonei, l’uva Passarina (così dagli abitatori del paese nomata quella uva picciola de granelle senza acino), la qual issiccata molto artificiosamente ella è portata a Roma, & è stimata assai preciosamente, tanto quella ch’è condotta di Napoli di Romania. Vero è che quella è negra & quella bianca”. E Antonino da Sangemini, citando l’Alberti, riporta: “Questo Autore parla eziandio vantaggiosamente di quell’uva piccola senza granella dentro e della dolcezza dell’uva moscadella, che in Amelia, Narni, Geminopoli, volgarmente Sangemino, e altrove, è denominata Passarina, e come di cosa rara e stimata, così egli si esprime nella sua Descrizione dell’Italia parlando dell’Umbria e delle sue prerogative”.

L’uva passa di Narni – storia di un prodotto D.O.C. del medioevo

L’uva passa di Narni, che nel Trecento era smerciata soprattutto in Provenza e due secoli dopo era considerata una peculiarità del territorio, alla metà del Seicento trovava riscontro sul mercato romano, dove era stimata al pari di quella proveniente da Corinto e dall’attuale Nauplia. Alla metà del secolo successivo l’uva “narnese” fu anche oggetto di una sorta di contraffazione, almeno stando a quanto si legge in L’Umbria vendicata negli antichi e naturali suoi diritti, Perugia, presso Carlo Baduel e Figli, 1798: “i Mercanti Italiani per lo più con l’Uva di Corinto mescolano certa picciola Uva, detta Passerino, che cresce nelle Campagne di Narni, e non ha acini”. Una pratica che sminuiva il nome di Narni a favore di altri centri di produzione ed un uso di mercato che deteriorava l’immagine della nostra uva, la quale sarà comunque ancora contemplata tra le preminenze locali nella metà dell’Ottocento.

Famosa in tutta Europa

Si hanno notizie dell’uva passa narnese anche in contesto europeo: in “Almanach du Commerce de Paris, des Departiments de la France et des principales Villes du Monde, 1837, Biblioteca Nazionale di Francia, Gallica, si legge: “grand commerce de vins de son territoire et de raisins secs, entre Terni et Narni, culture de l’uva passa, raisins sans pepin, à grains très petits, ressemblant pour la forme et le goùt au raisins dé Corinthe.”

Ciò nonostante, l’uva passa di Narni non figurerà tra le eccellenze presentate all’Esposizione Agraria, Industriale e Artistica del 1861, nella quale si scommetteva sulle diverse tipicità del territorio e quell’assenza sembrerebbe testimoniare l’inarrestabile declino oppure la scomparsa di uno storico “marchio” del quale si è perduta la memoria.

Il vitigno “Narnese” è perduto per sempre o attende solo di essere riconosciuto?

Un marchio, ovvero un vitigno “narnese” che potrebbe essere scomparso nel corso di una devastante invasione di fillossera avvenuta negli ultimi decenni del XIX secolo, anche se questa non è che una mera ipotesi. Forse il vitigno è ancora presente in qualche territorio, laddove tra i “colli sottostanti l’Appennino, nei siti aprici, si fanno vini più puri e bianchi e rossi e moscatelli”, come descrivono gli “Annali di viticultura ed enologia italiana” nel 1876. E attende solo di essere riconosciuto.

Conoscevate così tante cose sulla storia dell’uva passa nel Medioevo?


Mariella Agri – Claudio Magnosi

(Archivio Datini Prato, Fondaco di Pisa, busta n. 426, inserto 8, codice 303596. Mittenti: Calvi Guiran e Niccolaio di Bonaccorso. Destinatario: Datini Francesco di Marco e Com. Spedita da Avignone a Pisa il 22/9/1384. Arrivata a Pisa il 07/10/1384)

Maddalena e le altre

La prostituzione nel medioevo

“La donna pubblica è, nella società, ciò che la sentina è sulla nave, e la cloaca nel palazzo. Togli la cloaca e tutto il palazzo diventerà fetido e marcio”. (Tommaso D’Aquino, De regimine principum)

Maddalena da Narni querelata dalla cortigiana e modella di Caravaggio

In “Caravaggio assassino. La carriera di un Valenthuomo fazioso nella Roma della Controriforma”, Donzelli, 1994, gli autori, Riccardo Bassani e Fiora Bellini, riportano la seguente notizia: nel 1599, Fillide Melandroni, famosa cortigiana e modella del Caravaggio, querelò Maddalena di Narni, prostituta a Roma, a causa di una lite degenerata. Tra le accuse, Fillide pose l’accento sul linguaggio volgare di Maddalena, la quale faceva parte di quella cerchia di ternani e narnesi che gravitavano nell’ambiente di Michelangelo Merisi.

Si trattava dei fratelli Tomassoni, uomini d’arme di piccola nobiltà, originari di Terni, che gestivano nel Rione Campo Marzio l’organizzazione e il controllo di un giro di cortigiane destinate ad una clientela scelta di gentiluomini, cardinali e nobili e di Girolomano Crocicchia, un sarto originario di Narni, che contribuì, insieme ad altri amici a trarre il pittore dal carcere di Tor di Nona, prestando la propria garanzia personale e pagando la cauzione fissata in 10 scudi.

La narnese Maddalena

La narnese Maddalena, cortigiana nella Roma rinascimentale è, al pari di altre delle quali si è perduto il nome, una testimonianza della tendenza alla migrazione dalla propria città di origine di donne che esercitavano l’arte del “meretricare”. La povertà di nascita oppure acquisita a seguito di una vedovanza, o ancora le violenze sessuali subite da serve e da donne di umili origini che non avevano una famiglia che le sostenesse, veicolavano le donne verso il mondo della prostituzione. Nella maggior parte dei casi era la fame dunque o l’impossibilità di maritarsi perché sprovviste di dote o non più vergini, a spingerle al meretricio.

“Donne cortesi” a Pistoia, “putas” in Castiglia, “mammole” a Ferrara, “bagasse” e “filles perdue” nel Sud della Francia, le meretrici, termine di chiara derivazione latina, si distinguevano il pubbliche e segrete, laddove le seconde, seppure vivevano nel costante timore di essere denunciate da “boni cives et honeste mulieres”, non erano costrette a sottostare alle leggi vigenti. Mantenevano perciò una sorta di autonomia e potevano anche scegliere, nel tempo, di abbandonare la professione per rifarsi una vita, possibilità assolutamente preclusa alle prostitute pubbliche.

Legislazione medievale e prostituzione

I legislatori medievali utilizzavano una precisa formula per definirle: “corpus suum libidini praebet pro prestio, lucro et questu”, laddove la parola “questu” indicava la specifica ricerca del guadagno attraverso il commercio sessuale, allo stesso modo con il quale si indicava, allora come oggi, il gesto di elemosinare: andare questuando.

Le disposizioni contenute negli Statuti narnesi sono poche e non offrono la possibilità di comprendere appieno le reali condizioni di vita delle meretrici pubbliche a Narni. Purtroppo, la dispersione e distruzione degli archivi storici conseguente al sacco dei Lanzichenecchi, ha generato un vuoto incolmabile per i lavori di ricerca. Sappiamo tuttavia che le pene previste per i reati di stupro e tentato stupro variavano a seconda dello status sociale della vittima. Si trattava in ogni caso di reati perseguibili solo in caso di querela, presentata, beninteso, non dalla donna violata ma dal marito, o padre o fratello carnale o da un altro consanguineo o parente uomo fino al secondo grado.

La pena capitale era comminata solo a coloro che avevano stuprato una vedova, una vergine o una donna sposata, mentre il tentato stupro era punito con una semplice pena pecuniaria di 200 libbre cortonesi. Nel caso in cui la vittima fosse stata una donna di cattiva reputazione, la somma era ridotta alla metà e, qualora si fosse trattato di una pubblica meretrice, non si comminava alcuna pena.

Nei secoli XIII e XIV, le donne pubbliche furono sottoposte a restrizioni ed obblighi sia per quanto riguardava i luoghi che potevano frequentare, sia in materia di abbigliamento. La situazione mutò parzialmente alla fine del XIV secolo e nel XV, quando le municipalità iniziarono a progettare e a realizzare spazi riservati e veri e propri postriboli, ma segni e distinzioni non scomparvero del tutto.

A Narni era fatto divieto alle meretrici di dimorare presso i monasteri e altri luoghi religiosi a meno di 10 case, alla pena di 100 soldi cortonesi e qualora qualcuna non fosse stata in grado di pagare la somma, veniva sottoposta alla fustigazione pubblica. Il meretricio non poteva essere praticato dal mercoledì santo fino a Pasqua e nel giorno di San Marco e, in ogni caso, le prostitute potevano andare per la città soltanto il sabato e fino all’angolo del Palazzo del Vicario e per il Palazzo Comunale (lontano dunque dai luoghi pubblici). Al di fuori del giorno stabilito ed oltre i confini fissati, erano punite con una pena di 20 soldi cortonesi.

Le disposizioni statutarie di Narni si conformavano a quelle stabilite anche nel resto d’Italia, dove si tendeva a proibire l’accesso delle prostitute nei centri cittadini e nelle vie che conducevano alle porte della città, e ciò nell’intento di non mostrare, a quanti venivano da fuori, lo spettacolo indecente di donne che mettevano in vendita il proprio corpo.

Una questione di look

L’abbigliamento imposto alle prostitute pubbliche (inteso come vero e proprio segno distintivo), variava a seconda dei luoghi. Rispetto a Narni purtroppo non si hanno notizie, ma sappiamo ad esempio che a Perugia si trattava di una striscia di panno rosso cucita sulla spalla destra, lunga tre dita e larga uno. A Venezia era prescritto un fazzoletto giallo legato al collo, mentre a Padova un cappuccio rosso. Alcune città aggiungevano ai segni distintivi particolari di natura infamante, come l’altissimo copricapo dotato di due corna lunghe almeno mezzo piede, inventato dal duca Amedeo VIII di Savoia, oppure il sonaglio da falcone applicato su una spalla a Siena. A Firenze il sonaglio andava invece applicato su un particolare cappuccio che copriva la testa. Queste due ultime prescrizioni rimandano al segno distintivo imposto ai lebbrosi: una campanella che serviva ad annunciare il loro passaggio.

Per quanto sottoposte a forme di controllo e di restrizione, le meretrici, sia pubbliche che segrete, facevano comunque parte della comunità ed in alcuni casi partecipavano anche a particolari celebrazioni, soprattutto quelle concernenti le feste in onore dei Santi Patroni. Seppure non si hanno notizie della eventuale presenza di prostitute narnesi alla corsa del palio per San Giovenale, sappiamo che in altre città italiane la loro partecipazione non era desueta: nel salone d’onore di Palazzo Schifanoia a Ferrara, nel ciclo degli affreschi dei mesi, fu rappresentato anche il palio annuale che comprendeva, oltre alla nobile gara di corse dei cavalli, anche quella degli asini, degli ebrei e delle prostitute. Per restare nei confini della nostra Regione, a Foligno, durante la metà del Quattrocento, le donne pubbliche correvano in occasione del palio di San Feliciano dalla porta del Governatore fino al palazzo dei Priori. La prostituta che arrivava per prima, doveva afferrare e riportare indietro gli oggetti lì depositati: un mannello di canapa, una libbra di pepe e due fasci di porri. E’ evidente che, in ogni caso, si trattava di tradizioni imposte alle meretrici al solo scopo di umiliarle pubblicamente ancora una volta.

Ciò nonostante, l’atteggiamento della  società e della Chiesa nei loro confronti rimaneva decisamente ambiguo, la prostituzione era condannata ma anche tollerata perché considerata necessaria: a veicolare “l’insopprimibile urgenza della lussuria maschile”, a contrastare gli stupri perpetrati ai danni di donne oneste e a combattere “comportamenti contro natura”. “Sodomita del diavolo”, dice San Bernardino quando si scaglia contro gli omosessuali. Fu per tale motivo che i legislatori di molti Paesi europei, fra Tre e Quattrocento, si convinsero di poter trovare un rimedio opportuno attraverso il consolidamento o la creazione di postriboli pubblici. Con il tempo fu però evidente che la soluzione posta in essere non aveva portato alcuna utilità: il commercio di donne, la corruzione di giovani serve e schiave e gli stupri ai danni di donne “onorate” continuavano, mentre i bordelli avevano iniziato a palesare il loro vero volto di luoghi inquieti, nei quali circolava gente di infima condizione, impegnata spesso in traffici illeciti e risse.

Mariella Agri

Lippo e Federico Memmi, Maria Maddalena, 1344-47 ca.

Morgana e Feronia

Melusina è “dicotoma” prima e “trina” poi, la sua altra parte, il suo paredro, è Morgana, più famosa e temuta e più legata al ciclo bretone, ma suo complemento ed antitesi.
Melusina e Morgana, sono due dei tre volti della triplice Dea, colei dalla quale sono nati tutti gli altri dei.
Le tre fasi della Luna, le tre fasi della donna, la fanciulla (la Vergine), la madre (Dea Madre propriamente detta), la anziana (la Strega), le tre Marie del culto cristiano…

E il terzo volto? La fanciulla, la Vergine non madre?

La dea primigenia è ravvisabile in tutte quelle divinità legate strettamente alla natura. È l’energia nuova, libera, indipendente e spesso è personificata da una Dea degli animali selvatici come Feronia, la ninfa, la dea dei frutti nascenti, che a Narni vantava un culto del tutto particolare.

Antica dea italica, Feronia, Dea Vergine non soggetta a vincoli matrimoniali, accompagnata dal suo paredro Picus, il sacro picchio, (portatore del fuoco celeste connesso all’energia fecondante), è dea dell’abbondanza, discendente dall’antica dea etrusca Cavtha, “il sole che nasce”, trasfigurata a volte in Persefone, a volte in Giunone vergine. Figura femminile magica sorgente di vita, feconda di messi, legata alla natura, alla fertilità, ai boschi e alle fonti. La dea romana per definizione è una grande Madre, una triplice Dea, per la ciclicità con cui è legata all’uno o all’altro fenomeno della natura, come l’alternanza tra luce e tenebre e tra le stagioni.

Il suo culto privilegia luoghi lontani dai centri abitati, preferendo le zone selvagge ai centri urbani, il suo tempio più sacro è il bosco, ma “Feronia tutela ‘la natura’, le forze ancora selvagge del mondo dell’incolto, ma per metterle al servizio degli uomini, della loro alimentazione, della loro salute, della loro fecondità” (Dumézil), ponendosi nel punto di passaggio tra colto ed incolto come forza primigenia, ordinatrice del caos. Ad essa infatti si rivolgono gli schiavi che divengono cittadini liberi con la “manomissio”, perché anche qui Feronia segna il passaggio dallo stato selvatico a quello civile, poiché lo schiavo non era considerato un essere umano ma quasi un animale… così come il rituale di Diana Nemorense rende lo “schiavo” che riusciva ad uccidere il “Re dei boschi di Nemi” un uomo libero e a sua volta nuovo Re.

Feronia, donando allo schiavo una nuova vita, assume una dimensione sciamanica, acquistando anche il potere di muoversi tra il mondo dei vivi e quello dei morti, e del controllo sugli elementi naturali.

A questo punto il sillogismo fra Feronia, che è oltretutto anche dea del fuoco, Diana e Morgana, sacerdotessa nella ierogamia delle nozze sacre di Beltaine o nel velo tra i mondi che si assottigliano di Sahmain, entrambe feste del fuoco, è fin troppo facile.

Feronia è sciamana portatrice di nuova vita, come forza primigenia, Morgana è sciamana, traghettatrice di Artù morente nell’aldilà di Avalon, alla fine della vita, come   Anziana, terzo volto della Madre. La triplice Dea ha i suoi tre volti.

Feronia, Fortuna, Diana, Ana Hita, Dana, Anna Perenna, sino alla cristiana Befana e alla Vergine Maria… molte facce della stessa medaglia.

Passando per Morgana e Melusina.

Cambiano i nomi, cambiano i tempi e cambiano le genti, ma non il mito e le sue radici più profonde.

A Narni, un’altra delle festività da rispettare da Statuti (Libro I Capitolo XXVII – Statuta Illustrissimae Civitatis Narniae) era quella di San Martino, che cade, quasi esattamente con quella dell’antica dea, l’11 novembre il primo il 13 ed il 15 la seconda (comunque a cavallo delle Idi di Novembre). La differenza di due giorni non cambia il cristianizzare usanze pagane attraverso santi di importanza particolare.

La festa di San Martino era una sorta di capodanno (si avvicina anche al Samhain celtico – di nuovo un accostamento col mondo celtico, che avvalorerebbe le ipotesi che la gens narniensis, discenderebbe dalle tribù di derivazione celtica dei Naharci, etimo dal fiume Nahar, il Nera) contadino nel corso del quale si mangiava e beveva (oche e vino) in abbondanza e Feronia è la dea del “sole che nasce” e dell’abbondanza.

San Martino è generoso, divide il suo mantello con un povero, Feronia libera gli schiavi. A San Martino si celebra la festa dei cornuti, eco delle feste pagane. In molte città che lo festeggiano si accendono falò, Feronia è la dea del fuoco… Non può più essere adorata come divinità, ma le sue prerogative rimangono intatte.

Non solo, Feronia a Narni è ancora “presente” grazie alla sua splendida fonte, che per secoli ha rifornito di acqua i narnesi, anche dopo la distruzione del tempio e del bosco sacro di elci che la circondava, (non a caso cari alle “streghe”) noto poi infatti come “Macchia Morta” – il toponimo tuttavia potrebbe riferirsi ad un altro sito del comitato narnese –

Fra li altri tempii che esistevano in Narni, dalla superstizione dei gentili applicati alle false deità, eravi quello del luco e fonte di Feronia in oggi con nome alterato detto quel sito Ferogna. Ivi probabilmente, come in altri luoghi, eravi il tempio e la statua della dea Ferocia…. essendovi anche presentemente un marmo in quel fonte in cui è scolpita una grande fiamma, forse l’insegna di quella antica vanità”. E aggiunge: “La verità si è che quella fonte avendo transito per miniere stimate è di un’acqua molto salubre e grandemente tenuta in pregio si quanto alla sua rara limpidezza, che la prerogativa che ha di facile digestione”. I primi cristiani di Narni dovettero certo abbattere il tempio e distruggere il sacro bosco, perché questo d’allora in poi si chiamò macchia morta, cioè non esistente, come rilevasi da un documento di donazione fatta al Monastero di Farfa, da Berardo figlio del q. Rolando, nobil’uomo del contado narnese e da Maria sua consorte, riportato dall’ illustre storico G. Eroli”

Manoscritto Cotogni

Idest omnia quae ego habeo infra comitatum narniensem, intus civitatem, vel de foris excepto petiam unam terrae ubi dicitur macc1a mortua, quae vocatur Ferone…”

Gregorio di Catino, Regestum Farfense

Quod non fiat iniuria, vel offensa mulieribus euntibus ad fontes.

Item statuimus, quod nullus verbo, vel facto dicat, vel faciat iniuram, vel offensam mulieribus, quae ad fonts aquarum in civitate Narniae, Feroniae, et canali Forminae pro acqua portanda in eundo, stando, vel redeundo, et qui contrafecerit solvat pro banno duplum eius poenae, quae continentur in statuto de simili maleficio, et cum multitudo mulierum occurrit ad ipsos fontes, vel ad aliquem ipsorum pro aqua sumenda, viri inter ipsas non debeant se immescere, nisi starent ad ipsum fontem pro aqua sumenda pro eorum necessitate, vel dominorum suorum, vel alicuius, in cuius servitio essent, et qui contrafecerit puniatur vice qualibet in CL solidis cortonensibus.

Proviso, quod parentes teneant filias suos impuberes, qui ad dictos fontes aliquam laesionem, vel levem infestationem non faciant, et hoc dominus Vicarius faciat per civitate Narniae publice bandiri, et possit imponere poenam, et bannum XX solidorum cortoniensium, et de praedictis Vicarius omni mense inquirere teneantur.

Non sia fatto oltraggio od offesa alle donne, che vanno alle fontane.

Inoltre stabiliamo che, nessuno, con parole o fatti dica o faccia un’ingiuria o un’offesa alle donne, che [si recano] alle fontane delle acque nella città di Narni, di Feronia e del canale della Formina per prendere l’acqua, nell’andata, durante la sosta o al ritorno.

Chi non osserverà tale norma, paghi come condanna il doppio di quella pena che è contenuta nello statuto per un simile delitto, e quando un gran numero di donne si reca alle medesime fontane o a qualcuna delle medesime per raccogliere l’acqua, gli uomini non debbano perdersi tra le medesime, se non stessero alla medesima fontana, per raccogliere l’acqua, per la necessità loro o dei padroni di qualcuno, di cui sono al servizio. Chi non osserverà tale norma, sia punito per ogni volta di 40 soldi cortonesi.

Resta inteso che, i parenti controllino i loro figli impuberi, in modo che non facciano qualche guasto o lievi danni alle fontane, e che il Vicario provveda e questo sia annunciato pubblicamente dal banditore per la città di Narni, e possa imporre una pena e condanna di 20 soldi cortonesi, e il Vicario sia tenuto, ogni mese, ad indagare sui predetti.

Liber III, cap.CXLIII Statuta illustrissimae civitatis Narniae

Quod fiat quaendam via possessionem hospitalis Sancti Jacobi a strata romana uscque in viam Feroniae

Item statuimus, quod per possessionem hospitalis Sancti Jacobi, per quam est quaedam via, perquam non patest commodo iri a strata romana in viam Feroniae, quod a dicta strada romana usquie in dictam viam Feroniae per locum magis commudum fiat quaedam via, per quam iri commode, et rediri possit expensis adiacentium ipsi viae.

Et notarius viarum ipsam viam fieri faciat expensis dictorum adiacentium, et eligi faciat duos massarios, qui declarant adiacentes, et distrubuant inter eos pecuniam necessariam pro ipsa via, et adiacentes intelligantur omnes, qui per dictos massarios fuerint declarati.

Sia costruita una via attraverso la proprietà dell’ospedale di San Jacopo, dalla strada romana fino alla via di Feronia.

Parimenti, poiché attraverso la proprietà dell’ospedale di San Jacopo, in cui vi è una sola via, per la quale non si può comodamente andare dalla Strada romana alla via di Feronia, stabiliamo che dalla detta Strada romana fino alla detta via di Feronia per un luogo più comodo sia costruita una via, per la quale si possa andare e ritornare comodamente, a spese dei confinanti della medesima via.

E il notaio delle strade, faccia costruire quella via a spese dei detti confinanti, e faccia eleggere due massari, che stabiliscano chi siano i confinanti, e ripartiscano tra loro il costo necessario per la medesima via, e come confinanti siano intesi tutti quelli, che saranno dichiarati dai detti massari.

Libro I Cap. LXX Statuta illustrissimae civitatis Narniae

Colpisce l’attenzione la moltitudine di persone che si recassero alla fonte, tanto da far costruire una strada comoda per arrivarvi, dalla strada romana, quasi come se vi arrivassero anche da fuori, dal Lazio, terra dove il culto di Feronia era partito, arrivando addirittura in Austria (S. Peter) e dove era maggiormente sentito.

E tanto da tener separate le donne dagli uomini, quasi come se la memoria di antichi riti pagani, permeasse ancora la fonte, indulgendo troppo alla tentazione.

Suggestioni, ma tali da avvalorare ancor più l’origine matriarcale, legata alla terra, alla Madre Terra, della società narnese, dove Feronia, la vergine, Melusina, la madre, Morgana, l’anziana, si sovrappongono a creare la Dea Bianca di Graves. Da Dana a Ecate, da Diana alla Vergine Maria, in suggestioni senza tempo, legate ai cicli vitali dell’uomo e della natura. Talmente forti, in una Narni sempre ghibellina, sempre in rivolta contro la Chiesa, che appare impossibile quindi che nella medievale urbe non attecchissero fiorenti le molteplici leggende portate verosimilmente, oltre che da giullari e pellegrini, dalle truppe bretoni e francesi che nel tardo medioevo infestavano l’Italia e la bassa Umbria…

Feronia è stata e sarà legata per sempre a Narni alla sua sacra fonte, Melusina ad un luogo, una “silva” presso S’Urbano, Morgana, e il ciclo bretone, da Artù a Lancillotto, ad un “miraggio”, ed alla storia scritta dai narnesi, nei loro stessi nomi. Da Lancellotto, Cardoli e Lucantoni, a Ginevra Arca e Morgante Cardoli, inconsapevoli di portare nel nome un universo di storia, di conoscenze, di popoli e nazioni, contribuendo così ad espanderlo, in un continuo movimento e mutazioni di miti e leggende che invece di morire continuano a permanere ed evolversi nei secoli. Inconsapevoli di rimanere in primis esseri viventi legati direttamente alla natura che ne governa l’essere con i suoi cicli e le sue stagioni che tornano vichianamente a riproporsi nei corsi e i ricorsi, ma che finiscono per rimanere immutate a se stesse, fonte inesauribile di armonia e conoscenza.

Ma ancora una volta, anche questa è un’altra storia….

Patrizia Nannini

Melusina e Morgana

Miti e leggende del Medioevo: Melusina e Morgana

Non è facile sintetizzare secoli e secoli di tradizioni orali, di consuetudini trasformate in leggende, di antropologismi che han creato i miti, di paesi che han creato leggende, di uomini che han creato storia, di donne divenute leggenda… Tutti sono stati e sono tutt’ora oggetto di studio. Innumerevoli libri son stati scritti. Innumerevoli storie da raccontare… e questa è un’altra storia…

Melusina è “dicotoma” prima e “trina” poi, la sua altra parte, il suo paredro, è Morgana, più famosa e temuta e più legata al ciclo bretone, ma suo complemento ed antitesi.

Melusina è “magia” donata ad un mortale, con uno scambio di promesse che finisce alla rottura di un patto con l’allontanamento della stessa, Morgana è “magia” ceduta in cambio di un’impresa ad un mortale che finisce per pagarla scomparendo con essa nel mondo ultraterreno.

Melusina è dunque, secondo la classificazione di Laurence Harf-Lancner, la fata amante portatrice di felicità, Morgana, è la fata che trascina nell’altro mondo il proprio amante o sposo umano, quindi fata dell’infelicità. Anche se poi, la felicità melusiniana, come già detto, non si libera completamente dal male originale e rimane sempre in bilico tra essere umano e animale diabolico.

Morgana, quindi, nonostante venga dalla stessa matrice di Melusina, (il nome significa “Nata dal Mare” e non a caso nel Roman de Melusine è la sorella di Presine, la madre di Melusina) è stata per questo quasi sempre vista con l’accezione negativa, rimando confinata nel mito, non scendendo a contorni più umani, identificabili in persone o luoghi, divenendo leggenda.

Morgana, per il mito arturiano è la sorellastra di re Artù, figlia di Igraine ed il suo primo marito duca di Cornovaglia, la fata, l’incantatrice per eccellenza, tanto da dare il proprio nome ad un effetto ottico che fa apparire le figure sospese. Come Melusina è molto discussa per la sua ambiguità, ora positiva, ora cupa ed oscura, comunque connessa all’energia lunare, portatrice di conoscenza in quanto herbaria, astronoma e astrologa, consigliera del re, ammaliante e seducente. Il medioevo maschio non poteva che considerarla diabolica, in senso assoluto, per i più.

La differenza sostanziale con Melusina è che Morgana non è “materna e dissodatrice” (J. Le Goff) Morgana è il potere, Morgana porta con se Artù ad Avalon alla fine, quindi vince, rendendosi così ancor più pericolosa agli occhi degli uomini, Melusina alla fine invece fugge disperata, divenendo una vittima, redimendosi e diventando più simile alle donne comuni.

Eppure e infatti, entrambe sono assimilabili al culto ancestrale della dea Madre, legate agli elementi naturali, portatrici di fecondità e prosperità.

Nonostante l’avvento del Cristianesimo abbia demonizzato i vecchi dei e contemporaneamente “cristianizzato” ove possibile le vecchie usanze, i riti più ancestrali, legati alla terra che scandisce ancora il tempo e la vita stessa del medioevo, finiscono per fondersi fra il sacro ed il profano, ma permangono profondi nell’essere dell’uomo e soprattutto della donna (figlia di Eva, portatrice di peccato) che in essi trova il rifugio nel quale essere se stessa e non solo il simbolo del male. Nella natura, le donne sono i primi medici non riconosciuti della storia (fino a Paracelso), conoscitrici delle erbe, e dei rimedi naturali, del cammino delle stelle e dell’andamento delle stagioni… “… Per questo motivo, per le religioni, la Donna è madre, nutrice e custode. Gli dei sono come gli uomini: nascono e muoiono con la donna. Regine, maghi di Persia, Circe maliarda, sublime Sibilla, non sono altro che il frutto di una metamorfosi: a colei che tramandò le virtù delle piante e il cammino delle stelle, che porgeva oracoli al mondo prostrato, mille anni dopo, le si dà la caccia come fosse una belva selvatica; è inseguita, umiliata, lapidata, piegata sui carboni ardenti…” (Cecilia D’Abrosca, antropologa culturale)

Melusina e Morgana, attraverso Circe, Diana, Sibilla, sono il frutto medievale della metamorfosi, due dei tre volti della triplice Dea, colei dalla quale sono nati tutti gli altri dei.

Le tre fasi della Luna, le tre Marie del culto cristiano, le tre fasi della donna, la fanciulla (la Vergine) la madre (Dea Madre propriamente detta), la anziana (la Strega).

Melusina è il volto medievale della Dea Madre, Morgana della Strega, l’Anziana che traghetta il mortale verso l’ultraterreno.

Ultraterreno che a Narni vanta una particolare incursione nel “terreno”, episodio alquanto singolare, scovato da Claudio Magnosi nel “Gran Dizionario Infernale, ossia Esposizione della Magia” libro ormai raro, edito a stampa nel 1870.

Si da per certo, in quanto “la verità è attesta dai leggendari, persone degne di fede, come ognuno sa” che nel secolo XI, una moltitudine di anime, tutte vestite di bianco, passassero sotto la città, viste da tutti, per andare alla “Nostra Donna di Farfa” ad espiare i peccati prima di poter ascendere al Paradiso…

Un miraggio collettivo dunque, una delle tante masnade Hellequin che Walter Map, chierico gallese alla corte di Enrico II Plantageneto, nel De nugis curialium (1182-1193), paragona, chiamandola familia Herlethingi, alla corte plantageneta, proponendosi di tracciarne un vero e proprio mito d’origine, avente fondamenta nelle origini celtiche della Gran Bretagna. Agli inizi del XIII secolo, anche Gervasio di Tilbury infatti, compone l’opera ”Otia imperialia” (1211), destinata sempre al diletto di Enrico II e comprendente una numerosa raccolta di mirabilia che attestano la presenza dell’esercito dei morti ovunque, dalla Catalogna alla Sicilia. Proprio da qui, a partire dal XII secolo, per influenza della cavalleria normanna, si diffonde in Italia la leggenda arturiana. Avalon, trova la sua trasposizione locale nell’Etna, sin dall’antichità considerato l’ingresso agli inferi e che, in epoca coeva, altri autori paragonavano al purgatorio. Ivi, la Caccia Selvaggia, la Masnada Hellequin, diviene “familia Arturi”.

Successivamente nel 1276, in una scena del “Jeu de la feuillée” di Adam de le Hale, messo in scena, non a caso, in occasione del Calendimaggio o di altra festa ciclica stagionale a carattere propiziatorio, è rappresentato il convito delle fate, ove un suono di campanelli annuncia l’approssimarsi della masnada di Arlecchino (che poi diverrà la maschera universalmente conosciuta)… Arriveranno fra gli altri, Croquesot il corriere-buffone e la fata Morgana seguita da altre due fate, Arsilla, buona e benefica, e Magloria, cattiva e dispettosa.

Morgana diviene quindi la trasfigurazione medievale della irlandese“Morrigan”, ossia “La Grande Regina”, Dea della morte che assume la forma di un corvo, e “Le Faye” (Il Fato), nonché della italica dea lunare Diana.

Diana, dea dei boschi, della caccia, è la dea principale (Diana Nemorense – 13 agosto) del ferragosto (Feriae Augusti), momento in cui si concentravano molte feste pagane come i Nemoralia o festa delle torce, i Portunalia, i Consualia, etc., che celebravano la fertilità della terra.

Anche dopo l’editto di Tessalonica, 380 d.C., che bandisce tutti gli dei ed i riti pagani, veniva invocata per proteggere le partorienti, per ottenere guarigioni e benedizioni, per invocare la fertilità dei campi la notte del 6 gennaio, nonostante fosse stata trasformata in vecchia megera e in signora delle streghe, lucifera figlia del demonio.

Nell’impossibilità di sopprimerla, la dea Diana trasmuta quindi, incorporandone tutta l’iconografia, la simbologia e i significati, in Maria, l’Assunta in Cielo.

Come Diana, Maria è vergine, come Diana, Maria è una rappresentazione lunare, come Diana, Maria è vergine-madre, e come Diana, Maria viene invocata per proteggere le partorienti, salvarsi, guarire…

A Narni il culto della Vergine Maria è il più sentito dopo quello del patrono Giovenale. Il Libro I Cap, XXVII – Statuta Illustrissimae Civitatis Narniae, De Festivitatibus Custiodendis, obbliga al rispetto di tutte le festività ad Ella dedicate, non solo, particolari onori le erano concessi, come la consegna di un palio alla chiesa di S. Maria Maggiore ma soprattutto una processione “cum ceri accesi”, alla vigilia della festa di mezzagosto. I ceri alla vigilia di San Giovenale, unico parallelo in tutte le festività narnesi, venivano consegnati spenti alla Chiesa, la cera era assai cara, ed oltre a costituire un simbolo di vassallaggio dei Castelli e di importanza delle corporazioni, avrebbero poi illuminato la Cattedrale. Perché lo sperpero allora di tale patrimonio per quest’altra importante festa?… La processione, non era vincolata alle rigide regole delle corporazioni, è lecito desumere vi partecipassero, in coda, distanti anche le donne, altrimenti escluse dalle cerimonie ufficiali delle Arti.

Probabilmente il ricordo ancestrale, forte, dei Nemoralia, dei tre giorni alle idi di agosto della Festa delle torce, in onore della dea lucifera Diana, (passando per le quattro feste del fuoco legate ai momenti stagionali e lunari della quali è sacerdotessa Morgana) è stato duro da scalzare, tanto da cristianizzarlo in un momento solenne ed importante, associandovi contemporaneamente il simbolico significato di protezione dai demoni che figure come Diana e Morgana ormai rappresentavano per antonomasia.

De palijs offerendi per commune infrascriptis ecclesijs

Item statuimus, quod Vicarius dictae civitatis ad honorem, et reverentiam Onnipotenti Dei, et gloriosissimae Mariae semper virginis matriseuis, et beatorum Iuvenalis martyris, et Cassij episcoporum, et aliorum sanctorum, et sanctarum Dei offerat, et offerri faciat infrascriptis ecclesijs videlicet ecclesiae beati Juvenalis in die festivitatis ipsius in mense maij unum pallium sericum.

Et unum aliud ecclesiae Sancta Mariae Majoris loci Fraci Praedicatorum in die festivitatis ipsius de mense augusti.

Et unum aliud ecclesiae Sancti Augustini loci Fratrum Heremitarum in die festivitatis ipsius.

Quae pallia sint valoris infrascriptae quantitatis, videlicet.

Pallium pro ecclesia Beati Juvenalis quatuor florenorum de auro, et alia residua tria valoria XII librarum cortonensium pro quolibet, et hoc fiat expensis dicti Communis de pecunia Camera narniensis, et camerarius dictae Camerae procuret ante tempus, quod ipsa pallia habantur.

Palii da offrire dal Comune alle chiese sottoelencate

Stabiliamo che il Vicario della Città, ad onore e reverenza di Dio Onnipotente, della gloriosissima Maria sempre Vergine sua madre, dei beati Vescovi Giovenale e Cassio, e degli altri Santi e Sante di Dio, offra e faccia offrire alle seguenti:
Alla chiesa del Beato Giovenale, nel giorno della festività dello stesso nel mese di maggio un palio in seta.
Un altro alla chiesa di Santa Maria Maggiore del convento dei frati minori, nel giorno della festività della stessa nel mese di agosto.
Un altro alla chiesa di S. Francesco del convento dei frati eremitani, nel giorno della festività dello stesso.

Questi pali siano del valore seguente:

Il palio per la chiesa del Beato Giovenale di quattro fiorini d’oro, e per le altre tre chiese del valore di 20 libbre cortonesi per ciascuno, e questo sia fatto a spese del Comune narnese, e il camerario della Camera provveda che si abbiano i medesimi palii prima del tempo.

Liber I, cap. CVIII Statuta illustrissimae civitatis Narniae

De honore fiendo ecclesiae virginis Mariae in festa ipsius de mense augustii

Item statuimus ad specialem reverentiam virginis glorosiae matris Christi, quod dominus Vicarius dictae civitatis teneantur, et debeat juramento in vigilia festivitatis ipsius virginis de mensis augusti ire apud ecclesiam ipsius virginis loci Fratrum Praedicaturum, et secum ducere consiliaros Concili populi, et Communis, qui consiliarij una cum ipso dominoVicario ire debeant ad ipsam ecclesiam quilibet cum unum cereo, vel candela in manu accensa, et omnes, et singuli artifices, seu de artibus dicta civitatis videlicet, quaelibet ars per se faciat, et deferat unum cerum, vel plures, et hominibus dictarum artium videbitur, qui cerei portantum accensi, ut alij singuli homines vadant cum candelis accensis cum alijs hominibus universaliter ad dicta ecclesiam, et ipsi ecclesiae offerant es illo cero in dicta ecclesia, et de ipsis artibus intelligantur esse judices, et medici, et notarij, et qui contrafacerint ire nolentes, solvant pro banno, dicta Camerae C solidus cortonenses.

Et haec omnia publice banniantur per ipsam civitatem, ne quis valeat ignorantiam allegare.

Adijcimus, quod mane sequenti die festivitatis, ipse domnus Vicario faciat deferri ad ipsam ecclesia pallium, de quo supra sit mentio in hoc statuto, et si in hoc fuerit negligens perdat de suo salario XXV libras cortonenses.

Adijcimus quod si aliquis religiosus esset ibi suspectus, ad petitionem officij tales suspecti debeant amoveri, quod si non fecerint perdant dictum pallium, et totumid, quod deberant accipere a communepro elemosyna vigores praesentis statuti.

Del rendere onore alla chiesa della Vergine Maria nella festa della stessa

Stabiliamo, per particolare riverenza della Vergine gloriosa madre di Cristo, che il Vicario della città debba e sia tenuto a recarsi, sotto giuramento, nella vigilia della festività della stessa Vergine nel mese di Agosto, presso la chiesa della stessa Vergine del convento dei frati predicatori, e condurre con sé i consiglieri del Consiglio del popolo e del Comune, e questi consiglieri, insieme al Vicario, debbano andare a quella chiesa ciascuno con un cero o con una candela accesa in mano, e tutti e ciascuno degli artigiani, o delle arti della città, vale a dire, qualsiasi arte, per proprio conto faccia e porti un cero, o più, se gli uomini delle dette arti lo riterranno opportuno; e questi ceri siano portati accesi, e gli altri uomini vadano isolati, con le candele accese, con gli altri uomini, tutti insieme in quella chiesa, a alla stessa chiesa li offrano in quella sera nella detta chiesa, e delle medesime arti siano intesi essere i giudici, i medici, e i notai.

Coloro che avranno trasgredito, non volendo andare, paghino per sanzione alla Camera 100 soldi cortonesi e tutte queste disposizioni siano bandite pubblicamente per la città, affinché nessuno possa addurre a discolpa l’ignoranza.

Aggiungiamo che, la mattina del giorno della festività, il Vicario faccia portare il palio nella chiesa, di cui si fa menzione in questo statuto, e se in questo sarà stato negligente, perda 25 libbre cortonesi del suo salario.

Aggiungiamo che, se vi fosse presente qualche religioso sospetto, a richiesta dell’ufficio, i tali sospetti debbano essere allontanati, e se non avranno fatto ciò, perdano il detto palio, e tutto quello che, in virtù del presente statuto, dovrebbero ricevere in elemosina dal Comune

Liber I, cap. CX Statuta illustrissimae civitatis Narniae

Una civitade posta dunque sotto la duplice protezione del Santo Patrono Giovenale e della Vergine Maria, (la cattedrale intra moenia, prima cattedrale di Narni era S. Maria Maggiore, sorta sul tempio di Minerva, altra divinità femminile) retaggio di una società fortemente legata alla Madre, verosimilmente matriarcale, proveniente da una cultura antecedente a quella romana, antichissima, che affonda le radici nel Paleolitico, dove il Vescovo Giovenale iniziò la sua opera di evangelizzazione, lottando contro le radicate credenze pagane che tanto facilmente tendono a sovrapporre miti e divinità. Dalla Dea Madre a Diana, tramite Morgana e da Diana a Maria Vergine.

Talmente forte il legame con la Dea, col terzo volto della Dea, la primigenia Madre terra, da conservarne intatti divinità e simboli, senza nemmeno cristianizzarne i nomi…

… ma anche questa è un’altra storia…

Patrizia Nannini

La leggenda di Melusina

Miti e leggende del Medioevo: Melusina

Elinas, re di Albania (Scozia, nell’antico gaelico), durante una battuta di caccia, si innamora della bellissima Presine.
I due si sposano ma alla condizione che l’uomo non assista al parto degli eventuali figli. Alla rottura del patto, Presine fugge in Avalon con le tre figlie: Melusina, Melior e Palestina, le quali, scoperto il tradimento paterno dopo anni, decidono di punirlo. Presine però ama ancora Elinas, quindi rinchiude Melior e Palestina e condanna Melusina a trasformarsi in serpente alato ogni sabato.
Melusina incontra Raimondino, figlio del conte di Forez e nipote del conte di Poitiers.

Nella storia ciclica che si ripete, i due si sposano scambiandosi una duplice promessa: lei porterà in dote ricchezza e una lunga e potente dinastia, lui non dovrà mai vederla di sabato. Entrambi onorano la parola, e solo dopo anni, spinto dalle maldicenze, Raimondino spia la donna scoprendo il suo segreto…  “Ah, très fausse serpente!“, le dice, e lei vola via disperata. Melusina tornerà segretamente a Lusignano solo di notte, per accudire i suoi figli più piccoli.

La tradizione orale

I miti e le leggende nascono entrambi dalla tradizione orale, acquistando forza e contemporaneamente perdendo configurazioni storiche e geografiche nel tempo, prima di assumere una forma scritta.

Il mito trae la sua ragion d’essere nelle figure divine che vi compiono azioni sovrannaturali, mantenendo pur sempre elementi di verità e religiosità, astraendosi dal contesto temporale.

La leggenda, invece, pur assumendo contorni sacrali e misteriosi rimane più legata al contesto spazio-temporale, nonché umano; parte da un fatto reale, poi passa di bocca in bocca, di paese in paese, assumendo via via connotazioni sempre più fantastiche, ma nelle quali ciascuno si può riconoscere.

Melusina è mito e leggenda insieme, “invenzione” squisitamente medievale.

Come mito, affonda le sue radici all’origine del tempo, associata al pesce, all’acqua fecondatrice inizio di vita ed al serpente, simbolo di fertilità, astuzia e conoscenza.

Da Babilonia alla Bibbia, dai rituali dionisiaci alle tribù indiane, il serpente, nelle società patriarcali, ha sempre accompagnato la donna sul sentiero del male, donandole la conoscenza.

Come leggenda, prende vita nell’alto medioevo, quando al mito si cominciano ad associare personaggi e luoghi, in Francia prima e specificamente poi, nel Poitou, legata ad una donna che è essa stessa leggenda, Aliénor d’Aquitaine.

La tradizione orale sulle fate, diviene in Francia prima che altrove, letteratura, raccogliendo caratteri sia dal miracoloso cristiano, che dal sovrannaturale magico demoniaco, dipingendo creature ora buone ora demoniache a seconda del messaggio che l’autore vuole comunicare.
Walter Map nel De nugis curialium e Gervasio di Tilbury, negli Otia Imperialia, dotti chierici alla corte aglo-normana del XII secolo, ne restituiscono l’accezione demoniaca, negativa, che con il crescere del cristianesimo accompagnerà queste figure fino all’associazione sistematica alla parola “strix”, strega.

Da Riccardo Cuor di Leone a Aliènor

Henri II d’Inghilterra, (secondo marito di Aliénor d’Aquitaine, che in lei ha sempre visto un altro capo di stato di altre vedute, quindi una nemica), come riferito dal chierico gallese Giraud de Berri, amava raccontare la leggenda della contessa d’Anjou, ulteriore versione della storia, sostenendo che i suoi stessi antenati venivano quindi dal demonio.
Non solo, nel romanzo in versi su Riccardo Cuor di Leone, in Inghilterra, si arriva ad identificare Aliènor con la contessa, demonizzandola.

Nel Poitou, invece, terra colta, patria di Aliénor, di cui ella è stata mecenate e grande duchessa, (non ha mai ceduto i suoi diritti sull’Aquitaine a nessuno), l’accezione è benevola e legata alla parola “fata”… Aliénor, la donna due volte regina, finisce per incarnare la leggenda, per la similitudine fra i racconti sulla fata e la sua stessa vita… entrambe bellissime, ammalianti, portano allo sposo una immensa dote, il potere e una progenie numerosa, ma entrambe finiscono per rivelarsi agli occhi dello sposo diverse da quello che sembravano.
I Lusignano, vassalli dei duchi di Aquitania, legano il proprio nome a questa leggenda, nella tradizione orale.

Jean d’Arras nel 1392 fa ancor di più, narra per Jean de Berry, discendente degli estinti Lusignano, la nascita della sua dinastia nel Roman de Melusine.

La fata ora ha un nome, e la leggenda di Melusina ormai consegnata alla storia.

Correrà veloce, di bocca in bocca, di paese in paese, arrivando anche a Narni, dove la suggestione è tale da chiamare col suo nome una località.

Le origini del toponimo “Caste Melusine”

Il toponimo “Caste Melusine” compare in un documento datato 19 febbraio 1532, redatto presso la residenza magnificorum dominorum priorum, attestante che, tali Hieronimus Philippi, Lucas alias Lucaresse Antonii del castello di Sant’Urbano, chiesero ai priori della città di Narni Gabrielus quondam Loduvici Fieschi, Marinangelus quondam Bernardini e Cardulus de Cardulis, la lettera patente scritta in carta bambacina con la quale i vecchi priori avevano concesso una bandita al castello di Sant’Urbano. La lettera si trovava presso i suddetti priori in carica nel 1532 e nell’ordinare al cancelliere comunale di produrne una copia dell’originale redatta nel 1520 apportarono delle aggiunte.

Il testo della lettera patente copiata e consegnata agli uomini di Sant’Urbano è riportata di seguito.

1520, Narni

I priori della città di Narni Iacubus Piermartini, Iohannes Baptista Francisci Iuliani, Virgilius Mascus, Felix Olivieri e il sindaco Robertus Pacis, concedono agli uomini di Sant’Urbano che ne avevano fatto richiesta, il permesso di fare una bandita nelle loro pertinenze per la conservazione degli animali dentro i seguenti confini: usque ad confinia et confines castri Vasciani comitatus eiusdem et Morrones seu monte a capite et via a pedem et castellum usque at collem Agliole e i aggiunta se intenda dicta bandita ultra dicti confini fino alli cataoni et le cose de Lario et fino alla valle Pergula et fino allo Morrone Pezuto et fino alla via che va a San Pancratio et fino allo piano delle Caste Melusine, rispettando i vecchi capitoli cioè : i buoi possono entrare nella bandita il giorno di San Francesco del mese di ottobre; le altre bestie vaccine e cavalline possono entrarvi il giorno di tutti i Santi, e in aggiunta, che un mese dopo la detta festa possano entrarvi le bestie pecorine e si paghino 6 quattrini per la capra e 5 per la percora; per il pascolo nella bandita si paghino 2 baiocchi per i buoi aratori, 4 per le vacche e 7 per le bestie cavalline; se le bestie verranno trovate a pascolare in tempo diverso da quello stabilito si paghino 8 baiocchi di giorno e il doppio di notte; i soldi ricavati dalle pene dovranno essere utilizzati per le riparazioni delle mura di Sant’Urbano; nessuno può tagliare la legna nella bandita e per e per tutte le denunce delle trasgressioni si deve dare piena fede al guardiano deputato.

Actum Narnie in Palatio solite residentie magnificorum dominorum priorum, de voluntate sopradictorum dominorum priorum.

Ego Michelangelus Ascani de Arronibus de Narnia publicus et imperiali auctoritate notarius et nunc cancellarius reformationum dicte magnifice communitatis Narnie, dictas supra patentas litteras quasi in toto laceratas cum suis predictis capitulis et additionibus premissis, iussu dictorum magnificorum dominorum priorum esidentiam ac etiam numeri cernite civium commune et consensu dicto die XIX mensis februarii et millesimo quingentesimo et trigesimo secundo currente et hic transcripti, copiavi et fideliter de originalibus ipsis exemplavi.

Testimoni: Antonius e Petrus Antonius di Collescipoli.

Non è facile sintetizzare secoli e secoli di tradizioni orali, di consuetudini trasformate in leggende, di antropologismi che han creato i miti, di paesi che han creato leggende, di uomini che han creato storia, di donne divenute leggenda… Tutti sono stati e sono tutt’ora oggetto di studio. Innumerevoli libri son stati scritti. Innumerevoli storie da raccontare…

Patrizia Nannini